Prestazione ambulatoriale negata e dottoressa accusata di incompetenza: esclusa l’ipotesi della diffamazione

Per i Giudici le frasi incriminate, contenute in un esposto inviato dalla donna a diversi esponenti istituzionali, sono frutto del legittimo esercizio del diritto di critica nei confronti dell’operato del medico.

Impossibile catalogare come diffamazione la forte critica con cui la paziente attribuisce al medico in un esposto rivolto a diversi esponenti istituzionali della Sanità una manifestata inesistente competenza professionale e una illogicità linguistica . Scenario della vicenda è l'Abruzzo. Casus belli è un esposto inviato da una donna al Dipartimento per la Salute' della Regione, all'assessore regionale della Sanità e al direttore sanitario dell'Azienda sanitaria locale, esposto in cui ella contesta fortemente l'operato della dottoressa che l'ha visitata e le ha successivamente negato una prestazione riabilitativa ambulatoriale che in precedenza le era stata riconosciuta. A far finire sotto accusa la donna è soprattutto un passaggio dell'esposto, passaggio in cui ella attribuisce alla dottoressa una manifestata inesistente competenza professionale e un'illogicità linguistica . A fronte di questo quadro, i giudici di merito ritengono legittima la condanna della donna, colpevole di aver offeso la reputazione della dottoressa , con pena fissata in 1.200 euro di multa e connesso obbligo di versare 1.000 euro come risarcimento alla dottoressa. Nel contesto della Cassazione, però, la donna prova a fornire una differente chiave di lettura per l'esposto da lei presentato. In sostanza, ella spiega che con l'espressione incriminata non ha offeso l'onore e il decoro della dottoressa mediante un attacco personale, ma ha espresso un'opinione relativa al suo operato professionale nell'ambito di un rapporto conflittuale dovuto alla mancata autorizzazione dei trattamenti sanitari che fino a quel momento le erano stati garantiti . Inoltre, la frase è stata indirizzata soltanto agli organi preposti alla valutazione dell'operato della dottoressa e senza utilizzare espressioni smodate , aggiunge la donna. Questa visione è ritenuta plausibile dai giudici di Cassazione. Ciò perché la donna sotto processo ha presentato sì un esposto a diversi organi istituzionali contestando l'operatore della dottoressa, ma lo ha fatto a seguito di una visita medica volta ad ottenere l'autorizzazione a una prestazione riabilitativa ambulatoriale a lei in precedenza già rilasciata a carico del Servizio sanitario nazionale' e a fronte, in particolare, del verbale della Unità di valutazione' , sottoscritto pure dalla dottoressa criticata, con cui la prestazione riabilitativa non le era stata concessa . In sostanza, ella ha indirizzato l'esposto a diversi soggetti istituzionali per denunciare la responsabilità disciplinare della dottoressa, attribuendole una manifestata inesistente competenza professionale e una illogicità linguistica . Queste espressioni, concludono i giudici, tenuto conto del contesto in cui sono state espresse e dei destinatari dell'esposto, vanno catalogate come un legittimo giudizio critico negativo volto a stigmatizzare le determinazioni della dottoressa, determinazioni cui ha fatto seguito il mancato rilascio dell'autorizzazione richiesta dalla donna . Di conseguenza, non può ravvisarsi un attacco gratuito ed arbitrario al patrimonio morale della professionista del settore medico tale da trasmodare in un'invettiva personale mediante espressioni inutilmente umilianti . Cade, quindi, in modo definitivo, l'ipotesi della diffamazione nei confronti della dottoressa, poiché, secondo i giudici di Cassazione, il contenuto dell'esposto presentato dalla donna va considerato come frutto del legittimo esercizio del diritto di critica .

Presidente Vessichelli Relatore Francolini Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 6 ottobre 2020 il Tribunale di Pescara, all'esito dell'appello interposto da L.V.M., ha confermato la pronuncia resa il 19 settembre 2019 dal Giudice di pace di Pescara che aveva affermato la responsabilità della stessa imputata per il delitto di diffamazione art. 595 c.p. in danno di G.A. e l'aveva condannata alla pena di Euro 1.200 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali, nonché al risarcimento dei danni - determinato in Euro 1.000 - in favore della G., costituitasi parte civile, ed al pagamento delle spese di costituzione. La sentenza di secondo grado ha, altresì, condannato l'imputata al pagamento in favore della parte civile delle spese di patrocinio in grado di appello. La responsabilità dell'imputata è stata affermata per aver offeso la reputazione della persona offesa, che esercita la professione medica, in un ricorso indirizzato al Dipartimento per la salute ed il welfare della Regione Abruzzo, all'Assessore regionale P.S. e al Direttore Sanitario dell'U.S.L. di omissis , a seguito di una visita medica cui L.V.M. si era sottoposta. Più in particolare, l'espressione in relazione alla quale ha riportato condanna è quella con cui ha attribuito alla Dott.ssa G. una manifestata inesistente competenza professionale e un' illogicità linguistica . 2. Avverso la sentenza di secondo grado è stato proposto ricorso per cassazione nell'interesse dell'imputata, articolando due motivi di seguito enunciati, nei limiti di cui all' art. 173 c.p.p. , comma 1, disp. att. . 2.1. Con il primo motivo - richiamando l' art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b ed e , - sono state denunciate la violazione della legge penale nonché la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, il travisamento del fatto, la mancanza di motivazione in relazione al mancato riconoscimento della provocazione. 2.2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione della legge penale, a cagione del mancato riconoscimento della scriminante del diritto di critica art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b . 3. La parte civile ha fatto pervenire memoria difensiva, note e conclusioni, con le quali ha contestato quanto addotto dal Procuratore generale e dalla ricorrente e, in particolare ha dedotto l'insussistenza dei presupposti sia della provocazione negando che abbia avuto luogo il fatto ingiusto della persona offesa e che ricorra la necessaria tempestività della reazione , sia del diritto di critica alla luce del tenore delle espressioni sprezzanti, gratuite ed irridenti impiegate dall'imputata ed ha chiesto il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente alle rifusione delle ulteriori spese del grado. Nell'interesse dell'imputata sono state presentate conclusioni con le quali si è insistito nell'accoglimento del ricorso. Considerato in diritto Rispetto al primo motivo di ricorso, con cui si è assunta la non punibilità del reato in ragione della provocazione, ha priorità logica la disamina del secondo motivo, con il quale è stata prospettata la sussistenza della scriminante del diritto di critica. Quest'ultimo è fondato nei termini che si esporranno rimanendo assorbita la rimanente censura. 1. Con il secondo motivo la difesa ha rassegnato che - come già dedotto con il gravame - con l'espressione in imputazione l'imputata non avrebbe offeso l'onore e il decoro della parte civile mediante un attacco personale, ma avrebbe espresso un'opinione relativa all'operato professionale di quest'ultima nell'ambito di un rapporto conflittuale dovuto alla mancata autorizzazione dei trattamenti sanitari che fino a quel momento le erano stati garantiti e che la frase sarebbe stata indirizzata soltanto agli organi preposti alla valutazione dell'operato della Dott.ssa G.e senza utilizzare espressioni smodate. Tale prospettazione sarebbe stata disattesa dal Tribunale in violazione dei principi posti dalla giurisprudenza di legittimità. 1.1. La giurisprudenza di questa Corte di legittimità è consolidata nel ritenere che - in tema di diffamazione, l'esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione, ma non vieta l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato Sez. 5, n. 17243 del 19/02/2020, Lunghini, Rv. 279133 - 01 cfr. pure Sez. 5, n. 15089 del 29/11/2019 - dep. 2020, Cascio Rv. 279084 - 01 Sez. 5, n. 4938 del 28/10/2010 - dep. 2011, Simeone, Rv. 249239 - 01 - difatti, la nozione di critica , quale espressione della libera manifestazione del pensiero rimanda anche e soprattutto all'area della disputa e della contrapposizione, oltre che della disapprovazione e del biasimo anche con toni aspri e taglienti, non essendovi limiti astrattamente concepibili all'oggetto della libera manifestazione del pensiero, se non quelli specificamente indicati dal legislatore. I limiti sono rinvenibili, secondo le linee ermeneutiche tracciate dalla giurisprudenza e dalla dottrina, nella difesa dei diritti inviolabili, quale è quello previsto dall' art. 2 Cost. , onde non è consentito - per quel che qui importa - trasmodare nella invettiva gratuita, salvo che la offesa sia necessaria e funzionale alla costruzione del giudizio critico Sez. 5, n. 12180 del 31/01/2019, Valente, Rv. 276033 - 01, che richiama, tra le altre, Sez. 5 n. 37397 del 24/06/2016, C., Rv. 267866 cfr. pure Sez. 5, n. 8721 del 17/11/2017 -dep. 2018, Coppola, Rv. 272432 - 01 Sez. 1, n. 40930 del 27/09/2013, Travaglio, Rv. 257794 - 01 - al riguardo, occorre contestualizzare le espressioni intrinsecamente ingiuriose, ossia valutarle in relazione al contesto spazio - temporale e dialettico nel quale sono state profferite, e verificare se i toni utilizzati dall'agente, pur forti e sferzanti, non risultino meramente gratuiti, ma siano invece pertinenti al tema in discussione e proporzionati al fatto narrato e al concetto da esprimere Sez. 5, n. 12180/2019, cit. Sez. 5 n. 32027 del 23/03/2018, Maffioletti, Rv. 273573 - e il giudice, chiamato a verificare se il negativo giudizio di valore espresso possa essere, in qualche modo, giustificabile nell'ambito di un contesto critico e funzionale all'argomentazione, così da escludere la invettiva personale volta ad aggredire personalmente il destinatario , con espressioni inutilmente umilianti e gravemente infamanti Sez. 5, n. 12180/2019, cit. cfr. pure Sez. 5 n. 31669 del 14/04/2015, Marcialis, Rv. 264442 Sez. 5 n. 15060 del 23/02/2011, Dessì, Rv. 250174 , deve apprezzare il contesto dialettico nel quale si realizza la condotta Sez. 5, n. 12180/2019, cit. Sez. 5 n. 37397/2016, cit. Deve, altresì, ribadirsi che in materia di diffamazione, la Corte di cassazione può conoscere e valutare l'offensività della frase che si assume lesiva della altrui reputazione perché è compito del giudice di legittimità procedere in primo luogo a considerare la sussistenza o meno della materialità della condotta contestata e, quindi, della portata offensiva delle frasi ritenute diffamatorie, dovendo, in caso di esclusione di questa, pronunciare sentenza di assoluzione dell'imputato Sez. 5, n. 486 del 19/09/2014, Demofonti, Rv. 261284 cfr. pure Sez. 5, n. 41869 del 14/02/2013, Fabrizio, Rv. 256706 . 1.2. Nel caso in esame, risulta dalle pronunce di merito che L.V.M.- a seguito di una visita medica volta ad ottenere l'autorizzazione a una prestazione riabilitativa ambulatoriale a lei in precedenza già rilasciata a carico del Servizio sanitario e a fronte, in particolare del verbale dell' unità di valutazione sottoscritto pure dalla Dott.ssa G., in ragione del quale essa non era stata concessa quantunque il motivo della mancata autorizzazione sia stato ravvisato nella mancata produzione da parte dell'imputato della documentazione medica necessaria - ha indirizzato l'atto in imputazione ai soggetti istituzionali sopra indicati, al fine pure di denunciare la responsabilità disciplinare della G., - per quanto qui di interesse - attribuendole una manifestata inesistente competenza professionale e una illogicità linguistica . Si tratta di espressioni con le quali, tenuto conto del contesto in cui sono state espresse e, segnatamente dei destinatari di esse, è stato formulato un giudizio critico negativo volto a stigmatizzare le determinazioni della Dott. G. cui ha fatto seguito il mancato rilascio dell'autorizzazione richiesta dall'imputata , nel quale non può ravvisarsi un attacco gratuito ed arbitrario al patrimonio morale della medesima professionista tale da trasmodare in un'invettiva personale mediante espressioni inutilmente umilianti. Devono, pertanto, ravvisarsi i presupposti dell'esercizio del diritto di critica, con la conseguenza che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, perché il fatto non costituisce reato. Rimane assorbita ogni ulteriore doglianza. P.Q.M. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non costituisce reato.