La violazione del ne bis in idem cautelare

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo riguardante la presunta violazione del ne bis in idem cautelare.

Con ordinanza del 2021 il Tribunale di Taranto aveva confermato il sequestro preventivo del locale di un uomo adibito all'attività di ristorazione , nel quale erano stati serviti alimenti in cattivo stato di conservazione. Il sequestro era stato disposto dal GIP in sede di convalida del provvedimento di urgenza adottato dal PM. Avverso il suddetto provvedimento l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione sulla base di due motivi di doglianza. Il ricorso è infondato. Con il principale motivo l'uomo lamentava la violazione del ne bis in idem cautelare per essere il provvedimento cautelare stato emesso nei suoi confronti, la riproposizione di un precedente decreto di sequestro, poi annullato. Il motivo è infondato. Rileva infatti il Collegio che l'eccepita qualifica del precedente sequestro disposto nei suoi confronti come preventivo risultava sfornita di qualunque evidenza, essendosi limitato il ricorrente a sostenere che ciò risultasse dal provvedimento del Pubblico Ministero, in aperto contrasto con quanto accertato dall'ordinanza impugnata. Infatti, non soltanto incombeva sulla difesa la produzione del suddetto provvedimento, ma in ogni caso, anche a voler superare il rilievo relativo alla diversità per natura e funzione della misura precedentemente disposta, dirimente è il suo intervenuto annullamento per vizi formali, avendo il Tribunale, investito del relativo riesame, rilevato il difetto di motivazione in ordine alle finalità probatorie concretamente perseguite . La Corte di Cassazione specifica che nel ne bis in idem cautelare, in forza del quale non è consentita la moltiplicazione dei titoli cautelari relativi alla medesima regiudicanda così da avere più decreti di sequestro in contemporanea, principio questo che nulla ha a che vedere con la fattispecie in esame in cui nessuna impugnativa è stata coltivata nei confronti del provvedimento reiettivo della precedente misura. Pertanto, il Collegio dichiara inammissibile il ricorso.

Presidente Andreazza Relatore Galtiero Ritenuto in fatto 1. Con ordinanza in data 23.11.2021 il Tribunale di Taranto, adito in sede di riesame, ha confermato il sequestro preventivo, disposto dal Gip in sede di convalida del provvedimento di urgenza adottato dal PM, del locale omissis adibito ad attività di ristorazione nei confronti del proprietario B.E. , a carico del quale erano emersi indizi in ordine al reato di cui alla L. n. 283 del 1962, art. 5, lett. b per somministrazione di alimenti in cattivo stato di conservazione, sia perché, nonostante si trattasse di un esercizio di ristorazione con somministrazione diretta, prodotti in altro luogo ed ivi trasportati con mezzo non idoneo a garantirne la temperatura controllata, sia perché i cibi ivi rinvenuti destinati alla somministrazione al pubblico risultavano essere stati preparati in date antecedenti, anche di svariati giorni e collocati all'interno di un frigorifero con temperatura non adeguata alla loro conservazione. 2. Avverso il suddetto provvedimento l'indagato ha proposto, per il tramite del proprio difensore, ricorso per cassazione articolando due motivi di seguito riprodotti nei limiti di cui all' art. 173 disp. att. c.p.p. . 2.1. Con il primo motivo lamenta la violazione del ne bis in idem cautelare per essere il provvedimento cautelare emesso nei suoi confronti la riproposizione di un precedente decreto di sequestro disposto in data 7.10.2021 ed annullato il successivo 26.10 dal Tribunale del riesame censura la motivazione resa sul punto dal provvedimento impugnato, secondo la quale si sarebbe trattato di un sequestro probatorio, invalidato per motivi esclusivamente formali, ovverosia per mancanza di motivazione in ordine alle esigenze probatorie, deducendo che invece il Pubblico Ministero, nel convalidare l'operato della Guardia diiaveva qualificato il sequestro come preventivo e che in ogni caso il suo annullamento per mancata indicazione del reato contestato e della motivazione sulle esigenze con esso perseguite preclude al Pubblico Ministero procedente di richiedere l'adozione di una nuova misura coercitiva per lo stesso fatto e sulla base degli stessi elementi della precedente. 2.2. Con il secondo motivo deduce che il Tribunale del riesame aveva formato il proprio convincimento su un verbale redatto dai tecnici del omissis in data 3.10.2021 di cui il pubblico Ministero non aveva alcuna conoscenza e che neppure era stato oggetto di disamina del GIP che aveva convalidato la misura sulla base della comunicazione della notizia di reato redatta dalla Guardia di Finanza il 6.10.2021 e del verbale del servizio di appostamento svolto dagli stessi militari il 5.10.2021 Considerato in diritto Il primo motivo deve ritenersi manifestamente infondato. Va al riguardo rilevato che l'eccepita qualifica del precedente sequestro disposto nei suoi confronti come preventivo risulta sfornita di qualunque evidenza, limitandosi il ricorrente a sostenere che ciò risultasse dal provvedimento del Pubblico Ministero, in aperto contrasto con quanto accertato dall'ordinanza impugnata secondo la quale in data 7.10.2021 il PM aveva convalidato ex art. 355 c.p.p. , comma 2 il sequestro probatorio eseguito il 5.10.2021 dalla PG nei confronti del B. . Non soltanto incombeva sulla difesa la produzione del suddetto provvedimento atteso che, allorquando sia dedotto il vizio di contraddittorietà della motivazione rispetto ad atti specificamente indicati, grava sul deducente l'onere di curarne l'allegazione al fascicolo trasmesso al giudice di legittimità, così da rendere lo stesso autosufficiente con riferimento alle relative doglianze ex multis Sez. 4, n. 46979 del 10/11/2015 - dep. 26/11/2015, Bregamotti, Rv. 265053, Sez. 2, n. 26725 dell'01/03/2013 - dep. 19/06/2013, Natale, Rv. 256723 , ma in ogni caso, anche a voler superare il rilievo relativo alla diversità per natura e funzione della misura precedentemente disposta, dirimente è il suo intervenuto annullamento per vizi formali, avendo il Tribunale, investito del relativo riesame, rilevato il difetto di motivazione in ordine alle finalità probatorie concretamente perseguite . Dal momento che, a differenza dell'autorità del giudicato applicabile ai procedimenti ordinari, l'efficacia preclusiva derivante dalle ordinanze in materia cautelare è volta a presidiare la congruenza tra la situazione di fatto esistente in un dato momento del procedimento e le misure cautelari in atto, la sua estensione è quella strettamente necessaria ad evitare, secondo un principio di stretta economia processuale, contrasti con procedimenti incidentali dello stesso contenuto, con l'obiettivo di impedire ulteriori interventi giudiziari, in assenza di un mutamento del quadro processuale di riferimento conseguentemente, quello che con termine improprio viene indicato come giudicato cautelare opera solo nel caso in cui via sia stato un effettivo apprezzamento, in fatto o in diritto, del materiale probatorio e dell'imputazione provvisoria, non conseguendo tale effetto, invece, alle decisioni che definiscano l'incidente cautelare in relazione ad aspetti meramente procedurali Sez. 6, Sentenza n. 43213 del 27/10/2010 -dep. 06/12/2010, Riviezzi, Rv. 248804 . Ciò è quanto è accaduto nel caso in esame in cui è pacifico che il Tribunale del riesame nel provvedimento del 26.10.2021 non è entrato nel merito della misura in ordine alla sussistenza del fumus del reato ipotizzato e delle esigenze probatorie ad esso sottese, limitandosi a disporre l'annullamento del provvedimento impugnato esclusivamente per ragioni processuali. Ben diverso è il tenore degli arresti di questa Corte invocati dalla difesa a sostegno del proprio assunto, venendo ivi affermato che non è consentito al pubblico ministero, a seguito di una decisione del tribunale del riesame che abbia annullato per motivi formali un provvedimento cautelare, richiedere nei confronti dell'indagato una nuova misura coercitiva per lo stesso fatto e sulla base degli stessi elementi della precedente, e contemporaneamente proporre ricorso avverso la decisione del riesame, al fine di conseguire, attraverso il suo annullamento, una nuova pronuncia di merito sul medesimo fatto oggetto della nuova iniziativa cautelare Sez. 3, Sentenza n. 39902 del 28/05/2014 - dep. 26/09/2014, Ramasso, Rv. 260383 Sez. 6, 26 febbraio 2009, n. 11937, Rv. 242930 l'affermata preclusione riposa sul principio, immanente al principio del ne bis in idem cautelare, in forza del quale non è consentita la moltiplicazione dei titoli cautelari relativi alla medesima regiudicanda così da avere più decreti di sequestro in contemporanea, principio questo che nulla ha a che vedere con la fattispecie in esame in cui nessuna impugnativa è stata coltivata nei confronti del provvedimento reiettivo della precedente misura. 2. Ad analoghe conclusioni deve pervenirsi anche in relazione al secondo motivo. La circostanza che il Tribunale del riesame abbia menzionato tra i documenti passati in rassegna anche un verbale non menzionato dal GIP nel provvedimento genetico non può risultare passibile di alcuna censura, peraltro neppure esplicitata, non risultando che il verbale redatto dalla Guardia di Finanza in data 3.11.2021 non facesse parte del fascicolo che il Pubblico Ministero aveva l'obbligo di trasmettergli a norma dell' art. 309 c.p.p. , comma 5. D'altra parte, se in presenza di una motivazione assente da parte del giudice funzionalmente competente all'emissione della misura in ordine ai punti presidiati dall' art. 292 c.p.p. con sanzione di nullità quale conseguenza della mancanza di un sostrato su cui sviluppare il contraddittorio tra la difesa e l'accusa cautelare, deve ritenersi precluso il ricorso da parte del Tribunale del riesame ai propri poteri integrativi, per contro del tutto legittima deve ritenersi, nella immanenza del principio decisorio che informa il giudizio di riesame reso manifesto dall' art. 309 c.p.p. , comma 9, che seppur espressamente previsto per i procedimenti de libertate, risulta richiamato dall' art. 324 c.p.p. , comma 7, la disamina da parte del giudice adito della documentazione facente parte del fascicolo processuale o comunque degli elementi addotti dalle parti nel corso dell'udienza. 3. Il ricorso deve, in conclusione dichiararsi inammissibile. Segue a tale esito la condanna del ricorrente, a norma dell' art. 616 c.p.p. , al pagamento delle spese processuali e, non sussistendo elementi che escludano la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente liquidata come da dispositivo. P.Q.M. Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende. Motivazione semplificata.