Valutazione della prova in sede cautelare e nel giudizio di cognizione: il concetto di qualificata probabilità di colpevolezza

L’utilizzazione dei risultati delle intercettazioni in ipotesi di reato emerse nel corso dell’attività captiva, che si trovino in un rapporto di connessione forte con quello per il quale l'autorizzazione è stata concessa.

La questione di diritto giunta allo scranno della Suprema Corte nasce da un incidente cautelare inerente ad una vicenda originata da un sinistro stradale mortale che aveva coinvolto un'autovettura noleggiata, a nome dell'indagato e a bordo della quale si trovavano il predetto e altri quattro soggetti, e uno scooter, a bordo del quale viaggiavano la persona che poi decedeva a seguito dello scontro e la sua trasportata che riportava gravissime lesioni. Nello specifico accadeva che, nell'immediatezza del fatto, tutti gli occupanti dell'auto indicavano quale conducente della vettura noleggiata un proprio amico, il quale ovviamente veniva iscritto nel registro degli indagati per il reato di omicidio stradale aggravato . Tuttavia, anche a seguito di interrogatorio, questi aveva respinto l'addebito, affermando che altri era il conducente della vettura e, precisamente, colui che aveva noleggiato il mezzo. Emergeva dal detto interrogatorio, inoltre, che egli stesso era stato indotto ad assumersi la responsabilità dell'accaduto in quanto unico, tra gli occupanti del mezzo, a non aver assunto alcol né droga ed, inoltre, perché era stato convinto del fatto che la responsabilità dello scontro sarebbe stata attribuita esclusivamente al motociclista deceduto. Emergeva che la versione falsa era stata concordata nell'immediatezza, essendosi prestati tutti gli occupanti dell'auto poiché legati da strettissimi legami amicali ma, soprattutto, perché succubi dell'uomo che aveva noleggiato l'auto, descritto come soggetto dotato di caratura criminale. Arrivata la convocazione di tutti costoro presso gli uffici degli organi investigativi, le parti ribadivano la versione già data, ad eccezione di quella di un unico trasportato la quale veniva significativamente modificata. L'uomo, nello specifico, dichiarava di non ricordare l'accaduto a causa delle condizioni di ottundimento dovuto all' assunzione di sostanze alcoliche . Ritualmente autorizzate le intercettazioni ambientali , venivano acquisiti elementi a conferma di quanto dichiarato dall'originario uomo falsamente indagato e lo stesso Tribunale affermava l'assoluta plausibilità dei riferimenti al conducente del mezzo come soggetto diverso dal principale indagato, rilevando l'esplicita indicazione di colui che aveva noleggiato il mezzo quale vero pilota del veicolo al momento dell'impatto, nel corso di altre intercettazioni. Il GIP, sulla scorta di tali elementi, emetteva il titolo cautelare nei confronti di quest'ultimo per i capi di incolpazione provvisoria , ritenuta per entrambi i reati omicidio stradale aggravato e calunnia la piena utilizzabilità delle risultanze delle intercettazioni impiegate per il reato di calunnia, utilizzabilità esclusa, invece, dal Tribunale del riesame, con conseguente annullamento del titolo quanto al reato di omicidio stradale aggravato. Il principale motivo di ricorso. Avverso l'ordinanza proponeva ricorso il Pubblico Ministero, il quale, per quello che qui interessa, denunciava inosservanza o erronea applicazione della legge penale con riferimento all'utilizzabilità delle intercettazioni nell'ambito dello stesso procedimento in ipotesi di reato non compreso nell'elenco ex art. 266 c.p.p. In particolare, veniva dedotto che le intercettazioni erano state disposte in relazione al reato di calunnia, posto in essere per occultare il reato aggravato, oggetto del medesimo procedimento e, in ogni caso, connesso teleologicamente al primo, versando in ipotesi in cui la vicenda, non è solo connessa ma deve ritenersi identica. Il ricorrente precisava che la fattispecie all'esame, in cui il procedimento è il medesimo, non è disciplinata espressamente da alcuna disposizione, non potendosi applicare l'art. 270 codice di rito che fa riferimento ai reati per i quali pende un diverso procedimento. In particolare, a sostegno della propria tesi, il deducente richiamava alcuni arresti giurisprudenziali in cui il Supremo Organo di nomofilachia aveva precisato che la parziale coincidenza della res iudicanda che fonda il legame sostanziale tra i due reati, consente di ricondurre all'originario provvedimento autorizzativo anche il reato connesso, accertato attraverso i risultati della stessa intercettazione, salvaguardando la garanzia costituzionale e scongiurando il pericolo che l'atto assuma i connotati di una autorizzazione in bianco. La decisione della Corte. Il Collegio, dopo un lungo excursus storico e giurisprudenziale sul punto, ha confermato la fondatezza di tale motivo di ricorso, affermando il principio per il quale, ferma restando l'interpretazione del diritto vivente sulla necessità che -tra il reato per il quale è stata autorizzata l'intercettazione e quello per il cui accertamento siano rilevanti e indispensabili i risultati della primasussista una connessione cd. forte, la deroga al divieto generale ex art. 270, comma 1, c.p.p. opera sia se il reato rientri nel novero dei delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza, sia nel caso in cui esso rientri nell'elenco ex art. 266 c.p.p. Inoltre, in vista del rinnovato giudizio demandato al Tribunale in sede di rinvio, la Suprema Corte ha ritenuto opportuno precisare che la valutazione della prova in sede cautelare rispetto a quella nel giudizio di cognizione si contraddistingue non in base alla differente intrinseca capacità dimostrativa del materiale acquisito, ma per l'aspetto di provvisorietà del compendio indiziario che, in una prospettiva di evoluzione dinamica, potrà essere arricchito. Ne consegue che, quanto meno sono pronosticabili ulteriori significativi arricchimenti dello stesso, in ragione del tempo trascorso rispetto al fatto, tanto più la valutazione del compendio indiziario dovrà essere aderente alla probabilità di fondare, soltanto sui risultati fino a quel momento raggiunti, una sentenza di condanna. In tal senso, si è anche successivamente e di recente precisato che per gravi indizi di colpevolezza devono intendersi tutti quegli elementi a carico, di natura logica o rappresentativa che non valgono, di per sé, a provare oltre ogni dubbio la responsabilità dell'indagato e, tuttavia, consentono, per la loro consistenza, di prevedere che, per mezzo della futura acquisizione di ulteriori elementi, saranno idonei a dimostrare tale responsabilità, fondando nel frattempo una qualificata probabilità di colpevolezza. Anche tale valutazione, secondo la Corte di Cassazione, va rinnovata alla luce delle risultanze delle intercettazioni, della prova logica e degli elementi indicati nel ricorso. Per tutti questi motivi, è stata annullata l'impugnata ordinanza limitatamente al reato di omicidio stradale aggravato, con rinvio per nuovo giudizio al Tribunale competente, sezione per il riesame.

Presidente Dovere Relatore Cappello Il testo integrale della sentenza sarà disponibile a breve.