Pensionato e senza più gli introiti aggiuntivi come consulente: possibile mettere in discussione l’assegno divorzile in favore dell’ex moglie

Va rimessa in discussione la cifra riconosciuta alla donna, cioè 2.000 euro al mese. Da valutare con attenzione le nuove condizioni economiche dell’uomo.

L'aver perso, dopo essere andato in pensione, gli introiti aggiuntivi percepiti come consulente, con conseguente riduzione del reddito percepito annualmente, può legittimare la richiesta dell'uomo di ottenere almeno uno sconto sull'assegno da versare all'ex moglie. Prima in Tribunale e poi in Corte d'appello l'uomo vede respinta la propria richiesta mirata alla eliminazione o almeno alla riduzione dell' assegno divorzile , quantificato in 2.000 euro al mese, da versare all'ex moglie. In secondo grado i giudici ritengono non vi siano fatti nuovi idonei a giustificare la revisione delle condizioni di divorzio fissate da ultimo in sede di revisione . In questa ottica viene rilevato che il reddito dichiarato dall'uomo nel 2019 è adeguato e leggermente aumentato mentre la donna non svolge attività lavorativa, ha 70 anni di età, non ha altre fonti di reddito e non è proprietaria di immobili capaci di produrre redditi . Nel contesto della Cassazione, però, l'uomo prova a mettere in discussione le valutazioni compiute dai giudici d'Appello, e a questo scopo mette sul tavolo, innanzitutto, il peggioramento della propria situazione patrimoniale , determinato dalla diminuzione dei propri redditi a far data dal 2015, che ha determinato , a suo dire, l'alterazione dell'equilibrio economico preso in considerazione nel decreto determinativo dell'assegno nella cifra di 2.000 euro al mese, e aggiunge poi di godere attualmente della pensione come unica fonte di reddito e di non svolgere più l'attività di consulenza che gli aveva consentito di beneficiare, pur essendo già in pensione, di introiti aggiuntivi fino al 2015 , introiti che avevano consentito in sede di revisione l'iniziale incremento dell'assegno da 1.000 euro nel 2006 a 2.800 euro nel 2012 , poi ridotto a 2.000 euro . Chiaro l'obiettivo dell'uomo dimostrare di percepire un reddito più basso , frutto della sola pensione, rispetto a quello che aveva spinto i giudici a obbligarlo a versare ben 2.000 euro al mese all'ex moglie. Ebbene, per i Giudici della Cassazione la tesi proposta dall'uomo merita di sicuro un approfondimento, soprattutto perché la presa di posizione dei giudici d'Appello, cioè l'avere ritenuto non dimostrata alcuna circostanza di fatto sopravvenuta tale da giustificare una significativa revisione dell'assegno divorzile, avrebbe richiesto una specifica ricognizione delle condizioni patrimoniali dell'uomo all'attualità, da porre a confronto con quelle esistenti nel 2013 per come valutate nel decreto di revisione che aveva determinato l'assegno nell'importo di 2.000 euro al mese . Invece, in secondo grado, ci si è limitati a riferire del rilevante imponibile dichiarato dall'uomo nell'anno 2019, impropriamente comparandolo a quello risultante dalla sua dichiarazione dei redditi del 2017, senza operare il necessario confronto con le condizioni poste a fondamento nel 2013 della quantificazione dell'assegno nella misura contestata di 2.000 euro . A certificare l'errore compiuto in Appello è, aggiungono i Giudici della Cassazione, l'accento prevalente sulle condizioni di vita ed economiche della donna, persona di 70 anni e priva di altre fonti di reddito , condizioni ritenuti sufficienti per giustificare l'attribuzione in suo favore dell'assegno di 2.000 euro , senza considerare che l'oggetto del giudizio è la verifica della sopravvenienza di giusti motivi per la revisione delle condizioni di divorzio, all'esito del confronto tra le condizioni di uno dei e di entrambi i coniugi all'attualità rispetto a quelle esistenti all'epoca in cui l'assegno è stato attribuito e determinato . Palese, quindi, la falsa applicazione del parametro normativo che imponeva di valutare se le pur in ipotesi adeguate condizioni reddituali dell'uomo all'attualità fossero tuttavia meno elevate di quelle godute fino al 2013 e, di conseguenza, se sussistessero giusti motivi per disporre la revisione dell'assetto economico post divorzile, dovendosi valutare la sostenibilità dell' assegno in essere da parte dell'uomo all'attualità . Questa valutazione è fondamentale, e dovrà ora essere compiuta dai giudici d'Appello, ai quali i magistrati della Cassazione affidano un approfondimento sulla vicenda prima di decidere sulla richiesta dell'uomo.

Presidente Bisogni Relatore Lamorgese Fatti di causa V.A. propone ricorso avverso il decreto della Corte d'appello di Venezia che, in data 14 gennaio 2020, aveva rigettato il reclamo avverso la decisione del Tribunale di Vicenza di rigetto della sua richiesta con ricorso in data 8 marzo 2109 di eliminazione o riduzione dell'assegno divorzile di Euro 2000,00 mensili, riconosciuto all'ex coniuge G.G. . La Corte ha escluso la sopravvenienza di fatti idonei a giustificare la revisione delle condizioni di divorzio da ultimo fissate con decreto della stessa Corte in data 18 febbraio 2013 in sede di revisione. Il reddito dichiarato dal V. nel 2019 era adeguato e leggermente aumentato, mentre la G. non svolge attività lavorativa, ha settant'anni, non ha altre fonti di reddito e non è proprietaria di immobili capaci di produrre redditi. La G. resiste con controricorso. Ragioni della decisione Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione della L. n. 898 del 1970, art. 9, e vizio di motivazione su fatto decisivo della controversia, per avere ritenuto indimostrato il lamentato peggioramento della propria situazione patrimoniale, determinato dalla diminuzione dei propri redditi a far data dal 2015, che avrebbe determinato l'alterazione dell'equilibrio economico preso in considerazione nel decreto del 18 febbraio 2013 determinativo dell'assegno nell'attuale entità. Egli sostiene di godere attualmente della pensione come unica fonte di reddito e di non svolgere più l'attività di consulenza che gli aveva consentito di beneficiare pur essendo già in pensione di introiti aggiuntivi fino al 2015, ciò che aveva consentito in sede di revisione l'iniziale incremento dell'assegno da Euro 1000,00 nel 2006 a Euro 2800,00 come da decreto del Tribunale Vicenza 18 ottobre 2012 , poi ridotto a Euro 2000,00. Il secondo motivo denuncia violazione della L. n. 898 del 1970, artt. 5 e 9, e vizio di motivazione su fatto decisivo della controversia, per non avere considerato che la misura dell'assegno di Euro 2000,00 era stata parametrata nel 2013 sul reddito mensile di circa Euro 19500,00 percepito negli anni 2008-2009 fino al 2012, reddito che attualmente è ben più modesto e costituito solo dalla pensione. Il terzo motivo denuncia violazione dei medesimi parametri suindicati e totale assenza di motivazione nel calcolo della pensione effettuato dalla Corte in Euro 8518,00 , senza detrarre le imposte indicate nella dichiarazione, ammontando la pensione invece ad Euro 6700,00 sino a settembre 2019 e a Euro 6275,82 da ottobre 2019. I suddetti motivi devono essere esaminati congiuntamente e sono fondati nei seguenti termini. Il compito del giudice di merito, nell'ambito di un giudizio di revisione delle condizioni di divorzio, non è quello di operare un nuovo giudizio sulla spettanza e quantificazione dell'assegno, alla luce dei criteri di cui alla L. del 1970, art. 6, comma 5, come modificata dalla L. n. 87 del 1987 , ma di verificare se i fatti sopravvenuti alla sentenza di divorzio o ai provvedimenti modificativi già adottati, essendo indicativi del peggioramento delle condizioni patrimoniali dell'obbligato o del miglioramento di quelle dell'ex coniuge beneficiario, integrino giusti motivi idonei a giustificare la revisione delle condizioni di divorzio, L. n. 898 del 1970, ex art. 9, comma 1, e ciò all'esito del confronto tra le condizioni di allora all'epoca del provvedimento che fissò le condizioni che si vorrebbe modificare e quelle sopravvenute. Nella specie, l'affermazione della Corte veneziana, secondo cui non sia stata dimostrata alcuna circostanza di fatto sopravvenuta, tale da giustificare una significativa revisione del regime in atto , avrebbe richiesto una specifica ricognizione delle condizioni patrimoniali dell'obbligato all'attualità, da porre a confronto con quelle esistenti nel febbraio 2013 per come valutate nel decreto di revisione che lo aveva determinato nell'importo di Euro 2000,00. Ed invece, la Corte si è limitata a riferire del rilevante imponibile dichiarato dal V. nell'anno 2019 la pensione percepita nello stesso anno sarebbe di importo superiore a quello indicato da reclamante , impropriamente comparandolo a quello risultante dalla dichiarazione dei redditi del 2017, senza operare il necessario confronto con le condizioni neppure indicate nella sentenza poste a fondamento nel 2013 della quantificazione dell'assegno nella misura contestata di Euro 2000,00. Indicativo dell'errore prospettico in cui è incorsa la Corte è l'accento prevalente sulle condizioni di vita ed economiche della G. persona settantenne e priva di altre fonti di reddito, ecc. che giustificherebbero l'attribuzione dell'assegno in quell'importo, alla luce dei criteri di cui alla L. del 1970, art. 5, comma 6, senza considerare che l'oggetto del giudizio è la verifica della sopravvenienza di giusti motivi per la revisione delle condizioni di divorzio, all'esito del confronto tra le condizioni di uno dei o di entrambi i coniugi all'attualità rispetto a quelle esistenti all'epoca in cui l'assegno è stato attribuito e determinato. Ne è seguita una falsa applicazione del parametro normativo che imponeva alla Corte di valutare se le pur in ipotesi adeguate condizioni reddituali dell'obbligato all'attualità fossero tuttavia meno elevate di quelle godute fino al 2013 e, di conseguenza, se sussistessero giusti motivi per disporre la revisione dell'assetto economico post-divorzile, dovendosi valutare la sostenibilità dell'assegno in essere da parte dell'obbligato all'attualità. La sentenza impugnata, in accoglimento del ricorso, è cassata con rinvio alla Corte d'appello di Venezia per un nuovo esame. P.Q.M. La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d'appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti e dei soggetti menzionati. Oscuramento dei dati personali.