Saccheggi fascisti in danno dei partigiani

L’autore e l'editore, nel giorno della celebrazione del 77 anniversario della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, ricordano la sentenza del Tribunale di Mantova del 12 marzo 1947 edita in Foro it., 1947, 762 che ha riconosciuto lo Stato tenuto a risarcire i danni arrecati ai partigiani i quali subirono dalle brigate nere atti di saccheggio a titolo di rappresaglia.

La vicenda in lite. Questa la fattispecie sottoposta alla cognizione del Tribunale di Mantova. Per ordine del comandante delle brigate nere di Mantova venne disposta una irruzione nell'abitazione di alcuni partigiani al fine di procederne alla cattura. Non avendoli trovati in casa, il medesimo comandante impartì un ordine di cattura nei confronti dei partigiani, di fermo dei loro familiari e di asportazione degli oggetti e della mobilia di loro proprietà rinvenuti nell'immobile e trattenuti presso il Comando. In considerazione del carattere politico-militare dell'asportazione degli effetti mobili subita, venne formulata dai partigiani-attori richiesta risarcitoria nei confronti dello Stato. Il Tribunale accolse la domanda ritenendo lo Stato tenuto al risarcimento del danno ai sensi del d.lgs., 6 settembre 1946 n. 226. Le brigate nere sono equiparate alle forze armate nemiche. Il Tribunale di Mantova, ai fini della valutazione della domanda risarcitoria, reputò necessario accertare anzitutto se il fatto denunciato potesse qualificarsi come fatto di guerra ai sensi del citato d. lgs. n. 226/1946. La questione venne risolta in senso positivo mediante un articolato percorso motivazionale. Il richiamato d. lgs. espressamente considerava fatto di guerra, ai fini del risarcimento, quello compiuto dalle forze armate nazionali, alleate o nemiche alle quali erano poi equiparate le formazioni volontarie partecipanti alle formazioni belliche suddette. Muovendo da questo presupposto normativo, a detta del Giudice le formazioni della brigata nera dovevano ritenersi equiparate alle forze armate nemiche . Trattavasi infatti di formazioni volontarie che si affiancavano alle forze armate tedesche e ciò sia per le persone che le componevano tutte aderenti alla repubblica fascista alleata dei tedeschi sia per il loro inquadramento di tipo militare, sia infine per gli scopi che si proponevano di raggiungere e per i mezzi utilizzati vittoria delle armi tedesche e repressione, con uso delle armi medesime, di ogni movimento di resistenza o di offesa delle forze armate nemiche . Tale conclusione, ad avviso del Tribunale, era d'altronde corroborata anche dalla logica se infatti si fosse seguita l'opinione contraria si sarebbe giunti all'inaccettabile approdo che, in ipotesi di danni arrecati dalle brigate nere, nell'impossibilità di identificare i soggetti agenti, nessun indennizzo sarebbe stato corrisposto alle vittime. Così però, puntualizza il Giudice, non avrebbe potuto essere posto che il d. lgs. n. 226/46 fu emanato proprio al fine specifico di rispondere alle legittime richieste di tutti coloro che per essersi dimostrati antifascisti e antinazisti subirono spoliazioni, saccheggi e incidenti di cose ad opera delle forze armate fasciste. Su questi presupposti, aggiunge il Tribunale, come l'espressione formazioni volontarie partecipanti alle formazioni belliche non potesse riferirsi soltanto a quegli elementi delle brigate nere formalmente inquadrati in formazioni fasciste o che comunque avessero compiuto fatti di guerra guerreggiata . Tale restrittiva interpretazione avrebbe infatti comportato l'esclusione dall'indennità di tutti quei fatti che dette formazioni compirono nelle retrovie, come atti di rappresaglia fatti che storicamente sono stati i più numerosi. Il c.d. fatto di guerra. Una volta accertata la condizione soggettiva degli autori del fatto quali partecipanti a formazioni belliche nemiche, il Tribunale di Mantova stabilì altresì che il fatto medesimo era da considerarsi come fatto di guerra. Il decreto legislativo era d'altronde chiaro nel considerare il fatto di guerra al ricorrere di due condizioni a che il fatto, pur non essendo coordinato alla preparazione e alle operazioni belliche fosse stato occasionato dalle stesse , b che si trattasse di azioni di rappresaglia o irregolari e abusivi prelevamenti di cose mobili. Ciò posto, il Giudice accertò come nella fattispecie si fossero verificate entrambe le suddette condizioni oggettive essendosi trattato 1 di asportazione di cose mobili, assimilabile ad un saccheggio, occasionato da ragioni di guerra, poiché compiuto in danno a partigiani allo scopo preciso di nuocere agli stessi 2 di atti di rappresaglia nei confronti dei partigiani per la loro attività antifascista , accompagnati persino dal fermo dei loro familiari trattenuti quali ostaggi. Tutto ciò in un contesto in cui gli oggetti asportati furono conservati nel Comando della brigata nera, abusivamente tenuti dalla stessa formazione politico militare come un'esca, per costringere i partigiani a costituirsi con la promessa di una restituzione . Per la qualità soggettiva degli autori dell'asportazione dei mobili subita dagli attori e per la natura oggettiva della stessa, si trattò pertanto di un fatto di guerra inquadrabile perfettamente nella serie di atti indiscriminati e inconsulti prodotti da una guerra faziosa e fratricida. Una testimonianza fiorentina sulle devastazioni degli studi legali. Ricorda Piero Calamandrei, ne Il manganello, la cultura e la giustizia, in Non mollare 1925, Riproduzione fotografica dei numeri usciti, tre saggi storici di Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Gaetano Salvemini, Firenze, 1968, 48-50 Per finire di descrivere il clima fiorentino di quel tempo, non bisogna dimenticare che il fascismo, come se la prese contro i professori che erano rimasti fedeli alla libertà della cultura , così perseguitò di pari odio gli avvocati fedeli alla loro missione , che agli occhi degli squadristi simboleggiavano l'idea della legalità e della giustizia. Nei processi di carattere politico originati dagli scontri tra fascisti e antifascisti, era ormai invalso il costume che lo spazio riservato al pubblico fosse invaso da squadristi, che, anche se stavano in silenzio, incoraggiavano colle loro facce feroci gli imputati fascisti e intimidivano i testimoni di accusa e poi, all'uscita dall'udienza, ricoprivano di contumelie, e possibilmente di bastonate, i testimoni che avevano detto la verità, o i parenti degli uccisi che si erano costituiti parte civile, e i loro avvocati [ ] Non c'è dunque da meravigliarsi se in questo clima diventarono una specie di istituzione liturgica del rito fascista, da mettersi alla pari coll'olio di ricino e col manganello, le devastazioni degli studi legali . A partire dalla grande giornata del 31 dicembre 1924, durante la quale i saccheggi a danno di avvocati furono una decina, gli squadristi non lasciarono passare occasione senza includere anche questo numero nei programmi dei loro festeggiamenti. Così avvenne di nuovo nelle sanguinose giornate dell'ottobre 1925 gli squadristi andavano in giro con una nota di indirizzi predisposta, come un ordine di operazioni, dal fascio in ogni studio, sfondata la porta, buttavano dalle finestre mobili e libri, ma soprattutto badavano a distruggere, incendiandoli o disperdendoli, gli incartamenti dei processi. In quegli anni gli avvocati non fascisti, in previsione di siffatte rappresaglie, s'erano dovuti abituare a tenere in permanenza i più importanti fascicoli nascosti in soffitta o in cantina. A eccitare gli squadristi a questa crociata contro gli studi legali contribuivano diversi moventi il tradizionale spirito di libertà degli avvocati , che in tutti i tempi ha reso invisa ai regimi totalitari l'avvocatura, considerata come il simbolo dell'individualismo anticonformista il coraggio con cui in quegli anni gli avvocati migliori, sfidando le contumelie e le bastonate e taluno di essi, come Ferruccio Marchetti, la morte , osarono assumere la difesa degli imputati antifascisti o il patrocinio di parte civile contro i fascisti e soprattutto l'interesse personale di molti delinquenti comuni, i quali, per fra perdere le tracce di un loro debito o di un loro delitto, avevano trovato il metodo sbrigativo per far sparire, incendiando lo studio dell'avvocato loro avversario, i documenti costituenti la prova delle loro malefatte . Sulle ripercussioni della guerra nei rapporti giuridici , ancora attualissime risuonano le parole di Francesco Ferrara Influenza giuridica della guerra nei rapporti civili, in Riv. dir. comm., 1915, I, 259 L'attenzione generale è in questi momenti rivolta verso l'immane e terribile spettacolo della guerra europea che col suo cozzo violento e brutale, colla stia opera raffinata di distruzione e di morte ci lascia come storditi ed esterrefatti. Noi assistiamo con un senso di terrore, ed anche di scoramento, a questa tragica scena, a questo urto tremendo di popoli elle ci pareva tanto lontano, e perfino impossibile, il che dimostra purtroppo che la nostra civiltà con i suoi progressi e le sue scoperte, col suo lusso ed i suoi splendori non è che una verniciatura sociale, che ha lustrato bensì la vita esterna, ma non ha modificato la coscienza dei popoli, od almeno di certi popoli, in cui cova lo spirito selvaggio primitivo! Dolorosa constatazione che commoverà sociologi e filosofi, nonché uomini politici, dando un grave ammonimento per l'avvenire . La guerra partigiana secondo Don Lorenzo Milani L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di Don Milani, Firenze, 1965, 9 ss. in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra giusta se guerra giusta esiste . L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie ma difesa della nostra la guerra partigiana. Da un lato c'erano dei civili, dall'altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altra soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i ribelli, quali irregolari? [ ] Non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste cioè quando sono la forza del debole . Quando invece vedranno che non sono giuste cioè quando sanzionano il sopruso del forte essi dovranno battersi perché siano cambiate .

Trib. Mantova del 12 marzo 1947 edita in Foro it., 1947, 762