Essere attrici non giustifica pettegolezzi offensivi

Risarcita Dalila Di Lazzaro per un articolo che ipotizzava il passaggio ai set hard core

Sulle attrici non si possono fare pettegolezzi offensivi, specie se insinua - infondatamente - che la loro carriera sta per prendere una piega a luci rosse . Lo sottolinea la Cassazione che con la sentenza 20907/05 della terza sezione civile, depositata il 27 ottobre e qui leggibile tra gli allegati ha confermato il risarcimento danni a favore di Dalila Di Lazzaro. La bella attrice friulana - paladina della battaglia per il diritto ad adottare da parte dei single , da quando nel 1991 perse il suo unico figlio in un incidente stradale - aveva querelato un quotidiano napoletano per un articolo nel quale la critica, a una sua interpretazione, si era spinta a sottendere la disponibilità della Di Lazzaro a passare ai set hard-core, per esibirsi in rapporti sessuali non simulati . Per la Suprema corte quanto riportato dal giornale attraverso l'uso dei termini utilizzati, non si era limitato a criticare il film o il lavoro dell'attrice, ma era trasceso in apprezzamenti offensivi della dignità della Di Lazzaro, esorbitando dai limiti dell'interesse pubblico all'informazione e del diritto di critica, fornendo notizia, assimilabile ad un pettegolezzo, sul possibile futuro artistico dell'attrice, così da sfociare nell'aggressione della figura morale del soggetto criticato . Con questa decisione la Cassazione ha convalidato il verdetto risarcitorio emesso dalla Corte di Appello di Napoli, nel 2001. Anche la Procura di Piazza Cavour, rappresentata dal sostituto procuratore generale Domenico Iannelli, aveva detto sì al risarcimento chiesto dalla Di Lazzaro, difesa dall'avvocato Marco Paoletti.

Cassazione - Sezione terza civile - sentenza 4-27 ottobre 2005, n. 20907 Presidente Fiduccia - Relatore Spirito Pm Iannelli - conforme - Ricorrente Edime Spa - controricorrente Di Lazzaro Svolgimento del processo Con la sentenza ora impugnata la Corte d'appello di Napoli ha respinto l'appello proposto contro la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva condannato la Edime Spa al risarcimento del danno in favore della attrice Dalila Di Lazzaro, in relazione ad un articolo giornalistico pubblicato sul quotidiano Il Mattino giudicato di contenuto diffamatorio e lesivo dell'onore della Di Lazzaro stessa. In particolare, la sentenza, premessi alcuni principi in tema di limiti al diritto di critica giornalistica, ha ritenuto che la frase riferita all'attrice non è impossibile che stia progettando il grande salto nell'hard core, come già accaduto per e posta commento di un film dalla lei interpretato sottendeva la disponibilità della stessa alla mercificazione dei propri organi genitali ed all'esibizione in rapporti sessuali non simulati, travalicando i limiti di una corretta critica sfociante nell'aggressione della figura morale del soggetto criticato. In tal modo il giornalista aveva esorbitato dai limiti dell'interesse pubblico all'informazione e della continenza. L'Edime propone ricorso per la cassazione della sentenza impugnata svolgendo due motivi. Risponde con controricorso la Di Lazzaro. Motivi della decisione Con il primo motivo - violazione e falsa applicazione articoli 21 Costituzione, 51 Cp, 2043, 2059 Cc, i vizi della motivazione - la ricorrente censura la sentenza per avere violato i principi che regolano il diritto di critica cinematografica e di satira. Non avrebbe tenuto, infatti, conto del carattere paradossale ed ironico della frase incriminata e del fatto che essa era determinata polemicamente dall'interpretazione e non dalla persona dell'attrice. Il giudice avrebbe, altresì, errato nel trasformare una frase critica in un'informazione dei fatti. Con il secondo motivo la società lamenta il vizio della motivazione nella quantificazione del danno, rilevando che la sentenza ha fatto a tal proposito riferimento alla notorietà dell'attrice, senza tener conto, invece, che proprio la notorietà rendeva il soggetto maggiormente esposto al giudizio del pubblico. I motivi, che sostanzialmente ribadiscono quando già lamentato in grado d'appello e che possono essere congiuntamente esaminati, sono infondati e vanno respinti. La sentenza impugnata risulta resa in conformità ai precetti giuridici che regolano la materia ed è immune da vizi attinenti alla motivazione. In particolare, in tema di responsabilità civile per notizie diffuse a mezzo stampa deve essere ribadito il principio secondo cui la critica deve essere espressa nel rispetto del requisito della continenza e perciò in termini formalmente corretti e misurati la cosiddetta continenza , ed in modo tale da non trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire sul piano individuale la figura morale del soggetto criticato, tenendo altresì conto che la ricostruzione storica dei fatti, la valutazione del contenuto degli scritti, l'accertamento, in concreto, dell'attitudine offensiva delle espressioni usate, la valutazione dell'esistenza della esimente del diritto di critica costituiscono accertamenti di fatto, apprezzamenti e valutazioni riservate al giudice del merito, insindacabili in sede di legittimità se sorretti da motivazione congrua, esaustiva ed esente da vizi logici tra le varie, cfr. soprattutto Cassazione 13685/01 . Attenendosi a questo principio, la sentenza ha dunque valutato il tenore della frase in questione, per dedurne, attraverso una motivazione congrua e logica perciò immune da censure in sede di legittimità , che l'articolo giornalistico, attraverso l'uso dei termini utilizzati, non s'era limitato a criticare il film o a valutare l'interpretazione dell'attrice, ma era trasceso in apprezzamenti offensivi della dignità della Di Lazzaro siccome, esorbitando dai limiti dell'interesse pubblico all'informazione e del diritto di critica, aveva fornito notizia, assimilabile ad un pettegolezzo, sul possibile futuro artistico della Di Lazzaro, così da sfociare nell'aggressione della figura morale del soggetto criticato. I motivi articolati nel ricorso non colgono dunque nel segno, risolvendosi, perlopiù, in un'inammissibile richiesta al giudice di legittimità di una nuova valutazione del merito della controversia. Il ricorso deve essere, dunque, respinto, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, come liquidate nel dispositivo. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in complessivi euro 1900 di cui 100 per spese, oltre spese generali ed accessori come per legge.