Il rancore delle vittime non confina in cella il colpevole

La liberazione condizionale ex art. 176 c.p. può essere concessa al condannato anche qualora manchi una manifestazione di perdono da parte delle vittime o delle persone offese. La valutazione sul sicuro ravvedimento del reo può prescindere dall’adempimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato o da partecipazioni emotive del colpevole a chi ha subito le conseguenze delle sue condotte anche se familiari di una persona assassinata .

Così la Cassazione, n. 8410/2022, dep. l'11 marzo. Il beneficio negato . Il condannato scontava da ormai quarant'anni una lunga pena per fatti di sangue e di rapina. Nel tempo aveva richiesto più volte la concessione della liberazione condizionale ai sensi dell' art. 176 c.p. , di volta in volta negata per l'assenza di un sicuro ravvedimento del condannato e della prova dell'incapacità di poter risarcire le persone offese il condannato era comunque titolare di pensione e proprietario di beni immobili. Ricorre il condannato avverso il provvedimento del tribunale di sorveglianza la Cassazione accoglie il ricorso e pare insistere sulla necessità di una verifica complessiva e ponderata della personalità del colpevole, escludendo che l'assenza del perdono delle vittime ed il risarcimento di queste impedisca per ciò solo la concessione della misura. I requisiti della liberazione condizionale ex art. 176 c.p. In primis, il sicuro ravvedimento va desunto dal comportamento tenuto dal condannato durante il tempo di esecuzione della pena, in relazione agli atteggiamenti concretamente tenuti ed esteriorizzati dal soggetto durante il tempo di esecuzione della pena, evitando il ricorso all'indagine sugli aspetti psicologici o etici della personalità di più difficile lettura. Inoltre secondo requisito il condannato deve aver tentato di risarcire le persone offese, salva l'impossibilità di adempiervi art. 176, ultimo comma, c.p. Occorre una motivazione più forte in caso di negazione della misura . La Cassazione insiste sulla globalità del giudizio di sicuro ravvedimento, occorre una puntuale comparazione fra elementi ostativi della richiesta eventualmente, l'assenza di seri tentativi di risarcire ovvero di avvicinamento alle persone offese ed elementi prognostici di una personalità recuperata al convivio civile. I primi non precludono i secondi, nel caso questi, per l'intensità delle condotte ravvisate durante l'esecuzione della pena, ravvisino il soddisfacimento della funzione rieducativa della pena ai sensi dell' art. 27 della Costituzione . In caso di negazione della misura, al tribunale sarebbe precluso motivare sulla base delle condotte carcerarie precedenti, da ritenere superabili da nuove e concrete evidenze, di cui i giudici devono necessariamente dare conto. Il rancore delle vittime non tiene in cella il colpevole. Proprio sul punto ha insistito la Cassazione il respiro rieducativo dell'istituto sarebbe negato in caso di sufficienza di una motivazione apparente del magistrato, nel caso non abbia vagliato in profondità tutti i dati raccolti ed abbia peccato di genericità eventualmente invocando le precedenti e già rigettate richieste . Nemmeno la mancanza del perdono delle persone offese può impedire sic et simpliciter la concessione della misura, se la valutazione globale del reo propende per un giudizio di sufficiente ravvedimento. Pariter in riguardo al risarcimento delle persone offese, la valutazione sull'impossibilità di provvedervi deve attenersi anche alle esigenze di vita del reo ed al bisogno di questi di reinserirsi quanto prima nel contesto sociale, con sufficienti mezzi. In caso di negazione della misura, la pregnanza costituzionale dell'istituto della liberazione condizionale impone la redazione di una motivazione quanto più attenta ad isolare evitando il ricorso per relationem ai precedenti le intime ragioni di un giudizio negativo sulla personalità del reo.

Presidente Zaza Relatore Bianchi Ritenuto in fatto 1. Con ordinanza depositata in data 24 maggio 2021 il Tribunale di sorveglianza di Bari ha respinto la richiesta, presentata da S.V., di ammissione alla liberazione condizionale. Premesso che il richiedente era, dal 1982, in espiazione della pena dell'ergastolo, inflitta per reati di partecipazione ad associazione per delinquere, rapina aggravata, omicidio volontario, e altre fattispecie minori, e ammesso alla misura della semilibertà dall'anno 1998, e che in passato altre istanze di ammissione alla liberazione condizionale erano state già respinte per l'assenza di sicuro ravvedimento , desumibile dall'assenza di reale interessamento verso le vittime del reato, il Tribunale, richiamato il contenuto dell'ultima ordinanza reiettiva, ha rilevato, quanto al tempo trascorso dalla data dell'ultima decisione, che il condannato aveva proseguito nell'attività di volontariato, aveva maturato, secondo quanto scritto nella relazione dall'equipe interna, una non piena e sicura consapevolezza del disvalore dell'illecito commesso, con distacco emotivo anche dal più grave reato di omicidio, ed ha osservato che gli operatori interni non avevano formulato alcun programma trattamentale collegato alla richiesta liberazione condizionale. Il Tribunale ha aggiunto che dalla più recente condotta era emerso un atteggiamento non rispettoso delle regole di civile convivenza in occasione di un episodio - nel quale il detenuto aveva assunto atteggiamento arrogante ed aggressivo nei confronti di un agente di polizia penitenziaria - in relazione al quale aveva riportato la sanzione disciplinare del richiamo. Il primo giudice, quindi, ha ritenuto che l'adesione di S.V. a un percorso di giustizia riparativa fosse stata solo formale, e priva di effettivo interessamento nei confronti dei familiari delle vittime. Infine, il condannato, pur proprietario di due beni immobili, sia pure per la quota di 1/15, e titolare di trattamento pensionistico, non aveva mai compiuto alcuna offerta in favore delle persone danneggiate dal reato, dopo aver ricevuto da quelli una risposta negativa ad una proposta risarcitoria formulata nell'anno 2006. 2. Il difensore di S.V. ha presentato ricorso per cassazione, chiedendo l'annullamento dell'ordinanza impugnata. Viene denunciato il difetto di motivazione del giudizio in ordine al requisito del sicuro ravvedimento. Il Tribunale non aveva considerato la partecipazione al programma trattamentale, documentata dalla relazione in data 14 ottobre 2020 e dalla relazione dell'ufficio esecuzione penale esterna in particolare, l'equipe interna aveva evidenziato una continua evoluzione positiva della personalità, anche dopo l'ultimo provvedimento di rigetto, e discreta consapevolezza del disvalore del reato, espressione che non è negativa e non esprime riserve sul profilo soggettivo. Il Tribunale, nella precedente ordinanza negativa pronunciata il 21 marzo 2017, non aveva considerato il parere positivo espresso dagli operatori penitenziari, interni ed esterni, ed ora aveva travisato le relazioni, ritenendole come non favorevoli, contrariamente al loro contenuto. Il giudizio, negativo, risultava poi motivato in termini manifestamente illogici, laddove era stato valorizzato l'illecito disciplinare recentemente commesso, l'unico nel corso di una così lunga detenzione. Quanto alla condotta riparativa, il Tribunale non aveva considerato la relazione del centro omissis , in ordine ai vani tentativi di prendere contatto con la famiglia della vittima, né le iniziative in occasione delle quali il condannato si era espresso, anche pubblicamente, manifestando pentimento e vicinanza alle vittime. La lettera ai familiari della vittima inviata nel 2006, tramite il difensore, non aveva avuto esito per il rifiuto delle persone offese, e il condannato aveva ritenuto di dover rispettare tale atteggiamento, evitando così ulteriori comunicazioni in seguito. La capacità economica del condannato non andava oltre le necessità di mantenimento, dato che si trattava di reddito da pensione e della comproprietà, per 1/15, di due immobili di pochi metri quadri. 3. Il Procuratore generale, nella sua requisitoria scritta, ha rilevato che non risultavano elementi nuovi rispetto ai dati valutati nell'ultima decisione negativa che il requisito del sicuro ravvedimento non consiste semplicemente nella ordinaria buona condotta del condannato, necessaria per fruire dei benefici previsti dall' ordinamento penitenziario , ma implica comportamenti positivi da cui poter desumere l'abbandono delle scelte criminali, e tra i quali assume Particolare significato la fattiva volontà del reo di eliminare o di attenuare le conseguenze dannose del reato Sez. 1, n. 486 del 25/09/2015, Caruso, Rv. 265471 che l'assenza di iniziative risarcitorie o, almeno, riparatorie nei confronti delle vittime era stato correttamente valutato come ulteriore indicatore di un percorso rieducativo non completo, e che sul punto il ricorso non aveva formulato specifiche censure. Ha quindi concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. Considerato in diritto Il ricorso è fondato e va, perciò, pronunciato annullamento, con rinvio, dell'ordinanza impugnata. 1. Trattandosi dell'ennesima richiesta di liberazione condizionale avanzata dal ricorrente, si deve premettere che nel procedimento di sorveglianza opera il principio secondo il quale l'effetto preclusivo del giudicato opera solo rebus sic stantibus e quindi non impedisce la riproposizione della medesima istanza se fondata su elementi nuovi ovvero diversi da quelli già esaminati dalla precedente decisione Sez. U, n. 34091 del 28/04/2011, S., Rv. 250350 . Nello specifico procedimento per l'ammissione alla liberazione condizionale il novum che legittima la riproposizione della richiesta può riguardare sia l'integrazione dei presupposti oggettivi, relativi al quantum di pena espiata ovvero all'adempimento delle obbligazioni civili, sia il requisito soggettivo del sicuro ravvedimento. Da quest'ultimo punto di vista, si deve rilevare che anche il decorso del tempo, con quel che comporta e significa in termini di progressione del trattamento rieducativo, giustifica la proposizione di una nuova istanza di ammissione alla liberazione condizionale. 2. L'istituto della liberazione condizionale, introdotto nell'originaria formulazione del codice penale, è centrale nella valutazione della costituzionalità dell'ergastolo, essendo stato sottolineato che l'istituto della liberazione condizionale disciplinato dall' art. 176 c.p. - nel testo modificato dalla L. 25 novembre 1962, n. 1634, art. 2 - consente l'effettivo reinserimento anche dell'ergastolano nel consorzio civile Corte costituzionale n. 264/1974 ed è oggetto di una posizione soggettiva qualificabile come diritto, come tale azionabile con le garanzie proprie del procedimento giurisdizionale. In particolare, la Corte costituzionale, con la pronuncia che ha dichiarato l'incostituzionalità della norma che attribuiva al potere esecutivo, invece che a quello giudiziario, la competenza a provvedere sulla richiesta di ammissione alla liberazione condizionale sentenza n. 204/1974 ha affermato che Con l' art. 27 Cost. , comma 3, l'istituto ha assunto un peso e un valore più incisivo di quello che non avesse in origine rappresenta, in sostanza, un peculiare aspetto del trattamento penale e il suo ambito di applicazione presuppone un obbligo tassativo per il legislatore di tenere non solo presenti le finalità rieducative della pena, ma anche di predisporre tutti i mezzi idonei a realizzarle e le forme atte a garantirle. Sulla base del precetto costituzionale sorge, di conseguenza, il diritto per il condannato a che, verificandosi le condizioni poste dalla norma di diritto sostanziale, il protrarsi della realizzazione della pretesa punitiva venga riesaminato al fine di accertare se in effetti la quantità di pena espiata abbia o meno assolto positivamente al suo fine rieducativo tale diritto deve trovare nella legge una valida e ragionevole garanzia giurisdizionale . Ed è esplicita l'affermazione secondo la quale proprio l'istituto della liberazione condizionale, in uno con gli altri istituti premiali previsti dall' ordinamento penitenziario , va considerato come direttamente collegato alla pena dell'ergastolo e decisivo nel rendere la pena perpetua conforme a Costituzione Tutti gli anzidetti correttivi finiscono con l'incidere sulla natura stessa della pena dell'ergastolo, che non è più quella concepita alle sue origini dal codice penale del 1930. La previsione astratta dell'ergastolo deve ormai essere inquadrata in quel tessuto normativo che progressivamente ha finito per togliere ogni significato al carattere della perpetuità che all'epoca dell'emanazione del codice la connotava Corte costituzionale sentenza n. 168/1994 . 3. Il fondamentale requisito per l'ammissione alla liberazione condizionale è costituito dal sicuro ravvedimento del condannato, desumibile dal comportamento tenuto durante il tempo di esecuzione della pena, secondo la dizione della norma di cui all' art. 176 c.p. . La giurisprudenza ha precisato che la valutazione va compiuta, non sugli aspetti psicologici o etici della personalità, bensì in relazione agli atteggiamenti concretamente tenuti ed esteriorizzati dal soggetto durante il tempo di esecuzione della pena, che consentano il motivato apprezzamento della compiuta revisione critica delle scelte criminali di vita anteatta e la formulazione - in termini di certezza, ovvero di elevata e qualificata probabilità confinante con la certezza - di un serio, affidabile e ragionevole giudizio prognostico di pragmatica conformazione della futura condotta di vita del condannato al quadro di riferimento ordinamentale e sociale, con cui egli entrò in conflitto con la commissione dei reati per i quali ebbe a subire la sanzione penale Sez. 1, n. 18022 del 24/04/2007, Balzerani, Rv. 237365 Sez.1, n. 196/2005 del 10.12.2004, Micaletto . In particolare, il legislatore pone la liberazione condizionale come istituto funzionale al riconoscimento dell'effettivo raggiungimento dell'obiettivo rieducativo sicuro ravvedimento e ciò giustifica la rinuncia dello Stato a proseguire l'esercizio della potestà punitiva, che, da una parte, grazie alla previsione dei limiti minimi di pena espiata, ha già svolto la funzione retributiva e di prevenzione generale e, dall'altra, ha conseguito l'obiettivo della risocializzazione. L'istituto in parola, che condivide la funzione propria delle misure alternative previste dall' ordinamento penitenziario , se ne differenzia per lo specifico oggetto del giudizio che ne è il presupposto non tanto l'idoneità della misura a favorire il conseguimento della rieducazione, bensì il riconoscimento che l'obiettivo della rieducazione è stato già raggiunto e quindi la certezza che in futuro il soggetto terrà una condotta aderente alle regole sociali di convivenza civile. Congrua rispetto alla natura, comunque, probabilistica dei giudizi prognostici è la previsione dell'applicazione della libertà vigilata, ai sensi dell' art. 230 c.p. , e della revoca della liberazione condizionale in caso di violazione degli obblighi connessi alla libertà vigilata ovvero di ricaduta nel reato, ai sensi dell' art. 176 c.p. . 4. La norma di cui all' art. 176 c.p. richiede l'ulteriore requisito dell'adempimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che il condannato dimostri di trovarsi nell'impossibilità di adempierle . Sul punto, stante il chiaro disposto della norma è sufficiente rilevare che la giurisprudenza ha valorizzato il tema della riparazione del danno cagionato dal reato in espiazione anche sotto il profilo del giudizio sul sicuro ravvedimento. Dunque, da una parte, non v'e' dubbio che per il condannato che ne ha la capacità economica l'adempimento delle obbligazioni civili da reato è un requisito legale cui è subordinata l'ammissione alla liberazione condizionale, ma, dall'altra, l'atteggiamento del reo nei confronti di quanto commesso va valutato nel giudizio sul sicuro ravvedimento. E coerentemente con l'oggetto di tale giudizio devono venire in rilievo i comportamenti tenuti dal reo che siano espressione - o che ne siano smentita della specifica consapevolezza del reato commesso e della conseguente lesione di beni della vita Sez. 1, n. 486 del 25/09/2015, Caruso, Rv. 265471 . Peraltro, tale importante aspetto deve rientrare in una valutazione complessiva e quindi, ove sia ritenuto carente, deve essere considerato in rapporto agli ulteriori elementi acquisiti, onde pervenire ad un ponderato giudizio sull'attuale personalità del condannato. 5. Venendo al caso in esame, si deve rilevare che l'ordinanza impugnata, con riguardo al giudizio sul sicuro ravvedimento, ha dato atto che - il condannato, detenuto dal giugno 1982, dall'anno 1998 era ammesso alla semilibertà, eseguita fino ad oggi non priva di criticità - che le precedenti istanze di ammissione alla liberazione condizionale erano state respinte sul rilievo dell'assenza di un effettivo interessamento verso le persone offese dai reati commessi - che, nel tempo decorso dall'ultimo provvedimento negativo, S.V. aveva proseguito l'attività di volontariato - che la relazione dell'equipe interna aveva riscontrato una discreta consapevolezza del disvalore di quanto commesso, valutazione ritenuta dal Tribunale significante una non piena e sicura presa di coscienza, e un certo distacco emotivo dal più grave reato di omicidio commesso - che il condannato aveva manifestato atteggiamento non rispettoso delle regole di civile convivenza in occasione di un episodio per il quale aveva riportato la sanzione disciplinare del richiamo - che non significativo era il percorso di giustizia riparativa che il semilibero avrebbe avviato attraverso la formale adesione all'attività di volontariato . In relazione all'adempimento delle obbligazioni civili derivanti da reato, non ottemperato, il Tribunale ha evidenziato che non vi era prova dell'impossibilità dell'adempimento a fronte delle, documentate, proprietà immobiliari dello S. e del trattamento pensionistico maturato. Si è aggiunto che in passato, nell'anno 2006, il condannato aveva, tramite il difensore, inviato una lettera alle persone offese, e la difesa ha sostenuto che i familiari della vittima avevano rifiutato il contatto ed anche l'offerta risarcitoria quantificata in Euro 50 milioni. Il Tribunale, sul punto, ha dedotto che, da una parte, la comunicazione inviata alla famiglia della vittima era stata strumentale al conseguimento del beneficio richiesto e non espressione di una effettiva revisione critica di quanto commesso e, dall'altra, che l'offerta risarcitoria era stata solo affermata, ma non documentata. 6. Il collegio ritiene sussistenti le carenze motivazionali denunciate dal ricorso. 6.1. Con riguardo all'adempimento delle obbligazioni civili da reato, il primo giudice ha ritenuto non provata la impossibilità di provvedervi a fronte delle proprietà immobiliari e del trattamento pensionistico. Ora, posto che si tratta del risarcimento del danno cagionato da omicidio volontario e, dunque, comunque di entità economica certamente assai significativa, la motivazione dell'ordinanza impugnata si appalesa come manifestamente illogica, atteso che valorizza proprietà immobiliari delle quali, precisa, S.V. è titolare per la quota di un quindicesimo, dato indicativo, in assenza di ulteriori elementi, di valori economici modesti e di non pronta liquidazione. Anche il trattamento pensionistico, che si precisa essere stato maturato grazie all'attività lavorativa svolta all'interno degli istituti penitenziari durante la lunga detenzione , non è un dato significativo di una capacità economica che possa andar oltre al soddisfacimento delle esigenze proprie della vita quotidiana. 6.2. Il giudizio, negativo, in ordine al requisito del sicuro ravvedimento del condannato, viene articolato con riguardo alla condotta tenuta dallo S. e alla posizione assunta dallo stesso nei confronti del reato commesso. 6.2.1. Si deve premettere che il Tribunale, limitandosi a menzionare le precedenti decisioni sulla medesima richiesta e a richiamare l'ultima ordinanza pronunciata il 21 marzo 2017, in atti , priva il discorso giustificativo di dati e valutazioni, che, non venendo esplicitate, non possono essere valorizzate per integrare la motivazione. 6.2.2. In relazione alla valutazione dei comportamenti tenuti, la motivazione risulta carente e manifestamente illogica. L'ordinanza esordisce con il riferimento all'operatività della misura alternativa della semilibertà, precisando che sarebbero emerse criticità , delle quali però non dà alcuna contezza e così valorizza un dato generico, che non può essere utilmente apprezzato nella complessiva considerazione della condotta del ricorrente. L'unico dato negativo che viene esplicitato riguarda la recente infrazione disciplinare, di cui il Tribunale dà piena contezza riportando le espressioni testuali profferite da S.V. all'indirizzo di un agente di polizia penitenziaria, e menzionando il gesto di stizza che le aveva accompagnate. Sul punto, l'ordinanza dà atto, congruamente con il contenuto dell'episodio e la sanzione irrogata, della non rilevante gravità del fatto, ma lo ritiene significativo di un atteggiamento non rispettoso delle regole di civile convivenza . Tale giudizio è sorretto da motivazione manifestamente illogica, dato che fa riferimento ad una condotta solo verbale, con tratti che, effettivamente, riscontrano una relazione tra detenuto e agente di polizia penitenziaria non rispettosa del ruolo istituzionale dell'agente, ma che non è significativa di prevaricazione. Ingiustificato risulta, poi, l'ulteriore passaggio, decisivo nell'economia della motivazione del provvedimento, laddove il Tribunale afferma che la ricordata infrazione disciplinare riscontra la carente revisione critica di quanto commesso e, in definitiva, l'assenza del sicuro ravvedimento . Se, come ha precisato la giurisprudenza, il giudizio sul sicuro ravvedimento va fondato sui comportamenti tenuti dal condannato è manifestamente illogico valorizzare un episodio, che l'amministrazione penitenziaria ha sanzionato con il richiamo, a fronte di una lunga detenzione durante la quale, si dà atto, il soggetto ha sempre lavorato, ha ottenuto la semilibertà, si è dedicato ad attività di volontariato. 6.2.3. Particolare importanza viene assegnata dal Tribunale, nel giudizio sul sicuro ravvedimento, all'atteggiamento assunto da S.V. nei confronti del reato commesso. Come già si è dato conto, l'ordinanza valorizza l'inadeguata consapevolezza di quanto commesso e l'assenza di un reale interessamento verso le persone offese. Si tratta di profili tra loro connessi in quanto si ritiene che la reale consapevolezza del reato determini un atteggiamento di attenzione verso la vittima, che, a sua volta, costituisce riscontro di una effettiva revisione critica del passato criminale. Sotto il primo profilo, il giudizio del primo giudice - che ritiene non piena e sicura la revisione critica di quanto commesso - si fonda sulla valutazione data dall'equipe interna, che aveva definito discreta la consapevolezza di quanto commesso. La motivazione dell'ordinanza travisa il contenuto della relazione dell'equipe, allegata al ricorso, dalla quale si leggono espressioni prive di riserve sull'atteggiamento di S.V. verso il suo passato criminale Il semilibero durante l'esecuzione della pena ha tenuto una serie di comportamenti che appaiono idonei a dimostrare, anche sulla base del percorso trattamentale, la revisione critica delle sue pregresse scelte criminali da circa dodici anni svolge volontariato in modo stabile ha partecipato ad attività di promozione ed educazione alla legalità, in particolare nelle scuole In occasioni pubbliche ha colto spesso l'opportunità di rivolgere un pensiero alle famiglie coinvolte . Il giudizio del Tribunale, fondato sull'aggettivazione discreta utilizzata dalla relazione, ha travisato il chiaro contenuto di quel contributo, che, in relazione alla posizione assunta da S.V. in relazione a quanto commesso, non esprime riserve. Quanto all'assenza di interesse e attenzione verso le vittime del reato, che il Tribunale ricorda essere stata la ragione delle precedenti decisioni negative, l'ordinanza rileva che l'atteggiamento di S.V., contrassegnato anche da distacco emotivo verso il reato più grave, non sarebbe mutato. Quanto alle condotte riparative, il Tribunale ne afferma la sostanziale assenza, vuoi per la tardività dell'unica lettera ai familiari della vittima inviata nell'anno 2006 e dunque in funzione evidente strumentalizzazione della richiesta di ammissione alla liberazione condizionale, vuoi per l'assenza di concrete, seppur parziali, offerte risarcitorie. Sul punto, la motivazione del Tribunale è solo apparente. Infatti, viene valorizzato il dato, che ormai può essere definito storico, del fallimento della relazione tra S.V. e i familiari della vittima del reato più grave da lui commesso, l'omicidio. Fallimento sancito dal legittimo rifiuto delle vittime di rispondere alla lettera che S. aveva inviato solo nell'anno 2006, a distanza di 24 anni dal fatto, e consolidato dalla incapacità di S.V. di trovare un canale che gli consentisse di aprire un rapporto e di entrare in relazione personale con le vittime. Il Tribunale aggiunge la condivisibile affermazione che i tentativi di avvicinamento o le richieste di perdono avanzati contestualmente alla richiesta di ammissione alla liberazione condizionale sono strumentali a questa e dunque, di per sé, non significativi di una reale revisione critica di quanto commesso. Peraltro, il Tribunale, cui è richiesto di verificare se ora il condannato ha completato il percorso trattamentale ed ha, realmente, assunto una condotta di vita conforme alle norme della convivenza civile, non può limitarsi, nel doveroso scrutinio della posizione assunta dal soggetto verso il reato commesso, a considerare la relazione con la vittima, che, specie se si tratta di reati gravissimi, costituisce il banco di prova umanamente più difficile e che può rimanere insuperabile anche laddove l'obiettivo rieducativo è pienamente raggiunto. D'altra parte, in giurisprudenza si è riconosciuto che né il perdono della persona offesa né l'ammissione delle proprie responsabilità sono presupposti necessari dell'ammissione alla liberazione condizionale Sez. 1, n. 2433 del 05/11/1984, NANNI, Rv. 166861 Sez. 1, n. 33302 del 27/06/2013, Calzetta, Rv. 257005 , e si è affermato che è vero che tra gli elementi valutabili ai fini dell'acquisizione della prova del ravvedimento può essere anche considerato il grado di interesse e di concreta disponibilità del condannato a fornire alla vittima del reato ogni possibile assistenza, compatibile con il doveroso rispetto della personale riservatezza e delle autonome decisioni di questa, ma sembra evidente che il sicuro ravvedimento non può identificarsi tout court con il risarcimento del danno ad essa cagionato, ma postula una valutazione globale della condotta del soggetto, in modo da accertare se l'azione rieducativa, complessivamente svolta abbia prodotto il risultato del compiuto ravvedimento del reo. Tra i vari elementi di valutazione del sicuro ravvedimento del reo e del suo riscatto morale vanno presi in considerazione, infatti, i rapporti con i familiari, il personale carcerario e i compagni di detenzione, nonché lo svolgimento di un'attività lavorativa o di studio. Il mancato interessamento nei riguardi della vittima non sembra di per sé suscettibile di una limitazione preventiva. Ciò che occorre è una valutazione unitaria della personalità del condannato che consenta di verificare se c'e' stata da parte del reo una revisione critica della sua vita anteatta e una reale aspirazione al suo riscatto morale Sez. 1, n. 3675 del 16/01/2007, Tedesco, Rv. 235796 . Si comprende, quindi, che il Tribunale, concentrandosi unicamente sul dato oggettivo dell'assenza di un rapporto tra il reo e le vittime, ha omesso la valutazione della complessiva condotta tenuta dal condannato durante la lunga esecuzione penale nella prospettiva di verificare se oggi il reo abbia raggiunto l'obiettivo rieducativo. 7. Va dunque pronunciato annullamento dell'ordinanza impugnata, disponendo il rinvio al Tribunale di sorveglianza di Bari perché proceda a nuovo giudizio sulla richiesta di liberazione condizionale avanzata da S.V Il giudice del rinvio non ha vincoli nel merito del giudizio, ma è tenuto a non ripetere le carenze motivazionali censurate. P.Q.M. Annulla l'ordinanza impugnata con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale di sorveglianza di Bari.