Se l’avvocato non restituisce le somme depositate fiduciariamente dal cliente commette un illecito permanente

La condotta del legale che omette di restituire al cliente la somma versatagli in deposito fiduciario configura un illecito permanente, in relazione al quale il momento in cui cessa la permanenza coincide con quello dell’indebita appropriazione e cioè con il momento in cui il professionista, sollecitato alla restituzione, nega il diritto del cliente sulla somma affermando il proprio diritto di trattenerla [ ] .

Un avvocato impugnava una sentenza del Consiglio Nazionale Forense che rigettava il suo ricorso tramite il quale gli era stato comminata la sanzione disciplinare della sospensione per 3 anni dall'esercizio della professione forense. In particolare, il professionista era stato accusato di avere trattenuto un'ingente somma di denaro che un cliente aveva fiduciariamente depositato presso di lui e pertanto decideva di ricorrere per Cassazione adducendo con l'unico motivo del ricorso la prescrizione degli illeciti ad egli contestati. Il ricorso è infondato. Le Sezioni Unite avevano già avuto modo di affermare che la condotta del legale che omette di restituire al cliente la somma versatagli in deposito fiduciario configura un illecito permanente, in relazione al quale il momento in cui cessa la permanenza coincide con quello dell'indebita appropriazione e cioè con il momento in cui il professionista, sollecitato alla restituzione, nega il diritto del cliente sulla somma affermando il proprio diritto di trattenerla, a cui è equiparabile la negazione di averla ricevuta, sicché è da tale momento che inizia a decorre il termine di prescrizione dell'illecito, in applicazione analogica dell' art. 158 c.p. Cass. n. 14233/2020 . Ancora si ricorda che l'avvocato che prometta al proprio assistito la consegna delle somme riscosse per suo conto senza provvedervi immediatamente contravviene all'art. 44, ultimo comma, del codice deontologico forense vigente ratione temporis , ponendo in essere una condotta connotata dalla ridetta continuità della violazione deontologica Cass. n. 13379/2016 . Alla luce di queste considerazioni, le Sezioni Unite rigettano il ricorso.

Presidente Travaglino Relatore Manzon Fatti di causa Con la sentenza impugnata il Consiglio Nazionale Forense di seguito anche CNF rigettava il ricorso dell'avv. R.P. avverso la decisione dell'11 maggio-27 giugno 2018 del Consiglio distrettuale di disciplina di seguito anche CDD di Roma, che, accertata la sussistenza degli addebiti ascritti al R, gli irrogava la sanzione disciplinare della sospensione per anni tre dall'esercizio della professione forense. L'avv. R. era incolpato A della violazione dell'art. 9, comma 2, CDF, per aver omesso ai propri doveri di probità, dignità e decoro nella salvaguardia della propria reputazione e dell'immagine della professione forense in relazione alla vicenda originante un processo penale pendente avanti al Tribunale di Roma B della violazione dell'art. 10, CDF, per infedele adempimento del mandato in danno della parte assistita per assicurarsi un proprio ingiusto profitto C della violazione degli artt. 17, 35, CDF, per aver fornito informazioni non veritiere sulla propria attività professionale attraverso internet ed altre modalità di contatto, ingenerando in una società di diritto francese omissis aspettative false sulla possibilità di ricevere finanziamenti, così inducendola ad anticipargli ingenti somme D della violazione dell'art. 30, CDF, perché tratteneva le somme Euro 200.000 di cui al capo C . Condotte consumate in data antecedente e prossima al 12 agosto 2013. Il CNF osservava in particolare - che era da considerarsi legittimo l'utilizzo delle prove penali da parte del CDD, il quale comunque aveva deciso in modo del tutto autonomo - che dovevano considerarsi accertati i fatti contestati all'incolpato in particolare appropriazione indebita di somme presso di lui fiduciariamente depositate dalla società francese omissis in vista della concessione di un mutuo da parte di omissis - CIF e relative fattispecie disciplinari , fatti che erano stati peraltro oggetto di procedimento penale truffa aggravata , esitato in primo grado con la condanna del R. mesi nove di reclusione ed Euro 300 di multa - che non aveva rilievo procedurale che, per una mera imprecisione terminologica, tali fatti venissero riferiti quale parte assistita al legale rappresentante della omissis S.K. , mentre si trattava della persona offesa, essendosi il R. difeso in concreto rispetto al profilo materiale delle accuse disciplinari ossia appunto l'accertata appropriazione indebita di detta somma - che pertanto le doglianze di merito del ricorrente erano infondate, così come quella in relazione all'entità della sanzione irrogatagli, accertandone la conformità alle previsioni normative e la congruità in relazione alla personalità del ricorrente medesimo plurimi, specifici, precedenti penali . Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione avanti a queste Sezioni Unite il R.deducendo un motivo unico. Resiste con controricorso l'Ordine degli avvocati di Roma. Ragioni della decisione Con l'unico motivo dedotto - ex art. 360 c.p.c. , comma 1, nn. 3 - 5, - il ricorrente lamenta la violazione della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 56, e l'omessa motivazione recte, omesso esame dell'eccezione di prescrizione che afferma di avere proposto all'udienza del 18 novembre 2021 avanti al CNF. La censura è infondata. Va rilevato in fatto che la condotta ascritta al R. è del 13 agosto 2013 e che il termine prescrizionale è stato interrotto più volte comunicazione dell'illecito, notifica della decisione di primo grado, notifica della sentenza del CNF il procedimento disciplinare è stato altresì sospeso per l'acquisizione degli atti penali. La L. n. 247 del 2012, art. 56, sicuramente applicabile ratione temporis, prevede che 1. L'azione disciplinare si prescrive nel termine di sei anni dal fatto. 2. Nel caso di condanna penale per reato non colposo, la prescrizione per la riapertura del giudizio disciplinare, ai sensi dell'art. 55, è di due anni dal passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna. 3. Il termine della prescrizione è interrotto con la comunicazione all'iscritto della notizia dell'illecito. Il termine è interrotto anche dalla notifica della decisione del consiglio distrettuale di disciplina e della sentenza pronunciata dal CNF su ricorso. Da ogni interruzione decorre un nuovo termine della durata di cinque anni. Se gli atti interruttivi sono più di uno, la prescrizione decorre dall'ultimo di essi, ma in nessun caso il termine stabilito nel comma 1 può essere prolungato di oltre un quarto. Non si computa il tempo delle eventuali sospensioni . Il ricorrente afferma che, pur considerati detti atti interruttivi ed il periodo di sospensione del procedimento disciplinare, la prescrizione degli illeciti contestatigli è intervenuta il 12 giugno 2021, per decorso del termine massimo previsto dalla citata disposizione legislativa che pertanto, anche senza voler considerare l'omissione di motivazione sul punto nella decisione impugnata recte, omissione di pronuncia , quando la stessa è stata assunta 18 novembre 2021 l'eccepita prescrizione era dunque da tempo maturata. Per valutare la fondatezza dell'eccezione de qua risulta pregiudiziale sancire se nel caso in esame si tratta di un illecito istantaneo ovvero permanente, ma bisogna farlo a partire dalla considerazione ontologica - che le fattispecie contestate hanno natura disciplinare, non penale, ancorché in parte sussumibili e concretamente sussunte in norme incriminatrici penali. Le condotte in esame infatti si inseriscono all'interno di un rapporto contrattuale professionale, soggetto, per il professionista, alle norme di deontologia forense. Non si possono pertanto evocare sic et simpliciter le ben note categorie penalistiche inerenti le fattispecie delittuose parallele truffa/appropriazione indebita , che sicuramente integrano reati istantanei, non permanenti giurisprudenza di legittimità consolidata da ultimo, rispettivamente Cass. pen., Sez. 2, n. 17322 del 18/01/2019 Sez. 2, n. 15735 del 14/02/2020 , mentre va affermata la natura permanente di quelle disciplinari in oggetto. Vi è in tal senso da considerare che il principale illecito disciplinare contestato, che poi è base e sostanza degli altri, in concorso formale, consiste nell'impossessamento/trattenimento ingiustificati della somma che l'avvocato ha ricevuto in nome e per conto del cliente francese. Tale condotta non si esaurisce nella semplice percezione della somma, ma ricomprende il comportamento, protrattosi nel tempo, consistente nell'avere l'avvocato mantenuto nella propria disponibilità un importo che, invece, avrebbe dovuto essere immediatamente ri-consegnato al cliente. L'avv. R. ha così violato l'art. 41 del Codice deontologico forense applicabile ratione temporis, che prevede nella gestione di denaro altrui L'avvocato deve comportarsi con puntualità e diligenza nella gestione del denaro ricevuto dal proprio assistito o da terzi per determinati affari ovvero ricevuto per conto della parte assistita, ed ha l'obbligo di renderne sollecitamente conto. Costituisce infrazione disciplinare trattenere oltre il tempo strettamente necessario le somme ricevute per conto della parte assistita. In caso di deposito fiduciario l'avvocato è obbligato a richiedere istruzioni scritte e ad attenervisi , derivandone un vulnus gravissimo al rapporto fiduciario, certamente permanente per tutta la sua durata, ma anche oltre. È infatti pacifico che, ad esempio, nel caso di revoca del mandato da parte del cliente, ci sono degli obblighi -sicuramente ultrattivi - che l'avvocato deve rispettare a tutela del rapporto instaurato, quali ad esempio l'obbligo di conservare e di mettere a disposizione i documenti ricevuti v. art. 42, Codice deontologico forense applicabile ratione temporis . Non è quindi dubbio che tra tali obblighi deve includersi quello della restituzione di somme, pur artatamente ricevute, ed è altresì del tutto pacifico che tali somme non sono mai state restituite dal R. alla parte assistita, avendone questa fatto richiesta, scoperta la truffa, peraltro callidamente consumata, anche, con la falsificazione della firma del legale rappresentante della medesima società assistita, al fine di portare a consumazione l'illecito de quo mediante lo svincolo del deposito fiduciario delle somme stesse. Nè può per altro verso aversi dubbio circa il fatto che omissis deve sicuramente considerarsi parte assistita del ricorrente, essendo la causa accipendi della somma in questione chiaramente quella di effettuare le pratiche occorrenti ad ottenere un finanziamento, peraltro mai erogato, dalla società del omissis omissis . Ciò posto, queste Sezioni Unite si sono già espresse sul punto decisionale in esame in precedenti -del tutto analogheoccasioni, nel senso che La condotta del legale che omette di restituire al cliente la somma versatagli in deposito fiduciario configura un illecito permanente, in relazione al quale il momento in cui cessa la permanenza coincide con quello dell'indebita appropriazione e cioè con il momento in cui il professionista, sollecitato alla restituzione, nega il diritto del cliente sulla somma affermando il proprio diritto di trattenerla, a cui è equiparabile la negazione di averla ricevuta, sicché è da tale momento che inizia a decorrere il termine di prescrizione dell'illecito, in applicazione analogica dell' art. 158 c.p. Cass. n. 14233 del 2020 l'avvocato che si appropri dell'importo dell'assegno emesso a favore del proprio assistito dalla controparte soccombente in un giudizio civile, omettendo di informare il cliente dell'esito del processo che lo aveva visto vittorioso e di restituirgli le somme di sua pertinenza, pone in essere una condotta connotata dalla continuità della violazione deontologica, destinata a protrarsi fino alla messa a disposizione del cliente delle somme di sua spettanza Cass. Sez. U. 21 febbraio 2019, n. 5200 l'avvocato che prometta al proprio assistito la consegna delle somme riscosse per suo conto senza provvedervi immediatamente contravviene all'art. 44, u.c., del codice deontologico forense vigente ratione temporis, ponendo in essere una condotta connotata dalla ridetta continuità della violazione deontologica Cass. Sez. U. 30 giugno 2016, n. 13379 . Tuttavia -in difetto della restituzione della somma decettivamente acquisitavi è da individuare un limite alternativo alla permanenza dell'illecito disciplinare in esame ossia un momento dal quale il termine prescrizionale inizia a decorrere, giacché altrimenti ne deriverebbe una - irragionevole, non prevista dalla legge - imprescrittibilità dell'illecito stesso. In analogia alla consolidata giurisprudenza penale di legittimità ex pluribus, Cass. pen, n. 32220 del 2015 e come peraltro già affermato da queste Sezioni Unite civili cfr. Sez. U, 5200/2019, cit. , tale dies a quo deve essere individuato nella decisione disciplinare di primo grado Consiglio Distrettuale di Disciplina, 11 maggio 2018 ed è dunque evidente che tuttora non è spirato il termine prescrizionale massimo previsto dalla L. n. 247 del 2012, art. 56, comma 3. In conclusione il ricorso va rigettato. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 7.000 per onorari, Euro 200 per esborsi oltre al 1 5 % per spese generali ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 , commaa 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.