Custodia in carcere: i confini tra irreperibilità, vane ricerche e stato di latitanza

Ai fini della declaratoria dello stato di latitanza occorre un’autonoma valutazione del giudice che, nel ritenere la volontaria sottrazione alla misura cautelare, appuri l’esaustività delle ricerche e la mancanza di concreti elementi che indichino un preciso luogo di rifugio all’estero del soggetto.

Lo ha stabilito la III sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4358, depositata in cancelleria l'8 febbraio 2022. La custodia cautelare in carcere. Nel caso di specie, un uomo - estradato dall'Albania dopo un equivocato stato di latitanza, è stato sottoposto, con ordinanza del giudice per le indagini preliminari, alla misura della custodia cautelare in carcere in Italia in relazione al reato di traffico di sostanze stupefacenti art. 74, d.P.R. n. 309/1990 . La difesa ha formulato la richiesta di riesame che, tuttavia, non è stata accolta dal Tribunale. Si è dunque finiti dinanzi alla Suprema Corte, alla quale sono state prospettate plurime censure del provvedimento di rigetto della richiesta, in specie legate all'essersi l'indagato dato alla latitanza quando, in realtà, era sottoposto a custodia in carcere in Albania. Il perimetro della latitanza . La sentenza merita apprezzamento per le considerazioni rese dalla Corte in relazione allo stato di latitanza, del quale offre un'analitica ricostruzione. Sul punto, i Giudici di legittimità hanno anzitutto ricordato il disposto dell' art. 296 c.p.p. , alla stregua del quale è latitante chi volontariamente si sottrae alla custodia cautelare, agli arresti domiciliari, al divieto di espatrio, all'obbligo di dimora o a un ordine con cui si dispone la carcerazione quest'ultima eventualità è quella del caso esaminato . La qualità di latitante - precisa la norma richiamata - permane fino a che il provvedimento che vi ha dato causa sia stato revocato o abbia altrimenti perso efficacia ovvero siano estinti il reato o la pena per cui il provvedimento è stato emesso. Le ricerche e l'apprezzamento, nel merito, del giudice . Tuttavia, si spiega, ai fini della declaratoria di latitante non è sufficiente il mancato rintraccio della persona nei cui confronti la misura è disposta . È, di contro, necessario che, da un lato, le ricerche siano state esaurienti, dall'altro, vi siano gli elementi per ritenere che il ricercato si sia volontariamente sottratto alla misura i.e. non basta la redazione del verbale di vane ricerche . Affinchè, poi, le ricerche possano assumersi complete con ciò superando il limite della irreperibilità si spiega esse non devono necessariamente comprendere quelle nei luoghi specificati dal codice di rito ai fini della dichiarazione di irreperibilità e, di conseguenza, neanche le ricerche all'estero quando ricorrano le condizioni previste dall' art. 169, comma 4, c.p.p. Ebbene, fermo restando quanto sopra, la Corte di Cassazione sottolinea due aspetti dirimenti. Anzitutto, lo stato di detenzione all'estero che non risulti dagli atti non impedisce di ritenere esaustive e corrette le ricerche ai fini della dichiarazione di latitanza della persona sottoposta alle indagini. In secondo luogo, la completezza delle ricerche non è comunque sufficiente ai fini della dichiarazione dello stato di latitanza della persona. È invero necessario che il giudice ritenga he la personale nei cui confronti è stata emessa l'ordinanza cautelare si sia ad essa sottratta volontariamente in tal senso si osserva, richiamando precedenti arresti tra il verbale di vane ricerche e la dichiarazione di latitanza di inserisce il sindacato del giudice, senza che vi sia alcun automatismo tra gli esiti negativi delle prime e la ratifica giurisdizionale che quella declaratoria comporta . Infine si legge in sentenza ai fini della dichiarazione di latitanza il giudice può certamente fare ricorso alle presunzioni, a condizione che esse risultino fondate su una base fattuale idonea a dimostrare la volontà dell'imputato di sottrarsi alle ricerche, tenuto anche conto delle concrete abitudini di vita del ricercato o del fatto che si sia posto in condizione di irreperibilità sapendo che un ordine o un mandato poteva essere emesso nei suoi confronti. Sotto altro versante, la Corte ha affermato che l'errata dichiarazione dello stato di latitanza non travolge gli effetti irreversibilmente prodotti dal decreto e costituiti dalla anticipata discovery degli atti di indagine sui quali l'ordinanza si fonda e dalla nomina del difensore d'ufficio al latitante che ne sia privo siccome destinatario dell'avviso di deposito . Falso stato di latitanza le implicazioni sul corredo delle prerogative processuali . Tale ultima questione si lega a filo doppio con altre, importanti, conclusioni rese dalla Corte, sempre di natura squisitamente processuale a il difensore - d'ufficio o di fiducia - del latitante erroneamente dichiarato tale è ammesso a proporre la richiesta di riesame nel termine di 10 giorni dalla data di notificazione dell'avviso di deposito che dispone la misura b il latitante, erroneamente dichiarato tale, può sempre proporre riesame sebbene già proposto dal difensore se prova di non aver avuto conoscenza del provvedimento ed in tal caso il termine decorre dalla data di esecuzione del provvedimento stesso c l'erronea dichiarazione dello stato di latitanza non ha alcuna incidenza sulla individuazione del termine previsto, per il difensore, dall' art. 309, comma 3, c.p.p. d il difensore di fiducia successivamente nominato può solo giovarsi del termine cui ha diritto il proprio assistito ex art. 309, comma 2, seconda parte, c.p.p. La decisione è stata confermata dal Tribunale del riesame, adito con ricorso della difesa. La vicenda è dunque finita all'attenzione dei Giudici di legittimità dinanzi ai quali si è discusso in relazione a numerosi passaggi motivazionali dei giudici di prime cure che attestavano la ricorrenza di relazioni tra l'uomo e diversi clan calabresi. La sentenza della Suprema Corte merita particolare attenzione per le ponderate considerazioni rese con riferimento al reato contestato. Gli elementi strutturali del reato . In proposito, la Corte ha cura di sottolineare come il reato di cui all'art. 416- ter , c-pcome modificato ad opera della l. n. 62/2014 , abbia la finalità di proteggere l'ordine pubblico e la legalità democratica nelle competizioni elettorali. Tale fattispecie delittuosa implica la punibilità di chi promette di procurare voti o di chi accetta la promessa, laddove l'impegno preveda, da un lato che l'acquisizione dei voti avvenga con il c.d. metodo mafioso i.e. avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di mera che ne derivano per commettere reati e, dall'altro, l'erogazione o la promessa di denaro o altra utilità. Possono essere chiamati a rispondere del reato in analisi tanto il mediatore, il promittente mafioso e il candidato. È sufficiente, sotto il profilo dell'elemento materiale, che tra questi sia stato raggiunto l'accordo c.d. voto contro favori i.e. non occorre, proprio per la risonanza mafiosa del reato, riscontrare l'effettiva attivazione di condotte finalizzate al procacciamento dei voti , ciò che contraddistingue la fattispecie quale reato di pericolo, a consumazione anticipata. L'appartenenza o meno al clan . In giurisprudenza ricorda la Suprema Corte è stato altresì sottolineato come laddove il soggetto che si impegna al recupero dei voti risulti intraneo all'associazione mafiosa, non è necessario che l'accordo preveda una precisa campagna elettorale mafiosa , potendosi quest'ultima intendersi immanente all'illecita pattuizione. Al contrario, se il procacciatore di voti risulti esterno al clan ovvero agisca uti singuli , ai fini della rimproverabilità a termini dell'art. 416- ter , cit. occorre la prova che questi applichi il metodo mafioso. L'esistenza dell'intesa al procacciamento di consensi elettorali con ricorso a modalità mafiose spiegano i giudici del Palazzaccio può desumersi anche in via indiziaria contesto territoriale in cui dilaga l'assoggettamento della popolazione al soggetto storicamente afferente al clan fama criminale dell'interlocutore del politico, etc. . Arresti domiciliari confermati . Sulla base dei sopra sinterizzati elementi costitutivi del reato, i Giudici di legittimità, avuto riguardo alle dinamiche fattuali sinora emerse, hanno mandato indenne da critica la decisione gravata, per l'effetto confermando la misura inflitta, con condanna al pagamento delle spese del processo.

Presidente Lapalorcia Relatore Aceto Ritenuto in fatto 1. Il sig. M.E. ricorre per l'annullamento dell'ordinanza del 15/07/2021 del Tribunale di Catania che ha dichiarato inammissibile, perché tardiva, la richiesta di riesame dell'ordinanza del 05/02/2015 del GIP del medesimo Tribunale che ha applicato nei suoi confronti la misura coercitiva della custodia cautelare in carcere per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 . 1.1. Con il primo motivo deduce l'inosservanza degli artt. 295 e 296 c.p.p. . Allega, in fatto, che all'epoca di emissione dell'ordinanza cautelare era ristretto in carcere in Albania per altro procedimento penale e che vi era rimasto ininterrottamente dal 02/10/2014 al 21/06/2021, giorno dell'estradizione in Italia e di prima effettiva conoscenza del provvedimento. Il decreto di latitanza emesso il 17/02/2015 deve considerarsi pertanto tamquam non esset , sia perché egli non si era mai volontariamente sottratto all'esecuzione della misura, sia perché le ricerche finalizzate al suo rintraccio non erano state evidentemente esaustive, non essendo state espletate presso il Paese di nascita. 1.2. Con il secondo motivo deduce l'inosservanza e/o l'erronea applicazione dell' art. 24 Cost. , e art. 96 c.p.p. , comma 2. La nomina del difensore di fiducia, afferma, imponeva la notifica a quest'ultimo, del decreto di latitanza e dell'ordinanza cautelare non essendo preclusa dalla notificazione al difensore a suo tempo nominato d'ufficio che non aveva proposto istanza di riesame e con il quale non aveva avuto alcun contatto. Del resto, prosegue, il GIP, appresa la nomina fiduciaria da parte dell'estradato, aveva subito notificato al difensore l'avviso di deposito dell'ordinanza custodiale e dell'interrogatorio di garanzia regolarmente espletato il 23/06/2021. 1.3. Con il terzo motivo deduce l'inosservanza dell' art. 585 c.p.p. , comma 3 e art. 309 c.p.p. , comma 2, osservando che, quando la decorrenza è diversa per l'imputato e il suo difensore, il termine per l'impugnazione è quello che scade per ultimo. Nel caso di specie, il difensore di fiducia, nominato il 21/06/2021, ha tempestivamente proposto istanza di riesame il 02/07/2021. 2. Con memoria del 22/10/2021, il ricorrente ha replicato alla richiesta del PG di declaratoria di inammissibilità del ricorso ribadendo le proprie ragioni e allegando l'ordinanza del 21/10/2021 del Tribunale di Catania che, pronunciando in sede dibattimentale, ha dichiarato la nullità del decreto di latitanza e di tutti gli atti conseguenti avviso di conclusione delle indagini preliminari e avviso di fissazione dell'udienza preliminare e ha disposto la restituzione degli atti al PM. Considerato in diritto 1. Il ricorso è infondato. 2. Il GIP del Tribunale di Catania, con ordinanza del 05/02/2015, aveva applicato nei confronti del M. la misura coercitiva personale della custodia cautelare in carcere per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 e relativi reati-fine D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commi 1 e 2 . Nel provvedimento genetico sono riportate le sole generalità del M. indicato come nato in omissis , senza l'indicazione della città di nascita , ma non il luogo di residenza/dimora/domicilio in Italia o all'estero. 2.1. A seguito del verbale di vane ricerche dal quale risultava che non si avevano notizie di residenze ufficiali in Italia del M. , il 17/02/2015 il GIP ne aveva dichiarato lo stato di latitanza nominando un difensore d'ufficio cui il decreto era stato notificato in pari data. Il Giudice, con decisione censurata sul punto dal ricorrente, non aveva inteso dar corso al suggerimento della polizia giudiziaria di estendere le ricerche in campo internazionale. È un dato di fatto lo riconosce lo stesso Tribunale del riesame - che alla data di adozione dell'ordinanza cautelare il ricorrente si trovava ristretto per altra causa in un carcere albanese sicché non si può affermare che si fosse volontariamente sottratto all'esecuzione dell'ordinanza. 3. Tanto premesso, i motivi poiché pongono questioni comuni, possono essere esaminati congiuntamente. 3.1. Lo stato di latitanza presuppone necessariamente la volontaria sottrazione alla custodia cautelare o ad una delle altre misure cautelari personali elencate dall' art. 296 c.p.p. , comma 1. Come ricordato, in motivazione, da Sez. U, n. 18822 del 27/03/2014, Avram, lo stato di latitanza come puntualizza l'art. 296 del codice di rito, presuppone la volontaria sottrazione del soggetto alla cattura e, una volta accertato tale status, lo stesso permarrà per tutto il tempo in cui il soggetto continuerà a sottrarsi volontariamente alla cattura Uno stato, quindi, che potrà cessare, oltre che per le cause indicate nell' art. 296 c.p.p. , comma 4, - vale a dire in virtù di quegli eventi, tipici e nominati, che incidono sulla stessa fattispecie cautelare, come la revoca o la perdita di efficacia della misura, o la estinzione del reato o della pena cui la misura stessa si riferisce - soltanto con la cattura o la costituzione spontanea, ovvero con l'arresto dell'imputato all'estero a fini estradizionali . 3.2. Ai fini della declaratoria dello stato di latitanza non è sufficiente il mancato rintraccio della persona nei cui confronti la misura è disposta essendo altresì necessario che a le ricerche siano esaurienti b vi siano gli elementi per ritenere che il ricercato si sia volontariamente sottratto alla misura art. 295 c.p.p. , comma 2 nel senso che la dichiarazione dello stato di latitanza non è una conseguenza automatica della redazione del verbale di vane ricerche, ma presuppone uno specifico apprezzamento di merito del giudice in ordine al carattere sufficientemente completo ed esauriente delle ricerche svolte e alla ricorrenza di una situazione di irreperibilità volontaria della persona ricercata, cfr. Sez. 6, n. 41762 del 15/10/2009, Rv. 245023 - 01 Sez. 6, n. 2541 del 26/11/2003, Rv. 228266 - 01 Sez. 2, n. 4802 del 24/09/1997, Rv. 209144 01 . 3.3. Quanto alla completezza delle ricerche, la Corte di cassazione ha autorevolmente affermato il principio secondo il quale ai fini della dichiarazione di latitanza, tenuto conto delle differenze che non rendono compatibili tale condizione con quella della irreperibilità, le ricerche effettuate dalla polizia giudiziaria ai sensi dell' art. 295 c.p.p. , - pur dovendo essere tali da risultare esaustive al duplice scopo di consentire al giudice di valutare l'impossibilità di procedere alla esecuzione della misura per il mancato rintraccio dell'imputato e la volontaria sottrazione di quest'ultimo alla esecuzione della misura emessa nei suoi confronti - non devono necessariamente comprendere quelle nei luoghi specificati dal codice di rito ai fini della dichiarazione di irreperibilità e, di conseguenza, neanche le ricerche all'estero quando ricorrano le condizioni previste dall'art. 169 medesimo codice, comma 4, Sez. U, n. 18822 del 27/03/2014, Avram, Rv. 258792 - 01 Sez. 6, n. 31285 del 23/03/2017, Rv. 270569 - 01 Sez. 5, n. 5583 del 28/10/2014 . È un principio che si basa su una logica elementare che non può non essere condivisa e non deve essere nemmeno spiegata la persona nei cui confronti deve essere eseguita un'ordinanza cautelare specie se custodiale non può essere destinataria di una raccomandata con cui la si informa della pendenza del procedimento e dunque della misura e la si invita a dichiarare il luogo nel quale preferisce essere arrestata. Tanto più che le misure custodiali si eseguono con la cattura della persona sottoposta alle indagini/imputata art. 285 c.p.p. , comma 1 non con la mera notificazione dell'ordinanza. 3.4. Nel caso di specie, pur avendo la PG suggerito di estendere le ricerche in campo internazionale, non risulta nè il ricorrente lo deduce che l'AG procedente avesse notizia del luogo di residenza o dimora all'estero del ricercato, non essendo sufficiente, nemmeno ai fini della dichiarazione di irreperibilità dell'imputato residente all'estero, la sola conoscenza dello Stato di nascita. Le ricerche in territorio estero, infatti, sono necessarie solo se si ha notizia che la persona da ricercare risieda o dimori all'estero, non che vi è nata art. 169 c.p.p. . 3.5. L' art. 169 c.p.p. , comma 5, impone le notificazioni e/o le ricerche all'estero anche quando e se dagli atti risulti che la persona è detenuta all'estero la circostanza della detenzione deve dunque risultare dagli atti, non costituire una mera ipotesi investigativa. Nulla impedisce al giudice che non abbia notizia della detenzione estera del ricercato di dichiararne l'irreperibilità in attesa dell'esito di ricerche volte ad acquisire la notizia della detenzione stessa nel senso che ai, fini della validità del decreto d'irreperibilità, la completezza delle ricerche va valutata con riferimento agli elementi, conosciuti o conoscibili, risultanti dagli atti al momento in cui vengono eseguite, senza che eventuali notizie successive possano avere incidenza ex post sulla legittimità della procedura, cfr. Sez. 3, n. 16708 del 16/02/2018, Rv. 272634 - 01 Sez. 3, n. 12838 del 16/01/2013, Rv. 257165 - 01 Sez. 2, n. 45541 del 16/10/2009, Rv. 245599 - 01 Sez. 1, n. 44629 del 23/10/2007, Rv. 238481 - 01 . 3.6. Ne consegue che lo stato di detenzione all'estero che però non risulti dagli atti non impedisce di ritenere esaustive e corrette le ricerche ai fini della dichiarazione di latitanza della persona sottoposta alle indagini. 3.7. La completezza delle ricerche non è tuttavia sufficiente ai fini della dichiarazione dello stato di latitanza è altresì necessario che il giudice ritenga che la persona nei cui confronti è stata emessa l'ordinanza cautelare si sia ad essa sottratta volontariamente. Come affermato in motivazione da Sez. U, Avram, cit., tra il verbale di vane ricerche e la dichiarazione di latitanza si inserisce, poi, il sindacato del giudice, senza che vi sia alcun automatismo tra gli esiti negativi delle prime e la ratifica giurisdizionale che quella declaratoria comporta lo stato di latitanza, infatti, è dichiarato soltanto se il giudice ritenga le ricerche esaurienti . Si tratta, però, di una esaustività investigativa che deve essere concretamente misurata in una duplice e concorrente prospettiva da un lato, infatti, le indagini svolte per pervenire al rintraccio del latitante devono essere tali da escludere possibilità ulteriori ai fini della esecuzione della misura, rendendo quindi evidente che, laddove sussistano concreti elementi che indichino un preciso luogo di rifugio all'estero del soggetto, gli strumenti di cooperazione internazionale di polizia non possono non essere attivati dall'altro, le ricerche e le correlative indagini devono consentire al giudice di affermare la sussistenza del presupposto della volontaria sottrazione alla esecuzione della misura, giacché, altrimenti, la declaratoria di latitanza risulterebbe priva dell'accertamento sostanziale che qualifica la condizione normativa di quello status. Tutto ciò sta quindi a significare che, ove non risulti positivamente riscontrata la completezza delle ricerche, nella duplice prospettiva di cui innanzi si è detto, il giudice sarà chiamato a disporre ulteriori accertamenti, proprio perché non risultano positivamente acclarati, alla luce delle peculiarità che possono caratterizzare le singole vicende, fra le quali - anche e forse soprattutto - le condizioni personali del ricercato, i presupposti cui l'ordinamento subordina la declaratoria dello stato di latitanza . 3.8. Occorre, dunque, un'autonoma valutazione del giudice che, nel ritenere la volontaria sottrazione alla misura cautelare, non può limitarsi a prendere atto dell'esaustività delle ricerche e della mancanza di concreti elementi che indichino un preciso luogo di rifugio all'estero del soggetto . Ai fini della dichiarazione di latitanza il giudice può certamente far ricorso a presunzioni, purché essi risultino fondate su una base fattuale idonea a dimostrare la volontà dell'imputato di sottrarsi alle ricerche, tenuto anche conto delle concrete abitudini di vita del ricercato Sez. 5, n. 54189 del 20/10/2016, Rv. 268827 01 ovvero del fatto che si sia posto in condizione di irreperibilità sapendo che un ordine o un mandato poteva essere emesso nei suoi confronti Sez. 2, n. 47852 del 23/09/2016, Rv. 268174 - 01 Sez. 6, n. 43962 del 27/09/2013, Rv. 256684 - 01 Sez. 5, n. 12619 del 02/03/2006, Rv. 234546 - 01 . 3.9. Resta il fatto che la dichiarazione di latitanza, ancorché ragionevolmente sostenibile con una valutazione ex ante , non regge all'impatto della verifica postuma dell'effettiva assenza della mancanza di volontarietà dell'assenza del ricercato. Il fatto processualmente rilevante ai fini della applicazione dell' art. 296 c.p.p. , è sostanziale e consiste nella volontaria sottrazione alla misura cautelare, non nel provvedimento del giudice che dichiara la latitanza. La natura dichiarativa e non costitutiva del decreto di latitanza comporta che se ne possa anche fare a meno in presenza di atti equipollenti Sez. 1, n. 40131 del 06/10/2005, Rv. 232465 - 01 e che l'accertamento postumo della mancanza di volontà di sottrarsi alla misura cautelare priva di conseguenze gli effetti processuali che trovano nella volontaria sottrazione alla misura il loro immediato e diretto presupposto. 3.10. Come già affermato da questa Corte, il provvedimento dichiarativo della latitanza ha carattere strumentale, in funzione del perseguimento di ben precise finalità ne consegue che non avrebbe senso una dichiarazione di latitanza fine a sé stessa, avulsa dalle esigenze di rispetto delle garanzie di legge, in relazione sia alla sussidiaria procedura notificatoria che al conferimento al difensore della rappresentanza del condannato. Dall'interpretazione dell'art. 296 c.p.p., si ricavano due distinti profili della disciplina della latitanza uno sostanziale, afferente alla qualità del latitante, connessa alla consapevole sottrazione ad una delle misure previste nel comma 1 compreso l'ordine di carcerazione , ed un profilo formale, inerente alla mera declaratoria di quella condizione, i cui effetti processuali sono previsti per il latitante solo rispetto ad una misura custodiale e non già rispetto ad una sentenza definitiva, per il quale il legislatore non ha previsto, neppure nell' art. 656 c.p.p. , relativo all'esecuzione delle pene detentive, alcun riferimento alla disciplina del decreto di latitanza, posto che in questo secondo caso è da ritenere sufficiente che lo stato di latitanza risulti dal verbale di vane ricerche Sez. 5, n. 283 del 19/01/2000, Rv. 215831 - 01 . 3.11. Orbene, la dichiarazione di latitanza comporta le seguenti conseguenze processuali a la designazione del difensore d'ufficio all'imputato/persona sottoposta alle indagini che ne sia privo b la notifica al difensore d'ufficio o di fiducia dell'avviso di deposito della misura rimasta ineseguita c la notificazione di copia dell'ordinanza destinata al latitante mediante consegna a mani del difensore art. 165 c.p.p. , commi 1 e 2 d la rappresentanza del latitante ad opera del difensore art. 165, comma 3 e la decorrenza, per il latitante, del termine di dieci giorni per proporre richiesta di riesame dalla data di notificazione dell'ordinanza cautelare effettuata mediante consegna di copia al difensore salva la prova dell'ignoranza effettiva del provvedimento cautelare art. 309 c.p.p. , comma 2 . 3.12. Tali conseguenze solo in parte modificano il fisiologico sviluppo degli eventi processuali in caso di applicazione di una delle misure cautelari presupposto della dichiarazione di latitanza ed infatti a l'esecuzione o la notificazione di una misura cautelare personale impone sempre la nomina di un difensore d'ufficio all'imputato/persona sottoposta alle indagini che sia privo di un difensore di fiducia art. 293 c.p.p. , comma 1-ter b dopo la loro esecuzione o notificazione, le ordinanze devono essere depositate nella cancelleria del giudice e dell'avviso di deposito deve essere data notizia al difensore d'ufficio o di fiducia art. 293 c.p.p. , comma 3 c l'imputato/persona sottoposta alle indagini può proporre richiesta di riesame entro dieci giorni dall'esecuzione o notificazione dell'ordinanza art. 309 c.p.p. , comma 1 d il difensore d'ufficio o di fiducia può proporre la richiesta di riesame entro dieci giorni dalla notificazione dell'avviso di deposito dell'ordinanza cautelare art. 309 c.p.p. , comma 3 . 3.13. In divergenza dalla fisiologica sequenza procedimentale testè indicata, la dichiarazione di latitanza comporta a l'anticipazione di un incombente comunque necessario la nomina del difensore d'ufficio all'imputato/persona sottoposta alle indagini che ne sia privo ad un momento che precede l'esecuzione o notificazione della misura b l'anticipazione, alla data di consegna dell'ordinanza al difensore d'ufficio/di fiducia , del termine iniziale assegnato all'imputato/persona sottoposta alle indagini per proporre riesame c la rappresentanza processale dell'imputato da parte del difensore d'ufficio/di fiducia . 3.14. Fermo restando che la rappresentanza del latitante da parte del difensore d'ufficio o di fiducia coinvolge questioni relative alla corretta instaurazione del contraddittorio processuale con conseguente irrilevanza, in questa sede, dell'annullamento del decreto di latitanza, dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari di cui all' art. 415-bis c.p.p. , e dell'avviso di fissazione dell'udienza preliminare, disposto dal tribunale di Catania con l'ordinanza resa all'udienza dibattimentale del 21/10/2021 prodotta dal ricorrente , l'erronea dichiarazione dello stato di latitanza non determina alcuna conseguenza sulla validità della nomina del difensore d'ufficio trattandosi di provvedimento comunque necessitato dall'ostensione della misura cautelare e che trova il suo presupposto non nella dichiarazione di latitanza bensì nel fatto che il latitante è privo di un difensore di fiducia. È dunque la mancanza del difensore di fiducia che impone la nomina del difensore d'ufficio a seguito della anticipata discovery dell'atto. Ciò comporta che il difensore di fiducia o d'ufficio che sia l' art. 309 c.p.p. , comma 3, fa riferimento al difensore senza ulteriori aggettivazioni è legittimato a contestare sin da subito la legittimità della misura stessa senza dover attenderne la materiale esecuzione, e ciò in evidente ottica di favor nei confronti del latitante. Nè la nullità del decreto di latitanza potrebbe far venir meno l'effetto irreversibile derivante dalla sua adozione il deposito degli atti in cancelleria la discovery, che, come detto, impone la nomina del difensore d'ufficio ove il latitante ne sia privo . Un diverso ragionamento - che pretenda di travolgere l'ordinanza del tribunale della libertà pronunciata a seguito di richiesta di riesame del difensore d'ufficio del latitante erroneamente dichiarato tale - porterebbe alla conseguenza aberrante per la quale il latitante potrebbe giovarsi della richiesta di riesame anche del difensore di fiducia nominato successivamente, evenienza che l' art. 309 c.p.p. , comma 3, non contempla affatto. 3.15. In conclusione l'errata dichiarazione dello stato di latitanza non travolge gli effetti irreversibilmente prodotti dal decreto e costituiti dalla anticipata discovery degli atti di indagine sui quali l'ordinanza si fonda e dalla nomina del difensore d'ufficio al latitante che ne sia privo destinatario dell'avviso di deposito . 3.16. Questa Corte ha già affermato il principio secondo il quale la nullità del decreto di latitanza non incide sulla validità della nomina del difensore d'ufficio in esso contenuta, in ragione dell'autonomia di quest'ultima rispetto alla dichiarazione di latitanza Sez. 4, n. 49409 del 05/04/2013, Rv. 257900 - 01 . Vero è che, secondo quanto esattamente afferma il ricorrente, nel caso esaminato dalla Corte, il difensore d'ufficio aveva proposto riesame consumando così l'analoga facoltà del difensore di fiducia successivamente nominato tuttavia, alla luce delle considerazioni sopra svolte, tale principio deve essere confermato proprio perché il ricorrente non disconosce il potere del difensore d'ufficio nominato in base a decreto di latitanza nullo di proporre riesame ai sensi dell' art. 309 c.p.p. , comma 3. Sicché la latitudine applicativa di tale norma è impermeabile alla variabile fattuale del diligente esercizio, da parte del difensore d'ufficio, del proprio munus . 3.17. Resta, dunque, da verificare in che modo l'anticipazione del termine per proporre domanda di riesame possa risentire della nullità del decreto di latitanza. La questione trova una sua esplicita risposta nel meccanismo restitutorio previsto dallo stesso art. 309 c.p.p. , comma 2. È la mancanza di prova della effettiva conoscenza del provvedimento cautelare che restituisce il latitante nel termine per proporre domanda di riesame, a prescindere dalla validità del decreto di latitanza. 3.18. Nel caso in esame, l'ignoranza da parte del ricorrente dell'ordinanza cautelare non è affatto contestata dal tribunale che ha fatto correttamente decorrere il termine iniziale per proporre richiesta di riesame dal momento della materiale esecuzione della misura e ne ha tratto la conclusione della inammissibilità della domanda di riesame tardivamente proposta dal difensore di fiducia. 3.19. Va dunque chiarito cosa accada nel caso in cui il difensore d'ufficio del latitante, erroneamente dichiarato tale, abbia proposto domanda di riesame nel termine stabilito dall' art. 309 c.p.p. , comma 3. La questione è già stata affrontata da questa Corte con sentenza Sez. 5, n. 20539 del 22/01/2019, Rv. 275553 - 01 che ha affermato il principio di diritto secondo il quale il tribunale della libertà non può dichiarare l'inammissibilità dell'istanza di riesame proposta personalmente dall'indagato solo perché successiva a quella già depositata dal suo difensore, in ragione sia del disposto di cui all' art. 309 c.p.p. , che conferisce ad entrambi la facoltà di adire il tribunale della libertà, prevedendo una differenziata decorrenza dei termini per impugnare, sia del tendenziale superamento del principio di unicità dell'impugnazione. 3.20. Si tratta di principio che deve essere ribadito. 3.21. Questa Corte aveva affermato il principio secondo - il quale l'impugnazione proposta dal difensore, di fiducia o di ufficio, nell'interesse dell'imputato contumace nella specie latitante , preclude a quest'ultimo, una volta che sia intervenuta la relativa decisione, la possibilità di ottenere la restituzione nel termine per proporre a sua volta impugnazione Sez. U, n. 6026 del 31/01/2008, Huzuneanu, Rv. 238472 - 01 . La Corte aveva osservato che l'astratta configurabilità di una duplicazione di impugnazioni, promananti le une dal difensore, e le altre dall'imputato, rappresenterebbe una opzione palesemente incompatibile con l'esigenza di assegnare una ragionevole durata al processo, sulla base di quanto imposto dall' art. 111 Cost. e dall'art. 6 della Convenzione EDU . 3.22. Successivamente, però, la Corte costituzionale, con sentenza n. 317 del 2009 , aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale dell' art. 175 c.p.p. , comma 2, nella versione all'epoca vigente, nella parte in cui non consentiva la restituzione dell'imputato, che non avesse avuto effettiva conoscenza del procedimento o del provvedimento, nel termine per proporre impugnazione contro la sentenza contumaciale, nel concorso delle ulteriori condizioni indicate dalla legge, quando analoga impugnazione fosse stata proposta in precedenza dal difensore dello stesso imputato. Il Giudice delle leggi aveva spiegato che il bilanciamento tra il diritto di difesa e il principio di ragionevole durata del processo deve tener conto dell'intero sistema delle garanzie processuali, per cui rileva esclusivamente la durata del giusto processo, quale complessivamente delineato in Costituzione, mentre un processo non giusto , perché carente sotto il profilo delle garanzie, non è conforme al modello costituzionale, quale che sia la sua durata e che un incremento di tutela indotto dal dispiegarsi degli effetti della normativa CEDU e della corrispondente giurisprudenza della Corte di Strasburgo certamente non lede gli articoli della Costituzione posti a garanzia degli stessi diritti, ma ne esplicita ed arricchisce il contenuto, innalzando il livello di sviluppo dell'ordinamento nazionale nel settore dei diritti fondamentali. La misura ripristinatoria della rimessione in termini, prescelta dal legislatore, per avere effettività, non può essere consumata - aveva ammonito la Corte costituzionale - dall'atto di un soggetto, il difensore normalmente nominato d'ufficio, in tali casi, stante l'assenza e l'irreperibilità dell'imputato , che non ha ricevuto un mandato ad hoc e che agisce esclusivamente di propria iniziativa. L'esercizio di un diritto fondamentale non può essere sottratto al suo titolare, che può essere sostituito solo nei limiti strettamente necessari a sopperire alla sua impossibilità di esercitarlo e non deve trovarsi di fronte all'effetto irreparabile di una scelta altrui, non voluta e non concordata, potenzialmente dannosa per la sua persona. 3.23. Come ben e condivisibilmente osservato da Sez. 5, n. 20539 del 2019, cit., si tratta di pronuncia la cui ricadute vanno ben oltre lo specifico caso proiettando le sue conseguenze anche nel sistema processuale delle impugnazioni, proponendone una lettura di più ampio respiro anche in tema di impugnazioni di misure cautelari. 3.24. Orbene, la lettura costituzionalmente e convenzionalmente orientata dell' art. 309 c.p.p. , comma 2, comporta la conseguenza che la precedente proposizione della domanda di riesame da parte del difensore d'ufficio o di fiducia del latitante erroneamente dichiarato tale non osta alla personale riproposizione della domanda di riesame se l'imputato/persona sottoposta alle indagini dimostri l'effettiva ignoranza del provvedimento cautelare la cui esecuzione sia successiva alla dichiarazione di latitanza. 3.25. In conclusione a il difensore d'ufficio o di fiducia del latitante erroneamente dichiarato tale è pienamente legittimato, ai sensi dell' art. 309 c.p.p. , comma 3, a proporre la richiesta di riesame nel termine di dieci giorni dalla data di notificazione dell'avviso di deposito dell'ordinanza che dispone la misura b il latitante, erroneamente dichiarato tale, può sempre proporre riesame anche se già proposto dal difensore se prova di non aver avuto conoscenza del provvedimento ed in tal caso il termine decorre dalla data di esecuzione del provvedimento stesso c l'erronea dichiarazione dello stato di latitanza non ha alcuna incidenza sulla individuazione del termine previsto, per il difensore, dall' art. 309 c.p.p. , comma 3 d il difensore di fiducia successivamente nominato può solo giovarsi del termine cui ha diritto il proprio assistito ai sensi dell' art. 309 c.p.p. , comma 2, seconda parte, nel senso che, nel caso in cui la notificazione del provvedimento cautelare sia avvenuta in tempi diversi per l'imputato e per il suo difensore, il termine per proporre richiesta di riesame decorre per entrambi dalla data dell'ultima notificazione, Sez. 5, n. 47556 del 02/10/2008, Rv. 242320 - 01. Nel caso di specie, il provvedimento era stato notificato al difensore d'ufficio dell'imputato latitante, mentre era stata omessa la notificazione ai sensi dell' art. 165 c.p.p. la Corte ha individuato la decorrenza del termine per la richiesta di riesame nella notificazione al latitante eseguita dopo la cattura e non in quello della successiva notificazione dell'avviso di deposito ex art. 293 c.p.p. , al difensore di fiducia dallo stesso nominato . 3.26. Correttamente, pertanto, il Tribunale del riesame ha dichiarato l'inammissibilità dell'istanza perché presentata dal difensore di fiducia del ricorrente il giorno dopo la scadenza del termine di dieci giorni decorrenti dalla data di materiale esecuzione della misura. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all 'art. 94 disp. att. c.p.p ., comma 1-ter.