Il rapporto di lavoro può anche essere risolto di fatto

Il mutuo consenso si presume se l'attività è cessata e il disinteresse delle parti è prolungato e l'imprescrittibilità dell'azione in caso di termine illegittimo del contratto va bilanciata con i comportamenti concludenti

La cessazione di fatto dell'attuazione del rapporto e il prolungato disinteresse delle parti fa presumere l'estinzione dello stesso per mutuo consenso e ciò è tanto più vero con riferimento al rapporto di lavoro che, notoriamente, soddisfacendo esigenze primarie del lavoratore, è caratterizzato dall'esistenza di effettivo svolgimento, nell'ambito del quale solo raramente e per periodi limitati si assiste a stati di quiescenza, ad esempio per i casi di malattia, infortunio o gravidanza. Ove l'inerzia superi il periodo coperto da prescrizione o da decadenza, essa costituisce indizio della volontà del lavoratore di risoluzione del contratto. Se è vero, infatti, che il lavoratore, il quale deduca l'illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro, può rivendicare in qualsiasi momento il suo diritto ad ottenere la declaratoria di nullità parziale del contratto a termine, essendo la relativa azione imprescrittibile, è anche vero che tale principio va mitigato, temperando le conseguenze pratiche che derivano dalla sua automatica applicazione in tutti quei casi in cui particolari modalità ed atteggiamenti delle parti inducono a ritenere che vi sia stata una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Anche con riferimento al contratto di lavoro trova infatti applicazione la norma di cui all'articolo 1372 Cc. La fattispecie negoziale della risoluzione consensuale del contratto di lavoro può essere individuata anche in presenza non di dichiarazioni, ma di comportamenti concludenti dei contraenti e, in modo particolare, di quei comportamenti che appaiono sintomi della inesistenza giuridica del rapporto. Non alla mera inerzia, dunque, è consentito attribuire effetti negoziali, dovendo il giudice individuare gli elementi, tra cui, principalmente, la lunghezza e le modalità dell'interruzione, che inducono a ritenere perfezionata la fattispecie negoziale, tenendo conto che l'onere della prova incombe sul soggetto che invoca l'effetto estintivo.

Tribunale di Bari - Sezione lavoro - sentenza 20 ottobre-9 novembre 2005 Giudice Saracino Svolgimento del processo Con ricorso depositato in cancelleria in data 12 giugno 2003, il ricorrente in epigrafe indicato, premesso di aver prestato attività lavorativa alle dipendenze della società convenuta dal 20 gennaio 2000 al 19 aprile 2000 presso l'ufficio postale Cuas per effetto di un contratto a tempo determinato e di aver svolto mansioni d'ufficio di riordino di conti correnti, bollettini e resa dei prodotti postali che tale contratto era privo dei requisiti sostanziali previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva per la valida apposizione del termine che, infatti, in esso era fatto esplicito richiamo testuale all'articolo 8 del contratto collettivo di categoria del 26 novembre 1994 come integrato sul punto dall'accordo collettivo del 25 settembre 1997 e, cioè, alle esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione degli assetti occupazionali in corso ed in ragione della graduale introduzione di nuovi processi produttivi, di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa dell'attuazione del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane che, in realtà, egli aveva prestato servizio non per esigenze eccezionali, bensì per affiancare il personale di ruolo dell'ufficio nello svolgimento delle ordinarie occupazioni che altri lavoratori a termine erano subentrati nello svolgimento degli stessi compiti dopo la cessazione del suo rapporto di lavoro che, conseguentemente, il termine apposto al suddetto contratto doveva ritenersi nullo ex articolo 1419, comma 2, Cc, con la conseguente conversione del rapporto in contratto a tempo indeterminato tutto ciò premesso, conveniva in giudizio la società Poste Italiane Spa per sentir dichiarare la nullità della clausola temporale apposta al contratto di lavoro intercorso tra le parti, con la conseguente conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato e per sentir ordinare alla convenuta la sua riammissione in servizio e condannarla al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni spettanti fino al momento della riassunzione il tutto con vittoria delle spese e competenze del giudizio. Integrato ritualmente il contraddittorio, resisteva la società convenuta, eccependo preliminarmente l'intervenuta risoluzione consensuale del contratto in ragione della prolungata inerzia del ricorrente a richiedere di poter continuare a fornire la prestazione lavorativa in secondo luogo deduceva la validità del termine apposto al contratto di lavoro della ricorrente, in quanto conforme sia alle disposizioni legislative vigenti sia agli accordi collettivi applicabili concludeva per il rigetto del ricorso, con vittoria delle spese di lite. All' udienza odierna la causa è stata discussa e decisa come da separato dispositivo. Motivi della decisione Il ricorso è infondato e merita di essere rigettato. Ritiene infatti il Tribunale di condividere la tesi prospettata nella memoria difensiva della resistente in merito all'intervenuta risoluzione consensuale del rapporto di lavoro dedotto in causa alla luce del comportamento concludente delle parti. In linea di principio deve darsi atto che è consolidato in giurisprudenza il principio secondo cui La disdetta intimata dal datore di lavoro al lavoratore per scadenza del termine invalidamente apposto al contratto di lavoro non si configura come licenziamento, né è soggetta alla relativa disciplina, attesa la specialità della normativa in materia di lavoro a tempo determinato, che ne determina la conversione in contratto a tempo indeterminato ne consegue che, in tal caso, l'azione proposta dal lavoratore a propria difesa non si configura come impugnazione di licenziamento, né può invocarne le tutele reale e obbligatoria , ma come azione di nullità parziale, fatta salva l'ipotesi in cui il datore di lavoro, sul presupposto della conversione del rapporto in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, non intimi un vero e proprio licenziamento del lavoratore a tempo indeterminato in tal senso, Cassazione civile, Sezione lavoro, 9163/03 id., 8352/03 id., 17524/02 11671/95 e molte altre ancora . Se è vero, quindi, che il lavoratore -il quale deduca l'illegittimità del termine apposto al contratto di lavoropuò rivendicare in qualsiasi momento il suo diritto ad ottenere la declaratoria di nullità parziale del contratto a termine, essendo la relativa azione imprescrittibile, è anche vero che la giurisprudenza della Cassazione -cui questo Giudice aderisceha mitigato tale principio, temperando le conseguenze pratiche che derivano dalla automatica applicazione di tale principio in tutti quei casi in cui particolari modalità ed atteggiamenti delle parti inducono a ritenere che vi sia stata una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Anche con riferimento al contratto di lavoro trova infatti applicazione la norma di cui all'articolo 1372 Cc, secondo cui Il contratto ha forza di legge tra le parti. Non può essere sciolto che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge . Con particolare riferimento al caso della nullità del termine apposto al contratto di lavoro è stato affermato che in qualsiasi tempo il lavoratore può far valere l'illegittimità del termine e chiedere conseguentemente l'accertamento della perdurante sussistenza del rapporto e la condanna del datore di lavoro a riattivarlo riammettendolo al lavoro, salvo che il protrarsi della mancata reazione del lavoratore all'estromissione dall'azienda ed il suo prolungato disinteresse alla prosecuzione del rapporto esprimano, come comportamento tacito concludente, la volontà di risoluzione consensuale del rapporto stesso così, Cassazione 8893/03 . La fattispecie della risoluzione, quindi, va riscontrata non solo in caso di esplicite manifestazione di volontà, ma anche in presenza di atteggiamenti concludenti assunti dalle parti, sicchè particolare significato deve essere attribuito all'inerzia del lavoratore in seguito alla scadenza del termine del contratto di lavoro, posto che essa si inserisce in un contesto sociale e normativo che contribuiscono a dare a tale inattività un significato giuridico, man mano che essa si protrae nel tempo. E tale considerazione, valida per tutti i tipi di contratti, assume anzi maggiore pregnanza con riferimento al contratto di lavoro, ove la effettività del rapporto e la interpretazione della volontà delle parti alla luce del comportamento assunto in concreto dalle stesse assume importanza fondamentale per l'interprete. La fattispecie negoziale della risoluzione consensuale del contratto di lavoro può essere individuata anche in presenza non di dichiarazioni, ma di comportamenti concludenti dei contraenti e, in modo particolare, di quei comportamenti che appaiono sintomi della inesistenza giuridica del rapporto. Con particolare riferimento all'ipotesi di contratti di lavoro a termine la Sc sin dal 1985 cfr. sentenza 667/85 ha ammesso che una lunga interruzione, caratterizzata da un completo disinteresse di entrambe le parti alla prosecuzione del rapporto, possa implicare lo scioglimento per mutuo consenso del rapporto a tempo indeterminato nel quale si è convertito il precedente rapporto a termine illegittimo, fermo, peraltro, l'obbligo del giudice del merito di indicare, con adeguata motivazione, le circostanze concrete dalle quali sia desumibile una siffatta volontà risolutoria delle parti. Non alla mera inerzia, dunque, è consentito attribuire effetti negoziali, dovendo il giudice individuare gli elementi tra cui, principalmente, la lunghezza e le modalità dell'interruzione che inducono a ritenere perfezionata la fattispecie negoziale cfr., Cassazione 3753/95 conf. id., 3405/87 3525/87 8116/87 3034/89 2755/98 , il tutto tenendo conto che l'onere della prova incombe sul soggetto che invoca l'effetto estintivo così, in particolare, Cassazione 5012/92, richiamata da Cassazione 3753/95 cit. e da Cassazione 13370/03, nonché Cassazione 15403/00 e 15628/01 . Questo Giudicante è consapevole della esistenza di precedenti giurisprudenziali con i quali è stato affermato che la volontà risolutiva presuppone l'acquisita consapevolezza della illegittimità della clausola a termine e della conseguente conversione ex lege del contratto Cassazione, 824/93 . Tale ultima affermazione è stata però ridimensionata dalla giurisprudenza successiva, la quale ha osservato che, nel quadro della attuale tendenza alla riduzione del ruolo e della rilevanza della volontà dei contraenti, intesa come momento psicologico dell'iniziativa contrattuale, il comportamento delle parti che, in relazione alla scadenza del termine illegittimamente apposto al contratto, determinino la cessazione della funzionalità del rapporto, può ben evidenziare il loro completo disinteresse alla sua attuazione Cassazione, 3753/95 ma vedi anche Cassazione 15403/00 e 8106/01 . Particolare interesse, poiché esprime un concetto ripreso in successive sentenze dalla Cassazione tra cui la 8160/01 e la recente 13891/04 è la sentenza 3753/95, nella parte in cui la Corte, entro il quadro dei principi tracciati dai precedenti innanzi menzionati, ha ulteriormente osservato che Al pari dell'esecuzione, anche il suo contrario assume valore dichiarativo, cosicché il comportamento, protratto per un tempo apprezzabile, che si risolve nella totale mancanza di operatività di un rapporto caratterizzato dal complesso intreccio di molteplici obbligazioni reciproche, deve essere valutato in modo socialmente tipico quale dichiarazione risolutoria. Operano infatti principi di settore la caratterizzazione professionale del lavoratore l'obbligazione retributiva del datore di lavoro funzionale alla soddisfazione di bisogni primari del dipendente la nascita dell'inderogabile rapporto previdenziale che non consentono di considerare esistente un rapporto di lavoro senza esecuzione . La decisione va segnalata perché valorizza la tendenza all'oggettivazione del contratto, e conseguentemente svaluta in sede interpretativa, tanto più con riferimento al fenomeno giuridico del contratto di lavoro, quei comportamenti psichici degli autori a vantaggio di valutazioni in modo socialmente tipico dei comportamenti e quindi della condotta costitutiva e, per quel che interessava nella fattispecie decisa, risolutiva del rapporto di lavoro. Nell'evoluzione della teoria e della disciplina dei contratti si registra quindi una tendenza alla progressiva riduzione del ruolo e della rilevanza della volontà dei contraenti, intesa come momento psicologico dell'iniziativa contrattuale tra le principali manifestazioni della tendenza all' oggettivazione del contratto sono, da una parte, l'affermarsi di regole sempre più ispirate alla teoria della dichiarazione piuttosto che alla teoria della volontà , dall'altra il crescente rilievo quantitativo di contratti che hanno ad oggetto beni di consumo e di servizi di massa e nei quali resta in ombra lo stesso elemento di una valida dichiarazione negoziale. Viene, così, posto in evidenza come, per numerose fattispecie che continuano a definirsi contrattuali , occorre realisticamente prendere atto che viene attribuito il valore di dichiarazione negoziale a comportamenti sociali valutati in modo tipico, per ciò che essi socialmente esprimono, restando senza rilievo i concreti atteggiamenti psichici dei loro autori. In sostanza, spesso il rapporto contrattuale nasce e produce i suoi effetti non già sulla base di valide dichiarazioni di volontà, ma piuttosto in base al contatto sociale che si determina tra le parti, cioè al complesso delle circostanze e dei comportamenti, valutati in modo socialmente tipico, mediante i quali si realizzano di fatto operazioni economiche e trasferimenti di ricchezza tra i soggetti . Queste considerazioni di ordine generale sono particolarmente pertinenti con riferimento al fenomeno giuridico del contratto di lavoro, dove nella maggior parte dei casi la conclusione non è formalizzata, desumendosi essa dall'esecuzione - accettazione della messa a disposizione delle energie lavorative dietro retribuzionecosicché dall'esecuzione del rapporto si risale alla sua formazione, con conseguente valore dichiarativo dell'esecuzione stessa. Insomma, la cessazione di fatto dell'attuazione del rapporto e il prolungato disinteresse delle parti fa presumere l'estinzione dello stesso per mutuo consenso e ciò è tanto più vero con riferimento al rapporto di lavoro che, notoriamente, soddisfacendo esigenze primarie del lavoratore, è caratterizzato dall'esistenza di effettivo svolgimento, nell'ambito del quale solo raramente e per periodi limitati si assiste a stati di quiescenza si pensi ai casi di malattia, infortunio o gravidanza . A ciò aggiungasi che l'interpretazione qui accolta appare in sintonia con tutte quelle norme del diritto del lavoro che tendono ad evitare che la potenziale conflittualità esistente nell'ambito del rapporto lavoratoreimpresa sia contenuta entro limiti temporali si pensi all'articolo 6 della legge 604/66, che impone l'onere di impugnazione del licenziamento entro 60 gg. all'articolo 2113 Cc, che fissa in sei mesi il termine entro il quale è possibile impugnare rinunzie e transazioni al regime delle prescrizioni brevi per i crediti di lavoro in tal senso, cfr. Tribunale Ragusa, sentenza 901/04 . Va poi evidenziato che, con riferimento ad ipotesi identiche a quella per cui è causa, esiste un consolidato orientamento nella giurisprudenza di merito favorevole alla tesi della risoluzione consensuale del contratto cfr. Trib. Ragusa cit Trib. Catanzaro, sentenza 1.10.2004 Trib. Avellino numero /2004 Trib.Roma del 16.11.2004 Trib.Benevento numero /2003 Trib.Palermo numero /2002 Trib.Parma numero /2004 Trib.Cuneo del 15.12.2003 Trib.Milano del 7.7.2003 . Da ultimo deve darsi atto che la recente sentenza n. 15900 del 28.7.2005 -nella quale la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui nè il decorso di un lasso di tempo più o meno lungo tra l'interruzione della prestazione lavorativa e la domanda giudiziale, né l'inizio di un nuovo lavoro sono elementi che possono far presumere la comune volontà di risolvere il rapporto - non esprime un orientamento contrario a quello innanzi esplicitato. In realtà il distacco tra questa decisione e le precedenti, evidenziato dal procuratore del ricorrente in sede di discussione orale, è più apparente che reale. È la stessa Cassazione, infatti, che nella sentenza citata mostra di tener invece conto dell'incidenza del decorso del tempo quale indice sintomatico della volontà di ritenere risolto il contratto in aderenza con l'orientamento consolidato nella parte in cui ammette che l'inerzia dell'interessato non è apprezzabile se mantenuta nei limiti dei termini di decadenza o di prescrizione . Da tale principio, deve desumersi, a contrario, che, laddove l'inerzia superi il periodo coperto da prescrizione o da decadenza, anche per Cassazione 15900/05 essa costituisce indizio della volontà del lavoratore di risoluzione del contratto. Tanto premesso in diritto, in punto di fatto appare quindi necessario individuare un periodo di tempo, superato il quale l'inerzia del lavoratore assume un significato socialmente tipico e rilevante al fine di ritenere perfezionata la fattispecie della risoluzione del contratto. In tale valutazione questo Tribunale ritiene di non attribuire alcun significato interpretativo all'eventuale inizio di una nuova attività lavorativa da parte del ricorrente successivamente alla scadenza del termine conf. Cassazione n. 15900/2005 cit. tale atto non appare infatti ex sé significativo della esistenza di un comportamento concludente del lavoratore nel senso della inesistenza giuridica del rapporto. Ed invero, non sembra a questo Giudice corretto attribuire un significato concludente alla scelta del lavoratore che, estromesso dall'azienda e privato del reddito da lavoro, ha necessità di sostenere se stesso e la propria famiglia fruendo di una nuova fonte di reddito venter non patitur dilationem, come tradizionalmente si dice nelle materie e nei casi in cui si ponga anche un problema di tipo alimentare . Escludono la rilevanza dello svolgimento di una nuova attività lavorativa anche Tribunale Catanzaro, sentenza 1 ottobre 2004 Tribunale Ragusa, sentenza 901/04. Con riferimento alla fattispecie per cui è causa, considerata la dimensione del fenomeno dei contrattisti a termine nell'ambito della società Poste, nonché la esistenza di un vasto contenzioso avente ad oggetto la fattispecie per cui è causa, ritiene il Tribunale che il termine di due anni dalla cessazione del rapporto sia un parametro temporale corretto entro il quale può presumersi che la mancata reazione da parte del lavoratore sia qualificabile come comportamento concludente idoneo a ritenere sussistente la volontà risolutoria. Trattasi infatti di un periodo di tempo apprezzabile , tenuto conto della lunghezza e delle modalità dell'interruzione, che nella fattispecie in esame si è protratta per quasi quattro anni, a fronte di un rapporto di lavoro durato solamente tre mesi. In punto di fatto risulta infatti pacifico che tra il ricorrente e la società Poste Italiane è intervenuto un contratto di lavoro a termine per il periodo 20 gennaio 2000-19 aprile 2000. Parimenti pacifica risulta la circostanza che il primo atto con il quale il ricorrente ha manifestato la volontà di continuare il rapporto è datato 24 marzo 2004 ed è individuabile nella promozione del tentativo obbligatorio di conciliazione. Deve quindi darsi atto che nella fattispecie per cui è causa il ricorrente non ha reagito all'operatività del termine apposto al contratto di lavoro per quasi quattro anni, a fronte di un rapporto lavorativo che si è protratto per un periodo complessivo di tre mesi. A fronte della prospettata eccezione di risoluzione consensuale del contratto, sollevata tempestivamente dalla società convenuta nella memoria di costituzione, il ricorrente non ha dedotto la esistenza di elementi contrari a detta eccezione ed idonei a vincere tale presunzione. La domanda deve quindi essere rigettata. Sussistono giusti motivi per compensare integralmente le spese tra le parti. PQM definitivamente pronunciando sul ricorso proposto in data 12 giugno 2003 da D. D. nei confronti della Spa Poste Italiane, in persona del loro rappresentante legale pro tempore, così provvede Rigetta la domanda Compensa integralmente le spese tra le parti.