Si schianta in auto contro un guard rail e muore sul colpo, nessuna responsabilità per l'ANAS

La Cassazione respinge il ricorso dei parenti della vittima, mirato a dimostrare la responsabilità della società per la non conformità della barriera alle prescrizioni di legge.

Un automobilista, dopo avere perso il controllo del veicolo da lui condotto, perdeva la vita in conseguenza dell’impatto contro la barriera laterale. I parenti della vittima convenivano in giudizio l’ANAS, sostenendo che la società dovesse rispondere dell'accaduto, per avere installato un guard rail non conforme alle prescrizioni di legge. Il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo che le cause del sinistro fossero l' elevata velocità tenuta dalla vittima e le condizioni di insicurezza del suo veicolo , e che la presenza di un guard rail con diverse caratteristiche costruttive non avrebbe evitato l'evento letale. La Corte d’Appello confermava la decisione di primo grado, osservando che il guard rail presente sul luogo del sinistro era conforme alle prescrizioni di legge , e che una diversa forma della parte terminale della barriera non avrebbe comunque impedito la penetrazione di questa all'interno dell'abitacolo. I parenti della vittima ricorrono in Cassazione, lamentandosi, tra i vari motivi, del fatto che nel corso del procedimento penale scaturito dalla morte dell’automobilista, il perito del pubblico ministero aveva ritenuto non difforme il guard rail dalle prescrizioni regolamentari , mentre il consulente del giudice civile era pervenuto a conclusioni opposte, ma che nonostante ciò, la Corte d'Appello aveva fondato la sua decisione unicamente sulle considerazioni della perizia penale , senza tenere in alcun conto le conclusioni della c.t.u. esperite nel giudizio civile, e per di più senza indicare le ragioni per le quali la perizia penale andava preferita rispetto alla consulenza svolta in sede civile . Il motivo è infondato. La Corte d'Appello, infatti, ha rigettato la domanda sulla base di due distinte rationes decidendi da un lato, la conformità delle barriere laterali alle prescrizioni regolamentari, dall'altro, il rilievo secondo cui anche una diversa conformazione del guard rail non avrebbe impedito l'evento letale. Pertanto, la Suprema Corte osserva che, anche nel caso in cui il giudice di merito avesse privilegiato le conclusioni del c.t.u. circa la non rispondenza del guard rail alle prescrizioni normative, tale valutazione non avrebbe influito sull' esito del giudizio . Per questi motivi, la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Presidente Amendola Relatore Rossetti Fatti di causa 1. L’ omissis S.A. perse la vita in conseguenza di un sinistro stradale, allorché - dopo avere perso il controllo del veicolo da lui condotto - impattò contro la barriera laterale, che penetrando all’interno dell’abitacolo, ne sospinse il conducente al di fuori, provocandone la morte. 2. Nel 2011 i genitori e la sorella della vittima convennero dinanzi al Tribunale di Sulmona la società Anas, assumendo che questa dovesse rispondere dell’accaduto, per avere installato un guard rail non conforme alle prescrizioni di legge e comunque inadeguato alle caratteristiche del tratto stradale che fu teatro del sinistro. L’Anas si costituì chiedendo il rigetto della domanda. 3. Con sentenza 7 novembre 2013 n. 626 il Tribunale di Sulmona rigettò la domanda, ritenendo che - cause del sinistro furono l’elevata velocità tenuta dalla vittima, e le condizioni di insicurezza del suo veicolo pneumatici con caratteristiche diverse tra loro, come tali idonee a compromettere l’aderenza del mezzo - la presenza di un guard rail con diverse caratteristiche costruttive, diversa forma o presenza di attenuatori d’urto non avrebbe evitato l’evento letale. La sentenza fu impugnata dai soccombenti. 4. Con sentenza 26 luglio 2019 n. 1333 la Corte d’appello de L’Aquila rigettò il gravame. La Corte d’appello ha condiviso i rilievi del Tribunale, osservando che - il veicolo condotto dalla vittima, avendo perso aderenza ed assetto, urtò la parte terminale del guard rail con la fiancata, parte dell’abitacolo priva di protezioni - il guard rail presente sul posto era conforme alle prescrizioni di legge - una diversa forma della parte terminale della barriera non avrebbe impedito la penetrazione di questa all’interno dell’abitacolo. 5. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dai congiunti della vittima, con ricorso fondato su sei motivi ed illustrato da memoria. Ha resistito l’Anas con controricorso. Ragioni della decisione 1. Col primo motivo i ricorrenti assumono che la Corte d’appello avrebbe violato l’art. 2051 c.c. Sostengono che l’Anas, in quanto custode ex art. 2051 c.c., era onerata dalla prova liberatoria posta a suo carico dalla suddetta norma, prova liberatoria che non era stata fornita. Espongono che l’Anas non aveva affatto dimostrato la conformità della barriera alle prescrizioni di legge, conformità che anzi era stata esclusa dal consulente d’ufficio nominato in primo grado aggiungono che da tale consulenza era emerso che il terminale iniziale e quello finale del tratto di guard rail interessato erano esposti al traffico non vi erano elementi di transizione in grado di contenere i veicoli, nè elementi che proteggessero i terminali contro il rischio di urti frontali. L’illustrazione del motivo prosegue osservando che se la condotta imprudente della vittima fu causa dell’impatto, non fu tuttavia essa la causa della morte, causa che andava ricercata proprio nella difformità del guard rail rispetto alle prescrizioni di legge. 1.1. Il motivo è inammissibile. Lo stabilire se il guard rail fosse conforme o no alle prescrizioni di legge, e se un guard rail di tipo diverso avrebbe potuto evitare l’evento letale sono altrettante valutazioni di fatto, riservate al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità. 2. Col secondo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. Espongono che dalla morte di S.A. era scaturito un procedimento penale, e nel corso delle relative indagini preliminari il pubblico ministero aveva disposto una perizia, i cui atti erano stati acquisiti nel giudizio civile. Aggiungono che mentre il perito del pubblico ministero aveva ritenuto non difforme il guard rail dalle prescrizioni regolamentari, il consulente del giudice civile era pervenuto a conclusioni opposte, ma la Corte d’appello aveva nondimeno fondato la sua decisione unicamente sulle considerazioni della perizia penale, senta tenere in alcun conto le conclusioni della c.t.u. esperite nel giudizio civile , e per di più senza indicare le ragioni per le quali la perizia penale andava preferita rispetto alla consulenza svolta in sede civile. 2.1. Il motivo è inammissibile per difetto di rilevanza. La Corte d’appello, infatti, ha rigettato la domanda sulla base di due distinte rationes decidendi da un lato la conformità delle barriere laterali alle prescrizioni regolamentari dall’altro il rilievo secondo cui anche una diversa conformazione del guard rail non avrebbe impedito l’evento letale pagina 9, secondo capoverso . Pertanto, quand’anche il giudice di merito avesse privilegiato le conclusioni del c.t.u. circa la non rispondenza del guard rail alle prescrizioni normative, tale valutazione non avrebbe influito sull’esito del giudizio. 3. Col terzo motivo il ricorrente prospetta il vizio di omesso esame d’un fatto decisivo. Il motivo consta della giustapposizione di due massime di questa Corte. Deve ritenersi che, con esso, i ricorrenti intendano censurare la sentenza di merito nella parte in cui non ha tenuto conto della c.t.u. 3.1. Così qualificato il motivo, esso è inammissibile, in quanto censura la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove. 4. Col quarto motivo i ricorrenti tornano a censurare la sentenza d’appello per avere trascurato le conclusioni del c.t.u., secondo cui le barriere non risultavano idonee ad evitare le conseguenze del sinistro, verificatosi per l’elevata rigidità della struttura stessa e per l’assenza di sistemi di dissipazione dell’energia cinetica dei veicoli . 4.1. Il motivo è infondato. La Corte d’appello ha spiegato, alle pagine 9-11, le ragioni per le quali ha ritenuto di preferire le conclusioni del perito del pubblico ministero rispetto a quella del consulente d’ufficio e cioè la precisione con cui era stata spiegata la conformità del guard rail rispetto alla tipologia di strada e di traffico pagina 8, ultimo capoverso e la circostanza che di quella perizia il Tribunale, con condivisibile giudizio, aveva utilizzato solo i rilievi oggettivi, e non i giudizi in essa contenuti pagina 11, primo capoverso . La Corte d’appello dunque non ha trascurato di valutare e sottoporre a vaglio le conclusioni dei due periti lo stabilire poi se abbia visto giusto nel privilegiare quella del giudizio penale è valutazione non sindacabile in questa sede. 5. Col quinto motivo i ricorrenti tornano a prospettare la violazione dell’art. 2051 c.c. Espongono che nel giudizio di primo grado il consulente tecnico d’ufficio aveva chiesto all’Anas di fornire la documentazione dimostrativa delle caratteristiche tecnico-costruttive del guard rail presente sul luogo del sinistro, senza ricevere alcuna collaborazione dalla società convenuta. Deducono che la Corte d’appello non avrebbe tenuto in debito conto tale negligente comportamento dell’Anas , e che così facendo avrebbe violato l’art. 116 c.p.c., il quale impone al giudice di desumere argomenti di prova dalla condotta processuale delle parti. 5.1. Anche questo motivo è inammissibile. Innanzitutto, dalla condotta delle parti il giudice può , ma non deve trarre elementi di giudizio. In ogni caso il se e il come debba essere valutata la condotta delle parti sono anch’esse valutazioni di merito non censurabili in sede di legittimità. 6. Con l’ultimo motivo i ricorrenti lamentano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 2043 c.c. Deducono che la Corte d’appello, esclusa la responsabilità dell’Anas ai sensi dell’art. 2051 c.c., nulla ha detto circa la possibile applicabilità della fattispecie in esame dell’art. 2043 c.c., invocato dagli attori sin dal primo grado. 6.1. Il motivo è infondato. La Corte d’appello, per quanto detto, ha escluso sia l’illiceità della condotta dell’Anas, sia l’esistenza di un valido nesso di causa fra la condotta ascritta all’Anas ed il danno. L’accertamento di tali circostanze rendeva di per sé insussistente la configurabilità stessa d’una responsabilità dell’Anas ai sensi dell’art. 2043 c.c. 7. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo. P.Q.M. - dichiara inammissibile il ricorso - condanna S.S., S.M. e Z.M., in solido, alla rifusione in favore di ANAS s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 3.000, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2 - ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.