Condannato il capofamiglia che assilla compagna e figli con le proprie ossessioni su ordine, puntualità e pulizia

Inequivocabile, secondo i Giudici, il comportamento autoritario, da sovrano assoluto, tenuto dall’uomo tra le mura domestiche. Evidenti le ripercussioni sulla compagna e sui figli, costretti a vivere in un clima di paura.

Condannato per maltrattamenti il capofamiglia che tra le mura domestiche si comporta come un sovrano assoluto, imponendo alla compagna e ai figli il maniacale rispetto di regole precise per quanto riguarda gli orari di rientro, le pulizie e l'igiene personale. A finire sotto processo è un uomo Nicola, nome di fantasia . A porlo sotto accusa sono la compagna e i figli , che lamentano di avere vissuto un clima di terrore a causa delle manie autoritarie dell'uomo. Ricostruita la dinamica esistente tra le mura domestiche, i giudici di merito condannano, sia in primo che in secondo grado, Nicola, ritenendolo colpevole di maltrattamenti ai danni della compagna e dei figli e sanzionandolo con due anni e sei mesi di reclusione . Col ricorso in Cassazione il legale contesta innanzitutto i comportamenti attribuiti al suo cliente, ossia l'aver dato degli schiaffi ai figli minori, l'avere manifestato rabbia ad ogni contrarietà, l'avere proferito minacce o insulti alla compagna nonché l'essersi prodotto in immotivati accessi d'ira . Secondo il legale è illogico parlare di maltrattamenti in famiglia , avendo il suo cliente solo imposto alla compagna e ai figli rigide regole di vita, non tollerando alcuna obiezione o discussione, imponendo orari netti e precisi per il rientro a casa, imponendo regole maniacali per l' igiene e la pulizia , imponendo il silenzio in casa e vietando giochi e rumori ai figli e infine dando sempre pochissimi sodi alla convivente per le sue esigenze di vita . In ottica difensiva, quindi, l'esercizio di una pressione, per quanto eccessiva, sui familiari non significa farli vivere in uno stato di ansia e di paura . Chiara la linea proposta dal legale il clima di rigoroso rispetto delle regole di vita familiare e delle misure di igiene, per quanto ossessivamente preteso dall'uomo, non può integrare il contestato delitto di maltrattamenti . Dalla Cassazione, però, i Giudici ribattono richiamando quanto accertato in Appello, e cioè che l'agire quotidiano di Nicola era ispirato al più assoluto autoritarismo , in forza del quale costringeva i familiari a vivere in uno stato di vessazione, sopraffazione e costante paura . Allo stesso tempo, anche a volere circoscrivere le condotte prese in esame a quelle ispirate al maniacale rispetto di regole di igiene e di disciplina , esse sono comunque catalogabili come maltrattamenti in famiglia laddove si risolvano, come in questa vicenda, nell'instaurazione di un clima di vessazione e sopraffazione che ha sistematicamente leso la libertà morale e la dignità dei più stretti familiari dell'uomo , chiariscono i magistrati.

Presidente Petruzzellis Relatore Villoni Ritenuto in fatto 1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Ancona ha ribadito la condanna, pronunciata in primo grado, di M.F. alla pena di due anni e sei mesi di reclusione in ordine al delitto di cui all' art. 572 c.p. , e art. 99 c.p. , comma 4, commesso in danno della convivente W.A.M. , oltre alle statuizioni disposte in favore della stessa, costituitasi parte civile. 2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l'imputato che formula due motivi di censura. Violazione di legge in relazione all' art. 572 c.p. , per difetto di offensività della condotta e vizi congiunti di motivazione sul punto. Nel ribadire l'affermazione di responsabilità, la Corte territoriale ha erroneamente indicato tra le condotte illecite accertate quelle di aver dato degli schiaffi ai figli minori, di avere manifestato rabbia ad ogni contrarietà, di avere profferito minacce o insulti alla persona offesa nonché di essersi prodotto in immotivati accessi d'ira. Al netto di tali comunque insussistenti condotte, il reato di maltrattamenti è stato, infatti, erroneamente ravvisato nell'avere imposto ai familiari conviventi rigide regole di vita, non tollerando alcuna obiezione o discussione, imponendo orari netti e precisi per il rientro a casa, imponendo regole maniacali per l'igiene e la pulizia, imponendo il silenzio in casa e vietando giochi e rumori ai figli, dando sempre pochissimi sodi alla convivente per le sue esigenze di vita, condotte complessivamente insuscettibili di integrare il reato in addebito. Violazione di legge in relazione agli artt. 42 e 43 c.p. , in ordine alla dedotta mancanza del dolo del reato e vizi congiunti di motivazione sul punto, dal momento che l'esercizio di una pressione, per quanto eccessiva, sui propri familiari non significa farli vivere in uno stato di ansia e paura. Considerato in diritto 1. Il ricorso è manifestamente infondato e va dichiarato inammissibile. 2. La tesi difensiva articolata con il primo motivo di ricorso è che il clima di rigoroso rispetto delle regole di vita familiare e delle misure di igiene, per quanto ossessivamente preteso dall'imputato, non potesse integrare il contestato delitto di maltrattamenti di cui all' art. 572 c.p. , difettando nella condotta ascrittagli quel livello minimo di offensività richiesto dalla norma. Nella prospettiva di una asseritamente più corretta descrizione della stessa condotta si inserisce, inoltre, la censura alla decisione di appello nella parte in cui avrebbe evidenziato ed erroneamente ritenuto la sussistenza di comportamenti costituenti espressione di forme proprie di minaccia e violenza ad es. schiaffi dirette verso i familiari. La critica alla sentenza sul punto è, tuttavia, palesemente destituita di fondamento. Premesso che le condotte minacciose e violente compaiono nello stesso capo d'imputazione, la Corte di appello si è limitata a rilevare che l'agire quotidiano dell'imputato era ispirato al più assoluto autoritarismo, in forza del quale costringeva i familiari a vivere in uno stato di vessazione, sopraffazione e costante paura, come del resto ben descritto anche nella sentenza di primo grado pag. 6 , cui frequentemente quella di appello rinvia per la descrizione dei fatti in addebito. Va, inoltre, rilevato che con l'atto di appello l'imputato non ha affatto dedotto la violazione di legge riferita all'astratta configurabilità del delitto di cui all' art. 572 c.p. , per difetto di offensività, insistendo piuttosto sui temi della insufficienza del quadro probatorio d'accusa e della mancanza dell'elemento psicologico del reato, risultando, pertanto, la censura tardiva e preclusa ai sensi dell' art. 606 c.p.p. , comma 3. In ogni caso ed in senso dirimente, anche a volere circoscrivere le condotte a quelle ispirate al maniacale rispetto di regole di igiene e di disciplina, le stesse sono suscettibili di integrare pienamente il delitto di cui all' art. 572 c.p. , ove si risolvano, come entrambe le sentenze di merito hanno congruamente evidenziato, nell'instaurazione di un clima di vessazione e sopraffazione che ha sistematicamente leso la libertà morale e la dignità dei più stretti familiari dell'imputato. Al di là dell'individuazione della responsabilità individuale dell'agente del reato, nella specie del resto pacifica, vessazione e sopraffazione nei confronti delle vittime costituiscono, infatti, elementi di per sé sufficienti della condotta a configurare il delitto di maltrattamenti Sez. 6, n. 35591 del 02/07/2021, P., Rv. 281987 Sez. 6, n. 16583 del 28/03/2019, A., Rv. 275725 Sez. 6, n. 15147 del 19/03/2014, P., Rv. 261831 ed altre , anche quando intervallate da atteggiamenti privi di tali connotazioni o dallo svolgimento di attività familiari, anche gratificanti per la parte lesa, dal momento che le ripetute manifestazioni di mancanza di rispetto e di aggressività conservano il loro connotato di disvalore in ragione del loro stabile prolungarsi nel tempo Sez. 6 n. 15417/14 cit. . Quanto al secondo motivo, vertente sul dolo del delitto di maltrattamenti, è noto che la previsione normativa richiede esclusivamente il dolo generico, che la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità individua nella mera consapevolezza dell'autore del reato di persistere in un'attività vessatoria, già posta in essere in precedenza, idonea a ledere la personalità della vittima Sez. 1, n. 13013 del 28/01/2020, Osintsev, Rv. 279326 Sez. 3, n. 1508 del 16/10/2018 C., Rv. 274341 Sez. 6, n. 15146 del 19/03/2014, D'A., Rv. 259677 , consapevolezza del resto in certa misura tradita dalle stesse implicite ammissioni contenute nell'atto di ricorso. 3. Alla dichiarazione d'inammissibilità dell'impugnazione segue, come per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che stimasi equo quantificare in Euro tremila. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al pagamento della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.