Assegno di mantenimento: le quote societarie che detiene l’ex coniuge devono essere incluse nel computo dei redditi

L’ex coniuge, che deve versare l’assegno di mantenimento, non può pretendere che dai propri redditi, vengano esclusi gli utili non distribuiti di una società di cui è socio.

La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso n. 6103/2022, proposto dall'ex marito C.R.C.F. contro l'ex moglie B.E., per una causa riguardante la separazione dei due coniugi . Nel 2019, la Corte d'Appello di Torino, aveva parzialmente riformato la pronuncia del Tribunale di Novara del 2017, che in sede di separazione tra i coniugi, aveva ridotto l' assegno di mantenimento , lasciando immutate le statuizioni previste per i figli dell' ex coppia. Il ricorrente ha proposto ricorso per Cassazione, sulla base di un unico motivo di doglianza, con il quale denunciava la violazione e falsa applicazione dell' art. 337- ter e 156 c.c. , in riferimento all' art 360, comma 1, numero c.p.c. Secondo C.R.C.F., il giudice territoriale, aveva deciso in modo del tutto arbitrario l'entità dell'assegno di mantenimento a suo carico . Il motivo è infondato. Secondo il Collegio, infatti, il ricorso deve essere respinto, in quanto la sentenza è certamente congrua e motivata, essendo giunta a seguito di un'approfondita comparazione delle condizioni economiche dei due ex coniugi, tenendo conto anche dei redditi terzi, quali utili di una società di capitali di cui il ricorrente era socio. Su questo specifico tema della valutazione delle prove, la Corte di Cassazione ha sottolineato il principio del libero convincimento , che opera interamente sul piano dell'apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità. Pertanto, non può il giudice di legittimità riesaminare gli atti con i quali la Corte distrettuale aveva stabilito gli elementi decisivi per giungere alla decisione, in quanto, una volta escluso il vizio di motivazione, si tratta di una valutazione di merito incensurabile. Per questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.

Presidente Cesare - Relatore Meloni Fatti di causa La Corte di Appello di Torino con sentenza in data omissis 2019 ha parzialmente riformato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Novara in data omissis 2017 in sede di separazione personale tra i coniugi C.R.C.F. e B.E. ed in particolare ha ridotto l'assegno da 2000,00 a 1000,00 Euro mensili dovuto dal D.C. a titolo di contributo al mantenimento della moglie lasciando altresì immutate le ulteriori statuizioni per i figli per i quali il predetto deve versare 2000,00 Euro mensili. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso in cassazione C.R.C.F. affidato ad un motivo e memoria. B.E. resiste con controricorso. Ragioni della decisione Con unico motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 337 ter e 156 c.c. in riferimento all' art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 3 in quanto il giudice territoriale ha deciso in modo del tutto arbitrario l'entità dell'assegno di mantenimento a carico del marito per la moglie tenendo conto anche dei redditi di terzi quali gli utili non distribuiti di società di capitali di cui il ricorrente è socio. Il motivo è infondato e deve essere respinto poiché la sentenza è ampiamente e congruamente motivata, ben oltre il minimo costituzionale , essendo pervenuta a determinare l'assegno di separazione, comparando le condizioni economiche dei coniugi il ricorrente percepisce Euro 137.605,00 derivante dal reddito di due società agricole italiane di cui è socio più gli utili non distribuiti di società di capitali rumene di cui il ricorrente è socio, mentre la moglie abita in casa di proprietà di cui paga il mutuo di Euro 700,00 mensili e dispone quale ricercatrice universitaria di un reddito mensile di circa 1.600,00-1.700,00 Euro. Il motivo è altresì inammissibile in quanto censura la valutazione di merito della Corte di Appello la quale non rinvia acriticamente alla decisione di prime cure, essendo la Corte pervenuta al convincimento di stabilire una somma di 1.000,00 Euro come assegno di mantenimento alla moglie all'esito di una comparazione delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, che la ha indotta a ritenere che la B. non è autosufficiente anche in riferimento al pregresso tenore di vita. In tema di valutazione delle prove, invero, il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c. , opera interamente sul piano dell'apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità. Pertanto non può il giudice di legittimità riesaminare gli atti ed i documenti in base ai quali la Corte distrettuale ha stabilito il tenore di vita endofamiliare, trattandosi di valutazione di merito incensurabile, una volta escluso il vizio di motivazione. In ordine al reddito del ricorrente nella specie, la Corte territoriale ha accertato in fatto la qualità di socio unico - effettivo percettore degli utili - in capo al C. delle due società rumene per cui sul punto il ricorso non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata. La distinta soggettività giuridica rispetto alla persona fisica che ne detiene le quota non ostacola l'imputazione degli utili non distribuiti delle società a reddito del ricorrente tenuto conto che l'accertamento del giudice, non meramente formalistico, mira a quantificare le somme effettivamente disponibili dalle parti. Alla luce dei richiamati principi il ricorso è pertanto infondato in ordine a tutti i motivi e deve essere respinto con condanna del soccombente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Ricorrono i presupposti per l'applicazione del doppio contributo di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater ove dovuto. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente in solido al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente che liquida in Euro 3.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 , comma 1 quater ricorrono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.