Consegna l’assegno al venditore dell’auto e poi corre a svuotare il conto: condannata per truffa

Impossibile, checché ne dica la difesa, parlare di mero mancato pagamento del veicolo. Evidente, secondo i Giudici, il raggiro compiuto nel ripulire il conto con molteplici prelievi al bancomat, così rendendo l’assegno un inutile pezzo di carta.

Condannata per truffa per avere svuotato il conto con molteplici prelievi al bancomat dopo avere consegnato un assegno come pagamento per l'acquisto di una vettura. A finire sotto processo è una donna, accusata di avere provato a raggirare l'uomo da cui aveva acquistato una vettura pagando con un assegno rivelatosi poi scoperto . A rendere grave la posizione della donna è, secondo i giudici di merito, la condotta da lei tenuta subito dopo la consegna dell'assegno. Nello specifico, è emerso che ella ha effettuato molteplici prelievi al bancomat, così da svuotare il conto corrente a cui faceva riferimento l'assegno, divenuto perciò un mero pezzo di carta. Sacrosanta, quindi, per i giudici di primo e di secondo grado, la condanna della donna, ritenuta colpevole di truffa ai danni del venditore dell'automobile. Nel contesto della Cassazione, però, il difensore della donna prova a proporre una diversa chiave di lettura della vicenda, sostenendo che, in realtà, il venditore era a conoscenza che al momento della conclusione dell'affare l'assegno ricevuto era scoperto . A testimoniarlo, secondo il legale, il fatto che il cassiere della banca aveva riferito che mancava qualche spicciolo e l'assegno sarebbe stato coperto . Secondo il legale, quindi, non vi sono stati artifici e raggiri nella condotta della sua cliente , che al massimo può essere chiamata a rispondere di insolvenza fraudolenta, anche se per il mancato pagamento della autovettura il venditore avrebbe potuto trovare tutela solo in sede civilistica . Queste considerazioni non convincono però i Giudici della Cassazione, i quali confermano la condanna della donna per la truffa ai danni del venditore. Inequivocabile, difatti, secondo i magistrati, il fatto che la donna ha dapprima mostrato al venditore la quasi totalità della capienza del conto su cui era tratto l'assegno in relazione all'importo della vendita per poi svuotare quello stesso conto con prelievi bancomat, prima dell'incasso dell'assegno . Evidente, quindi, la sussistenza del raggiro nella condotta della donna, la quale non si è limitata a non pagare l'autovettura acquistata, ma ha aggiunto quel quid pluris necessario per configurare il reato di truffa , consistente nel comportamento tenuto dopo avere consegnato l'assegno al venditore.

Presidente Cammino Relatore Coscioni Ritenuto in fatto 1. Il difensore di D.R.R. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di L'Aquila del 15 giugno 2020, che confermava, per quanto qui di interesse, la sentenza di primo grado con la quale l'imputata era stata condannata per il reato di cui all' art. 640 c.p. , per avere acquistato una autovettura da P.L. consegnando in pagamento un assegno privo di copertura. 1.1 Al riguardo, il difensore osserva che la parte offesa era ben a conoscenza che al momento della conclusione dell'affare l'assegno ricevuto era scoperto, tanto che anche la sentenza di primo grado aveva ritenuto verosimile quanto riferito dal cassiere della banca, ovvero che mancava qualche spicciolo e l'assegno sarebbe stato coperto erano quindi del tutto insussistenti gli artifici e raggiri nella condotta della ricorrente, che al massimo poteva essere chiamata a rispondere del reato di cui all' art. 641 c.p. , anche se per il mancato pagamento della autovettura la parte offesa avrebbe potuto trovare tutela solo in sede civilistica. Considerato in diritto 2. Il ricorso è inammissibile. 2.1. Questa Corte osserva che le questioni dedotte con il presente ricorso hanno costituito oggetto di ampio dibattito processuale in entrambi i gradi del giudizio di merito, alle quali la Corte territoriale ha dato una congrua risposta sulla base di puntuali riscontri di natura fattuale e logica, disattendendo, quindi in fatto e in diritto , la tesi difensiva dell'imputata, riproposta in modo tralaticio nuovamente in questa sede di legittimità. Le censure riproposte con il presente ricorso, vanno, quindi, ritenute null'altro che un modo surrettizio di introdurre, in questa sede di legittimità, una nuova valutazione di quegli elementi fattuali già ampiamente presi in esame dalla Corte territoriale che, alla stregua della suddetta ricostruzione fattuale, ha correttamente qualificato il fatto come truffa. Infatti, la Corte di appello ha messo in evidenza che la ricorrente ha dapprima mostrato alla persona offesa la quasi totalità della capienza del conto su cui era tratto l'assegno in relazione all'importo della vendita, se non per una esigua somma, per poi svuotarlo con prelievi bancomat, prima dell'incasso dell'assegno pertanto, non essendo evidenziabile alcuna delle pretese incongruità, carenze o contraddittorietà motivazionali dedotte dalla ricorrente, la censura, essendo incentrata tutta su una nuova rivalutazione di elementi fattuali e, quindi, di mero merito, va dichiarata inammissibile. Correttamente è stata ravvisata la sussistenza del raggiro nella condotta della ricorrente, che non si è limitata a non pagare l'autovettura acquistata, ma ha aggiunto quel quid pluris necessario per configurare il reato di truffa, consistente nel comportamento sopra indicato. 3. Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi dell' art. 616 c.p.p. , con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché - ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità - al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 3.000,00 così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti. La natura non particolarmente complessa della questione e l'applicazione di principi giurisprudenziali consolidati consente di redigere la motivazione della decisione in forma semplificata. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende. Motivazione semplificata.