I limiti alla risarcibilità del danno sofferto dal nipote in tenera età per la morte del nonno

La Cassazione torna sul danno da perdita del rapporto parentale, respingendo la domanda di risarcimento invocato a favore della nipote di soli 8 mesi per la scomparsa del nonno.

Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla domanda di risarcimento del danno avanzata dai genitori di una minore in conseguenza della morte del nonno a seguito di un sinistro. In particolare, i ricorrenti denunciano la perdita di una sorta di rapporto parentale futuro , ossia della perdita che, una volta cosciente, la minore avverte e che consiste nel non poter aver il nonno con sé, ossia vivere dei momenti con lui come nella normalità dei rapporti tra nonno e nipote . A tal proposito, la Corte rammenta che il danno al minore infante è qualificabile come danno futuro e che, a sua volta, per il danno futuro possono ipotizzarsi due diverse configurazioni il danno virtuale e quello eventuale . Il primo dei due è un danno certo al momento del fatto illecito, ma destinato ad avere ripercussioni nel futuro il danno futuro eventuale è invece un danno che al momento del fatto illecito non si sa se si verificherà in futuro, ed è quindi ipotetico . Ciò premesso, la Suprema Corte evidenzia che la perdita del rapporto parentale, nella sua dimensione non patrimoniale, determina la perdita dei reciproci affetti in corso, che sono, a differenza del danno morale soggettivo, dimensioni oggettive del pregiudizio, ossia utilità la cui estinzione rileva a prescindere dalla sofferenza che quella perdita può produrre sul parente sopravvissuto Cass. civ., n. 18284/2021 . Pertanto, la perdita del rapporto parentale, in quanto perdita delle utilità che il rapporto consente, è necessariamente una perdita attuale , che consiste nella definitiva impossibilità di godere di quel legame, con la conseguenza che costituisce pregiudizio rilevante solo per il congiunto che di tale rapporto sia parte, non in senso formale, ma nel senso di poter trarre dal rapporto le utilità che esso offre e che l'illecito fa perdere definitivamente. Il danno futuro dell'infante, ovvero la sua futura sofferenza per la perdita attuale del nonno, è dunque un danno eventuale che non può essere ritenuto rilevante ora per allora, in quanto se si può riconoscere, in astratto, una eventuale sofferenza postuma, non si può ammettere un godimento postumo dei beni che il rapporto familiare consente . Per questi motivi, la Corte respinge il ricorso.

Presidente Relatore Sprito Ritenuto che 1.- Z.J., Z.N., Z.G., P.I.C., in proprio, e Zb.Gi. e B.D. quali rappresentanti legali della minore B.R.N., nonché P.I.C. e P.M.S., quali rappresentanti legali della minore P.L.G., sono tutti parenti, figli in particolare, di Z.V., rimasto vittima di un incidente stradale il omissis , investito mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali e deceduto dopo tre giorni. 2.- I congiunti della vittima hanno agito in giudizio nei confronti di D.L.M., conducente del veicolo, e della società D.L. informatica SRL proprietaria, nonché della omissis spa che garantiva il veicolo investitore, dopo che comunque quest'ultima aveva corrisposto alcune somme a ristoro del danno inferto dall'assicurato. 3.- In particolare, gli eredi della vittima hanno agito davanti al Tribunale di Roma, per conseguire un maggio risarcimento rispetto a quello spontaneamente riconosciuto dalla assicurazione, ed il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità del D.L., liquidato un importo complessivamente superiore a quello corrisposto in via extragiudiziale dalla omissis , e condannato quindi i convenuti al pagamento della differenza. Questa decisione è stata appellata sia dai convenuti che dagli eredi, da parte dei primi, relativamente alla risarcibilità di alcuni danni, e, da parte dei secondi, relativamente alla quantificazione del danno nonché relativamente al mancato riconoscimento di quest'ultimo a favore di una delle due nipoti, che al momento del fatto era in tenerissima età. La Corte di appello di Roma ha rigettato gli appelli incidentali ed ha riconosciuto in parte fondati gli appelli principali, aumentando di poco la somma riconosciuta in primo grado ha tuttavia escluso il risarcimento del danno in favore della nipote che all'epoca dei fatti aveva 8 mesi. 4.- I ricorrenti propongono tre motivi di ricorso avverso tale sentenza per contro si sono costituiti con controricorso sia la omissis spa che la società informatica D.L. e D.M., i quali hanno proposto ricorso incidentale basato su tre motivi. I ricorrenti hanno, a loro volta, notificato controricorso avverso tale ricorso incidentale. Il PM ha chiesto che sia il ricorso principale che quello incidentale vengano dichiarati inammissibili. Considerato che 5.- l'ambito del ricorso. Le questioni poste dal ricorso principale sono essenzialmente le seguenti la Corte di appello avrebbe violato le stesse tabelle del Tribunale di Roma, a cui pur ha dichiarato di far riferimento nella liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale a favore della figlia, con cui la vittima conviveva, dando a tale convivenza una rilevanza in termini di risarcimento inferiore rispetto a quella prevista dalle stesse tabelle la Corte, allo stesso modo, ha attribuito una rilevanza inferiore a quella tabellare quanto al rapporto parentale tra la vittima e la nipote più grande, quella delle due a cui favore è stato riconosciuto un risarcimento infine ha erroneamente negato il risarcimento a favore della giovanissima altra nipote che, come si è detto, aveva al momento del fatto solo otto mesi. 6.-Invece, il ricorso incidentale contesta alla sentenza impugnata di avere ritenuto provata la convivenza tra una delle figlie e la vittima, senza che vi fosse alcun elemento di prova di tale situazione e quindi di avere conseguentemente maggiorato il risarcimento in ragione di tale convivenza in modo del tutto infondato di avere comunque presunto in modo errato che in tale convivenza, ove eventualmente esistente, la vittima contribuiva anche economicamente a favore della figlia e che quindi la sua uccisione ha comportato per quest'ultima una perdita risarcibile ulteriore di avere infine riconosciuto il risarcimento a favore dell'altra nipote, quella di maggiore età, non tenendo conto che al momento del fatto la vittima risultava essersi comunque allontanata dalla casa in cui viveva questa nipote, e che quindi non poteva il diritto al risarcimento di quest'ultima essere giustificato sulla base di una convivenza con il de cuius. 7.- I primi due motivi del ricorso incidentale condizionano la decisione relativa al primo ed al terzo motivo del ricorso principale che, come si è detto, attengono al quantum del risarcimento a favore della figlia convivente e della nipote più grande, mentre per l'appunto il ricorso incidentale mira a contestare l'an di quel risarcimento. 8.- La questione della convivenza della figlia con la vittima. Il primo motivo del ricorso principale fa valere violazione degli artt. 1226,2043,2056,2059 c.c Secondo i ricorrenti, ma il motivo interessa esclusivamente la ricorrente I.C., ossia la figlia ritenuta convivente con la vittima al momento del fatto, i giudici di merito avrebbero violato le stesse tabelle a cui hanno fatto riferimento per la quantificazione del danno, ossia le tabelle del Tribunale di Roma, che alla convivenza tra vittima e danneggiato di riflesso fanno discendere un aumento di quattro punti ed una maggiorazione di 37.000,140 Euro - nella fattispecie - anziché di 20.000 Euro come riconosciuto dalla Corte d'appello, che dunque avrebbe fatto erronea applicazione degli stessi criteri che si era data per la liquidazione del danno. Questo motivo di ricorso presuppone che si esamini il primo motivo del ricorso incidentale, con il quale si denuncia violazione dell' art. 115 c.p.c. , ed attraverso cui si rimprovera, al contrario, alla sentenza impugnata di aver dedotto l'esistenza di una convivenza tra la vittima e la figlia I.C. sulla base delle sole dichiarazioni dell'appellante e del certificato di residenza in atti, elementi insufficienti a fornire quella dimostrazione. In sostanza, laddove il primo motivo del ricorso principale mira a contestare l'ammontare del risarcimento riconosciuto, il ricorso incidentale mira a contestare l'an di tale risarcimento, negandone il presupposto di fatto, vale a dire la convivenza tra vittima e figlia. A ben vedere, anche il secondo dei motivi del ricorso incidentale condiziona l'esame del ricorso principale. Con il secondo motivo di ricorso incidentale, che fa valere violazione dell' art. 115 c.p.c. e degli artt. 2697 e 2729 c.c., si censura la circostanza di aver riconosciuto una maggiorazione del risarcimento, sempre a favore di tale figlia convivente, sull'assunto indimostrato che il padre, vittima dell'incidente, oltre che convivere con quest'ultima, contribuisse altresì al suo sostentamento, almeno in parte. Va dunque posta attenzione a questi due motivi del ricorso incidentale, che hanno logicamente influenza su quelli del ricorso principale. Essi sono infondati. I giudici di merito ricavano la circostanza che la vittima convivesse con questa sua figlia non solo dal fatto che aveva trasferito presso quest'ultima la residenza, elemento che potrebbe di suo essere già sufficiente e che non può considerarsi del tutto irrilevante, ma altresì dalle dichiarazioni delle altre parti ricorrenti, che in realtà, pur essendo dichiarazioni di parte, hanno comunque una loro rilevanza non fosse altro perché provengono da persone, le altre sorelle e gli altri fratelli, che avrebbero avuto interesse contrario ad affermare la convivenza propria, anziché quella di altro familiare, con il de cuius, onde lucrare loro direttamente la maggiorazione del risarcimento. Inoltre, i giudici di appello fanno, sia pure generico riferimento, ai documenti allegati, tra i quali, come ricordano i ricorrenti nel loro controricorso al ricorso incidentale, vi erano le buste paga del de cuius da cui risultava il domicilio e da cui risultava che il luogo del lavoro era vicino a casa della figlia. L'accertamento della convivenza è indotta da tutti questi elementi. In sostanza, sebbene la motivazione sia succinta, si può dire che i giudici d'appello hanno correttamente utilizzato il ragionamento presuntivo per affermare la coabitazione tra la figlia I.C. ed il genitore vittima dell'incidente. Allo stesso modo può dirsi che la decisione fonda correttamente la presunzione di sostentamento economico del padre verso la figlia sul criterio di normalità sociale che, in casi simili, fa presumere quella contribuzione, in caso di convivenza. 8.1.- La questione del rispetto delle tabelle prescelte. Ciò detto, ed escluso quindi che, come denunciato con i motivi del ricorso incidentale, erroneamente è stata operata presunzione di convivenza e di mantenimento economico tra la vittima e la figlia, va considerato il primo motivo del ricorso principale che denuncia, come si è detto innanzi, violazione dei criteri tabellari di quantificazione del danno. Il motivo è fondato. Non è qui il caso di affrontare la questione circa il vincolo che le tabelle che, come è noto, sono mere stipulazioni su come quantificare un pregiudizio alla persona, possono o devono avere nel giudizio sulla stima del danno non patrimoniale. Resta altresì fuori da questo giudizio la rilevanza accordata dalla decisione impugnata alle tabelle di Roma anziché a quelle di Milano, che, per alcuni versi, godono del favore di questa Corte, come da ultimo riconosciuto da Cass. 8532/2020 . Infatti, nessuna delle parti, né i ricorrenti principali né i ricorrenti incidentali, ha posto la questione della violazione delle tabelle milanesi, ossia della illegittimità della scelta della Corte di appello di Roma di adottare le tabelle romane anziché quelle di Milano, che rimane una scelta dunque incontestata. Ciò detto, ed al di là per l'appunto del valore da riconoscersi alle tabelle nella liquidazione del danno, laddove il giudice abbia fatto riferimento, quale criterio per il risarcimento, ad una determinata tabella, cosi come ad un qualunque altro criterio, egli è tenuto ovviamente a rispettarlo, a meno che non motivi in modo adeguato le ragioni per le quali rispetto ad una determinata voce di danno non ritenga di dover seguire quel criterio. Invece, la Corte di Appello non ha dato conto della applicazione di un criterio in deroga, quanto alla personalizzazione in questione, a quello che gli offrivano le tabelle romane, che pure erano state scelte dalla medesima Corte come quelle di riferimento per la stima del pregiudizio. Questa questione si pone in modo analogo nel terzo motivo di ricorso principale, che ha, per contro, il suo pregiudizio logico nel terzo motivo del ricorso incidentale. Con il terzo motivo del ricorso incidentale, infatti, si denuncia nuovamente violazione dell' art. 115 c.p.c. e si censura la sentenza impugnata nella parte in cui avrebbe basato il risarcimento a favore della più grande delle due nipoti, ossia B.R.N., senza però tener conto che emergeva chiaramente come non vi fosse più convivenza con la vittima al momento del fatto, avendo quest'ultima lasciato la casa dove viveva la nipote sin dal 2006 per trasferirsi altrove. Per contro, il terzo motivo del ricorso principale censura, per violazione degli artt. 1226,2043,2056 e 2059 c.c. , la decisione impugnata, che, riconosciuto quel risarcimento in favore della nipote più grande, lo ha però liquidato disattendendo le stesse tabelle del Tribunale di Roma ancora una volta, mentre questo motivo mira al quantum, quello incidentale contesta l'an, e dunque quello è logicamente subordinato a questo. Ma il motivo incidentale è infondato. Infatti, la decisione impugnata non risarcisce la perdita della convivenza, ma la perdita del rapporto parentale ed affettivo con il nonno, di cui la convivenza è indice, ma non elemento costitutivo esclusivo la decisione impugnata osserva come, pur essendosi allontanato il nonno dalla dimora della nipote, ciò non ha inciso sul rapporto di affezione e comunque sulla rilevanza del rapporto parentale tra i due. E dunque la Corte di Appello stessa non nega che la convivenza, ad un certo punto, sia cessata, piuttosto ritiene ininfluente questo elemento sulla rilevanza del pregiudizio subito dalla nipote per la perdita del nonno, in quanto il legame tra i due si era comunque consolidato durante il tempo, passato, in cui avevano vissuto insieme. Se si ammette che il pregiudizio è nella perdita del rapporto parentale - non nella perdita della convivenza, ed è ovvio che si tratta di due situazioni distinte-allora la censura è fuori dalla ratio. Stessa conclusione se oggetto del risarcimento è la sofferenza psichica della minore il danno morale che può prodursi anche se la convivenza con il nonno è cessata da pochi anni. E così, di conseguenza se è infondato il motivo di ricorso incidentale, e dunque se si riconosce che la Corte ha correttamente dato rilevanza alla convivenza tra la nipote più grande ed il nonno, allora è fondato il terzo motivo del ricorso principale, che denuncia violazione delle tabelle anche su questo punto lo è per le ragioni già dette in precedenza. 9.- Il danno al minore infante. Il secondo motivo del ricorso principale, che non subisce condizionamenti da alcuno dei motivi di ricorso incidentale, denuncia violazione degli artt. 1226,2043,2056,2059 c.c., e censura la decisione impugnata nella parte in cui ha escluso il risarcimento a favore della nipote più piccola, che all'epoca del fatto aveva solo otto mesi. La ratio della decisione impugnata è che a quell'età non può esservi pregiudizio dovuto alla sofferenza per la perdita, in quanto la sofferenza è propria di soggetti di maggiore coscienza, a meno di una prova contraria. Questa affermazione è contestata dai ricorrenti sostenendo che non tanto del danno morale si deve discutere quanto della perdita di una sorta di rapporto parentale futuro, ossia della perdita che, una volta cosciente, la minore avverte e che consiste nel non poter aver il nonno con sé, ossia vivere dei momenti con lui come nella normalità dei rapporti tra nonno e nipote. Il motivo è infondato. La questione è posta, sia pure non esplicitamente, nel ricorso, sotto due aspetti quello del danno morale soggettivo e quello del danno, che da quest'ultimo si differenzia per come la giurisprudenza di questa Corte lo ha enucleato, del danno da perdita del rapporto parentale. Non cumulativamente, ma parrebbe, alternativamente. Non è chiaro, in sostanza, quale qualificazione pretenda il motivo di ricorso - e tutto sommato neanche quale sia stata quella del giudice di merito. Per altro verso, è sicuro che i ricorrenti non chiedono una duplicazione del risarcimento, proprio in quanto non pretendono espressamente che oltre al pregiudizio soggettivo danno morale sia liquidato anche quello oggettivo la perdita del rapporto parentale in sé . Ne' la sentenza impugnata, del resto, né il ricorso, contengono una distinzione tra questi due pregiudizi, per il caso di perdita del parente. In tal modo, non è necessario qui discutere l'orientamento iniziato da Cass. sez. un. 26972/2008 secondo cui la perdita di una persona cara implica necessariamente una sofferenza morale, la quale non costituisce un danno autonomo, ma rappresenta un aspetto - del quale tenere conto, unitamente a tutte le altre conseguenze, nella liquidazione unitaria ed omnicomprensiva - del danno non patrimoniale. Ne consegue che è inammissibile, costituendo una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione, al prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza di un fatto illecito costituente reato, del risarcimento a titolo di danno da perdita del rapporto parentale, del danno morale . Affermazione che ha avuto, sì, seguito nei suoi esatti termini in decisioni successive Ad esempio 25351/2015 , ma che ha visto altresì la questione precisata in termini più appropriati in Cass. 2557/2011 secondo cui il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l'incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare la cui tutela ex art. 32 Cost. , ove risulti intaccata l'integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico , sia dall'interesse all'integrità morale la cui tutela, ricollegabile all' art. 2 Cost. , ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo . Ad ogni modo, si ripete, non si fa questione qui di duplicazione i ricorrenti hanno chiesto che venga risarcito il pregiudizio da perdita del nonno, a favore della nipote infante, quale che esso sia, come lo si qualifichi, e non in due, ma in una sola voce. Quindi non postulano alcuna duplcazione. Semmai, allora va posta questione se essi hanno inteso riferirsi al danno morale soggettivo, ossia alla sofferenza che potrebbe in futuro provare la minore, quando sarà in età di avvertire la perdita, oppure se abbiano inteso riferirsi, alternativamente, alla perdita del rapporto parentale in quanto tale - e le due situazioni sono distinte per pacifico assunto, non cumulabili, se si vuole, ma di certo distinte, ed alternativamente risarcibili. Rispetto ad entrambi i pregiudizi può assumersi conclusione negativa. La prima questione, relativa al danno morale soggettivo, è se quest'ultimo possa rilevare per un infante quando costui ha modo ed età di patirlo, e dunque nei termini di un danno futuro. In questo senso si è attestata la giurisprudenza di questa Corte per diversi anni, quando il modello di danno patrimoniale era offerto da quello morale e quando, dunque, per evitare che l'incoscienza dell'infante impedisse di ammettere una sofferenza d'animo, si ricorreva all'espediente del danno futuro non può soffrire oggi, ma soffrirà quando avrà coscienza della perdita, ed ovviamente la dissociazione temporale tra il fatto illecito ed il pregiudizio che ne segue non impedisce la rilevanza del danno, non essendo connaturale a quest'ultimo la contestualità con l'azione lesiva Cass. 1079 del 1974 Cass. n. 2731 del 1968 . Quell'espediente era una conseguenza del fatto che l'unica ipotesi di danno non patrimoniale rilevante, quando quella giurisprudenza si è formata, era il danno morale soggettivo cosi che il danno futuro, ossia la dissociazione temporale tra fatto lesivo e ripercussione dannosa, costituiva un rimedio di politica del diritto alla eventualità che all'infante, non patendo immediatamente sofferenza per la perdita, venisse negato risarcimento, pur potendo invece quella sofferenza prodursi in seguito. Così come analogo espediente era quello di riconoscere danno morale soggettivo agli enti, dicendo che a soffrire sono le persone fisiche che li compongono. Ma che si possa dare dissociazione temporale tra fatto lesivo e pregiudizio non basta. Infatti, per il danno futuro possono ipotizzarsi due diverse configurazioni il danno virtuale e quello eventuale. Il primo dei due è un danno certo al momento del fatto illecito, ma destinato ad avere ripercussioni nel futuro. Esempio di tale ipotesi è l'invalidità permanente, la quale esiste già al momento della lesione, ma è destinata a prolungarsi in seguito. Caratteristica del pregiudizio futuro virtuale è di essere suscettibile di stima e valutazione immediate. Il danno futuro eventuale è invece un danno che al momento del fatto illecito non si sa se si verificherà in futuro. E' un danno ipotetico. Ad esempio, la costruzione di un parco di divertimenti adiacente ad una abitazione potrebbe in futuro far perdere valore all'immobile, e così la perdita del nonno al momento in cui il nipote è in tenerissima età potrebbe comportare una sofferenza morale quando quest'ultimo avrà l'età per avvertirla. Di conseguenza, mentre nel caso di danno virtuale l'incertezza attiene al tempo entro cui il danno si manifesterà, o a quanto esso durerà, nel danno eventuale l'incertezza riguarda proprio la sopravvenienza stessa del pregiudizio. Il danno futuro dell'infante, la sua futura sofferenza per la perdita attuale del nonno, è dunque un danno eventuale che non può essere ritenuto rilevante ora per allora. Medesima conclusione può assumersi per la perdita del rapporto parentale, ossia per il caso in cui il pregiudizio in capo all'infante sia visto nei termini di perdita del congiunto. Questo tipo di danno ha avuto riconoscimento nella giurisprudenza di questa Corte le decisioni sono numerose, da ultimo ne costituiscono indice, ed affrontano aspetti diversi, Cass. 18284/2021 Cass. 24689/2020 Cass. 28989/2019 per il fatto che la perdita del rapporto parentale, nella sua dimensione non patrimoniale, determina con sé perdita dei reciproci affetti in corso, della relazione di solidarietà e del rapporto di intimità tra congiunti, che sono, a differenza del danno morale soggettivo, dimensioni oggettive del pregiudizio, ossia utilità la cui estinzione rileva a prescindere dalla sofferenza che quella perdita può produrre sul parente sopravvissuto sono, in altri termini, perdite di utilità diverse dalla serenità morale. Ma, anche in tale dimensione, il pregiudizio è rilevante solo se attuale, e lo è per sua natura. Se la dissociazione, almeno astrattamente, è concepibile per la sofferenza soggettivail danneggiato subisce una lesione di cui è in grado di patire solo in futurola perdita del rapporto parentale, in quanto perdita delle utilità che il rapporto consente, è necessariamente una perdita che rileva immediatamente e che si esaurisce nella contestualità di lesione e danno, per la semplice ragione che è pregiudizio risarcibile in quanto perdita del godimento di quelle utilità . Ed il godimento futuro di una situazione passata, in quanto annientata dall'illecito, è difficile da ammettere. In sostanza, la perdita del legame affettivo è perdita attuale, consiste nella definitiva, per l'appunto, impossibilità di godere di quel legame, difficile da ammettersi come perdita differita rispetto alla lesione, come invece potrebbe in astratto essere per la sofferenza morale. Con la conseguenza che la perdita del rapporto parentale è pregiudizio rilevante solo per il congiunto che di tale rapporto sia parte, ovviamente non in senso formale, ma che lo sia nel senso di poter trarre dal rapporto le utilità che esso offre reciproco affetto, solidarietà, comunanza familiare, la cui natura presuppone naturalmente una certa capacità di trarre beneficio da quel rapporto, di averne le utilità che offre e che l'illecito fa perdere definitivamente. E che l'infante non ha. Se si può ammettere, in astratto, una eventuale sofferenza postuma, non si può ammettere un godimento postumo dei beni che il rapporto familiare consente. Vanno pertanto rigettati sia il ricorso principale che quello incidentale. P.Q.M. La Corte rigetta sia il ricorso principale che quello incidentale. Compensa le spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 , comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, sia principale che incidentale, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unifico, pari a quello dovuto per il ricorso.