Fallimenti lumaca: le scarse chances del creditore di essere saldato non influiscono sull’equo indennizzo

Infatti in base alla Cassazione civile n. 11372/2019 l’importo dell’equo indennizzo per le procedure fallimentari che superino i 6 anni di durata non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice e per calcolarlo non si devono considerare le scarse possibilità di soddisfazione del credito azionato, il cui importo non è ancorato ad alcuna base normativa e dipende da molteplici variabili indipendenti, sia dalla natura e dall’entità dello stesso, che dalla situazione soggettiva del creditore. Il danno si consuma nell’irragionevole durata della procedura al di là della sua complessità.

È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Brescia nel decreto di rigetto n. 36/2022 del 7 gennaio. Una parte di una procedura fallimentare durata oltre 15 anni chiedeva ed otteneva un equo indennizzo di .2.160 la società fallita era incapiente seppure avesse un patrimonio ed un utile annuo milionari e la parte in questione vantava un credito di 35.777,98. Per il MEF, che ha proposto opposizione al decreto con cui era stato liquidato l'equo indennizzo, alla parte non spettava nulla poiché la posta in gioco era irrilevante a fronte del valore della causa e vi era un'elevatissima possibilità per i creditori di non partecipare ad alcun riparto. La Corte è stata di diversa opinione ed ha rigettato l'opposizione con soccombenza del MEF. Qual è l'equa durata di una procedura fallimentare? La prassi della Cassazione ex multis Cass. civ.20508/20 , 25730/11 e 1338/04 , alla luce di quella della CEDU sull'equo processo ex art. 6 Cedu , stabilisce una durata da 5 a 7 anni a seconda della complessità della procedura numero dei creditori, natura e situazione giuridica dei beni da liquidare, giudizi connessi, procedure concorsuali indipendenti etc. . L'art. 2, comma 2, l. n. 83/2012 ha stabilito che la durata deve essere di 6 anni indipendentemente dalla complessità della procedura. La prassi della Cassazione, alla luce dell'esegesi dell'articolo Cedu, evidenzia anche che il diritto all'equo indennizzo non è in re ipsa , ma una volta che il giudice adito l'ha accertato, anche in via presuntiva, deve essere liquidato senza bisogno di prove dovendolo però escludere quando il protrarsi della procedura dipenda dalla parte o la stessa sia consapevole dell'infondatezza della sua pretesa o delle sue controdeduzioni. Come si calcola l'equo indennizzo? Il principio è mutuato dall'eccessiva durata delle procedure esecutive per espropriazione forzata deve essere parametrato al valore della causa, id est all'intero ammontare del credito azionato e non già alla parte del credito liquidata. Più precisamente come enunciato dalla Cass. civ. n. 10176/2018 l'importo dell'equo indennizzo non può essere superiore al valore della causa o se inferiore a quello del diritto accertato dal giudice . Nello specifico, in sede di verificazione del passivo, il valore della causa sarà quello del credito azionato dal ricorrente o se inferiore del credito per il quale è ammesso , essendo irrilevante quale sia il valore di quello iscritto al riparto. In breve, il danno è originato dall'eccessiva durata della procedura e dovrà essere risarcito secondo detti parametri essendo all'uopo irrilevanti sia le possibilità dei creditori di essere liquidati sia l'ammontare dei crediti insinuati , il valore dell'attivo nel nostro caso .16000 , azioni revocatorie, inattività delle parti etc. La Corte inoltre critica aspramente le censure del MEF palesemente infondate dato che il credito vantato non era affatto irrisorio o nullo. Insussistenza del pregiudizio. La Corte evidenzia come siano molteplici le fattispecie di insussistenza dell'irragionevole durata e tra queste la presunzione iuris tantum d'insussistenza del pregiudizio da irragionevole durata del processo introdotta dall' articolo comma 777, l. numero /2015 è escluso l'equo indennizzo nel caso di irrisorietà della pretesa o del valore della causa valutata anche in relazione alle condizioni personali della parte neretto,nda . Questa scriminante è volta a contrastare l'orientamento di legittimità secondo cui il giudice, una volta accertata e determinata l'entità della violazione, deve in ogni caso ravvisare il pregiudizio da irragionevole durata, senza che possa essere addossato al ricorrente alcun onere di allegazione del danno patito a prescindere, dall'esiguità della posta in gioco, la quale, semmai, potrebbe giustificare sola la contrazione della somma liquidabile, ma non la sua esclusione Cass. civ. n. 23048/2007 . Questa è una soglia di gravità del pregiudizio , valutabile caso per caso, indipendente da qualsiasi soglia monetaria e sostanzialmente sovrapponibile a quella di ammissibilità dei ricorsi innanzi la CEDU ex art. 35 Cedu.

Presidente Cantù Relatore Aliprandi Fatto e diritto Con ricorso del 7.01.2020, omissis chiedevano a questa Corte l'accertamento e la liquidazione dell'equa riparazione per l'eccessiva durata della procedura fallimentare omissis , dichiarato dal Tribunale di Crema in data 19.03.2004 e chiuso con decreto 3.07.2019 dal Tribunale di Cremona per totale mancanza di attivo. Il ricorso veniva accolto dal Consigliere designato con decreto 25.06.2021 limitatamente alla posizione di omissis e il Ministero era condannato al pagamento in suo favore della somma di 2.160 oltre spese. Avverso detto decreto, il Ministero della Giustizia proponeva opposizione assumendo che il danno era inesistente e che pertanto la parte ingiungente non aveva diritto ad alcun indennizzo. Più in dettaglio, l'opponente allegava - che il concetto di valore di causa doveva essere adattato alla procedura fallimentare - che nei fallimenti incapienti, come quello in esame, non vi era alcuna possibilità di equiparare la posta in gioco al valore della causa - che nel caso concreto vi era elevatissima probabilità per i creditori di non partecipare ad alcun riparto finale - che comunque la posta in gioco era irrilevante alla luce delle condizioni della parte ingiungente, tenuto conto che il valore del credito era di circa 35.700 a fronte di un patrimonio netto di 1.550 milioni di euro e di un utile consolidato di 68.8 milioni di euro. Si costituiva omissis che resisteva. All'odierna udienza, la Corte riservava la decisione. L'opposizione va rigettata. I primi tre motivi di impugnazione sollevati dall'Amministrazione opponente possono essere esaminati in via unitaria e nel loro complesso sono infondati. In linea generale, va premesso che. in tema di equa riparazione per la violazione del termine di durata ragionevole del processo, la durata delle procedure fallimentari, secondo lo standard ricavabile dalle pronunce della Corte Europea dei diritti dell'uomo, è di cinque anni nel caso di media complessità cd. in ogni caso, per quelle notevolmente complesse - a causa del numero dei creditori, della particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare partecipazioni societarie, beni indivisi, ecc. , della proliferazione di giudizi connessi o della pluralità di procedure concorsuali interdipendenti - è al più di sette anni cfr. Cass. 12.10.2017 n. 23982 , Cass. 28.05.2012 n. 8468 e la più recente Cass. 29.09.2020 n. 20508 . L' art. 2 comma 2 bis, aggiunto dal decreto legge 83/2012 . ha fissato in sei anni la durata ragionevole di una qualsiasi procedura fallimentare. In merito all'indennizzabilità del pregiudizio per irragionevole durata di un processo e/o di una procedura presupposta, la Suprema Corte, pur escludendo la configurabilità di un danno in re ipsa, dipendente dalla semplice violazione del parametro temporale, ha statuito che una volta che sia accertata e determinata l'entità della violazione relativa alla durata del ragionevole processo. il giudice deve ritenere tale danno esistente, sempre che non risulti la sussistenza - nel caso concreto - di circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente Cass. 1.12.2011 n. 25730 . Cass. 2.02.2007 n. 2246 . Soccorre anche il precedente costituito dalle SS.UU. 1338 e 1341 del 2004, le quali hanno rimarcato la necessità di interpretare la Legge 89/01 in conformità all' art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo ed alla relativa Giurisprudenza sviluppata dalla Corte di Strasburgo. Proprio alla luce di tale giurisprudenza europea si deve concludere che una volta provata la violazione dell'art. 6 CEDU , il danno non patrimoniale deve essere normalmente liquidato alla vittima della violazione senza necessità di alcuna prova, sia pure solo in via presuntiva, in quanto ritenuto una conseguenza naturale, anche se non automatica, della violazione medesima, danno che può essere escluso solo in situazioni particolari allorché il protrarsi dei giudizi, o risponda ad un interesse della parte ovvero qualora, della infondatezza della pretesa o delle controdeduzioni sia consapevole la parte stessa . Nel caso concreto non è in discussione che la procedura fallimentare presupposta, omissis , sia durata quindici anni e un mese, tenuto conto che l'ammissione al passivo risale al 31.05.2004 con uno sforamento di anni nove rispetto alla durata ragionevole fissata ex lege. Parte opponente assume che nelle procedure fallimentari non si può fare riferimento al valore del credito ammesso e che occorre porre l'attenzione alla consapevolezza dello stato dei fatti e non già all'esito del giudizio. Sotto il primo profilo, invero, Cass. 4.10.2018 n. 24362 . ha espressamente sancito in ambito esecutivo, e dunque con ratio estensibile alle procedure concorsuali, che, ai fini dell'equa riparazione dovuta al creditore per l'eccessiva durata del procedimento di esecuzione forzata per espropriazione, il valore della causa, entro il quale deve essere contenuto l'indennizzo, va individuato nell'intero ammontare del credito azionato e non nella sola sua parte rimasta soddisfatta. Pertanto, non si comprende come il valore della causa possa essere ragguagliato, come pretende parte opponente, alle scarse possibilità di ottenere il pagamento e che. pertanto, sia da considerare oltremodo artificioso allineare il valore reale della posta in gioco al valore nominale del credito ammesso al passivo . Sul punto cfr. anche Cass. 27.04.2018 n. 10176 secondo cui L' art. 2 bis della l. n. 89 del 2001 , infatti, stabilisce che, anche in deroga ai criteri stabiliti dal comma I del medesimo articolo, la misura dell'indennizzo non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice. Ne consegue che, nel caso del giudizio di verificazione dello stato passivo, occorre aver riguardo al credito azionato dal ricorrente art. 93, comma 3 n. 2, L. Fall . ovvero, se inferiore, alla somma per la quale il creditore, all'esito del giudizio stesso, risulti essere stato ammesso artt. 96 e 99 L. Fall . , a nulla, almeno a tal fine, rilevando la somma per la quale il creditore ammesso risulti, poi, iscritto al riparto artt. 110 ss. L. L. Fall . Ancora Cass. n. 11372/19 in caso analogo al presente ove la parte ricorrente era il Ministero della Giustizia afferma che la misura dell'indennizzo, anche in deroga al comma 1. non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o. se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice, ma detta disposizione non autorizza le conclusioni a cui è pervenuto il ricorrente giacché, ai fini dell'individuazione della nozione di valore della causa, ivi contemplata, l'ancoraggio di tale nozione, in materia di processo fallimentare, all'importo che il creditore concretamente finisce con il ricavare dall'esecuzione appare, per un verso, del tutto sfornito di basi normative e per altro verso, intrinsecamente irrazionale giacché l'entità di detto importo dipende da variabili molteplici e totalmente indipendenti sia dalla natura ed entità del credito azionato, sia dalla situazione soggettiva del creditore. Pertanto, non si comprende come il valore della causa possa essere ragguagliato, come pretende parte opponente, alle scarse possibilità di ottenere il pagamento e che, pertanto, sia da considerare oltremodo artificioso allineare il valore reale della posta in gioco al valore nominale del credito ammesso al passivo . Il credito di omissis , è stato verificato e vagliato dagli organi della procedura - nel caso di specie trattasi di credito di 35.777,98 - sicché assumere che un siffatto credito abbia un valore inferiore o prossimo a zero perché in via di estrema probabilità non sarebbe stato soddisfatto è affermazione che collide con gli elementari principi del diritto. Anche le valutazioni in merito alla consapevolezza delle scarse probabilità di soddisfazione sono irrilevanti l'ammontare dei crediti insinuati, il basso valore dell'attivo, le possibili azioni revocatorie ed ancora, la speranza di realizzare alcunché o anche la pretesa inattività dopo l'iniziale istanza di ammissione costituiscono, nel loro insieme, elementi inidonei a fondare il rigetto della proposta domanda di equa riparazione cfr. Cass. 4.02.2021 n. 2615 . Il danno si consuma nell'irragionevole durata della procedura fallimentare presupposta che, nel caso concreto, neppure è giustificata da una particolare complessità dalle relazioni in atti consta infatti che la procedura abbia ricavato un modesto attivo di circa 16.000 utilizzato per le spese della procedura . Il quarto motivo è infondato. Quanto alle condizioni della parte istante, è innegabile che omissis , attesa la particolare attività svolta, disponga di un ingente patrimonio sociale e presenti poste di bilancio particolarmente significative, ma nella fattispecie l'entità del credito ammesso al passivo è rilevante e non consente di far applicazione del disposto dell'art. 2 comma 2 quinquies lett. g , nemmeno se rapportato ad una società di grandi dimensioni come è la ricorrente. Sul tema, va dato atto che l' art. 2 co. 2 sexies della L. 89/2001 prevede una molteplicità di fattispecie in presenza delle quali si presume insussistente il pregiudizio da irragionevole durata del processo. Di conseguenza, al realizzarsi di tali fattispecie non può essere riconosciuto l'indennizzo di cui alla stessa legge, salvo che il ricorrente non fornisca una prova contraria volta al superamento di detta presunzione. In particolare, è espressamente previsto che si presume insussistente il pregiudizio da irragionevole durata del processo, salvo prova contraria, nel caso di g irrisorietà delia pretesa o del valore della causa, valutata anche in relazione alle condizioni personali della parte . Si una tratta di una norma, introdotta nel nostro ordinamento con l'art. 1 co. III lett. d L. 28/12/2015 n. 208. che stabilisce una presunzione iuris tantum di insussistenza del pregiudizio da irragionevole durata del processo per quei casi in cui la pretesa azionata nel giudizio presupposto sia inconsistente rectius irrisoria finalizzata a contrastare il prevalente orientamento di legittimità secondo cui il giudice, una volta accertata e determinata l'entità della violazione, deve in ogni caso ravvisare il pregiudizio da irragionevole durata, senza che possa essere addossato al ricorrente alcun onere di allegazione del danno patito a prescindere, dall'esiguità della posta in gioco, la quale, semmai, potrebbe giustificare solo la contrazione della somma liquidabile, ma non la sua esclusione cfr. tra le molte Cass. n. 23048/2007 Cass. 26200/2006 . Alla luce di questa novella, non tutti i casi di definizione del giudizio presupposto oltre i termini di normativamente previsti fondano il diritto a ottenere il riconoscimento dell'equa riparazione, bensì solo quelli che superano una soglia minima di gravità, la quale va valutata in concreto, con riferimento alle condizioni personali della parte istante e non, invece, in astratto con riferimento ad una ipotetica determinata soglia monetaria. La previsione di tale soglia minima di gravità, da valutarsi in concreto, si pone in linea e trova il suo fondamento con la disciplina convenzionale della CEDU, ove al suo art. 35 co. 3 lett. b come introdotto dal Protocollo n. 14 STCE n. 194 è scritto che 3. La Corte dichiara irricevibile ogni ricorso individuale presentato ai sensi dell'articolo 34 se ritiene che omissis b il ricorrente non ha subito alcun pregiudizio importante [nella versione originale in lingua inglese significant disadvantage ], salvo che il rispetto dei diritti dell'uomo garantiti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli esiga un esame del ricorso nel merito e a condizione di non rigettare per questo motivo alcun caso che non sia stato debitamente esaminato da un tribunale interno. 4. La Corte respinge ogni ricorso che consideri irricevibile in applicazione del presente articolo. Essa può procedere in tal modo in ogni stato del procedimento . Il suddetto criterio di ricevibilità richiede quindi - alla stregua di quanto previsto dall'art. 2 co. 2 sexies lett. g L. 89/2001 formulato in termini positivi - l'esistenza di un pregiudizio significativo da valutarsi caso per caso. Alla stregua di questi criteri, non vi sono elementi per poter definire non significativa e irrisoria la pretesa dell'odierna opposta. Parte opponente va condannata a rifondere le spese di lite della presente fase 510 per fase studio ed 510 per fase introduttiva con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore dichiaratosi antistatario. P.Q.M. La Corte di Appello di Brescia, definitivamente decidendo. Rigetta l'opposizione e per l'effetto conferma il decreto impugnato Condanna parte opponente a rifondere a parte opposta le spese della presente fase, liquidate in 1.020. oltre rimborso spese generali al 15%, I.V.A. e C.P.A. come per legge con distrazione ex ar t. 93 c.p.c. in f avore del procuratore dichiaratosi antistatario.