È legittima l’installazione di un ascensore anche se implica un disagio minimo nell'uso quotidiano della scala condominiale?

I condomini hanno il diritto di installare, a proprie spese, un ascensore anche se di dimensioni ridotte e non in grado di rimuovere in modo completo le barriere architettoniche. Difatti, l'interesse all'installazione, nonostante il dissenso di alcuni condomini, è legittimo anche nella circostanza in cui implica un disagio minimo nell'uso quotidiano della scala e pur rimanendo precluso il contemporaneo passaggio di due persone.

Il caso. Tizia e Caia condomine convenivano in giudizio gli altri proprietari dell'edificio, chiedendo che fosse accertato il loro diritto di installare, a proprie spese, un ascensore nella tromba delle scale. Costituendosi in giudizio, gli altri condomini eccepivano che l'edificio difettava di uno spazio idoneo ad alloggiare l'ascensore. Nella fase di merito, i giudici di primo e di secondo grado dichiaravano il diritto delle attrici all' installazione dell' ascensore . In particolare, secondo la Corte territoriale, a fronte dell'installazione di un ascensore, sia pure di dimensioni estremamente ridotte e non in grado di rimuovere in modo completo le barriere architettoniche, era indispensabile ridurre la larghezza delle scale. Avverso il provvedimento in esame, i condomini dissenzienti hanno proposto ricorso in Cassazione eccependo la violazione e la falsa applicazione dell' art. 1120, comma 4, c.c. Infine, con altro motivo, i ricorrenti contestavano la violazione della l. n. 13/1989 e del d.m. n. 236/1989 , per non avere la Corte di merito considerato che l'installando ascensore non aveva i requisiti di legge, così come la scala residua, rispetto alla larghezza minima prescritta. L'uso della cosa comune. Secondo la S.C., i giudici di merito avevano fatto corretta applicazione del principio secondo cui, qualora un esborso relativo ad innovazioni non debba essere ripartito fra i condomini, per essere stato assunto interamente a proprio carico da uno di essi, trova applicazione la disposizione generale dell' art. 1102 c.c. , che contempla anche le innovazioni, in forza della quale ciascun partecipante può servirsi della cosa comune - purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri condomini di farne uguale uso, secondo il loro diritto - e può, perciò, apportare alla stessa, a proprie spese, le modificazioni necessarie a consentirne il migliore godimento. Nella specie, in applicazione di detto principio, l'installazione dell'ascensore sulle parti comuni era legittima ex art. 1102 c.c., non ricorrendo una limitazione della proprietà degli altri condomini, incompatibile con la realizzazione dell'opera. Il vantaggio dell'installazione. Il beneficio connesso all'installazione dell'ascensore derivava dall'analisi delle fotografie dell'edificio gemello nel quale era stato già installato un impianto di ascensore identico a quello di cui al progetto prodotto dalle appellate. Cosicché da tali riproduzioni fotografiche si poteva ricavare che la posizione del vano ascensore avrebbe implicato un disagio veramente minimo nell'uso quotidiano della scala, tanto che una persona di corporatura media avrebbe potuto affrontarle con normale facilità, pur rimanendo precluso il contemporaneo passaggio di due persone, con la conseguenza che la limitata lunghezza delle rampe e le buone condizioni di luminosità, anche in presenza dell'ascensore, avrebbero ridotto al minimo il disagio che la riduzione dei gradini avrebbe comportato. La solidarietà condominiale. L'installazione di un ascensore su area comune funzionale allo scopo di eliminare delle barriere architettoniche o comunque di agevolare l'accesso alle proprie abitazioni, specie se poste ai piani alti, evitando di affrontare le scale , trattandosi di un diritto fondamentale che prescinde dall'effettiva utilizzazione, conferisce comunque legittimità all'intervento innovativo, purché lo stesso sia idoneo, anche se non ad eliminare del tutto, quantomeno ad attenuare sensibilmente le condizioni di disagio nella fruizione del bene primario dell'abitazione. Infatti, l'interesse all'installazione, nonostante il dissenso di alcuni condomini, è funzionale al perseguimento di finalità non limitabili alla sola tutela delle persone versanti in condizioni di minorazione fisica, ma individuabili anche nell'esigenza di migliorare la fruibilità dei piani alti dell'edificio da parte dei rispettivi utenti. Deroghe alle distanze. In merito alle ulteriori contestazioni dei condomini dissenzienti, la S.C. ha osservato che l'edificio era stato realizzato nell'anno 1960. Pertanto, quand'anche le prescrizioni tecniche l. n. 13/1989 e d.m. n. 236/1989 si applicassero agli edifici preesistenti, esse erano comunque derogabili, seppure entro i ristretti limiti consentiti. Difatti, in tema di accessibilità degli edifici e di eliminazione delle barriere architettoniche, le prescrizioni tecniche dettate dall' art. 8 del d.m. n. 236/1989 , in ordine alla larghezza minima delle rampe delle scale indicata nella misura di m. 1,20 , possono essere derogate mediante scrittura privata, poiché l'art. 7 del medesimo d.m. consente, in sede di progetto, di adottare soluzioni alternative alle suddette specificazioni e soluzioni tecniche, purché rispondenti alle esigenze sottintese dai criteri di progettazione. In conclusione. Per le ragioni esposte, il ricorso è stato rigettato per l'effetto, la S.C. ha confermato il provvedimento di merito.

Presidente Manna Relatore Trapuzzano Fatti di causa 1.- T.R. e CA.El., in qualità di proprietarie degli appartamenti posti al terzo piano del fabbricato facente parte del Condominio sito in omissis , interni nn. 5 e 6, convenivano, davanti al Tribunale di Roma, G.M.C., C.G., P.A. e Ca.Io. nonché CO.Gi., rispettivamente proprietari degli altri quattro appartamenti posti ai piani primo e secondo dello stabile, interni nn. 1, 2, 3 e 4, chiedendo che fosse accertato il loro diritto di installare, a proprie spese, un ascensore all'interno dell'edificio realizzato nell'anno 1960, che ne era sprovvisto. In proposito, le attrici sostenevano che intendevano utilizzare parte dell'area comune, ossia la tromba delle scale e piccola parte degli scalini, che avrebbe dovuto essere occupata con il vano del realizzando ascensore, come da progetto di fattibilità allegato. Si costituivano in giudizio G.M.C., C.G., P.A. e Ca.Io. nonché CO.Gi., i quali resistevano alla domanda attorea ed eccepivano che l'edificio difettava di uno spazio idoneo ad alloggiare l'ascensore all'interno del vano scala, poiché non vi era la tromba delle scale. Inoltre, rilevavano che, a fronte di una larghezza delle scale di ml. 1,20, ne sarebbe stata impedita per legge la riduzione, che si intendeva effettuare mediante taglio parziale dei gradini, ai fini dell'alloggiamento del vano ascensore. Evidenziavano, poi, che anche la cabina dell'ascensore doveva avere una profondità minima di ml. 1,20 e una larghezza minima di ml. 0,80, ai sensi della L. n. 13 del 1989, e del D.M. n. 236 del 1989 , dimensioni che non sarebbero state rispettate dall'opera installanda. Infine, precisavano che l'installazione dell'ascensore avrebbe gravemente compromesso l'uso delle scale e della cabina al condomino CO.Gi., in ragione della sua grossa corporatura. Nel corso del giudizio era espletata consulenza tecnica d'ufficio. Il Tribunale adito, con sentenza n. 15933/2009, depositata il 17 luglio 2009, dichiarava il diritto delle attrici all'installazione dell'ascensore, a loro cura e spese, all'interno dell'edificio sito in omissis , in conformità al progetto in atti. 2.- Sul gravame interposto da G.M.C., C.G., CO.Gi., P.A., P.G. e P.P., quest'ultimi succeduti a Ca.Io., la Corte d'appello di Roma, con la sentenza di cui in epigrafe, rigettava l'appello e compensava integralmente le spese di lite. A sostegno dell'adottata pronuncia la Corte territoriale rilevava a che la L. n. 13 del 1989 , e il decreto attuativo n. 236/1989 non regolavano il caso di specie, come già era stato osservato dal Tribunale, sicché la realizzabilità dell'opera era stata esaminata sotto il profilo della comparazione tra i vantaggi e gli svantaggi che essa avrebbe potuto determinare b che, infatti, la L. n. 13 del 1989, art. 1, comma 1, stabiliva che le prescrizioni tecniche previste dal comma 2 si applicassero ai soli progetti relativi alla costruzione di nuovi edifici ovvero alla ristrutturazione di interi edifici c che le innovazioni previste dall' art. 1120 c.c. , commi 1 e 2, sarebbero potute rientrare nell'alveo delle modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa, realizzabili a proprie spese da ciascun comunista, ai sensi dell' art. 1102 c.c. , il che ne avrebbe consentito l'esecuzione a proprie spese e per il proprio esclusivo vantaggio, in difetto della delibera approvata dalla maggioranza qualificata fatta salva la volontà di alcuni degli altri condomini di partecipare alle spese e di godere dell'innovazione d che doveva essere confermata la valutazione del Giudice di prime cure in ordine alla conformità dell'installazione dell'ascensore alle condizioni prescritte dall' art. 1102 c.c. , comma 1, secondo periodo, cioè alla qualificazione dell'installazione come modificazione necessaria per il miglior godimento della cosa e che le prescrizioni di cui alla L. n. 13 del 1989 , e al decreto attuativo n. 236/1989 , pur non essendo applicabili alla fattispecie, costituivano comunque un utile parametro di valutazione f che, in base a tali previsioni, per gli edifici di nuova costruzione, con più di tre livelli fuori terra, era obbligatoria la presenza di un ascensore nonché una larghezza delle scale comuni di almeno cm. 120,00 g che, nel caso di specie, era impossibile soddisfare entrambe le prescrizioni, poiché, a fronte dell'installazione di un ascensore, sia pure di dimensioni estremamente ridotte e non in grado di rimuovere in modo completo le barriere architettoniche, sarebbe stato indispensabile ridurre sensibilmente la larghezza delle scale, e viceversa, ove si fosse inteso conservare la larghezza, allo stato, delle scale di cm. 120,00, sarebbe stato inevitabile rinunciare all'ascensore h che, considerate attentamente le abitudini attuali di vita e le esigenze degli abitanti delle grandi città, nonché le attuali caratteristiche della popolazione italiana composta in misura di gran lunga prevalente da persone non giovani , il sacrificio minore si sarebbe realizzato incidendo sulla larghezza delle scale i che l'installazione dell'ascensore avrebbe ridotto la larghezza delle scale a cm. 77,00, al netto del corrimano, per tutte le rampe, e a cm. 74,00, sempre al netto del corrimano, per la sola prima rampa, peraltro con la possibilità che l'ingombro del corrimano potesse essere ridotto mediante accorgimenti particolari I che ad orientare nel senso della prevalenza del vantaggio connesso all'installazione dell'ascensore erano le fotografie dell'edificio gemello, sito in omissis , dove era stato già installato un impianto di ascensore identico a quello di cui al progetto prodotto dalle appellate, ricavandosi da tali riproduzioni fotografiche che la posizione del vano ascensore avrebbe implicato un disagio veramente minimo nell'uso quotidiano della scala, tanto che una persona di corporatura media avrebbe potuto affrontarle con normale facilità, pur rimanendo precluso il contemporaneo passaggio di due persone, con la conseguenza che la limitata lunghezza delle rampe e le buone condizioni di luminosità, anche in presenza dell'ascensore, avrebbero ridotto al minimo il disagio che la riduzione dei gradini avrebbe comportato m che, in ragione del principio di solidarietà condominiale - che avrebbe richiesto una valutazione comparativa tra svantaggi e utilità dell'opera - e della limitazione del concetto di inservibilità alla sola concreta inutilizzabilità nella res communis, secondo la sua naturale fruibilità - non potendo, invece, esso consistere nel semplice disagio subito rispetto alla normale utilizzazione del bene -, l'impugnazione doveva essere respinta. 3.- Avverso la sentenza d'appello hanno proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi, G.M.C., C.G. e CO.Gi Hanno resistito con controricorso le intimate T.R. e CA.El 4.- Le parti hanno presentato memorie. Ragioni della decisione 1.- Il contraddittorio davanti alla Corte non è stato instaurato nei confronti di P.A., P.G. e P.P., quali appellanti che hanno deciso di non spiegare il ricorso in cassazione avverso la sentenza di secondo grado che ha confermato la sentenza di prime cure. Nondimeno l'esito della lite - precisato nei termini che seguono - rende inutile tale integrazione. Il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo impone, infatti, al giudice ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c. di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue, perché non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, da effettive garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l'atto finale è destinato a produrre i suoi effetti. Ne consegue che, in caso di ricorso per cassazione prima facie infondato, appare superfluo, pur potendone sussistere i presupposti, disporre la fissazione di un termine per l'integrazione del contraddittorio ovvero per la rinnovazione di una notifica nulla o inesistente, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell'effettività dei diritti processuali delle parti Cass. Sez. 6-3, Ordinanza n. 16141 del 17/06/2019 Sez. 2, Ordinanza n. 12515 del 21/05/2018 Sez. 3, Sentenza n. 15106 del 17/06/2013 Sez. U, Ordinanza n. 6826 del 22/03/2010 . 2.- Tanto premesso, con il primo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell' art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell' art. 1120 c.c. , comma 4 già comma 2 , per avere la Corte d'appello ammesso l'innovazione relativa all'installazione dell'ascensore, nonostante, in base al progetto presentato dagli attori, essa rendesse le scale comuni inservibili all'uso e alla sicurezza sia dei condomini sia delle persone terze loro ospiti . Sul punto, si deduce che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ritenuto legittima, all'esito della comparazione tra vantaggi e svantaggi che l'opera comporta per i condomini, l'iniziativa delle appellate, volta all'installazione dell'ascensore nello stabile condominiale, ai sensi dell' art. 1102 c.c. , benché da essa scaturisca la riduzione della larghezza delle scale a cm. 77,00, al netto del corrimano, per tutte le rampe, e addirittura a cm. 74,00, per la prima rampa, così impedendo il passaggio contemporaneo di due persone e il passaggio orizzontale di una barella, in spregio alla obbligatorietà della larghezza minima delle scale comuni di almeno cm. 120,00. Ancora, i ricorrenti espongono che, alla stregua delle risultanze dell'espletata consulenza tecnica d'ufficio, la Corte territoriale avrebbe sbagliato nel considerare il solo criterio relativo all'uso delle scale ridimensionate a cura delle persone di media corporatura, dovendosi avere, invece, riguardo anche alle persone di grossa mole e peso, tra cui il condomino ricorrente CO.Gi., il cui passaggio sarebbe stato sicuramente limitato e in alcuni casi notevolmente difficoltoso. In ultimo, gli istanti obiettano che l'ascensore di cui si invoca l'installazione avrebbe una cabina di soli cm. 58,00, contro la prescrizione normativa minima di cm. 80,00, con la conseguenza che il relativo uso sarebbe stato limitato alle persone normodotate e di medio-piccola corporatura e, quindi, esso non sarebbe stato idoneo rispetto alla corporatura del Co., dovendosi, tra l'altro, rilevare che, come riportato dal consulente tecnico d'ufficio, all'interno della cabina avrebbe potuto accedere solo un portatore di handicap in grado di alzarsi dalla carrozzina, ma non certamente anche la carrozzina stessa. 2.1.- Il motivo è inammissibile. In primis, la Corte di merito ha fatto corretta applicazione del principio secondo cui, qualora un esborso relativo ad innovazioni non debba essere ripartito fra i condomini, per essere stato assunto interamente a proprio carico da uno di essi, trova applicazione la disposizione generale dell' art. 1102 c.c. , che contempla anche le innovazioni, in forza della quale ciascun partecipante può servirsi della cosa comune - purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri condomini di farne uguale uso, secondo il loro diritto - e può, perciò, apportare alla stessa, a proprie spese, le modificazioni necessarie a consentirne il migliore godimento Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 16815 del 24/05/2022 Sez. 2, Sentenza n. 4439 del 20/02/2020 Sez. 2, Ordinanza n. 31462 del 05/12/2018 Sez. 2, Sentenza n. 1529 del 11/02/2000 . Nella specie, in applicazione di detto principio, la decisione d'appello ha ritenuto che l'installazione dell'ascensore sulle parti comuni, a cura delle attrici e appellate T.R. e CA.El., a loro spese, sia legittima ex art. 1102 c.c. , non ricorrendo una limitazione della proprietà degli altri condomini, incompatibile con la realizzazione dell'opera. Per le stesse ragioni è legittima la delibera dell'assemblea di condominio che, con la maggioranza qualificata di cui all' art. 1136 c.c. , comma 5, ante novella di cui alla L. n. 220 del 2012 , richiamato dall'art. 1120, deliberi l'installazione di un ascensore nel vano scala condominiale a cura e spese di alcuni condomini soltanto, purché sia fatto salvo il diritto degli altri condomini di partecipare in qualunque tempo ai vantaggi di tale innovazione, contribuendo nelle spese di esecuzione dell'impianto ed in quelle di manutenzione dell'opera, ed ove risulti che dalla stessa non derivi, sotto il profilo del minor godimento delle cose comuni, alcun pregiudizio a ciascun condomino ai sensi dell' art. 1120 c.c. , comma 2, sempre ante novella , non dovendo necessariamente derivare dall'innovazione un vantaggio compensativo per il condomino dissenziente Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 18147 del 26/07/2013 Sez. 2, Sentenza n. 20902 del 08/10/2010 Sez. 2, Sentenza n. 1529 del 11/02/2000 . 2.2.- Ciò posto, occorre rilevare che, attraverso la doglianza sollevata, sotto le mentite spoglie di una violazione di legge, è posta, in realtà, una duplice questione attinente a profili valutativi in fatto, già esaminati dalla sentenza impugnata e non sindacabili in questa sede. Per un verso, si chiede, nella sostanza, di rivedere la comparazione effettuata dal Giudicante in ordine a due prescrizioni inconciliabili la realizzazione dell'ascensore e il mantenimento della larghezza delle scale, pari a ml. 1,20 , apprezzamento compiuto dalla Corte territoriale sulla scorta delle seguenti argomentazioni considerate attentamente le abitudini attuali di vita e le esigenze degli abitanti delle grandi città, nonché le attuali caratteristiche della popolazione italiana composta in misura di gran lunga prevalente da persone non giovani , il sacrificio minore si traduce nella riduzione della larghezza delle scale. Per altro verso, si prospetta la rinnovata ponderazione dell'altro aspetto già affrontato dalla Corte di merito, in ordine alla ricorrenza di un mero disagio incidente sul quomodo dell'uso della cosa comune e non già della inservibilità delle scale incidente sull'an di tale uso , aspetto che non può essere rivalutato dal Giudice di legittimità. Segnatamente, sul punto, la Corte territoriale ha osservato che ad orientare nel senso della prevalenza del vantaggio connesso all'installazione dell'ascensore erano le fotografie dell'edificio gemello, sito in omissis , dove era stato già installato un impianto di ascensore identico a quello di cui al progetto prodotto dalle appellate. Cosicché da tali riproduzioni fotografiche si poteva ricavare che la posizione del vano ascensore avrebbe implicato un disagio veramente minimo nell'uso quotidiano della scala, tanto che una persona di corporatura media avrebbe potuto affrontarle con normale facilità, pur rimanendo precluso il contemporaneo passaggio di due persone, con la conseguenza che la limitata lunghezza delle rampe e le buone condizioni di luminosità, anche in presenza dell'ascensore, avrebbero ridotto al minimo il disagio che la riduzione dei gradini avrebbe comportato. E' evidente, allora, che tali apprezzamenti non possono essere sindacati in questa sede, poiché attengono a profili meramente valutativi in fatto e non implicanti un errore di sussunzione della fattispecie. Sotto il primo profilo, allorché l'installazione di un ascensore su area comune sia funzionale allo scopo di eliminare delle barriere architettoniche o comunque di agevolare l'accesso alle proprie abitazioni, specie se poste ai piani alti, evitando di affrontare le scale , occorre tenere conto del principio di solidarietà condominiale, che implica il contemperamento di vari interessi, tra i quali deve includersi anche quello delle persone disabili all'eliminazione delle barriere architettoniche o comunque delle persone che hanno difficoltà ad affrontare le rampe , trattandosi di un diritto fondamentale che prescinde dall'effettiva utilizzazione, da parte di costoro, degli edifici interessati e che conferisce comunque legittimità all'intervento innovativo, purché lo stesso sia idoneo, anche se non ad eliminare del tutto, quantomeno ad attenuare sensibilmente le condizioni di disagio nella fruizione del bene primario dell'abitazione Cass. Sez. 2, Sentenza n. 7938 del 28/03/2017 Sez. 6-2, Ordinanza n. 6129 del 09/03/2017 Sez. 2, Sentenza n. 18334 del 25/10/2012 Sez. 2, Sentenza n. 28920 del 27/12/2011 . Infatti, l'interesse all'installazione, nonostante il dissenso di alcuni condòmini, dell'impianto di ascensore è funzionale al perseguimento di finalità non limitabili alla sola tutela delle persone versanti in condizioni di minorazione fisica, ma individuabili anche nell'esigenza di migliorare la fruibilità dei piani alti dell'edificio da parte dei rispettivi utenti, apportando una innovazione che, senza rendere talune parti comuni dello stabile del tutto o in misura rilevante inservibili all'uso o al godimento degli altri condomini, faciliti l'accesso delle persone a tali unità abitative, in particolare di quelle meno giovani. Detto contemperamento è stato espressamente effettuato dalla Corte territoriale, che, all'esito del bilanciamento tra utilità e svantaggi di due esigenze non conciliabili, ha dato argomentata preferenza all'installazione dell'ascensore. Anche sotto il secondo profilo vi è stata una specifica ponderazione della Corte territoriale, esente da vizi logici e giuridici. E tanto nel debito rispetto dell'assunto in forza del quale, in tema di condominio negli edifici, nell'identificazione del limite all'immutazione della cosa comune, disciplinato dall' art. 1120 c.c. , comma 2, dopo la novella art. 1120 c.c. , u.c. , il concetto di inservibilità della stessa non può consistere nel semplice disagio subito rispetto alla sua normale utilizzazione - coessenziale al concetto di innovazione -, ma è costituito dalla concreta inutilizzabilità della res communis, secondo la sua naturale fruibilità si può tener conto di specificità - che possono costituire ulteriore limite alla tollerabilità della compressione del diritto del singolo condomino - solo se queste costituiscano una inevitabile e costante caratteristica di utilizzo Cass. Sez. 2, Sentenza n. 7028 del 12/03/2019 Sez. 2, Ordinanza n. 21342 del 29/08/2018 Sez. 2, Sentenza n. 12930 del 24/07/2012 Sez. 2, Sentenza n. 15308 del 12/07/2011 . Alla stregua di queste direttrici, ai sensi dell' art. 1120 c.c. , comma 2, - nella formulazione ratione temporis applicabile, antecedente alle modifiche apportate dalla L. n. 220 del 2012 -, sono vietate le innovazioni che rendano talune parti comuni dell'edificio inservibili all'uso e al godimento anche di un solo condomino, comportandone una sensibile menomazione dell'utilità, secondo l'originaria costituzione della comunione. Nondimeno, l'indagine volta a stabilire se, in concreto, un'innovazione determini una sensibile menomazione dell'utilità che il condomino ritraeva dalla parte comune, secondo l'originaria costituzione della comunione, ovvero se la stessa, recando utilità ai restanti condòmini, comporti soltanto per uno o alcuni di loro un pregiudizio limitato, che non sia tale da superare i limiti della tollerabilità, è demandata al giudice del merito, il cui apprezzamento sfugge al sindacato di legittimità, se non nei limiti di cui all' art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5 Cass. Sez. 6-2, Ordinanza n. 3440 del 03/02/2022 Sez. 2, Ordinanza n. 12805 del 14/05/2019 . Nello stesso senso si sono espresse, seppure con esiti diversi la richiamata Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12847 del 01/06/2007 , ipotesi in cui la Corte di merito aveva rilevato che la riduzione della rampa a ml. 0,85 comportava una grave menomazione, rendendo disagevole il contemporaneo passaggio di due persone e problematico il trasporto di oggetti di grosse dimensioni e Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9033 del 04/07/2001 , ipotesi in cui, invece, la Corte di merito aveva escluso che tale riduzione implicasse l'inservibilità. Ma in entrambe le pronunce è stato evidenziato che si tratta di valutazione in fatto, logica ed incensurabile. Ebbene, il tentativo di rimettere in discussione il profilo, riproponendo la questione del pregiudizio alla servibilità del bene comune, attraverso la sola formale denuncia di una violazione di legge, si traduce nella inammissibile pretesa ad una rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella generica denuncia di un vizio motivazionale, neppure prospettabile, alla luce del nuovo art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5. 3.- Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell' art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 13 del 1989, e del D.M. n. 236 del 1989 , per non avere la Corte di merito considerato che l'installando ascensore non avesse i requisiti di legge, così come la scala residua, rispetto alla larghezza minima prescritta. In ordine a tale aspetto, si evidenzia che, a fronte della previsione nei palazzi nuovi o ristrutturati di un ascensore e di scale della larghezza minima di cm. 120,00, misura corrispondente all'attuale larghezza delle scale del fabbricato, la pretesa installazione dell'ascensore implicherebbe, per un verso, il montaggio di una cabina difforme dalle prescrizioni del D.M. n. 236 del 1989, art. 8.1. 12 , - cabine di dimensioni minime di ml. 1,20 di profondità e ml. 0,80 di larghezza - porta con luce netta minima di ml. 0,75 posta sul lato corto - piattaforma minima di distribuzione anteriormente alla porta della cabina di ml. 1,40 x ml. 1,40 e, per altro verso, il taglio dei gradini delle scale, con la conseguente violazione della larghezza minima di cm. 120,00, ai sensi del D.M. n. 236 del 1989, art. 8.1.10. 3 . 1 .- Il motivo è infondato. Infatti, come osservato dalla Corte territoriale, le prescrizioni di cui alla L. n. 13 del 1989 , e al decreto attuativo n. 236/1989 , si applicano, conformemente al principio di irretroattività fissato dall'art. 11 preleggi, comma 1, ai soli edifici realizzati successivamente all'entrata in vigore della legge o agli edifici preesistenti la cui integrale ristrutturazione sia successiva. Segnatamente, la L. n. 13 del 1989, art. 1, comma 1, così si esprime I progetti relativi alla costruzione di nuovi edifici, ovvero alla ristrutturazione di interi edifici, ivi compresi quelli di edilizia residenziale pubblica, sovvenzionata ed agevolata, presentati dopo sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge, sono redatti in osservanza delle prescrizioni tecniche previste dal comma 2 . Nella specie l'edificio posto in omissis è stato realizzato nell'anno 1960. 3.2.- In ogni caso, quand'anche tali prescrizioni tecniche si applicassero agli edifici preesistenti, esse sono comunque derogabili, seppure entro i ristretti limiti consentiti. Infatti, in tema di accessibilità degli edifici e di eliminazione delle barriere architettoniche, le prescrizioni tecniche dettate dal D.M. n. 236 del 1989, art. 8, in ordine alla larghezza minima delle rampe delle scale indicata nella misura di m. 1,20 , possono essere derogate mediante scrittura privata, poiché l'art. 7 del medesimo D.M., consente, in sede di progetto, di adottare soluzioni alternative alle suddette specificazioni e soluzioni tecniche, purché rispondenti alle esigenze sottintese dai criteri di progettazione Cass. Sez. 2, Ordinanza n. 2050 del 24/01/2019 Sez. 6-2, Ordinanza n. 18147 del 26/07/2013 . 4.- In definitiva, il ricorso deve essere disatteso. Ai sensi dell' art. 92 c.p.c. , comma 2, sussistono le condizioni per disporre la compensazione integrale delle spese di lite, poiché la giurisprudenza di legittimità innanzi richiamata si è consolidata dopo l'introduzione del giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento - ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, -, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l'impugnazione, se dovuto. P.Q.M. La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e compensa per intero tra le parti le spese e i compensi di lite. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 , comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.