Vettura piazzata al volo sullo stallo riservato ai disabili, esposta sul parabrezza la copia del contrassegno per il parcheggio invalidi: legittima la condanna

Impossibile parlare di falso grossolano, visto e considerato che sono stati necessari alcuni esami strumentali per controllare il pass. Inutile anche il riferimento fatto dall’automobilista alla necessità contingente di parcheggiare momentaneamente la vettura.

Punibile l'esposizione sul parabrezza della vettura di una fotocopia ben fatta, per giunta dell'originale contrassegno per il parcheggio invalidi. Irrilevante il fatto che la sosta illegittima della vettura sia stata causata da una situazione contingente e sia durata poco tempo. Ricostruito facilmente l'episodio incriminato, i giudici di merito ritengono logica la condanna dell'automobilista una donna beccata a fare uso di un falso contrassegno per il parcheggio invalidi . Col ricorso in Cassazione, però, il legale che rappresenta la donna contesta l'accusa a carico della sua cliente, ossia di uso di un atto falso . E in questa ottica egli spiega, innanzitutto, che il contrassegno era realmente esistente e che la copia comunque grossolana a disposizione dell'automobilista era utilizzata poiché non sempre lo stesso parente accompagnava la titolare del permesso ossia la nonna dell'automobilista a fare le visite . Per ridimensionare l'episodio, infine, il legale sottolinea che in ogni caso, l'automobilista si era semplicemente recata all'interno del negozio dove lavorava per prendere le chiavi del portone e condurre il veicolo nel palazzo dove abitava . I Giudici di Cassazione ritengono però prive di peso specifico le obiezioni proposte dal legale della donna. Per quanto concerne la presunta grossolanità del falso , essa è stata razionalmente esclusa, vista e considerata, sottolineano i magistrati, la necessità di esami strumentali di verifica . Inoltre, non si può dimenticare che alcuni indicatori sospetti erano emersi solo quando gli agenti avevano potuto esaminare direttamente il documento loro esibito dalla donna da loro successivamente rintracciata . Privo di logica, poi, il riferimento difensivo ai motivi contingenti del parcheggio, altrimenti non consentito nella zona all'automobilista . Difatti, è inutile il richiamo a presunti motivi contingenti una volta accertato, come in questo caso, l'uso del documento falso , concludono i Giudici.

Presidente Scarlini Relatore De Marzo Ritenuto in fatto e considerato in diritto 1. Con sentenza del 05/10/2020 la Corte d'appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado che aveva condannato alla pena di giustizia S.D. , avendola ritenuta responsabile del reato di cui all' art. 489 c.p. , per avere fatto uso di un falso contrassegno per il parcheggio invalidi. 2. Nell'interesse dell'imputata è stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai motivi di seguito enunciati nei limiti richiesti dall' art. 173 disp. att. c.p.p. . 2.1. Con il primo motivo si lamenta inosservanza ed erronea applicazione dell' art. 489 c.p. , rilevando a che il contrassegno era realmente esistente e che la copia - comunque grossolana - a disposizione dell'imputata era utilizzata poiché non sempre lo stesso parente accompagnava la titolare del permesso - ossia la nonna dell'imputata - a fare le visite b che, in ogni caso, l'imputata si era semplicemente recata all'interno del negozio dove lavorava per prendere le chiavi del portone e condurre il veicolo nel palazzo dove abitava. 2.2. Con il secondo motivo si lamenta la mancata applicazione dell' art. 131 bis c.p. . 3. Sono state trasmesse, ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8, conv. con L. 18 dicembre 2020, n. 176 , le conclusioni scritte del Sostituto Procuratore generale, Dott. V. S., il quale ha concluso per l'inammissibilità del ricorso. 4. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, per manifesta infondatezza e assenza di specificità, in quanto, per un verso, insiste nella tesi della grossolanità del falso, razionalmente esclusa dai giudici di merito alla luce della stessa necessità di esami strumentali di verifica e ciò senza dire che, anche seguendo il ricorso, alcuni indicatori sospetti erano emersi solo quando gli operanti avevano potuto esaminare direttamente il documento loro esibito dalla donna da loro successivamente rintracciata e, dall'altro, ripropone la tesi dei motivi contingenti del parcheggio, altrimenti non consentito nella zona all'imputata, laddove i primi sono del tutto irrilevanti, una volta che sia stato fatto uso del documento falso. 5. Inammissibile per assenza di specificità è anche il secondo motivo, dal momento che, come osservato dalle Sezioni Unite di questa Corte, il giudizio sulla tenuità del fatto richiede una valutazione complessa, che ha ad oggetto le modalità della condotta e l'esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell' art. 133 c.p. , comma 1, richiedendosi una equilibrata considerazione di tutte le peculiarità della fattispecie concreta che tenga conto anche del grado di colpevolezza desumibile dalle modalità della condotta e dell'entità del danno o del pericolo arrecato alla persona offesa e non solo di quelle che attengono all'entità dell'aggressione del bene giuridico protetto Sez. U, n. 13681 del 25/2/2016, Tushaj, Rv. 266590 . In tale cornice normativa, del tutto razionale è la valutazione espressa dalla Corte territoriale, quanto alla non particolare tenuità del fatto. 6. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 c.p.p. , la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in Euro 3.000,00. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Motivazione semplificata.