Omertà e scarso autocontrollo: niente affidamento terapeutico per il detenuto

Respinta definitivamente l’istanza avanzata dall’uomo costretto in carcere. Confermato il giudizio di inaffidabilità messo nero su bianco dal Tribunale di sorveglianza.

Niente affidamento in prova, a scopo terapeutico, per il detenuto che ha mostrato scarsa capacità di autocontrollo, come certificato da una nuova condanna, e che ha anche tenuto un atteggiamento omertoso , evitando di fare chiarezza sugli atti intimidatori da lui subiti una volta uscito dal carcere. In Tribunale arriva il primo boccone amaro per il detenuto, destinato a rimanere in carcere fino alla fine del 2024. Viene rigettata, difatti, la sua istanza per l'affidamento in prova a una comunità terapeutica. Ciò perché egli è incorso in una precedente revoca della medesima misura, disposta nell'ottobre 2019, a causa del suo arresto per detenzione e porto illegali di una pistola, reati per i quali egli è tuttora agli arresti domiciliari, ed è stato condannato a quattro anni di reclusione . Per i giudici del Tribunale è fondato il giudizio di inaffidabilità dell'uomo, anche alla luce della reticenza da lui mostrata rispetto ad atti intimidatori subiti dopo la sua dimissione dal carcere, nel maggio 2019 . Questa valutazione viene contestata, ovviamente, dall'uomo, il quale ritiene illogico desumere la sussistenza del pericolo di recidiva dagli atti intimidatori di cui è stato vittima, trattandosi di condotte perpetrate ai suoi danni, e a nulla rilevando la circostanza che egli non abbia fornito spiegazioni sul punto . Per quanto concerne poi il carico pendente per detenzione e porto illegali di pistola , l'uomo sostiene di avere ottenuto gli arresti domiciliari con l'ordinanza del GUP , anche grazie alla certificazione del SER.D. che fa riferimento a un articolato programma di recupero della comunità terapeutica . Dalla Cassazione però arriva la piena condivisione della decisione presa dal Tribunale di sorveglianza. Respinta , quindi, la richiesta di affidamento terapeutico , innanzitutto alla luce della intervenuta revoca della medesima misura conseguente all'arresto del detenuto per il grave delitto, commesso nell'ottobre 2019, di detenzione e porto illegali di una pistola, per cui ha riportato una condanna, non definitiva, alla pena di quattro anni di reclusione . Corretta anche la valorizzazione della circostanza che il soggetto, appena dimesso dal carcere, nel maggio 2019, abbia subito gravi atti intimidatori e non abbia mai offerto alcuna spiegazione sulle relative ragioni, palesando un atteggiamento reticente e scarsamente collaborativo con gli organi investigativi . Significativo poi anche il fatto che egli, nel corso della custodia cautelare, abbia riportato una sanzione disciplinare per un fatto commesso nel marzo 2020, così manifestando una scarsa capacità di autocontrollo . Sacrosanto, quindi, parlare di scarsa affidabilità del detenuto , chiosano dalla Cassazione. Respinta, in ultima battuta, anche l'obiezione, proposta dall'uomo, secondo cui la funzione della misura richiesta è quella di risolvere il problema della dipendenza, sicché proprio la sua applicazione consentirebbe di eliminare il pericolo di recidiva . In realtà, la norma prevede che il Tribunale di sorveglianza accolga l'istanza solo se ritiene che il programma di recupero assicuri, anche attraverso altre prescrizioni, la prevenzione del pericolo che il soggetto commetta altri reati , e quindi tale prevenzione costituisce non l'esito del percorso terapeutico, ma una condizione che deve ricorrere già durante il periodo di sottoposizione alla misura alternativa , chiariscono i Giudici di terzo grado.

Presidente Casa Relatore Renoldi Ritenuto in fatto 1. Con ordinanza in data 2/12/2020, il Tribunale di sorveglianza di Taranto ha rigettato l'istanza di applicazione dell'affidamento in prova in casi particolari presso la comunità omissis , proposta nell'interesse di Z.A. , detenuto nella Casa circondariale di Taranto, con fine pena al 20/12/2024. Secondo il Collegio, infatti, il detenuto era incorso in una precedente revoca della medesima misura, disposta nell'ottobre 2019 a causa del suo arresto per detenzione e porto illegali di una pistola, per i quali egli è tuttora agli arresti domiciliari ed è stato condannato a 4 anni di reclusione, donde il giudizio di inaffidabilità, fondato anche sulla reticenza mostrata rispetto ad atti intimidatori subiti dopo la sua dimissione dal carcere, nel maggio 2019, e sull'applicazione, ai suoi danni, di una sanzione disciplinare, riportata per una violazione del 4/3/2020. 2. Z.A. ha proposto ricorso per cassazione avverso il predetto provvedimento per mezzo del difensore di fiducia, avv. Luigi Esposito, deducendo, con un unico motivo di impugnazione, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p. , la inosservanza o erronea applicazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 94 . Nel dettaglio, il ricorso denuncia, ai sensi dell' art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b ed e , che il Tribunale di sorveglianza abbia erroneamente applicato l' art. 58-quater Ord. Pen. , che la giurisprudenza di legittimità riterrebbe, invece, non operante nei casi di affidamento in prova in casi particolari cita, al riguardo, Sez. 1, n. 6287 del 23/10/2014, dep. 2015, Rv. 262825 Sez. 1, n. 26010 del 6/7/2020, Rv. 27952701 nonché Corte Cost., n. 377 del 1997 . Sotto altro profilo, la sussistenza del pericolo di recidiva non potrebbe desumersi dagli atti intimidatori di cui Z. è stato vittima, trattandosi di condotte perpetrate ai suoi danni, a nulla rilevando la circostanza che il detenuto non abbia fornito spiegazioni sul punto, ben potendo lo stesso non averne. Con riferimento, poi, al carico pendente per detenzione e porto illegali di pistola, in relazione a tale procedimento Z. avrebbe ottenuto gli arresti domiciliari D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 89, con l'ordinanza del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Taranto allegata al ricorso, ove si darebbe atto dell'esistenza della certificazione del SER.D. competente e di un articolato programma di recupero della comunità terapeutica. 3. In data 18/10/2021 è pervenuta in Cancelleria la requisitoria scritta del Procuratore generale presso questa Corte, con la quale è stata chiesta la declaratoria di inammissibilità del ricorso. Considerato in diritto 1. Il ricorso è inammissibile in quanto manifestamente infondato. 2. Giova premettere che il Tribunale di sorveglianza, diversamente da quanto dedotto dalla difesa, non ha fatto ricorso alla preclusione stabilita dall' art. 58-quater Ord. Pen. , comma 2, ma ha respinto la richiesta di affidamento terapeutico in ragione dell'intervenuta revoca della medesima misura conseguente all'arresto di Z. per il grave delitto, commesso nell' omissis , di detenzione e porto illegali di una pistola, per cui egli ha riportato una condanna, non definitiva, alla pena di 4 anni di reclusione. Inoltre, l'ordinanza ha valorizzato la circostanza che il soggetto, appena dimesso dal carcere, nel maggio 2019, abbia subito gravi atti intimidatori e che non abbia mai offerto alcuna spiegazione sulle relative ragioni, palesando un atteggiamento reticente e scarsamente collaborativo con gli organi investigativi e ancora che, nel corso della custodia cautelare, egli abbia riportato una sanzione disciplinare per fatto commesso in data 4/3/2020, con ciò manifestando una scarsa capacità di autocontrollo. Tale autonoma valutazione, che ha evidenziato gli elementi indicativi di una scarsa affidabilità del soggetto, si mantiene nei limiti di una fisiologica opinabilità di apprezzamento e non appare sindacabile in sede di legittimità, essendo stata espressa con motivazione non manifestamente illogica, nemmeno in rapporto alla diversa decisione del Giudice della cautela, il quale ordinariamente dispone di una differente e meno completa piattaforma istruttoria rispetto alla magistratura di sorveglianza. Suggestivo ma palesemente infondato è, infine, l'argomento secondo cui la funzione della misura richiesta è quella di risolvere il problema della dipendenza, sicché proprio la sua applicazione consentirebbe di eliminare il pericolo di recidiva. In realtà, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 94, comma 4, prevede che il tribunale di sorveglianza accolga l'istanza solo se ritiene che il programma di recupero assicuri, anche attraverso le altre prescrizioni di cui all' art. 47 Ord. Pen. , comma 5, la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati, la quale, dunque, costituisce non l'esito del percorso terapeutico, ma una condizione che deve ricorrere già durante il periodo di sottoposizione alla misura alternativa. 4. Sulla base delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità , alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell' art. 616 c.p.p. , l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente fissata in 3.000,00 Euro. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della cassa delle ammende.