Lavoro lontano da casa per il marito, logico presumere l’accordo sull’impegno casalingo della moglie

Respinte le obiezioni proposte dall’uomo e mirate a mettere in discussione la presunta intesa tra lui e la moglie sull’impegno esclusivamente casalingo di quest’ultima. Per i Giudici non può essere ignorata l’occupazione lavorativa dell’uomo lontano da casa.

Se il marito lavora lontano da casa, è logico presumere che la decisione della moglie di dedicarsi esclusivamente alla famiglia sia stata da lui condivisa. E questo ragionamento legittima anche, a fronte della rottura coniugale, il riconoscimento dell' assegno in favore della donna. Passaggio decisivo in Appello. Lì i giudici riconoscono il diritto dell'ex moglie a percepire l'assegno divorzile , ritenendone evidente la posizione di debolezza, dal punto di vista economico, rispetto all'ex marito. Ma, a parte la sperequazione patrimoniale tra l'uomo e la donna, i giudici pongono in evidenza il fatto che in costanza di coniugio la moglie si è dedicata alla cura della famiglia e, segnatamente, del figlio minore e aggiungono che può ritenersi che l'impegno casalingo della donna sia stato frutto di una scelta consapevole comunemente operata dai coniugi . Proprio il presunto accordo sull'impegno esclusivamente casalingo della moglie viene messo in discussione dall'uomo col ricorso in Cassazione. A suo dire, la donna non ha dato prova che la scelta di dedicarsi alla cura della famiglia sia stata concordata con lui. A questa obiezione i Giudici di terzo grado ribattono in modo netto, spiegando che, preso atto della occupazione lavorativa dell'uomo fuori casa, la scelta della moglie di occuparsi della famiglia per tutta la durata del matrimonio va letta inevitabilmente come espressione di una comune e consapevole deliberazione dei coniugi. A completare il quadro, infine, la deteriore condizione patrimoniale della donna in epoca successiva al divorzio. Sacrosanto, quindi, il diritto dell'ex moglie a percepire mensilmente il contributo dell'ex marito.

Presidente Cesare Relatore Marulli Ritenuto in fatto 1. Con il ricorso in atti F.G. impugna l'epigrafata sentenza con la quale la Corte d'Appello di Caltanissetta, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha riconosciuto il diritto dell'ex-coniuge B.A.I. a percepire l'assegno previsto dalla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, sull'assunto che, stante la sperequazione patrimoniale tra le parti, era altresì provato che in costanza di coniugio la B. si fosse dedicata alla cura della famiglia e, segnatamente, del figlio minore e che poteva perciò ritenersi che l'impegno casalingo della donna fosse frutto di una scelta consapevole comunemente operata dai coniugi. Di detta sentenza il F. impetra ora la cassazione sulla base di un solo motivo di ricorso, al quale replica con controricorso l'intimata. Considerato in diritto 2. L'unico motivo di ricorso, mercè il quale il ricorrente lamenta che la Corte territoriale avrebbe violato il richiamato parametro normativo per aver statuito, pur nel solco dei principi enunciati da SS.UU. n. 11287/2018, il diritto della resistente alla percezione del contributo ancorché questa non avesse dato prova che la scelta di dedicarsi alla cura della famiglia fosse stata consapevolmente deliberata dai coniugi, è inammissibile, essendo inteso censurare il sindacato probatorio esperito nell'occorso dal decidente del grado. Allorché la Corte d'Appello ha motivato il proprio assunto rappresentando, in uno con la deteriore condizione patrimoniale dell'ex coniuge seguita al divorzio, anche il fatto che costei si fosse dedicata per l'intera durata del rapporto alla cura della famiglia, ha dato anche atto che rispetto alla determinazione così assunta, nessun elemento di discorde valutazione era emerso nel corso dell'espletata istruttoria, da ciò traendo la premessa per ritenere che, stante l'occupazione lavorativa del marito fuori di casa, la scelta della moglie di occuparsi della famiglia fosse espressione di una comune e consapevole deliberazione delle parti. Il ragionamento deduttivo in tal modo operato, nel mentre riflette nell'itinerario argomentativo i topoi messi in luce dalle SS.UU. - di cui per vero neppure il ricorrente intende discostarsi - esalta contemporaneamente il ruolo riservato al giudice di merito nella valutazione delle prove, dovendo per l'appunto ricordarsi che solo al giudice del merito compete selezionare le fonti del proprio convincimento nell'esercizio di quel prudente apprezzamento che costituisce insindacabile prerogativa del medesimo. 3. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile. 4. Spese alla soccombenza e doppio contributo ove dovuto. P.Q.M. Dichiara il ricorso inammissibile e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 1600,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 , comma 1-quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso. Dispone omettersi in caso di pubblicazione della presente sentenza ogni riferimento ai nominativi e agli altri elementi identificativi delle parti.