Soppressa la figura professionale, illecito il licenziamento della coordinatrice

Decisiva la constatazione che la lavoratrice svolgeva mansioni più ampie, non limitate a quelle da punto di riferimento per la figura professionale cancellata dall’organico aziendale.

Non basta la cancellazione di una categoria professionale dall'organico per legittimare il licenziamento del lavoratore che sì ha svolto il ruolo di coordinatore per quella categoria ma ha anche compiuto compiti ulteriori all'interno della struttura. Riflettori puntati su un Centro medico, o, meglio, sulla decisione di licenziare tutti gli operatori socio-sanitari e, al contempo, anche la persona che per anni ha svolto il ruolo di loro coordinatore. Per i giudici di merito, però, la linea seguita dalla società proprietaria della struttura va censurata. Di conseguenza, viene dichiarata la illegittimità del recesso intimato alla lavoratrice nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo e la datrice di lavoro viene condannata al pagamento, in favore della dipendente, di un' indennità risarcitoria , commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal recesso al pensionamento , alla regolarizzazione contributiva ed al pagamento dell'indennità sostitutiva della reintegra pari a quindici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto . Escluso, invece, solo il risarcimento del danno alla salute richiesto dalla lavoratrice. Inutile il ricorso proposto in Cassazione dalla società, che vede confermata in toto la condanna a suo carico pronunciata in Appello. In premessa vengono richiamati alcuni dettagli della vicenda. In particolare, viene sottolineato che nella comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo la società aveva rappresentato quale motivo dell'esubero la decisione di sopprimere dall'organigramma aziendale il comparto degli operatori socio-sanitari e, conseguentemente, la figura professionale di coordinatore di detti operatori rivestita dalla lavoratrice. Allo stesso tempo, viene richiamato il deficit informativo posto in evidenza in Appello, poiché la lavoratrice aveva sempre svolto compiti ben più ampi di quelli di coordinatrice degli operatori socio-sanitari . E in questa ottica non giova alla società, annotano i Giudici, né il fatto che nella detta comunicazione tra i profili professionali in esubero fosse indicato quello di coordinatore , proprio della lavoratrice, atteso che il contenuto professionale di tale figura può ricomprendere unità che ricoprono anche altre funzioni in relazione alla attività, alla struttura della casa di cura né che il programma di riorganizzazione esposto dalla società poneva la necessità di sopprimere il profilo professionale di coordinatrice in chiara ed inequivocabile connessione causale con l'esigenza di soppressione del comparto degli operatori socio-sanitari . E la correlazione posta dalla società tra la soppressione dall'organico della figura professionale degli operatori socio-sanitari e la soppressione del ruolo di coordinatore ha indotto in errore le organizzazioni sindacali , sottolineano i Giudici, richiamando lo svolgimento, da parte della lavoratrice all'interno della casa di cura, di ulteriori ed articolati compiti, oltre quello di coordinatrice degli operatori socio-sanitari . Va escluso , quindi, il presunto nesso tra il programma di riduzione del personale e la scelta di sopprimere il posto ricoperto dalla lavoratrice, concludono dalla Cassazione. I magistrati tengono poi a sottolineare che non sono stati travalicati i limiti propri del controllo giurisdizionale in tema di licenziamento collettivo, posto che non si è entrati nel merito della opportunità della iniziativa imprenditoriale di sopprimere il reparto degli operatori socio-sanitari, la cui valutazione è effettivamente riservata al controllo ex ante delle organizzazioni sindacali ma ci si è limitati a rilevare l'assenza di nesso casuale tra la legittima scelta di ridimensionamento dell'organico in relazione agli operatori socio-sanitari e la soppressione del posto occupato dalla lavoratrice . Correttamente, invece, si è compiuto un controllo sulla effettività delle ragioni addotte alla base del licenziamento collettivo in relazione a quanto rappresentato dalla società e si è registrata l'assenza dell' imprescindibile nesso causale tra progettato ridimensionamento e singoli provvedimenti di recesso , e in questo quadro è irrilevante, aggiungono i Giudici, la circostanza del positivo esito della procedura collettiva per effetto del raggiungimento di un accordo con le organizzazioni sindacali . Per quanto concerne, infine, il lato economico, viene confermato il ristoro riconosciuto alla lavoratrice. Ciò perché la circostanza che all'epoca dell'esercizio dell'opzione la dipendente fosse già titolare di trattamento pensionistico non si configura quale causa ostativa alla reintegrazione e, quindi, all'esercizio dell'opzione per la indennità sostitutiva in quanto il conseguimento della pensione di anzianità non integra una causa di impossibilità della reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato, posto che la disciplina in tema di incompatibilità totale o parziale tra trattamento pensionistico e percezione del reddito da lavoro dipendente si colloca sul diverso piano del rapporto previdenziale, determinando la sospensione dell'erogazione della prestazione pensionistica ma non l'invalidità del rapporto di lavoro .

Presidente Raimondi Relatore Pagetta Rilevato che 1. la Corte d'appello di Catania, pronunziando sull'appello principale di omissis e omissis s.p.a. e sull'appello incidentale di S.G. , ha confermato la sentenza di primo grado che aveva dichiarato la illegittimità del recesso intimato alla S. nell'ambito di procedura di licenziamento collettivo e condannato la datrice di lavoro al pagamento in favore della lavoratrice di un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal recesso al pensionamento del 1.1.2014 oltre accessori, alla regolarizzazione contributiva ed al pagamento dell'indennità sostitutiva della reintegra pari a quindici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, respingendo la domanda di risarcimento del danno alla salute avanzata dalla S. 2. per la cassazione della decisione ha proposto ricorso la società datrice di lavoro sulla base di tre motivi la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso 3. entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell' art. 380 bis.1. c.p.c. . Considerato che 1. con il primo motivo di ricorso parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, artt. 24, 4 e 5 censurando la sentenza impugnata per avere, in violazione delle norme richiamate e sulla base di una lettura artificiosa della comunicazione del 27 aprile 2011, di avvio della procedura di mobilità, affermato l'incompletezza del relativo contenuto e svolto un sindacato in merito agli specifici motivi della riduzione del personale, sindacato che esulava dai limiti del controllo giurisdizionale essendo riservato alla valutazione ex ante della RSA e delle OO.SS. la verifica dei presupposti della procedura di mobilità in concreto tale controllo era stato effettivamente ed efficacemente esercitato secondo quanto desumibile dal verbale di accordo sindacale in data 27 luglio 2011 che aveva concluso la procedura collettiva 2. con il secondo motivo di ricorso deduce omesso esame di un fatto controverso e decisivo rappresentato dall'accordo sindacale del 20 luglio 2011 che aveva definito la procedura di licenziamento collettivo con soluzione, condivisa dalle parti, consistente nel trasformare i rapporti di lavoro degli operatori sociosanitari e quello della S. da full time in part time, accordo che si era concluso con l'adesione degli operatori socio sanitari coinvolti e rifiutato dalla sola S. 3. con il terzo motivo di ricorso deduce violazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, nel testo antecedente alla modifica introdotta dalla L. n. 92 del 2012 censura la sentenza impugnata per avere attribuito alla S. l'indennità sostitutiva della reintegra pari a quindici mensilità della retribuzione globale di fatto sul presupposto che la stessa, all'udienza del 30.3.2015, aveva dichiarato al Giudice di primo grado di essere dal 1.1.2014 titolare di pensione e di optare per il pagamento della indennità sostitutiva. Sostiene che tale facoltà non era più esercitabile in quanto il diritto alla reintegrazione era venuto meno per cause esterne alla volontà datoriale pensionamento, cessazione dell'attività aziendale ecc. 4. preliminarmente deve essere dichiarata inammissibile l'eccezione di giudicato esterno formulata dalla parte controricorrente solo in memoria e quindi tardivamente e non sorretta dalla trascrizione del relativo testo, come prescritto Cass. n. 5508/2018 5. le censure articolate con il primo motivo di ricorso sono in parte inammissibili ed in parte infondate 5.1. in fatto si premette che, per come pacifico, nella comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo la società aveva rappresentato quale motivo dell'esubero la decisione di sopprimere dall'organigramma aziendale il comparto degli operatori sociosanitari e, conseguentemente, la figura professionale di coordinatore dei detti operatori rivestita dalla S. 5.2. la Corte di merito ha condiviso la valutazione di prime cure che aveva ravvisato un deficit informativo nella comunicazione L. n. 223 del 1991, ex art. 4, comma 3, in quanto, per come emerso dalla documentazione in atti e dalla istruttoria espletata, la S. aveva sempre svolto compiti ben più ampi di quelli di coordinatrice degli operatori sociosanitari nè giovava alla società il fatto che nella detta comunicazione tra i profili professionali in esubero fosse indicato quello di coordinatore DS, proprio della S. , atteso che il contenuto professionale di tale figura può ricomprendere unità che ricoprono anche altre funzioni in relazione alla attività, alla struttura della casa di cura e che il programma di riorganizzazione esposto dalla società poneva la necessità di sopprimere il profilo professionale di coordinatrice di livello DS in chiara ed inequivocabile connessione causale con l'esigenza di soppressione del compatto degli operatori socio sanitari tanto emergeva sia dal chiaro tenore testuale delle espressioni utilizzate nella lettera di apertura della procedura collettiva sia dall'interpretazione sistematica del relativo contenuto. Secondo la Corte distrettuale la correlazione posta dalla società tra la soppressione dall'organico della figura professionale degli operatori sociosanitari e la soppressione del ruolo di coordinatore aveva indotto in errore le organizzazioni sindacali lo svolgimento, confermato dalla istruttoria espletata, da parte della S. all'interno della Casa di Cura di ulteriori ed articolati compiti oltre quello di coordinatrice degli operatori socio sanitari escludeva infatti in radice il nesso di derivazione causale tra il programma di riduzione del personale e la scelta di sopprimere il posto di lavoro ricoperto dalla originaria ricorrente 5.3. le ragioni alla base della conferma della decisione di primo grado in punto di incompletezza della comunicazione di avvio e di insussistenza del nesso causale tra la scelta organizzativa della società e la soppressione del posto di lavoro della S. non sono validamente incrinate dalle censure articolate dalla società datrice di lavoro 5.4. invero, la critica all'interpretazione della comunicazione di avvio della procedura fatta propria dalla Corte di merito sulla base di specifici elementi testuali e sistematici sentenza, pag. 6, primo capoverso non è veicolata mediante la deduzione della violazione di specifiche regole legali dell'interpretazione ai sensi degli artt. 1362 e s.s. c.c. , come necessario Cass. n. 19044/2010 , Cass. n. 15604/2007 , in motivazione, Cass. n. 4178/2997 , dovendosi escludere che la semplice contrapposizione dell'interpretazione proposta dalla ricorrente a quella accolta nella sentenza impugnata rilevi ai fini dell'annullamento di quest'ultima Cass. n. 14318/2013 , Cass. n. 23635/2010 5.5. è da escludere inoltre che la Corte distrettuale abbia travalicato i limiti propri del controllo giurisdizionale in tema di licenziamento collettivo posto che essa non è entrata nel merito della opportunità della iniziativa imprenditoriale di sopprimere il reparto degli operatori sociosanitari, la cui valutazione è effettivamente riservata al controllo ex ante delle organizzazioni sindacali, ma si è limitata a rilevare l'assenza di nesso casuale tra la legittima scelta di ridimensionamento dell'organico in relazione agli operatori sociosanitari e la soppressione del posto occupato dalla S. il sindacato giurisdizionale si è svolto quindi in un ambito - che gli è proprio - di verifica dell'effettività delle ragioni addotte alla base del licenziamento collettivo in relazione a quanto rappresentato dalla società medesima nella comunicazione di avvio la decisione impugnata si rivela pertanto conforme alla giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale, fermo restando il controllo sindacale ex ante sulla iniziativa imprenditoriale di ridimensionamento dell'impresa, resta pur sempre riservata al giudice di merito la verifica della correttezza procedurale dell'operazione, ivi compresa la sussistenza dell'imprescindibile nesso causale tra progettato ridimensionamento e singoli provvedimenti di recesso Cass. n. 30550/2018 , Cass. n. 5089/2009 , Cass. n. 21541/2006 5.6. la circostanza del positivo esito della procedura collettiva per effetto del raggiungimento di un accordo con le organizzazioni sindacali non assume, in relazione alla disciplina vigente ratione temporis, antecedente alla modifica introdotta dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 45, alla L. n. 223 del 1991 , art. 4, comma 12, alcuna efficacia sanante dei riscontrati vizi della comunicazione di avvio, come viceversa sembra sostenere l'odierna ricorrente secondo l'insegnamento di questa Corte infatti l'accordo di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 5, non costituisce una sanatoria dei vizi della procedura, restando per il giudice l'obbligo della verifica in sede di merito circa l'effettiva completezza della comunicazione Cass. n. 7837/2018 , Cass. n. 193/2016 6. il secondo motivo di ricorso è inammissibile per essere la deduzione del vizio di motivazione ai sensi dell' art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5 preclusa dalla esistenza di doppia conforme ai sensi dell' art. 348 ter c.p.c. , u.c. 7. il terzo motivo di ricorso deve essere respinto in continuità con l'insegnamento di questa Corte secondo il quale il compimento dell'età pensionabile o il raggiungimento dei requisiti per l'attribuzione del diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia da parte del lavoratore, determinano soltanto il venir meno del regime di stabilità del rapporto con conseguente recedibilità ad nutum ma non anche l'automatica estinzione dello stesso, che, in assenza di un valido atto risolutivo del datore di lavoro, è destinato a proseguire, con diritto del lavoratore alla retribuzione Cass. n. 521/2019 , Cass. 13181/2018 in particolare, Cass. n. 13181/2018 ha precisato che nel caso in cui tali condizioni si perfezionino nel periodo intercorrente tra la data del licenziamento e quella della sentenza con cui venga accertata l'insussistenza di una sua idonea giustificazione, non è preclusa l'emanazione del provvedimento di reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro L. n. 300 del 1970, ex art. 18, mentre il rapporto di lavoro è suscettibile di essere estinto solo per effetto di valido diverso negozio di recesso. Da tanto consegue che poiché al momento dell'esercizio dell'opzione il rapporto di lavoro della S. era stato formalmente ricostituito ex tunc per effetto dell'annullamento del recesso datoriale e che tanto, per come pacifico, comportava, in assenza di un diverso e valido atto di recesso, il diritto della lavoratrice alla reintegrazione, ben poteva l'interessata rinunziare alla reintegra esercitando l'opzione di cui all' art. 18, comma 5, St. lav . nel testo all'epoca vigente, anteriore alla novella della L. n. 92 del 2012 6.1. la circostanza che all'epoca dell'esercizio dell'opzione la S. fosse già titolare di trattamento pensionistico non si configura quale causa ostativa alla reintegrazione e, quindi, all esercizio dell'opzione per la indennità sostitutiva in quanto, come correttamente evidenziato dalla Corte distrettuale, il conseguimento della pensione di anzianità non integra una causa di impossibilità della reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato poste che la disciplina in tema di incompatibilità - totale o parziale - tra trattamento pensionistico e percezione del reddito da lavoro dipendente si colloca sul diverso piano del rapporto previdenziale determinando la sospensione dell'erogazione della prestazione pensionistica ma non l'invalidità del rapporto di lavoro Cass. 16136/2018 , Cass. n. 16143/2014 , Cass. n. 13871/2007 7. al rigetto del ricorso segue il regolamento secondo soccombenza delle spese di lite con condanna della ricorrente, nella sussistenza dei relativi presupposti processuali, al pagamento dell'ulteriore contributo ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 , comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.