Il bambino è troppo piccolo: esclusa l’aggravante del reato di maltrattamenti in famiglia in presenza di un minore

Il reato di maltrattamenti nei confronti di un infante che assiste alle condotte maltrattanti contro i suoi familiari è configurabile a condizione che le condotte siano idonee ad incidere sull’equilibrio psicofisico dello stesso .

Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi sul ricorso presentato da un imputato che era stato condannato dalla Corte d'Appello per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali nei confronti della madre e della sorella, in presenza del figlio di quest'ultima. In particolare, con il ricorso in Cassazione, l'imputato denuncia con il primo motivo la violazione di legge in relazione all' art. 572 c.p. per avere i giudici di secondo grado ritenuto sussistente l'abitualità dei maltrattamenti. Egli, infatti, afferma che durante la convivenza con la madre e la sorella si sarebbe verificato solo in un'unica occasione un fatto realmente lesivo dell'integrità fisica dei familiari, mentre per il resto del tempo ci sarebbero stati soltanto alcuni litigi. Con il secondo motivo, invece, contesta l'applicazione dell'aggravante dei maltrattamenti contro i familiari in presenza di un minore, sostenendo che il nipote avrebbe assistito al suddetto evento lesivo quando era troppo piccolo per subire un trauma. Il primo motivo di ricorso è infondato, mentre il secondo è fondato. Per quanto riguarda la prima questione, l' abitualità nel reato di maltratti in famiglia, infatti, può essere integrata anche nel caso in cui il compimento di più atti, delittuosi o meno, che determinino sofferenze fisiche o morali, vengano posti in essere in lasso temporale non necessariamente prolungato, a condizione che la protrazione della condotta sia comunque idonea a dar luogo ad uno stato di vessazione [ ] dei familiari conviventi Cass. n. 25183/2012 . Inoltre, affinché si possa configurare un clima di abituale afflizione della persona offesa, quando il periodo di convivenza è breve deve verificarsi una maggiore ripetitività ed offensività delle condotte. Nel caso in esame si riscontra tale circostanza, perché, al di là dell'episodio menzionato dall'imputato in cui egli ha aggredito la sorella, dal quadro rappresentato dai familiari emerge un clima di abituale vessazione, con offese e minacce rivolte quotidianamente alle conviventi. Per quanto attiene al secondo motivo, invece, il reato di maltrattamenti nei confronti di un infante che assiste alle vessazioni contro i suoi familiari è configurabile a condizione che le condotte siano idonee ad incidere sull' equilibrio psicofisico dello stesso Cass. n. 279620/2020 . Siccome il minore aveva solo tre mesi quando ha assistito all'episodio dell'aggressione, si deve escludere che quest'ultimo abbia potuto percepire il contesto ambientale e i maltrattamenti. Per questi motivi, la Corte di Cassazione annulla la pronuncia impugnata in riferimento al riconoscimento della suddetta aggravante.

Presidente Di Stefano Relatore Di Geronimo Ritenuto in fatto 1. La Corte di appello di Messina, in parziale riforma della sentenza di primo grado, confermava la condanna di C.A. per i reati di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali, riconoscendo le circostanze generiche equivalenti alle contestate aggravanti e, per l'effetto, rideterminava la pena in anni due e mesi due di reclusione. 2. Avverso la suddetta sentenza, sono stati formulati due motivi di ricorso. 2.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge in relazione all' art. 572 c.p. , sostenendo che la Corte di appello avrebbe erroneamente ritenuto sussistente l'abitualità della condotta di maltrattamenti, senza considerare che i fatti si erano svolti nell'arco di un ridotto periodo di convivenza. In particolare, l'imputato si era trasferito presso l'abitazione della madre, ove risiedeva anche la sorella, da circa un mese prima della commissione del reato di lesioni personali ai danni della sorella, dal quale scaturiva la presentazione della denuncia. L'unico fatto realmente lesivo dell'integrità fisica dei conviventi, si sarebbe verificato il omissis , mentre nel periodo antecedente vi sarebbero stati esclusivamente litigi e discussioni, inidonei a determinare quello stato di vessazione richiesto dall' art. 572 c.p. . 2.2. Con il secondo motivo, deduce violazione di legge in relazione all'errato riconoscimento dell'aggravante di cui all' art. 572 c.p. , comma 2. Il ricorrente dà atto che ai fini della configurazione del reato di maltrattamenti nei confronti di un minore occorre che questi abbia la capacità di percepire il clima di oppressione indotto dalla condotta illecita. Sostiene il ricorrente che il figlio della sorella avrebbe assistito esclusivamente all'episodio verificatosi il omissis e, comunque, questi, avendo all'epoca dei fatti solo tre mesi di vita, non era in condizione di subire conseguenze traumatizzanti. 3. Il procedimento è stato trattato in forma cartolare, ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8, e D.L.n. 105 del 23 luglio 2021, art. 7 . Considerato in diritto 1. Il ricorso è fondato nei limiti di cui in motivazione. 2. Il primo motivo è infondato. Nelle sentenze di primo e secondo grado è stato compiutamente ricostruito il clima familiare instauratosi a seguito del trasferimento dell'imputato presso l'abitazione materna, nella quale già conviveva anche la sorella dello stesso. La madre e la sorella dell'imputato hanno concordemente fornito un quadro connotato dall'abitualità di offese e minacce che l'imputato rivolgeva con cadenza sostanzialmente quotidiana nei confronti delle predette. Le persone offese hanno specificato che C. aveva instaurato un clima vessatorio all'interno della famiglia, tale da ingenerare fondati timori anche per la propria incolumità fisica. Il contesto che descrivono le sentenze di merito, pertanto, rientra appieno nella nozione di maltrattamenti in famiglia, dovendosi unicamente esaminare se nonostante la brevità della convivenza - circa un mese - si possa configurare il presupposto dell'abitualità. 2.1. Ritiene la Corte che al suddetto quesito va data risposta positiva, dovendosi affermare il principio secondo cui l'abitualità nel reato di maltrattamenti in famiglia può essere integrato anche nel caso in cui il compimento di più atti, delittuosi o meno, che determinino sofferenze fisiche o morali, vengano posti in essere in lasso temporale non necessariamente prolungato, a condizione che la protrazione della condotta sia comunque idonea dar luogo ad uno stato di vessazione e soggezione dei familiari conviventi vittima del reato in tal senso Sez. 6, n. 25183 del 19/12/2012, Rv.253041 si veda anche Sez.3, n. 6724 del 22/11/2017, dep. 2018, Rv. 272452 . La durata complessiva dell'arco temporale entro il quale si manifestano le condotte maltrattanti è un dato tendenzialmente neutro ai fini della configurabilità del reato, salvo restando che, se la convivenza si è protratta per un periodo, limitato occorrerà che i maltrattamenti siano posti in essere in maniera continuativa e ravvicinata. In definitiva, tanto più è ridotto il periodo della convivenza, tanto maggiore deve essere la ripetitività ed offensività delle condotte maltrattanti, affinché si ritenga instaurato quel clima di abituale vessazione della persona offesa che costituisce l'elemento tipico del reato in esame. Nel caso di specie, tale condizione deve ritenersi verificata, posto che - a prescindere dall'episodio in cui l'imputato ha cagionato lesioni personali alla sorella - le condotte maltrattanti avvenivano con una frequenza, sostanzialmente quotidiana, il che le rende idonee ad integrare il reato di cui all' art. 572 c.p. nonostante la breve durata della convivenza. 3. Il secondo motivo di ricorso è fondato. Occorre premettere che alle condotte maltrattanti ed, in particolare, all'episodio verificatosi il omissis avrebbe assistito il figlio di C.D. , sorella dell'imputato, che all'epoca aveva solo tre mesi. Sostiene il ricorrente che la tenera età del bambino era tale da non consentirgli di poter consapevolmente percepire l'accaduto, il che determinerebbe il venir meno dell'ipotesi aggravata. Sul tema questa Sezione si è già pronunciata con una recente sentenza secondo cui è configurabile il reato di maltrattamenti nei confronti di un infante che assista alle condotte maltrattanti poste in essere in danno di altri componenti della sua famiglia, a condizione che tali condotte siano idonee ad incidere sull'equilibrio psicofisico dello stesso Sez.6, n. 27901 del 22/09/2020, Rv. 279620 . Nel caso di specie, deve ritenersi che la tenera età del minore di soli tre mesi sia tale da consentire di escludere che questi possa aver in qualche modo percepito il contesto ambientale e le condotte maltrattanti, pertanto l'aggravante va esclusa. 4. L'annullamento limitato all'aggravante comporta la trasmissione degli atti alla Corte di appello per la rideterminazione della pena, fermo restando l'intervenuta irrevocabilità del giudizio di responsabilità sul reato di maltrattamenti. P.Q.M. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al riconoscimento dell'aggravante di cui all 'art. 572 c.p ., comma 2, e rinvia per la rideterminazione della pena ad altra sezione della Corte di appello di Messina.