Dati personali, deindicizzazione e i criteri di proporzionalità e ragionevolezza: quando la domanda è improponibile

L’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro e il bilanciamento tra il diritto alla protezione dei dati personali e quello di conoscere gli snodi di vicende che hanno acquisito un’importanza peculiare nella storia repubblicana.

Il Senato della Repubblica, qualche anno fa, era convenuto in giudizio per l'accertamento del compiuto illegittimo trattamento dei dati personali di un cittadino in relazione al fatto che, nella pagina web del sito Internet del Senato, compariva agli atti della Commissione parlamentare sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, il nome di costui tra i nomi degli imputati, senza che fosse disponibile anche la sentenza di assoluzione, sopraggiunta in parte per non aver commesso il fatto ed in parte per la concessione del perdono giudiziale. L'attore chiedeva, altresì, la cancellazione del suo nome dai documenti nella pagina web o, in subordine, la deindicizzazione del dato. Il tribunale competente dichiarava il difetto di giurisdizione e compensava le spese. In particolare, il Tribunale di primo grado aveva argomentato che, allorquando durante il giudizio si tentò di verificare la deindicizzazione del nominativo del ricorrente, non si verificava più l'individuazione diretta della pagina attraverso i comuni motori di ricerca esterna, digitando il nominativo in parola, perché, inserendo il detto nome, come pure dall'attore rilevato, non comparivano più gli atti della Commissione parlamentare e non era più visibile alla semplice digitazione del nominativo l'atto della Commissione. Inoltre, risultava che il Senato della Repubblica, anche in virtù di interventi sollecitatori del Garante privacy, si era dotato di una specifica disciplina in materia di tutela del diritto all'oblio prevedendo che i cittadini citati negli atti parlamentari potessero chiedere al Senato l'attivazione della procedura di deindicizzazione e che, in caso di rigetto dell'istanza, l'interessato poteva adire la Commissione contenziosa del Senato della Repubblica e, in secondo grado, il Consiglio di garanzia del Senato. Infine, a fini di completezza, il tribunale aggiungeva che l'atto de quo non atteneva gli atti parlamentari o di sindacato ispettivo ma a quelli di Commissione bicamerale di inchiesta per i quali il Codice per la protezione dei dati personali escludeva l'esercizio dei diritti circa il trattamento operato, in considerazione della particolare rilevanza e natura delle Commissioni parlamentari di inchiesta. La decisione della Suprema Corte. Avverso questa sentenza proponeva ricorso il soccombente. Al riguardo, però, la Corte di Cassazione ha rigettato la tesi perorata dal ricorrente, secondo cui la protezione dei dati personali e il diritto a che sia occultato il dato del suo coinvolgimento nell'inchiesta sul delitto Moro sono oggetto di un diritto inviolabile della persona, poiché non tiene conto del principio che questo diritto è suscettibile, come altri, di regolazione da parte del legislatore cui spetta il bilanciamento tra i valori in gioco. Nel caso di specie, l'attività di inchiesta delle Camere rientra nella più lata nozione di attività ispettiva di competenza istituzionale di ciascuna di esse, volta all'acquisizione di informazioni su materie di pubblico interesse ed alla cui stregua ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse, nella più piena espressione della sovranità popolare. Emerge, dunque, che in alcuni casi, dove sono coinvolti i diritti e gli interessi ritenuti dal legislatore primari nel bilanciamento con altri diritti e interessi, viene meno la possibilità di proporre ricorso ai fini dei dati personali e del diritto relativo, ai sensi dell' art. 8 del d. lgs. n. 196/2003 . Tanto perché le restrizioni del diritto di azione sono riservate al legislatore ex art. 24, comma 1, Cost., il quale è legittimato a stabilire il grado di condizionamento o limitazione del diritto stesso. Al riguardo, i canoni della proporzione e dell'adeguatezza si rivolgono certamente al legislatore, nel momento in cui traccia le norme ordinarie, e alla Corte costituzionale, nel vaglio di legittimità delle stesse, ma anche al giudice comune, allorquando è chiamato in concreto ad interpretare ed applicare la legge. Ora, non è risultato affatto alla Suprema Corte che, nel bilanciamento operato dal legislatore, siano stati violati gli essenziali criteri della proporzionalità e della ragionevolezza, nel limitare il diritto ai dati personali dei soggetti coinvolti nel delitto di alto Moro e menzionati nella relativa Commissione bicamerale di inchiesta, reperibili secondo gli ordinari criteri di ricerca anche informatica. Il principio di proporzione, certamente ancorato alla tutela dei diritti inviolabili , nel sistema ha una portata ampia e travalica il perimetro della libertà individuale per divenire termine necessario di raffronto tra la compressione dei diritti quesiti e la giustificazione della loro limitazione. Tra l'altro, il principio è affermato anche in ambito sovranazionale tanto dalle fonti dell'Unione europea che dal sistema della CEDU . Ecco perché, sul punto, la Corte costituzionale ha chiarito da tempo che il generale controllo di ragionevolezza, a sua volta effettuato attraverso il bilanciamento tra gli interessi in conflitto, comprende il canone modale della proporzionalità. La ratio della disciplina menzionata, secondo il Collegio, consiste nella realizzazione di un ragionevole bilanciamento tra il diritto alla protezione dei dati personali e quello di conoscere gli snodi delle vicende che, come dimostra l'essere state demandate all'attenzione di Commissione di inchiesta parlamentare quale diretta espressione della sovranità popolare, hanno acquisito una importanza peculiare nella storia repubblicana. Per tutti questi motivi, nel caso di specie, la Suprema Corte ha visto i presupposti per escludere la proposizione di un'azione per la cancellazione o la deindicizzazione dei dati contro il Senato della Repubblica, con riguardo agli atti della Commissione bicamerale di inchiesta sull'omicidio di Aldo Moro, con la conseguenza che l'introduzione, dinanzi al giudice civile, dell'azione volta a tal fine, configura una fattispecie di improponibilità della domanda. Per questi motivi, la Corte ha cassato la sentenza impugnata senza rinvio, dato che la causa non poteva essere proposta.

Presidente Genovese - Relatore Nazzicone Fatti di causa L'attore convenne in giudizio nel 2017 il Senato della Repubblica, chiedendo l'accertamento dell'illegittimo trattamento dei suoi dati personali, in relazione al fatto che, nella pagina web del sito internet del Senato, compariva il proprio nome agli atti della Commissione parlamentare sulla strage di omissis , sul sequestro e l'assassinio di M.A. e sul terrorismo in Italia , istituita dalla L. 23 novembre 1979, n. 597 , dove tra i nomi degli imputati era indicato il proprio, senza che fosse disponibile anche la sentenza di assoluzione, sopraggiunta in parte per non aver commesso il fatto ed in parte per la concessione del perdono giudiziale. Chiese, altresì, la cancellazione del suo nome dai documenti nella pagina web, o, in subordine, la deindicizzazione del dato. Il Tribunale di Roma con sentenza del 27 novembre 2020 ha dichiarato il difetto di giurisdizione, compensando le spese. Avverso questa sentenza ha proposto ricorso il soccombente, sulla base di due motivi, illustrati anche da memoria. Non svolge difese l'intimato. Ragioni della decisione 1. - Con il primo motivo, il ricorrente censura il ritenuto difetto di giurisdizione, sostenendo che il D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 , trovi applicazione anche nei confronti del Senato della Repubblica, ed in particolare il suo art. 7, che delinea i diritti spettanti all'interessato, non essendo gli atti politici esclusi dalla disciplina, mentre l'autodichia riguarda i parlamentari per i vitalizi e simili situazioni, o i rapporti con i dipendenti, non la tutela del diritto ai dati personali. Con il secondo motivo, deduce il difetto assoluto di motivazione, in violazione dell' art. 132 c.p.c. , per avere il tribunale esposto una motivazione meramente apparente. 2. - Il Tribunale di Roma, con la sentenza del 27 novembre 2020 , ha argomentato che a all'udienza del 16 settembre 2020 le parti chiesero un rinvio, al fine di verificare la deindicizzazione del nominativo del ricorrente, non risultando più collegato alla vicenda per cui è causa, nei comuni motori di ricerca poco oltre, la sentenza ribadisce che l'individuazione diretta della pagina attraverso comuni motori di ricerca esterna digitando il nominativo F.L. all'attualità non sembrerebbe verificarsi, in quanto, digitando il solo nominativo dell'attore come pure dallo stesso rilevato , non compaiono più gli atti della Commissione parlamentare in oggetto più oltre, ancora precisa non essendo più visibile alla semplice digitazione del nominativo l'atto della Commissione b il Senato della Repubblica, al pari della Camera dei Deputati, si è dotato, a seguito delle pronunce n. 21961 del 28 novembre 2011 e n. 1213 del 13 febbraio 2012 del Tribunale di Roma non riguardanti peraltro atti di commissioni di inchiesta e degli interventi sollecitatori del Garante, di una specifica disciplina in materia di tutela del diritto all'oblio, con le deliberazioni 18 dicembre 2013, n. 31 e 7 maggio 2015, n. 62, prevedendo che i cittadini citati negli atti parlamentari possano richiedere al Senato l'attivazione della procedura di deindicizzazione in caso di rigetto dell'istanza, l'interessato può adire la Commissione contenziosa del Senato della Repubblica ed, in secondo grado, il Consiglio di garanzia del Senato pertanto, mentre non è prevista la cancellazione del nominativo, con riguardo alla richiesta di deindicizzazione sussiste il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, in favore della Commissione contenziosa del Senato della Repubblica e del Consiglio di garanzia in secondo grado, in quanto l'introduzione di una sistema di tutela anche giurisdizionale dinanzi all'organo parlamentare, colmando il vuoto normativo prima esistente, che aveva determinato l'intervento del Garante e dell'autorità giudiziaria ordinaria, determina il difetto di giurisdizione del giudice ordinario a decidere sulla domanda di deindicizzazione dell'atto parlamentare svolta dal ricorrente c ha aggiunto, a fini di completezza, che l'atto de quo non attiene agli atti parlamentari o di sindacato ispettivo, ma agli atti di commissione bicamerale d'inchiesta, per i quali l'art. 8, comma 2, lett. c , del codice per la protezione dei dati personali esclude l'esercizio dei diritti circa il trattamento operato, in considerazione della particolare rilevanza e natura delle commissioni parlamentari d'inchiesta. 3. - Il ricorso non può essere accolto, dovendosi rilevare ex officio, ai sensi dell' art. 382 c.p.c. , comma 3, l'improponibilità della domanda oggetto del ricorso introduttivo del giudizio, per le ragioni di seguito esposte. Occorre altresì premettere che, nonostante le espressioni riportate in sentenza, di cui sub a , non vi è certezza della cessazione della materia del contendere, che dunque non può, invece, essere qui d'ufficio dichiarata. 3.1. - La disciplina interna, varata dai due rami del Parlamento e concernente le richieste relative al trattamento dei dati personali, sopra richiamata, non ha istituito un nuovo organo giurisdizionale, nè un sistema di autodichia, idoneo ad escludere - in generale - la proponibilità delle azioni a tutela dei diritti soggettivi innanzi al giudice ordinario. 3.1.1. - Sotto il primo profilo, come ha avuto occasione di chiarire la Corte costituzionale Corte Cost. 13 dicembre 2017, n. 262 , con riguardo ai rapporti degli organi costituzionali con i loro dipendenti ed agli organismi interni ivi costituiti , non si tratta di giudici speciali ex art. 102 Cost. , ma di meri organi interni non appartenenti all'organizzazione giudiziaria , onde, n on essendo stati configurati gli organi di autodichia quali giudici speciali, avverso le loro decisioni non sarebbe neppure configurabile il ricorso ex art. 111 Cost. , comma 7 anche se essi svolgono funzioni obiettivamente giurisdizionali per la decisione delle controversie in cui siano coinvolte le posizioni giuridiche soggettive . Il giudice delle leggi ha anche precisato che l'autodichia quale potestà degli organi costituzionali di decidere, attraverso strutture interne, le controversie da essi individuate, applicando la disciplina normativa che gli stessi si sono dati in materia - costituisce manifestazione tradizionale della sfera di autonomia riconosciuta agli organi costituzionali, per l'efficiente svolgimento delle proprie funzioni. Donde la conclusione del giudice costituzionale, secondo cui le deroghe al diritto comune che l'autodichia implica, con la sottrazione alla giurisdizione comune delle controversie tra gli organi in questione e gli interessati, non violano l'ordine costituzionale delle competenze in quanto l'autonomia che la Costituzione riconosce alle Camere si manifesta, innanzitutto, sul piano normativo ed essa non attiene alla sola disciplina del procedimento legislativo, per la parte non direttamente regolata dalla Costituzione, ma riguarda anche l'organizzazione interna Corte Cost. 9 maggio 2014, n. 120 , essendo in tal modo gli organi costituzionali messi nella condizione di provvedere alla produzione di apposite norme giuridiche, disciplinanti l'assetto ed il funzionamento dei loro apparati serventi Corte Cost. 10 luglio 1981, n. 129 . In tale linea, questa Corte ha chiarito che l'esclusione, in siffatte evenienze, dell'ammissibilità del ricorso alla giurisdizione comune emerge dalle indicazioni della giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha evidenziato Corte Cost. 2 novembre 1996, n. 379 l'esistenza di limiti all'intervento della giurisdizione su attività e procedure interamente riconducibili all'ordinamento parlamentare, sottolineando che l'autonomia degli organi costituzionali non si esaurisce nella normazione, bensì comprende - coerentemente - il momento applicativo delle norme stesse, incluse le scelte riguardanti la concreta adozione delle misure atte ad assicurarne l'osservanza Corte Cost., sent. n. 129 del 1981 , n. 379 del 1996 , n. 120 del 2014 , n. 262 del 2017 ord. n. 17 del 2019 . 3.1.2. - Sotto il secondo profilo, tuttavia, come è stato del pari evidenziato dalla Corte costituzionale, l'autonomia normativa qui in questione ha un fondamento che ne rappresenta anche il confine giacché, se è consentito agli organi costituzionali disciplinare date situazioni, come il rapporto di lavoro con i propri dipendenti, non spetta invece loro, in via di principio, ricorrere alla propria potestà normativa, nè per disciplinare rapporti giuridici con soggetti terzi, nè per riservare agli organi di autodichia la decisione di eventuali controversie che ne coinvolgano le situazioni soggettive si pensi, ad esempio, alle controversie relative ad appalti e forniture di servizi prestati a favore delle amministrazioni degli organi costituzionali . Del resto, queste ultime controversie, pur potendo avere ad oggetto rapporti non estranei all'esercizio delle funzioni dell'organo costituzionale, non riguardano in principio questioni puramente interne ad esso e non potrebbero perciò essere sottratte alla giurisdizione comune Corte Cost. 13 dicembre 2017, n. 262 v. pure Cass. 7 gennaio 2021, n. 85 , ed altre ivi citate . Proprio queste ultime considerazioni devono essere estese alle questioni afferenti il diritto soggettivo alla protezione dei dati personali, quale diritto facente capo a soggetti terzi rispetto all'organizzazione autonoma delle Camere, non concernenti questioni puramente interne e, dunque, insuscettibili di essere, sol perché soggette al procedimento interno, sottratte alla giurisdizione ordinaria. 3.2. - Da ciò, peraltro, non discende la fondatezza del ricorso, dovendo rilevarsi l'improponibilità della domanda, ai sensi dell' art. 382 c.p.c. , comma 3. Se non sussiste, infatti, una giurisdizione speciale o una autodichia, che come tale sottragga la materia al giudice ordinario il quale divenga carente di giurisdizione per tale motivo, resta l'improponibilità dell'azione, che sia volta ad esercitare il diritto alla cancellazione o alla deindicizzazione dei dati inclusi negli atti della Commissione bicamerale di inchiesta sul delitto M. . 3.2.1. - Dispone il D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 8, nella specie applicabile, sotto la rubrica Esercizio dei diritti , che i diritti di cui all'art. 7, come quello che ora interessa alla cancellazione o deindicizzazione del dato, non possono essere esercitati con richiesta al titolare o al responsabile o con ricorso ai sensi dell'art. 145, se i trattamenti di dati personali sono effettuati c da Commissioni parlamentari d'inchiesta istituite ai sensi dell' art. 82 Cost. . Dal suo canto, prevede il D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 145, che i diritti in genere possono essere fatti valere dinanzi all'autorità giudiziaria o con ricorso al Garante . L'impossibilità di esercitare il diritto accomuna altre fattispecie di particolare pregnanza, quali la lotta al riciclaggio, la tutela delle vittime di richieste estorsive, la stabilità dei mercati finanziari, la pubblica sicurezza. La norma di inquadra nella previsione di cui agli art. 21, par. 1, ultima parte e 23 del Regolamento UE n. 689/2016. 3.2.2. - Sono, infatti, coinvolti rilevanti profili pubblicistici negli atti parlamentari, donde la necessaria pubblicità cfr. in generale l' art. 64 Cost. , circa la pubblicità dell'attività conoscitiva e legislativa del Parlamento , attraverso la quale si esplica la sovranità popolare, ai sensi dell' art. 1 Cost. . Nel caso degli atti delle commissioni di inchiesta, di cui all' art. 82 Cost. , vi è un profilo ulteriormente pregnante. Infatti, a norma dell' art. 82 Cost. , la potestà riconosciuta alle camere di disporre inchieste su materie di pubblico interesse non è esercitabile altrimenti che attraverso la interposizione di commissioni a ciò destinate, delle quali può ben dirsi perciò che, nell'espletamento e per la durata del loro mandato, sostituiscono ope constitutionis lo stesso parlamento, dichiarandone perciò e definitivamente la volontà ai sensi della L. n. 87 del 1953, art. 37, comma 1, Corte Cost. 5 novembre 2018, n. 193 , che richiama le ordinanze n. 73 del 2006 n. 228 del 1975 sent. n. 231 del 1975 . Secondo la giurisprudenza costituzionale Corte Cost. n. 231 del 1975 , cit. , le commissioni di inchiesta hanno il compito di raccogliere notizie o dati necessari per l'esercizio delle funzioni delle camere , per mettere a disposizione delle assemblee tutti gli elementi utili affinché queste possano, con piena cognizione delle situazioni di fatto, deliberare la propria linea di condotta, sia promuovendo misure legislative, sia invitando il governo ad adottare, per quanto di sua competenza, i provvedimenti del caso le commissioni parlamentari di inchiesta sostituendo necessariamente a norma dell' art. 82 Cost. , comma 1, il plenum delle camere, a buon diritto possono configurarsi come le stesse camere nell'atto di procedere all'inchiesta . In altri termini, l'attività di inchiesta delle Camere rientra nella più lata nozione di attività ispettiva di competenza istituzionale di ciascuna di esse, volta all'acquisizione di informazioni su materie di pubblico interesse, secondo la lettera dell' art. 82 Cost. , comma 1, alla cui stregua ciascuna camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse Corte Cost. 26 giugno 2007, n. 241 , nella più piena espressione della sovranità popolare. 3.2.3. - Pertanto, emerge come, in taluni casi - dove sono coinvolti diritti ed interessi ritenuti dal legislatore primari nel bilanciamento con altri diritti ed interessi - viene meno la possibilità, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 8, di proporre ricorso ai fini dei dati personali e del diritto relativo. Le restrizioni del diritto di azione sono riservate al legislatore art. 24 Cost. , comma 1 , il quale è legittimato a stabilire il grado di condizionamento o limitazione del diritto stesso. I canoni della proporzione e della adeguatezza si rivolgono certamente al legislatore, nel momento in cui traccia le norme ordinarie, ed alla Corte costituzionale nel vaglio di legittimità delle stesse, ma anche al giudice comune, allorquando è chiamato in concreto ad interpretare ed applicare la legge. Ora, non risulta affatto che, nel bilanciamento operato dal legislatore, siano stati violati gli essenziali criteri della proporzionalità e della ragionevolezza, nel limitare il diritto ai dati personali dei soggetti coinvolti nel delitto di M.A. e menzionati nella relativa Commissione bicamerale d'inchiesta, reperibili secondo gli ordinari criteri di ricerca anche informatica. Il principio di proporzione, certamente ancorato alla tutela dei diritti inviolabili, ha nel sistema una portata ampia esso travalica il perimetro della libertà individuale per divenire termine necessario di raffronto tra la compressione dei diritti quesiti e la giustificazione della loro limitazione. In ambito sovranazionale, il principio è affermato tanto dalle fonti dell'Unione cfr. artt. 5, 12 TUE artt. 69, 276, 296 TFUE art. 52 Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea , che dal sistema della CEDU cfr. Corte Europea diritti dell'uomo 17 ottobre 2019, L pez Ribalda c. Gov. Spagna 21 aprile 2016, Ivanova c. Gov. Bulgaria 14 gennaio 2014, Associaz. vittime dei giudici romeni c. Gov. Romania 8 ottobre 2013, Ricci c. Gov. Italia . La Corte costituzionale ha, quindi, chiarito da tempo che il generale controllo di ragionevolezza, a sua volta effettuato attraverso il bilanciamento tra gli interessi in conflitto, comprende il canone modale della proporzionalità. Ha, invero, avvertito che nella Costituzione italiana ciascun diritto fondamentale è predicato unitamente al suo limite e che Tutti i diritti costituzionalmente protetti sono soggetti al bilanciamento necessario ad assicurare una tutela unitaria e non frammentata degli interessi costituzionali in gioco, di modo che nessuno di essi fruisca di una tutela assoluta e illimitata e possa, così, farsi tiranno Corte Cost. 24 marzo 2016, n. 63 Corte Cost. 11 febbraio 2015, n. 10 Corte Cost. 9 maggio 2013, n. 85 ed ancora Corte Cost. 24 gennaio 2017, n. 20 . La ratio della disciplina menzionata consiste nella realizzazione di un ragionevole bilanciamento tra il diritto alla protezione dei dati personali e quello di conoscere gli snodi di vicende che, come dimostra l'essere state demandate all'attenzione di commissione di inchiesta parlamentare quale diretta espressione della sovranità popolare, hanno acquisito una importanza peculiare nella storia repubblicana. Pertanto, la tesi, perorata dal ricorrente, che lègge la protezione dei dati personali ed il diritto a che sia occultato il dato del suo coinvolgimento nella inchiesta sul delitto M. come oggetto di un diritto inviolabile della persona, non tiene conto del principio che anche questo diritto è suscettibile di regolazione da parte del legislatore, cui spetta il bilanciamento tra i valori in gioco. 3.2.4. - Vi sono dunque, nella specie, i presupposti per escludere, al loro cospetto, la proposizione di un'azione per la cancellazione o alla deindicizzazione dei dati contro il Senato della Repubblica, con riguardo agli atti della Commissione bicamerale di inchiesta sull'omicidio di M.A. Ne consegue che l'introduzione, innanzi al giudice civile, dell'azione volta a tal fine configura una fattispecie di improponibilità della domanda. Per le considerazioni esposte, la sentenza impugnata, ai sensi dell' art. 382 c.p.c. , comma 3, deve pertanto essere cassata senza rinvio. 3.2.5. - Non vi è luogo alla liquidazione delle spese di lite, non svolgendo difese il Senato della Repubblica. Poiché il ricorso è disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, che ha aggiunto il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dell'obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo ivi previsto cfr., fra le altre, Cass. 19 ottobre 2018, n. 26525 Cass. 13 giugno 2018, n. 15566 Cass. 1 febbraio 2017, n. 2639 . P.Q.M. La Corte, provvedendo sul ricorso, cassa la sentenza impugnata senza rinvio perché la causa non poteva essere proposta. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 , comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso, a norma dell'art. 13, comma 1 bis.