Neonato con la sindrome di Down: niente risarcimento ai genitori se manca la prova della loro volontà di fare ricorso all’aborto

Respinta la richiesta di ristoro economico avanzata nei confronti della clinica dove si è svolto il parto. Decisiva la mancata dichiarazione della coppia in merito alla concreta possibilità di abortire in caso di malformazione del feto.

Niente risarcimento per l'imprevista nascita di un figlio down. Impossibile addebitare colpe alla clinica che ha seguito la donna. Decisivo in particolare un dettaglio madre e padre non hanno dato prova, sottolineano i Giudici, della volontà di ricorrere all'aborto in caso di accertata malformazione del feto. In pochi attimi la gioia per la nascita del figlio si scolorisce. Per la neomamma e il neopapà, difatti, c'è da fare i conti coll'evidente problema che affligge il bambino, cioè la sindrome di Down . Prima di pensare al futuro, però, i due genitori decidono di citare in giudizio la clinica in cui si è svolto il parto e in cui è nato il bimbo, e chiedono un adeguato ristoro economico , addebitando alla struttura ospedaliera di non averli informati della possibilità di effettuare un'amniocentesi o un altro esame in grado di individuare la malattia e di non avere prescritto ed effettuato esami diagnostici durante le prime tre settimane di gravidanza, consigliate per le gestanti di età avanzata ed utili ad individuare la malattia di cui era affetto il feto . I Giudici di merito respingono però la richiesta di risarcimento avanzata dalla coppia, e precisano, in secondo grado, che una indagine fatta nelle prime settimane di vita del feto non avrebbe consentito di individuare la trisomia e la sindrome di Down . Per quanto concerne, infine, il nodo rappresentato dalla presunta mancanza di consenso informato , i Giudici sottolineano che non vi è prova della volontà della coppia di abortire in caso di accertata malformazione del feto. Inutile l'ulteriore ricorso proposto in Cassazione dai due genitori. Anche i Giudici di terzo grado, difatti, escludono sia addebitabile qualche responsabilità alla clinica. Innanzitutto, viene ribadito che, come messo nero su bianco dal consulente tecnico d'ufficio, neanche dall'esame morfologico eseguito alla diciannovesima settimana era dato evincere la malformazione del feto. Centrale però è la questione relativa al consenso informato . Su questo fronte i Giudici richiamano il principio secondo cui chi agisce deve dare prova che la donna incinta, se adeguatamente informata, avrebbe deciso l' interruzione della gravidanza . E in questa vicenda, aggiungono, una simile prova non è stata fornita dai due genitori, i quali, anzi, non hanno neanche fatto cenno alla possibilità di abortire in caso di accertata malformazione del feto.

Presidente Travaglino Relatore Dell'Utri Fatti di causa 1. L.S. è stata ricoverata presso la omissis , dove è stata seguita per il parto e dove è nato il figlio C.A. affetto, tuttavia, da sindrome di Down. La L. , insieme al marito C.R. , entrambi in proprio, nonché quali rappresentanti dei minori C.A. e C. hanno agito in giudizio avverso la clinica per ottenere il risarcimento dei danni dovuti a due violazioni imputate alla struttura quella di non avere informato della possibilità di fare amniocentesi o altro esame in grado di individuare la malattia quella di non avere prescritto ed effettuato esami diagnostici durante le prime tre settimane di gravidanza, consigliate per gestanti di età avanzata ed utili ad individuare la malattia di cui era affetto il feto. Il Tribunale ha ritenuto che non fosse adeguatamente provata nè l'una nè l'altra negligenza ed ha rigettato la domanda. 2. È stato proposto appello da tutte le parti soccombenti con un unico motivo che ha nuovamente sottoposto alla corte di secondo grado le due negligenze imputabili alla struttura sanitaria, ma il gravame è stato rigettato sul presupposto che una indagine, fatta nelle prime settimane, non avrebbe consentito di individuare la trisomia ed il morbo di cui era afflitto il feto, secondo quanto stabilito dal CTU, e che, quanto al consenso informato, non v'era prova della volontà di abortire in caso di accertata malformazione. 3. Ricorrono i predetti con due motivi. V'è controricorso della omissis . Ragioni della decisione 4. Innanzitutto, è infondata l'eccezione di giudicato interno svolta dalla Fondazione quanto alla legittimazione attiva di C.A. e C., i due figli, nel cui interesse agiscono i genitori. Vero è che il Tribunale, in primo grado, aveva ritenuto il difetto di legittimazione attiva, ma è altresì vero che i due hanno proposto appello e che in quel giudizio c'è stata una pronuncia di merito, di rigetto, della loro domanda, con conseguente implicita decisione sulla legittimazione attiva. 4.1. Nel merito, i ricorrenti fanno due motivi di ricorso, in nessuno dei quali si indicano le norme violate, ma ci si limita a prospettare una falsa applicazione di norme di diritto . Possono essere esaminati insieme, in quanto pongono due questioni simili. Il primo motivo, infatti, contiene censura della sentenza impugnata sia quanto alla omessa informazione circa la possibilità di una amniocentesi o di altro esame volto ad accertare la malformazione p. 9 sia la mancanza di prova di esami strumentali nelle prime settimane di gravidanza. Questa ultima doglianza è ribadita sotto forma di mancata produzione, e dunque prova, di quanto è stato fatto dai sanitari in quelle prime settimane. 5. Entrambi i motivi sono inammissibili. Invero, sia il Tribunale che la Corte di appello hanno escluso la responsabilità della clinica quanto a questi due aspetti con un giudizio di fatto, qui non censurabile. Quanto alla mancata effettuazione di esami strumentali, la decisione prende atto delle conclusioni della CTU secondo cui neanche dall'esame morfologico eseguito alla 19^ settimana era dato evincere la malformazione. Questo giudizio di fatto, oltre che non censurabile qui, non è, in realtà neanche censurato dai ricorrenti con l'due motivi di ricorso. Quanto al consenso informato, la corte di merito ha fatto applicazione della regola stabilita dalle sezioni unite di questa Corte secondo cui chi agisce deve dare prova che la gestante, se adeguatamente informata, avrebbe deciso, ricorrendone i presupposti, l'interruzione della gravidanza e che tale prova che può essere ricavata anche mediante presunzioni Cass. Sez. Un. 25767/ 2015 . È però stato accertato, con giudizio di fatto, ossia con valutazione delle prove rimessa alla discrezionalità del giudice, che una simile prova non è stata fornita, ed anzi, secondo la corte di secondo grado, la circostanza non sarebbe stata neanche allegata, nel senso che le parti non hanno neanche fatto cenno alla possibilità di abortire in caso di accertata malformazione. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, risolvendosi in un'istanza di rivalutazione del fatto. 6. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza. P.Q.M. la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 2.000 di cui 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 , comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1 , comma 17, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1 bis. In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 5 2.