Prova a rubare una felpa dal negozio e si scontra col vigilante: condanna più severa

Respinta la tesi difensiva, mirata a ridimensionare l’episodio, cioè il contatto fisico tra ladro e vigilante, e a presentarlo come conseguenza del mero tentativo di guadagnare la fuga.

Divincolarsi dalla presa del vigilante che sorveglia l'uscita del negozio e provocarne così la caduta rende più grave la condotta del ladro . Quell'azione consente di catalogare difatti il suo blitz criminoso come rapina caratterizzata dalla violenza. Ricostruito nei dettagli l'episodio incriminato, i giudici di merito sanciscono, sia in primo che in secondo grado, la colpevolezza dell'uomo sotto processo, ritenuto responsabile del delitto di tentata rapina impropria e sanzionato con dieci mesi e venti giorni di reclusione più 245 euro di multa e il pagamento delle spese processuali . Col ricorso in Cassazione il difensore prova a ridimensionare la condotta tenuta dal suo cliente, mettendo in discussione soprattutto il dato relativo alla violenza perpetrata , secondo l'accusa, ai danni del vigilante del negozio . In questa ottica vengono citate proprio le dichiarazioni del vigilante, il quale, osserva il legale, ha fatto emergere che non vi fu alcuna colluttazione né alcuna violenza poiché l'intento dell'uomo beccato a portar via una felpa dal negozio era stato soltanto quello di guadagnare la fuga . Di conseguenza, l'unica energia fisica manifestatasi nel corso dell'episodio era imputabile non già al ladro ma al fatto che il vigilante aveva cercato di fermarlo , spiega il legale. Sempre ragionando in chiave difensiva, poi, l'avvocato aggiunge che la caduta a terra dei due uomini non può ritenersi né materialmente né psichicamente riconducibile al suo cliente, che ha solo cercato di divincolarsi , ma al tentativo del vigilante di fermarne la fuga . Prima di prendere posizione, i Giudici della Cassazione richiamano i dettagli più importanti della vicenda. In particolare, viene sottolineato che il vigilante aveva sorpreso un uomo nell'atto di tentare di guadagnare la fuga dopo essersi impossessato ed avere occultato sulla propria persona una felpa Adidas', a cui aveva rimosso la placca antitaccheggio e poi aveva raggiunto il ladro, il quale aveva cercato, riuscendoci, di divincolarsi dalla sua presa, tanto che entrambi erano caduti a terra , e proprio per questo il ladro era stato in grado di darsi alla fuga , sin quando, raggiunto dai carabinieri nel frattempo intervenuti, aveva desistito da ogni ulteriore iniziativa . Possibile parlare di tentata rapina impropria ? Soprattutto facendo riferimento alla qualificazione, in termini di violenza, del tentativo del ladro di sfuggire alla presa del vigilante. I Giudici di terzo grado rispondono in modo netto il ladro cercò di svincolarsi dalla presa del vigilante e così entrambi caddero a terra , e correttamente il fatto è stato qualificato in termini di tentata rapina impropria . Ciò perché il divincolarsi ed anche il semplice strattona mento costituiscono violenza, in quanto implicano l'impiego di un'energia fisica al fine di vincere la resistenza opposta dalla persona alla fuga del ladro .

Presidente Pellegrino Relatore Cianfrocca Ritenuto in fatto 1. La Corte di Appello de L'Aquila ha confermato la sentenza con cui, in data 31.5.2018, il Tribunale di Teramo aveva riconosciuto A.V. responsabile del delitto di tentata rapina impropria e, con l'attenuante di cui all' art. 62 c.p. , n. 4, che aveva stimato equivalente alla contestata recidiva, applicata la diminuente per il rito abbreviato, lo aveva condannato alla pena di mesi 10 e giorni 20 di reclusione ed Euro 245 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali 2. ricorre per cassazione il difensore dell'A. lamentando 2.1 vizio di motivazione per mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione travisamento della prova dichiarativa consistente nelle dichiarazioni del teste S. rileva che con l'atto di appello la difesa aveva contestato che nel caso di specie potessero ritenersi integrati gli estremi del delitto di rapina impropria difettando l'elemento costitutivo della violenza che, tuttavia, la Corte di Appello ha invece giudicato sussistente per effetto di un chiaro travisamento della prova testimoniale resa ex art. 441 c.p.p. , comma 5, dal teste S.D. dalle cui parole sottolinea come risulti chiaro non vi fu alcuna colluttazione ed alcuna violenza poiché l'intento del ricorrente era stato soltanto quello di guadagnare la fuga per cui l'unica energia fisica manifestatasi nel corso dell'episodio era imputabile non già all'imputato ma al fatto che il vigilante aveva cercato di fermarlo 2.2 violazione di legge e vizio di motivazione quanto all'esistenza del delitto di rapina rileva, ancora, l' error in judicando in cui è incorsa la Corte di Appello non considerando quanto già evidenziato con l'atto di gravame in ordine alla impossibilità di ricondurre la condotta dell'imputato nella nozione di violenza quale richiamata dall' art. 628 c.p. , atteso che la caduta a terra dei due non poteva ritenersi nè materialmente nè psichicamente riconducibile all'imputato ma al tentativo del vigilante di fermarne la fuga mentre il tentativo di svincolarsi da parte dell'A. non può integrare l'elemento proprio del delitto in esame da valutarsi alla luce del principio di offensività in termini che non possono risolversi in una minimale compromissione dell'altrui sfera personale che non sia accompagnata da un coefficiente di coercitività e dall'elemento psichico proprio del delitto in esame osserva che in tal senso milita anche la necessità di pervenire ad una nozione unitaria di violenza nel diritto penale che tenga conto, ad esempio, di quanto si ritiene nel delitto di resistenza a pubblico ufficiale. Considerato in diritto Il ricorso è inammissibile perché articolato su censure manifestamente infondate o non consentite in questa sede. 1. La natura delle censure articolate con il ricorso impone un sia pur sintetico accenno alla vicenda come ricostruita sulla scorta di un conforme apprezzamento, nei due gradi di merito, delle medesime emergenze istruttorie quali, in particolare, le parole del teste S.D. , ovvero del vigilante che aveva sorpreso l'A. nell'atto di tentare di guadagnare la fuga dopo essersi impossessato ed avere occultato sulla propria persona una felpa di cui aveva rimosso la placca antitaccheggio il vigilante aveva raggiunto l'A. il quale aveva cercato, riuscendoci, di divincolarsi dalla sua presa tanto che entrambi erano caduti a terra ragion per cui l'odierno ricorrente era stato in grado di darsi alla fuga sin quando, raggiunto dai c.c. nel frattempo intervenuti, aveva desistito da ogni ulteriore iniziativa. 2. La questione sottoposta al vaglio della Corte di Appello e qui riproposta in entrambi i motivi di ricorso è quella della sussumibilità della vicenda nel paradigma del delitto di tentata rapina impropria con particolare riferimento alla qualificazione, in termini di violenza , del tentativo dell'A. di sfuggire alla presa dello S. . Prescindendo da ogni considerazione circa la reale riconducibilità delle censure articolate dalla difesa nel catalogo declinato dall' art. 606 c.p.p. , è sufficiente, invero, prendere atto della incontestata ricostruzione dei fatti per concludere nel senso della manifesta infondatezza, in diritto, della tesi articolata nel ricorso. Ed in effetti, proprio considerando che l'A. cercò di svincolarsi dalla presa del vigilante e che, in questo tentativo, entrambi caddero a terra, non v'è dubbio alcuno che il fatto sia stato correttamente qualificato in termini di tentata rapina impropria . Questa Corte, infatti ha avuto modo in più occasioni di chiarire che la violenza necessaria ad integrare il reato di cui all' art. 628 c.p. , è integrata da ogni energia fisica adoperata dall'agente verso la persona offesa al fine di annullarne o limitarne la capacità di autodeterminazione, potendo consistere in una vis corporis corpori data , ossia in una condotta posta in essere esclusivamente con la forza fisica dell'agente e senza l'aiuto di strumenti materiali, o in una energia esercitata con uno strumento atto allo scopo, ma anche in qualsiasi atto o fatto posto in essere dall'agente che si risolva comunque in una coartazione della libertà fisica, o anche solo psichica, del medesimo, conseguentemente indotto, contro la sua volontà, a fare, tollerare od omettere qualche cosa cfr., tra le tante, Sez. 2, Sentenza n. 14901 del 19/03/2015, D'Agostino, Rv. 263307 Sez. 2, Sentenza n. 3366 del 18/12/2012, Fadda Mereu, Rv. 255199 Sez. 2 -, Sentenza n. 23888 del 06/07/2020, Checcarini Massimo, Rv. 279587 Sez. 2 -, Sentenza n. 29215 del 08/09/2020, Borrelli Giovanni, Rv. 279813 . Alla luce di tali principi, deve perciò essere ribadito che ai fini della configurabilità del reato di rapina impropria il divincolarsi ed anche il semplice strattorremdostituiscono violenza in quanto implicano l'impiego di un'energia fisica al fine di vincere la resistenza opposta dalla persona alla fuga del ladro, restando irrilevanti il grado di resistenza e l'intensità della violenza cfr., tra le non massimate, Sez. 4, Sentenza n. 40026 del 27.10.2021, PG in proc. Abbaghan Said Sez. 7, ordinanza n. 34276 del 18.6.2021, Jabir Otmane Sez. 7, ordinanza n. 43041 del 27.6.2017, Martini . 4. L'inammissibilità del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, ai sensi dell' art. 616 c.p.p. , della somma - che si stima equa - di Euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende, non ravvisandosi ragione alcuna d'esonero. P.Q.M. dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende.