Licenze commerciali, rifiuto valido solo se comunicato subito

Accolto il ricorso del titolare di un'impresa già avviata che aveva chiesto al Comune il permesso per il servizio di autonoleggio. L'Ente locale prima lascia la pratica in sospeso, poi avvia il procedimento di annullamento senza darne avviso

Licenze commerciali, l'aspettativa delusa del richiedente va risarcita. Infatti il rifiuto della concessione è valido solo quando il comune ha comunicato l'annullamento della procedura di concessione, o del bando in virtù del quale era stata chiesta. Non importa che l'ente locale abbia agito in via di autotutela e che il cittadino sia titolare di un mero interesse legittimo. Lo ha affermato la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 3666 del 21 febbraio 2006 leggibile tra i documenti correlati , ha interpretato l'articolo 7 della legge n. 241 del 1990 sul procedimento amministrativo. Ago della bilancia della decisione in rassegna è stata sicuramente la cosiddetta aspettativa, delusa, di chi chiede la licenza. Il Comune non può lasciarlo in sospeso, annullare la procedura in corso, e poi comunicargli il rifiuto, atto finale del procedimento. Infatti nelle motivazioni il Collegio ha messo nero su bianco gli errori commessi dalla Corte territoriale dicendo che volta acclarato, con interpretazione incensurabile, che la delibera è di annullamento della procedura concorsuale bandita per ottenere la licenza commerciale in via di autotutela, la Corte d'Appello avrebbe dovuto premurarsi di verificarne la legittimità, anzitutto, sotto il profilo della necessità della comunicazione dell'avvio del procedimento secondo quanto disposto dall'art. 7 della legge n. 241 del 1990 . Dopotutto, l'articolo 7 della legge n. 241, norma chiave della vicenda, parla chiaro ove non sussistano ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerità del procedimento, l'avvio del procedimento stesso è comunicato, con le modalità previste dall'articolo 8, ai soggetti nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato. Ove parimenti non sussistano le ragioni di impedimento predette, qualora da un provvedimento possa derivare un pregiudizio a soggetti individuati o facilmente individuabili, diversi dai suoi diretti destinatari, l'amministrazione è tenuta a fornire loro, con le stesse modalità, notizia dell'inizio del procedimento . Questi i motivi che hanno indotto i giudici del Palazzaccio ad accogliere il ricorso del titolare di un'impresa già avviata che aveva chiesto al Comune la licenza per il servizio di autonoleggio. L'ente locale lo aveva, in un primo momento, lasciato in sospeso per via dell'autorizzazione regionale non ancora pervenuta. Poi gli aveva comunicato il rifiuto finale senza dargli conto, fin dall'inizio, dell'avvio del procedimento di annullamento del bando in virtù del quale la licenza era stata chiesta. Così l'uomo si era rivolto al Tribunale e poi alla Corte d'Appello chiedendo il risarcimento del danno. In entrambe i gradi tale richiesta era stata rifiutata. Ma la Cassazione ha cambiato idea. Non è detto, ha sostenuto, che un atto di autotutela come la delibera comunale non debba essere comunicato. Anzi, al contrario, se lede l'interesse del cittadino, anche se legittimo, gli dovrà il risarcimento. Deb.Alb.

Cassazione - Sezione terza civile - sentenza 9 novembre 2005-21 febbraio 2006, n. 3666 Presidente Preden - Relatore Per conte Licatese Pm Abbritti - parzialmente conforme - Ricorrente Ferrario - Controricorrente Comune di Arcene Svolgimento del processo Ferrario Antonello, titolare dell'omonima impresa di autoservizi, premesso che il Comune di Arcene gli aveva ingiustamente negato una licenza per il servizio di autonoleggio di rimessa di autocorriere con conducente, conveniva detto Comune innanzi al Tribunale di Bergamo, per far accertare l'illiceità di tale condotta e ottenere così il risarcimento dei danni, determinati in corso di causa in lire 455.000.000. Il Comune si opponeva alla domanda, che è stata rigettata in primo e secondo grado, da ultimo con sentenza emessa dalla Corte di appello di Brescia il 15 dicembre 2001. Ricorrere per la cassazione il Ferrario, con quattro motivi, cui resiste con controricorso l'intimato. Il resistente ha depositato una memoria. Motivi della decisione Col primo motivo, denunciando la violazione dell'articolo 1362 Cc, il ricorrente sostiene che la Corte ha erroneamente interpretato la delibera n. 435 del 1994 come un atto di doverosa autotutela, posto in essere per rimediare alla illegittimità verificatesi durante lo svolgimento della procedura amministrativa. La stessa invece, in base al suo tenore letterale, si è limitata a respingere la richiesta avanzata dal Ferrario per ottenere il rilascio della licenza per l'esercizio dell'autonoleggio, senza emettere, come sarebbe stato doveroso nel caso di esercizio del potere di autotutela, alcun annullamento d'ufficio della procedura di assegnazione della licenza avviata nel marzo 1993 tanto vero che in tale delibera non fu affatto annullato il rilascio, a favore del ricorrente, dell'altra licenza di autonoleggio prevista nel bando. Col secondo motivo, denunciando la violazione dell'articolo 7 della legge 241/90, il ricorrente osserva che l'ipotetico annullamento adottato in via di autotutela sarebbe illegittimo, perché non preceduto da alcuna comunicazione di avvio del procedimento e privo dell'indicazione dei motivi di urgenza legittimati l'omissione di detta comunicazione. Non è esatto poi che l'annullamento in via di autotutela sia obbligatorio, essendo viceversa atto tipicamente discrezionale e non vincolato. Per giunta, l'odierno ricorrente non aveva dato adito a nessuna irregolarità, essendo l'unica riscontrata imputabile unicamente al Comune. Ciò nonostante, il sindaco aveva tranquillamente rilasciato l'altra licenza, sospendendo il rilascio di quella in parola in attesa dell'autorizzazione della Regione Lombardia, così ingenerando nel Ferrario un ragionevole affidamento nell'irrilevanza della marginale irregolarità e nel prossimo rilascio della seconda licenza. Quando perciò, nel novembre 1994, la Giunta municipale assunse la delibera n. 435, essa doveva tenere conto degli elementi testé illustrati e non già limitarsi a motivare il rigetto col semplice rilievo di un'irregolarità procedimentale precedentemente disattesa dallo stesso Comune di Arcene. Col terzo motivo, denunciando la violazione del Dpr 407/94 e dell'articolo 20 della legge 241/90, il ricorrente riafferma la tesi, respinta della Corte, che, in seguito alla presentazione 30 marzo 1993 della domanda di assegnazione delle licenze più volte citate e per effetto dell'entrata in vigore del Dpr 407/94, il quale ha esteso al rilascio di tali licenze l'istituto del silenzio assenso , la licenza in parola doveva ritenersi rilasciata e il ricorrente aveva quindi maturato un diritto soggettivo all'esercizio dell'attività oggetto della licenza stessa. Passa poi a confutare le contrarie argomentazioni esposte dal giudice del gravame, assumendone l'erroneità. Col quarto mezzo, denunciando la violazione dell'articolo 2043 Cc, il Ferrario sostiene che il rilascio della licenza era in ogni caso dovuto per effetto del rilascio, a favore del Comune, dell'autorizzazione regionale. Infatti, quando il sindaco, il 15 maggio 1993, comunicò al Ferrario la sospensione della licenza in attesa dell'autorizzazione regionale , la sola interpretazione possibile era che, non appena intervenuta tale autorizzazione, il rilascio della licenza sarebbe stato una semplice conseguenza, atteso che in capo all'odierno ricorrente non era stata contestata l'assenza di alcun requisito. La Corte, ravvisando nella posizione del Ferrario un mero interesse legittimo al corretto svolgimento della procedura, non solo dimentica che il Ferrario, essendo munito dei prescritti requisiti, aveva diritto al rilascio ma soprattutto che, secondo la giurisprudenza innovativa della Cassazione, è ormai jus receptum la risarcibilità anche dei danni derivanti dall'illegittima lesione di un interesse legittimo. Ciò premesso, rileva il Collegio l'infondatezza del primo motivo. La Corte d'appello, esaminando la delibera n. 435 del 18 novembre 1994, con la quale il Comune respingeva la domanda di rilascio della licenza per irregolarità pregresse nella fase di pubblicazione del bando di concorso violazione dell'articolo 13 del regolamento comunale , l'ha interpretata e qualificata come esercizio del potere di autotutela della Pa e, più precisamente, come annullamento d'ufficio della procedura attivata per il rilascio della licenza in questione e, conseguentemente, come rigetto di un'istanza carente dei suoi presupposti di legittimità. Per pervenire a questo risultato, la Corte ha ricercato, anche e prevalentemente, la reale volontà dell'ente, come manifestata dal provvedimento nel suo complesso, e lo scopo pratico dallo stesso perseguito, indipendentemente dallo stretto e non deciso tenore letterale dell'atto in tal modo valendosi correttamente di un criterio sostanziale più che forale, mentre il ricorrente suggerisce l'adozione di un diverso criterio e in definitiva, inammissibilmente, di una diversa interpretazione conforme al proprio interesse. Come è noto, l'interpretazione dell'atto amministrativo, condotta dal giudice di merito con l'osservanza delle regole ermeneutiche generali e integrative, si risolve in un apprezzamento di fatto e come tale si sottrae al sindacato di legittimità della Corte di cassazione. È fondato invece il secondo motivo. Una volta acclarato, con interpretazione, come si è visto, incensurabile, che la delibera in discorso è di annullamento della procedura concorsuale in via di autotutela, la Corte avrebbe dovuto premurarsi di verificarne la legittimità, anzitutto, sotto il profilo della necessità della comunicazione dell'avvio del procedimento, ai sensi dell'articolo 7 della legge 241/90. È popi incorsa in un secondo errore di diritto, quando ha affermato che la Pa, una volta accertata una qualsiasi illegittimità nello svolgimento di un procedimento amministrativo, avrebbe il dovere di porvi rimedio con gli strumenti di autotutela di cui dispone laddove, come è ben noto, l'autotutela è di regola un potere tipicamente discrezionale e non già vincolato e, segnatamente, comporta una valutazione comparativa tra l'interesse pubblico alla rimozione della legittimità e l'interesse privato alla conservazione dell'atto che medio tempore ha prodotto effetti e suscitato legittime aspettative. Questa duplice illegittimità, di per sé, a giudizio del Collegio, è tale da comportare la cassazione della sentenza, con l'assorbimento del terzo e del quarto motivo, logicamente subordinati. Al giudice di rinvio, designato nel dispositivo, si demanda anche la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. PQM La Corte rigetta il primo motivo del ricorso, accoglie il secondo e dichiara assorbiti il terzo e il quarto cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, ad altra Sezione della Corte d'appello di Brescia.