Sfogo social contro il Ministro dell’Interno e contro i giudici definiti “comunisti”: militare condannato per vilipendio

Respinta la tesi difensiva, mirata a presentare le frasi incriminate, pubblicate su Facebook, come l’esercizio, seppur in modo inopportuno, di un sacrosanto diritto di critica. Per i magistrati della Cassazione, invece, è evidente l’intento di recare offesa alla Repubblica, alle istituzioni, al Governo, al Ministro e alla magistratura.

Condannato per vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate il sergente dell' esercito che su Facebook attribuisce al Ministro dell'Interno la capacità solo di sparare baggianate e definisce comunisti i giudici. La vicenda risale al gennaio del 2018, quando a Napoli, a seguito dell'allarme provocato dalle violenze perpetrate da alcune baby gang', è previsto l'arrivo dell'allora Ministro dell'Interno, M.M., per un vertice in Prefettura, coinvolgendo i vertici nazionali delle forze dell'ordine, il procuratore distrettuale della Repubblica e i vertici della magistratura minorile. A poche ore dall'incontro, però, un sergente dell'esercito italiano, operativo in Campania nell'ambito dell'operazione cosiddetta Strade Sicure', posta sul proprio profilo su Facebook alcune frasi fortemente critiche , caratterizzate anche da diverse espressioni offensive . Secondo il militare, difatti, M. si recherà a Napoli per sparare le sue solite baggianate. Mentre invece, a suo parere, per i problemi causati dalle baby gang' la soluzione è semplice togliere i giudici comunisti e dare il potere di agire alle forze dell'ordine con la certezza della pena . Lo scritto postato sul noto social network non passa inosservato. E il sergente finisce sotto processo, accusato di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate . A sorpresa, però, in primo grado viene esclusa la rilevanza penale del post pubblicato dal militare su Facebook. Per dare solidità a questa decisione il giudice richiama l'evoluzione, in senso deteriore, del linguaggio corrente, che , spiega, ha reso comune l'utilizzo di parole volgari ma, non per questo, offensive . E sempre in questa ottica il giudice osserva che sostituendo agli epiteti utilizzati dal sergente altrettanti loro sinonimi non triviali , allora il commento assume una diversa portata e si risolve nell'esercizio, ancorché con toni accesi , del diritto di critica . In aggiunta, poi, non si può ignorare, sempre secondo il giudice di primo grado, che il militare è intervenuto in un contesto non professionale, rivolgendosi da cittadino, e non da militare, appunto, ad altri cittadini, così rendendosi autore di un gesto certamente inopportuno, ma non anche criminale . Inoltre, il militare ha agito in comprensibili e credibili condizioni psicologiche di avvilimento e frustrazione , connesse allo specifico servizio di sicurezza prestato da lui e dai colleghi, superiori e subordinati, ed ha, pertanto, varcato i limiti del diritto di critica , così offendendo coram populo sia il Governo, nella persona del Ministro dell'Interno, che l'ordine giudiziario, senza però la necessaria consapevolezza, ovvero per mera colpa , conclude il giudice di primo grado. Di tenore opposto, invece, il pronunciamento di secondo grado, che, accogliendo le tesi della pubblica accusa, ritiene evidenti l'oggettiva portata offensiva delle espressioni utilizzate e il dolo nella condotta tenuta online dal militare. In particolare, il giudice osserva che l'affermazione secondo cui un componente del Governo sarebbe capace solo di esprimere le solite stronzate è espressione oggettivamente idonea a manifestare estremo ed assoluto disprezzo verso tale istituzione e che, peraltro, non ha perso, ad onta del generale degrado del linguaggio, la sua originaria accezione di grave offensività, che non risulta sminuita dalla relazione non certo confidenziale tra autore e destinatario del commento né dal contesto in cui essa è stata formulata ed è, anzi, acuita dall'appartenenza dell'autore dello scritto alle forze armate . Allo stesso modo, la definizione dei giudici come comunisti aggettivo in sé neutro esprime univocamente in questo caso un evidente connotato disonorante e gravemente lesivo dell'ordine giudiziario, giacché revoca in dubbio la soggezione del giudice solo alla legge e rimanda ad un impiego politico, illegittimo, del potere esercitato . Per quanto concerne l'intenzionalità della condivisione di quelle frasi sul social network, il giudice ritiene il militare perfettamente conscio del significato offensivo del commento da lui postato, volto a rappresentare le istituzioni come totalmente incapace ed inetta l'una e gravemente faziosa e propensa all'arbitrio l'altra . Inaccettabile , quindi, l' invettiva online del militare , anche perché le parole riservate al Ministro dell'Interno, lungi dall'esprimere un ragionato dissenso, tradiscono denigrazione e totale disprezzo per la funzione pubblica rappresentata dal Governo e si risolvono in mero insulto, capace solo di deprimere la fiducia pubblica nei confronti dell'istituzione ed idoneo a lederne quel prestigio che, proprio per il corretto funzionamento dell'ordinamento democratico, deve esserle riconosciuto e garantito , precisa il giudice. Mentre, con riferimento alla definizione dei giudici come comunisti , l'aprioristica ed apodittica attribuzione di una appartenenza politica capace di orientare le decisioni non si presta ad essere misurata in termini di continenza, pertinenza, necessità, rimanendo soltanto una gratuita offesa che tuttavia, attribuendo mancanza di imparzialità e ripudio della legge in favore di un'idea politica, lede il prestigio e, per suo tramite, la fiducia di cui anche tale istituzione deve godere , conclude il giudice di secondo grado. A chiudere il caso provvede ora la Cassazione, respingendo le obiezioni proposte dal difensore del militare e confermando la condanna a sette mesi e quattro giorni di reclusione. Per i Giudici di terzo grado è palese che il militare si sia rivolto, sulla piazza' di Facebook, all'onorevole M. nella sua veste istituzionale di Ministro dell'Interno pro tempore e non in ragione della sua più generale partecipazione all'agone politico, sicché l' offesa va intesa come diretta all' istituzione ministeriale piuttosto che alla persona o alle sue pubbliche prese di posizione e, al contempo, il riferimento ai giudici comunisti va letto alla stregua di una espressione di disprezzo destinata all'intero ordine giudiziario anziché ai settori della magistratura più connotati ideologicamente , espressione con cui si è inteso stigmatizzare la parzialità dell'azione giudiziaria , rendendosi così il militare autore, con piena consapevolezza, di un'esternazione idonea a recare gratuito discredito all'istituzione, intaccandone non solo e non tanto il prestigio formale ma, soprattutto, la fiducia che in essa devono nutrire i cittadini . Impossibile, quindi, osservano in Cassazione, sminuire l'attitudine offensiva del messaggio condiviso online dal militare. Impossibile ridurre le frasi incriminate a una lecita manifestazione di dissenso , anche perché le espressioni utilizzate dal militare si sono tradotte, coniugando la volgarità dei toni con la gratuità delle accuse , in affermazioni che, trascendendo l'esercizio del diritto di critica , hanno oggettivamente palesato estremo ed assoluto disprezzo verso le istituzioni coinvolte, sì da integrare gli elementi costitutivi del delitto di vilipendio . In questa ottica viene rilevato che sì la critica, quale espressione di opinione necessariamente soggettiva, ha, per sua natura, carattere congetturale e non può, perciò, mantenersi entro i confini della asetticità , e peraltro dal carattere democratico dell'ordinamento discende il riconoscimento di spazi ancora più ampi per la critica qualora il destinatario sia un esponente delle istituzioni . Ma, precisano i Giudici, la critica deve comunque mantenersi nel solco della meditata razionalità e non può mai risolversi in sfogo di puro livore o rancore , come invece accaduto in occasione del post condiviso su Facebook dal militare. Nessuna lettura alternativa è possibile, difatti, a fronte della affermazione secondo cui l'esecutivo è capace solo di promuovere le solite stronzate , poiché, sottolineano i giudici, manca qualsiasi riferimento a specifiche determinazioni, manca qualsiasi argomentazione a sostegno del giudizio espresso, e il disconoscimento in termini assoluti e omnicomprensivi di qualsiasi capacità di positiva gestione politica dei fenomeni impedisce di riconoscere alla frase la benché minima funzione di costruttivo pungolo, stimolo, denuncia, non essendo dato rinvenire alcun ragionato dissenso ma solo denigrazione, totale disprezzo per la funzione pubblica rappresentata dal Governo, un mero insulto capace solo di deprimere la fiducia pubblica nei confronti dell'Istituzione ed idoneo a lederne il prestigio . Identica linea di pensiero anche in merito alla definizione di comunisti con cui il militare ha gratificato i magistrati . Su questo punto dalla Cassazione osservano, in chiusura, che l'apodittica ed aprioristica attribuzione di una appartenenza politica tale da orientare le decisioni, non accompagnata da concrete allegazioni, va intesa alla stregua di offesa gratuita, priva dei prescritti crismi di continenza, pertinenza, necessità e suscettibile soltanto di ascrivere ai destinatari parzialità e ripudio della legge in favore di un'idea politica e, di conseguenza, di ledere il prestigio e la fiducia di cui deve godere l' istituzione giudiziaria .

Presidente Santalucia Relatore Cappuccio Ritenuto in fatto 1. Con sentenza dell'1 luglio 2020 la Corte militare di appello, in riforma di quella emessa il 16 settembre 2019 dal Tribunale Militare di Napoli, ha dichiarato la penale responsabilità di G.N. in ordine a due ipotesi, in concorso formale, di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze armate dello Stato, aggravato perché commesso da graduato, e, applicate le circostanze attenuanti generiche in rapporto di prevalenza sulla ritenuta aggravante, lo ha condannato alla pena, ridotta di un terzo per la scelta del rito abbreviato e condizionalmente sospesa, di sette mesi e quattro giorni di reclusione militare, oltre che al pagamento delle spese processuali del doppio grado di giudizio. 2. Il omissis G. , Sergente dell'Esercito Italiano effettivo all' omissis ed impiegato, al tempo, presso il Raggruppamento nell'ambito dell'operazione c.d. omissis , postò sul proprio profilo Facebook un commento - relativo alla visita che, di lì a poco, sarebbe stata effettuata a Napoli dal Ministro degli Interni pro tempore, on. M.M. , disposta in seguito al diffondersi del fenomeno criminale delle cc.dd. baby gangs - del seguente tenore Domani M. a Napoli e a me viene una domanda che cazzo c vien a fa ? A sparare le tue solite stronzate ? La soluzione te la do io ai fatti di questi giorni, togli tutti i tuoi giudici comunisti dal cazzo e dà il potere di agire alle forze dell'ordine con la certezza della pena e al resto ci pensiamo noi . 3. Pacifica la dimensione obiettiva del fatto in contestazione, il primo giudice ha escluso la rilevanza penale del fatto, dovendosi tenere conto, a suo modo di vedere, di una pluralità di fattori, a partire dall'incidenza dell'evoluzione, in senso deteriore, del linguaggio corrente, che ha reso comune l'utilizzo di parole volgari ma, non per questo, offensive. In proposito, ha rilevato che, sostituendo agli epiteti utilizzati da G. altrettanti loro sinonimi non triviali, il commento assume una diversa portata e si risolve nell'esercizio, ancorché con toni accesi, del diritto di critica. Tanto, sulla concorrente considerazione che egli è intervenuto in un contesto non professionale, rivolgendosi da cittadino, e non da militare, ad altri cittadini, così rendendosi autore di un gesto certamente inopportuno, ma non anche criminale. Il Giudice dell'udienza preliminare ha ritenuto, oltre alla sussistenza dei requisiti dell'interesse pubblico dell'argomento affrontato, la carenza di dolo in capo all'imputato, il quale avrebbe agito in comprensibili e credibili condizioni psicologiche di avvilimento e frustrazione , connesse allo specifico servizio di sicurezza prestato da lui e dai colleghi, superiori e subordinati, ed ha, pertanto, varcato i limiti del diritto di critica, così offendendo coram populo sia il Governo, nella persona del Ministro dell'Interno, che l'Ordine giudiziario, senza la necessaria consapevolezza, ovvero per mera colpa. 4. La Corte militare di appello, in accoglimento dell'impugnazione della pubblica accusa, è pervenuta ad opposte conclusioni con riferimento 1 all'oggettiva portata offensiva delle espressioni utilizzate 2 alla sussistenza del dolo richiesto dalla fattispecie incriminatrice in contestazione 3 all'applicazione della causa di giustificazione dell'esercizio di un diritto, anche in termini di eccesso colposo. Ha, in particolare, stimato che l'affermazione secondo cui un componente del Governo sarebbe capace solo di esprimere le solite stronzate è espressione oggettivamente idonea a manifestare estremo ed assoluto disprezzo verso tale istituzione e che, peraltro, non ha perso, ad onta del generale degrado del linguaggio evocato dal Giudice dell'udienza preliminare, la sua originaria accezione di grave offensività, che non risulta sminuita dalla relazione - non certo confidenziale - tra autore e destinatario del commento nè dal contesto nel quale essa è stata formulata ed è, anzi, acuita dall'appartenenza dell'imputato alle Forze armate. Analogamente, ha aggiunto, la definizione dei giudici come comunisti , aggettivo in sé neutro, esprime univocamente, nell'uso concreto fattone da G. , un evidente connotato disonorante e gravemente lesivo dell'ordine giudiziario, giacché revoca in dubbio la soggezione del giudice solo alla legge e rimanda ad un impiego politico, illegittimo, del potere esercitato. La Corte militare ha, altresì, ritenuto il dolo dell'imputato, perfettamente conscio del significato offensivo del commento da lui postato, volto a rappresentare le istituzioni come, totalmente incapace ed inetta, l'una, gravemente faziosa e propensa all'arbitrio, l'altra, ed irrilevanti, in quest'ottica, sia il dedotto stato di afflizione e frustrazione che la prostrazione conseguente a penose vicissitudini familiari, fattori idonei, piuttosto, ad orientare la determinazione del trattamento sanzionatorio. Ha, da ultimo, escluso l'applicabilità dell'invocata causa di giustificazione, avendo G. rivolto la sua invettiva con approccio aprioristico ed apodittico anziché costruttivo ed inteso al pungolo, allo stimolo, alla denuncia. In proposito, ha ritenuto, con riferimento alle parole riservate al Ministro dell'Interno, che esse, lungi dall'esprimere un ragionato dissenso, tradiscano denigrazione e totale disprezzo per la funzione pubblica rappresentata dal Governo e si risolvano in mero insulto, capace solo di deprimere la fiducia pubblica nei confronti dell'istituzione ed idoneo a lederne quel prestigio che, proprio per il corretto funzionamento dell'ordinamento democratico, deve esserle riconosciuto e garantito. Con riferimento, poi, alla definizione dei giudici come comunisti , la Corte militare di appello nega che l'aprioristica ed apodittica attribuzione di una appartenenza politica capace di orientare le decisioni si presti, in assenza di specifiche allegazioni a sostegno, ad essere misurata in termini di continenza, pertinenza, necessità, rimanendo soltanto una gratuita offesa che tuttavia, attribuendo mancanza di imparzialità e ripudio della legge in favore di un'idea politica, lede il prestigio e, per suo tramite, la fiducia di cui anche tale istituzione deve godere. 5. G.N. propone, con l'assistenza dell'avv. Michele Spina, ricorso per cassazione affidato a due motivi, con il primo dei quali violazione di legge per avere la Corte militare di appello omesso di considerare la maggiore gravità della fattispecie di vilipendio sanzionata dal c.p.m.p. rispetto all'omologo reato comune, più lievemente sanzionato, cui corrisponde la necessità di improntare a particolare rigore lo scrutinio dei relativi elementi costitutivi, come fatto dal Giudice dell'udienza preliminare e non anche da quello di appello. Con il secondo motivo, eccepisce, ancora violazione di legge per avere la Corte militare di appello trascurato la natura del vilipendio quale reato di opinione, che impone di riconoscere - per fondamentali esigenze di ordine democratico, tutelate a livello costituzionale e sovranazionale - il giusto spazio all'esercizio del diritto di critica. Segnala, in particolare, che la sollecitazione, rivolta al Ministro dell'Interno, di rimuovere i giudici politicamente schierati, seguita dalla preposizione articolata dal e non del , deve essere intesa come scevra da qualunque intento offensivo nei confronti della categoria dei giudici, mentre la qualificazione dei giudici come comunisti è riferita a singoli uffici o magistrati e non all'intero ordine giudiziario. Evidenzia di essersi rivolto all'on. M. nella sua qualità di uomo politico e non di rappresentante delle istituzioni e di avere, in ultimo, legittimamente esercitato, sia pure con toni non appropriati, il proprio diritto di critica. Richiama, in ordine alla subordinata richiesta di applicazione della causa di giustificazione, in chiave di eccesso colposo, in quanto tale esclusivo del dolo, le considerazioni svolte dal Giudice dell'udienza preliminare. Considerato in diritto 1. Il ricorso è infondato e, pertanto, passibile di rigetto. 2. Il primo motivo muove dalla diversità delle sanzioni rispettivamente previste per il vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze Armate dalla normativa comune, che, all' art. 290 c.p. , stabilisce la pena della multa da 1.000 a 5.000 Euro, e da quella speciale, che punisce la stessa condotta, ove posta in essere da un militare, con la reclusione militare da due a sette anni. Sostiene, al riguardo, il ricorrente che, pur essendo giustificata la discrasia nella risposta sanzionatoria dalla qualifica soggettiva del militare il quale, il significativo divario venutosi a determinare anche in ragione delle modifiche introdotte nel codice penale comune, cui non ha fatto pendant analogo aggiornamento di quello militare di pace, imporrebbe l'adozione di criteri interpretativi marcatamente prudenziali, dovendosi, in specie, riconoscere adeguato spazio all'esercizio, anche da parte degli appartenenti alle Forze Armate, del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, anche critico. L'obiezione è priva di pregio, in quanto imperniata sull'errato, per quanto implicito, postulato della necessità di diversificare i canoni ermeneutici in funzione della risposta sanzionatoria apprestata dall'ordinamento. Pacifico, invero, che si discute di condotte, in ogni caso, di rilievo penale, l'individuazione degli elementi costitutivi della fattispecie, anche in termini di dolo e di cause di giustificazione, non può che essere guidata dall'identità della formulazione letterale, laddove alla qualifica soggettiva dell'agente corrisponde, piuttosto, in forza di una precisa scelta del legislatore, un maggiore coefficiente di offensività e rimproverabilità del comportamento e, quindi, una autonoma cornice edittale. 3. Occorre, allora, verificare, in risposta alle obiezioni articolate con il secondo motivo di ricorso, se ed in quale misura la Corte militare di appello abbia fatto corretta applicazione delle regole che guidano l'interpretazione della fattispecie di vilipendio, tenendo conto anche della qualità dell'autore della condotta oggetto di contestazione. In proposito, avendo il ricorrente articolato doglianze inerenti alla manifesta illogicità della motivazione occorre, in via preliminare, ricordare, con la giurisprudenza di legittimità cfr., tra le altre, Sez. 3, n. 18521 del 11/01/2018, Ferri, Rv. 273217 , che il sindacato demandato alla Corte di cassazione sulla motivazione della sentenza impugnata non può concernere nè la ricostruzione del fatto, nè il relativo apprezzamento, ma deve limitarsi al riscontro dell'esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilità di una diretta rivisitazione delle acquisizioni processuali. Il controllo di legittimità, invero, non è diretto a sindacare l'intrinseca attendibilità dei risultati dell'interpretazione delle prove, nè a ripercorrere l'analisi ricostruttiva della vicenda processuale operata nei gradi anteriori, ma soltanto a verificare che gli elementi posti a base della decisione siano stati valutati seguendo le regole della logica e secondo linee giustificative adeguate, che rendano persuasive, sul piano della consequenzialità, le conclusioni tratte Sez. Un. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074-01 . Sono, quindi, inammissibili le censure fondate su alternative letture del quadro istruttorio, sollecitando il diverso apprezzamento del materiale probatorio acquisito da parte di questa Corte, secondo lo schema tipico di un gravame di merito, il quale esula, tuttavia, dalle funzioni dello scrutinio di legittimità, volto ad enucleare l'eventuale sussistenza di uno dei vizi logici, mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità, tassativamente previsti dall' art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e , riguardanti la motivazione della sentenza di merito in ordine alla ricostruzione del fatto Sez. 6 n. 13442 dell'8/03/2016, De Angelis, Rv. 266924 Sez. 6 n. 43963 del 30/09/2013, Basile, Rv. 258153 . Ne discende, è stato, da ultimo, ribadito Sez. 2, n. 9106 del 12/02/2021, Caradonna, Rv. 280747 , che In tema di motivi di ricorso per cassazione, non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante , su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo, sicché sono inammissibili tutte le doglianze che attaccano la persuasività, l'inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell'attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento . 4. Nel caso di specie, il ricorrente appunta le proprie doglianze su profili che la Corte militare di appello ha trattato in modo coerente e lineare, pervenendo ad una ineccepibile qualificazione giuridica di fatti che, nella loro storicità, sono pacifici. I giudici di secondo grado hanno, in particolare, ritenuto, sulla scorta anche di quanto esposto dall'imputato in sede di interrogatorio, che G. si rivolse, sulla piazza di Facebook, all'on. M. nella sua veste istituzionale di Ministro dell'Interno pro tempore e non, come eccepito ancora in ricorso, in dipendenza della sua più generale partecipazione all'agone politico, sicché l'offesa è stata correttamente intesa come diretta all'istituzione ministeriale piuttosto che alla persona o alle sue pubbliche prese di posizione. Allo stesso modo, la Corte militare di appello ha letto il riferimento ai giudici comunisti alla stregua di espressione di disprezzo destinata all'intero ordine giudiziario anziché ai settori della magistratura più connotati ideologicamente, attraverso la quale l'imputato ha inteso stigmatizzare la parzialità dell'azione giudiziaria, in tal modo rendendosi, con piena consapevolezza, autore di un'esternazione idonea a recare gratuito discredito all'istituzione, intaccandone non solo e non tanto il prestigio formale ma, soprattutto, la fiducia che in essa deve nutrire la generalità dei consociati. Al cospetto di un percorso argomentativo alieno da fratture razionali o momenti di contraddittorietà, il ricorrente svolge considerazioni relative all'estensione del diritto di manifestazione del pensiero e di critica che, pur astrattamente pertinenti, non incidono sulla solidità del ragionamento sotteso alla decisione impugnata e non si emancipano, dunque, dal limite della genericità. Pone l'accento, per il resto, su aspetti di marginale rilevanza, quale l'utilizzo della preposizione dal , in luogo di del che, nel contesto della frase La soluzione te la do lo ai fatti di questi giorni, togli tutti i tuoi giudici comunisti dal cazzo e dà il potere di agire alle forze dell'ordine con la certezza della pena e al resto ci pensiamo noi , varrebbe a circoscrivere i destinatari dell'invettiva in tutti i giudici comunisti di M. , cioè nella sola frangia della magistratura che, per l'indirizzo politico che guida, nella prospettiva di G. la sua azione, dovrebbe essere tolta dal cazzo , cioè eliminata. Trattasi, con ogni evidenza, di un tentativo di sminuire l'attitudine offensiva - che la Corte militare di appello mostra di avere, invece, congruamente apprezzato - di un epiteto che, in quanto rivolto ad una generalità di destinatari i giudici comunisti , politicamente vicini a M. , si è concretamente tradotto, si legge nella sentenza impugnata, nell'univoca espressione di un connotato disonorante e gravemente lesivo dell'ordine giudiziario, che revoca in dubbio la soggezione del giudice solo alla legge ed evoca, invece, un uso politico, illegittimo, del potere amministrato da parte di un'istituzione dipinta, quantomeno in una sua significativa componente, come gravemente faziosa ed arbitraria. Nel delineato contesto, palesemente inconsistente si rivela, pertanto, l'argomento difensivo cfr. pag. 16 del ricorso secondo cui il riferimento ai giudici comunisti era rivolto, più che alla magistratura in quanto tale, ai singoli uffici od organi giudicanti, in alcun modo individuati o individuabili e come tali non tutelati dalla fattispecie contestata . Portato di un approccio ispirato alla mera confutazione è, poi, l'assunto che riduce le frasi pubblicate da G. a lecita manifestazione di dissenso in ragione dello scopo, asseritamente costruttivo, che lo ha spinto a porre in essere la condotta ascrittagli e trova attendibile smentita nell'esegesi operata dalla Corte di militare di appello, che ha spiegato con dovizia di argomenti - oltre che con il conforto di pertinenti citazioni giurisprudenziali - perché quelle determinate espressioni, coniugando la volgarità dei toni con la gratuità delle accuse, si siano tradotte in affermazioni che, trascendendo l'esercizio del diritto di critica, hanno oggettivamente palesato estremo ed assoluto disprezzo verso le Istituzioni coinvolte, sì da integrare gli elementi costitutivi del delitto di vilipendio. I giudici di appello - pur dando atto che la critica, quale espressione di opinione necessariamente soggettiva, ha, per sua natura, carattere congetturale e non può, perciò, mantenersi entro i confini della asetticità e che dal carattere democratico dell'ordinamento discende il riconoscimento di spazi ancora più ampi qualora il destinatario sia un esponente delle istituzioni - hanno sottolineato che essa deve mantenersi nel solco della meditata razionalità e non può mai risolversi in sfogo di puro livore o rancore. A quest'ultima ipotesi, ha rilevato la Corte militare di appello, va ricondotta l'affermazione secondo cui l'esecutivo è capace solo di promuovere le solite stronzate in tale evenienza, si legge nella sentenza impugnata, L'assenza di qualsiasi riferimento a specifiche determinazioni, l'assenza di qualsiasi argomentazione a sostegno del giudizio espresso, il disconoscimento in termini assoluti e omnicomprensivi di qualsiasi capacità di positiva gestione politica dei fenomeni impedisce di riconoscere alla frase la benché minima funzione di costruttivo pungolo, stimolo, denuncia non essendo dato rinvenire alcun ragionato dissenso ma solo denigrazione, totale disprezzo per la funzione pubblica rappresentata dal Governo - tenuto a vile, appunto-, un mero insulto capace solo di deprimere la fiducia pubblica nei confronti dell'Istituzione ed idoneo a lederne quel prestigio che, proprio per il corretto funzionamento dell'ordinamento democratico, deve essere riconosciuto e garantito . Allo stesso modo, per quanto concerne la definizione di comunisti con cui G. ha gratificato i magistrati, l'apodittica ed aprioristica attribuzione di una appartenenza politica tale da orientare le decisioni, non accompagnata da concrete allegazioni, è stata correttamente intesa dai giudici di secondo grado alla stregua di offesa gratuita, priva dei prescritti crismi di continenza, pertinenza, necessità e suscettibile soltanto di ascrivere ai destinatari parzialità e ripudio della legge in favore di un'idea politica e, di conseguenza, di ledere il prestigio e la fiducia di cui l'istituzione giudiziaria deve godere. Il tenore delle conclusioni raggiunte dai giudici di appello esclude in radice, infine, che possa discorrersi di eccesso colposo nell'esercizio del diritto di critica, come erroneamente ipotizzato nella sentenza di primo grado, sottoposta, nella motivazione di quella impugnata, a convincente revisione critica. 5. Dal rigetto del ricorso discende la condanna di G. al pagamento delle spese processuali ai sensi dell' art. 616 c.p.p. , comma 1, primo periodo. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.