Le nuove forme del ""falso d'autore""

di Raffaele Franza

di Raffaele Franza* L'imputato afferma la propria innocenza in quanto le borse detenute per la vendita, che gli sono state sequestrate dalla Pg perché ritenute contraffatte, riporterebbero invece segni distintivi di cui egli è titolare, regolarmente registrati in Italia, sebbene assai simili a quelli ben noti di primari marchi internazionali. Con una decisione completa e meticolosa il giudice unico di Napoli P. Di Marzio pone un paletto al tentativo di normalizzazione dell'introduzione di falsi d'autore di provenienza asiatica sul territorio nazionale, condotta di cui la difesa dell'imputato cerca con pluralità di argomenti di affermare la liceità. Le diverse tesi difensive sono tutte confutate e la sentenza offre un motivo di riflessione e costituisce un monito sul futuro dell' affaire contraffazione, in ordine al quale occorre vigilare con sempre maggior attenzione, viste le nuove forme con cui si propone. LA VICENDA PROCESSUALE Un cittadino cinese è titolare di una Srl per la vendita di confezionati in pelle e tessuto per abbigliamento , con magazzino in Napoli nella zona di Piazza Garibaldi alle spalle della Stazione Centrale FS, territorio divenuto, come in diverse altre grandi città italiane, sede di esercizi commerciali asiatici dediti quasi esclusivamente alla vendita di prodotti come borse, cinture, portafogli e simili. Nell'ambito di un'operazione ad impulso della Procura della Repubblica di Brescia P.M. C. Moregola e finalizzata a raccogliere elementi in ordine al commercio di accessori di pelletteria a segno mendace riferibile ai noti marchi registrati Louis Vuitton e Fendi , il 20 dicembre 2004 viene eseguita presso il magazzino dell'imputato una perquisizione che si conclude con il sequestro di ingenti quantità di borse contraffatte. Durante le operazioni di sequestro il cittadino cinese si era fatto assistere da un proprio legale di fiducia e, dopo averlo consultato, aveva affermato che gli articoli sequestrati hanno tutti il cartellino 'made in China'e sono destinati ad un pubblico all'ingrosso i marchi non rappresentano le grandi firme, ma bensì autorizzazioni registrate in mio possesso che esibirò nelle sedi competenti unitamente alla documentazione fiscale attualmente non in mio possesso . Il rinvio a giudizio è disposto per i reati di cui agli articoli 474 Introduzione nello Stato e commercio di prodotti falsi e 648 Cp Ricettazione . Si costituisce parte civile la ditta Fendi che svolge ampie difese. Il difensore dell'imputato chiede ed ottiene che il procedimento sia definito nelle forme del rito abbreviato articoli 438 ss., Cpp . Il Gm condanna per entrambi i reati, ritenuti riuniti nel vincolo della continuazione, oltre che al risarcimento in favore della parte civile. Èirrogata la pena accessoria obbligatoriamente prevista dalla legge pubblicazione della sentenza ed è disposta, ex articolo 240 Cp, la confisca e distruzione degli oggetti contraffatti. LA CONTRAFFAZIONE DI PRODOTTI INDUSTRIALI, CENNO E RINVIO La sentenza del giudice napoletano esamina quel genere di reati, compresi nel Titolo VII del libro II del Cp, intitolato Dei delitti contro la fede pubblica che, diviso in quattro capi, li comprende al capo II Della falsità in sigilli o strumenti o segni di autenticazione, certificazione e riconoscimento . La materia dei reati contro la fede pubblica è considerata la più complessa, delicata ed ardua, della parte speciale del Cp F. Antolisei, Manuale di diritto penale, Parte speciale, II, 1986, p. 560 , e vi si è dedicata di recente una sintetica analisi su questa rivista R. Franza, D& G, 11/2006, p.75 , cui si rinvia. Con riferimento all'articolo 474 Cp Introduzione nelle Stato e commercio di prodotti con segni falsi il delitto rimane integrato, secondo l'interpretazione preferibile, quando il reo non abbia concorso in alcun modo alla contraffazione o alla alterazione del marchio o del segno distintivo di cui qui trattasi altrimenti si applica l'articolo 473 Cp e solo esso. Inoltre, occorre accertare che il soggetto sia riuscito a far entrare nel territorio dello Stato allo scopo di farne commercio dolo specifico , oppure abbia avuto, per molto o poco tempo non importa, nella sua materiale disponibilità con l'intento di venderli non è necessario che sia riuscito a venderli , oppure abbia offerto in vendita non è necessario che sia riuscito a vendere , oppure abbia messo in qualche modo in circolazione es. omaggi per reclame , opere dell'ingegno o prodotti industriali con marchi o segni distintivi contraffatti o alterati sempre che per tali marchi o segni siano state osservate le norme delle leggi interne o delle convenzioni internazionali sulla tutela della proprietà industriale . Alterare significa modificare un segno distintivo in modo da farlo risultare parzialmente diverso da quello che è, e dovrebbe rimanere. Il reato in esame, avendo ad oggetto la tutela della pubblica fede, richiede un'effettiva contraffazione o alterazione del marchio o altro segno distintivo della merce, protetto nello Stato o all'estero mentre il reato di cui all'articolo 517 Cp Vendita di prodotti industriali con segni mendaci , sussidiario rispetto al primo, ha per oggetto la tutela dell'ordine economico e punisce la semplice imitazione del marchio o del segno distintivo, non necessariamente registrato o riconosciuto, purché idonea a trarre in inganno l'acquirente Cassazione sentenza 4534/88, Minichetti, CED RV. 178128 . A carico di colui che, consapevole della provenienza delittuosa ex articolo 473 Cp, acquista o riceve un quantitativo di prodotti con marchi contraffatti e li detiene per porli in vendita, per consolidata sebbene non univoca giurisprudenza, devono essere contestate entrambe le ipotesi penali previste dagli articoli 474 e 648 Ricettazione, pertanto un delitto contro il patrimonio del Cp. Le due ipotesi criminose, infatti, concorrono tra loro, sia perché diversa è l'obiettività giuridica delle due distinte figure di reati, sia perché non è applicabile ad esse il principio di specialità Cassazione sentenza 7505/88, Ribolla, CED RV. 178739 Cassazione sentenza 2060/88, Sacchelli CED RV. 177638 . LE CONTRAFFAZIONI CON ASTUZIA Il riferimento, in sede di sequestro, delle dichiarazioni rese dall'imputato che i marchi non rappresentano le grandi firme, ma bensì autorizzazioni registrate in mio possesso che esibirò nelle competenti , richiede l'esame della configurabilità del reato ex articolo 474 anche nel caso che la riproduzione del marchio protetto sia stata realizzata con furbizia, ovvero apportando alcune marginali modifiche rispetto al marchio originale. Il fatto che un marchio sia imitato in maniera non perfettamente pedissequa, non impedisce certo che nei confronti di coloro che detenevano questi articoli per farne commercio si debba configurare innanzitutto il reato di cui all'articolo 474 Cp perché questa norma non si limita a contemplare la fattispecie della contraffazione, ma abbraccia anche quella dell'alterazione di un marchio altrui. Infatti, non è necessaria una riproduzione pedissequa del segno, ma è sufficiente una sua imitazione, anche parziale. La Suprema corte ha chiarito, in proposito sentenza 7720/96, Pagano, in Cassazione Pen., 1997, p. 2055 , che la norma incriminatrice di cui all'articolo 474 Cp si propone di tutelare la fede pubblica contro gli specifici attacchi insiti nella contraffazione che consiste nella riproduzione integrale, in tutta la sua configurazione emblematica e denominativa, di un marchio o di un segno distintivo e nella alterazione che ricorre quando la riproduzione è parziale, ma tale da potersi confondere col marchio originale o col segno distintivo del marchio o di altri segni distintivi, mentre l'articolo 517 Cp Vendita di prodotti industriali con segni mendaci tende ad assicurare l'onestà degli scambi commerciali contro il pericolo di frodi nella circolazione dei prodotti cfr., anche, Cassazione, sentenza 19.06.2000, in Riv. dir. ind., 2001, p. 110 e seg. e, di recente, Cassazione 9.3.2005, n. 38068, Lauri, CED RV. 233072 . Già il giudice di legittimità aveva osservato che il fatto della contraffazione del marchio presuppone un rapporto di comparazione col marchio genuino, nella sua struttura emblematica e/o nominativa, e si concretizza nella riproduzione, nei suoi elementi essenziali, del segno distintivo protetto dal brevetto , oggi registrazione Cassazione 4980/81, in Cassazione pen., 1982, p. 939 . I segni distintivi apposti sui prodotti contraffatti esaminati nella sentenza in commento sono stati studiati e realizzati proprio per produrre quella confusione sulla provenienza del prodotto che la norma penale intende prevenire e sanzionare. A tal uopo vale ricordare ancora la Suprema Corte di Cassazione la quale afferma che la fattispecie di cui all'articolo 474 Cp come anche quella dell'articolo 473 Cp è volta a tutelare in via principale e diretta, non la libera determinazione dell'acquirente, bensì la pubblica fede, intesa come affidamento dei cittadini nei marchi o segni distintivi che individuano le opere dell'ingegno o i prodotti industriali e ne garantiscono la genuinità dell'origine. Si tratta quindi, di un reato di pericolo, per la cui configurazione non è necessaria l'avvenuta realizzazione dell'inganno, ne consegue che non può parlarsi di reato impossibile ex articolo 49 Cp neppure laddove la contraffazione sia grossolana o anche ove le condizioni di vendita - per il prezzo praticato, il luogo di esposizione, le caratteristiche personali del venditore - siano tali da escludere la possibilità ragionevole che i clienti vengano tratti in inganno Cassazione penale, sez. seconda, 13031/00, in Cassazione Pen., 2001, p. 2691 . Ciò che rileva ai fini della sussistenza del reato di cui all'articolo 474 Cp, pertanto, è solo l'esame comparativo del marchio originale e di quello contraffatto o alterato. La possibilità astratta di confusione, pertanto la confondibilità tra il marchio registrato e quello illegittimamente riprodotto ed in conseguenza la condotta penalmente sanzionata, si realizza non solo quando il marchio imitato si presenti identico al segno distintivo autentico e sia perciò contraffatto, ma anche quando, come precisa pure l'articolo 2 del regolamento CEE n., 1883/03 del 22.07.03 non possa essere distinto nei suoi aspetti essenziali da tal marchio di fabbrica o di commercio , e risulti perciò alterato cfr. Cassazione 5427/95, Paris, in Arch. Proc. Pen., 1995, p. 996 . Del resto, anche la Corte di Giustizia CEE, nella propria sentenza del 20.03.2003 causa C-291/00 , ha precisato che la percezione di un'identità tra il segno e il marchio deve essere valutata complessivamente con riferimento ad un consumatore medio che si ritiene sia normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto. Orbene, nei confronti di tale consumatore, il segno produce un'impressione complessiva . Infatti, tale consumatore medio solo raramente ha la possibilità di procedere ad un raffronto diretto dei marchi e degli altri segni distintivi, ma deve fare affidamento sull'immagine non perfetta che ne ha mantenuto nella memoria. Paritariamente la circolare n. 32 dell'Agenzia delle Dogane del 23 giugno 2004 definisce merci contraffate quelle che recano un marchio che non possa essere distinto nei suoi aspetti essenziali da quello validamente registrato . LA TUTELA PENALE DEL MARCHIO REGISTRATO L'imputato, avendo ottenuto la registrazione in Italia del marchio apposto su alcune delle borse che gli sono state sequestrate, ha affermato perciò di non essere perseguibile penalmente. Èopportuno ricordare che ai sensi dell'articolo 18, n. 3, Rd 9/1949, non possono costituire oggetto di brevetto per l'uso esclusivo come marchi le figure o i segni in cui il carattere distintivo è inscindibilmente connesso con quello di utilità e di forma . In merito occorre sottolineare che i marchi, nel caso di specie Fendi e Louis Vuitton , hanno una precisa funzione distintiva essa deriva dall'originaria rappresentazione di fantasia del nome e dalla riproduzione, rispettivamente, di un monogramma formato mediante la rappresentazione grafica di due F maiuscole contrapposte, di cui la seconda in posizione rovesciata, e di un monogramma in cui le iniziali L e V , anche questa volta maiuscole, sono rappresentate intrecciate. La forma e l'utilità del prodotto non si esauriscono nel disegno impresso sul tessuto di rivestimento perché tale disegno, riprodotto sull'intera superficie, resta pur sempre un elemento accessorio ed accidentale, non necessario e specificamente distintivo del prodotto e della sua provenienza. Resta così rispettato il limite indicato nell'articolo 18 e consistente nella reale scindibilità delle due funzioni distintiva e di utilità che, se pure strettamente collegate, non impediscono alla forma di conservare la propria funzione distintiva rispetto alla utilità pratica o estetica che essa offre. La contraffazione viene di solito identificata con la riproduzione integrale, in tutta la sua configurazione emblematica e denominativa, di un marchio o di un segno distintivo, ma l'alterazione, anch'essa penalmente sanzionata dall'articolo 474 Cp coincide, invece, proprio con la riproduzione parziale del segno distintivo, ma tale da renderlo comunque confondibile con il marchio originale o col diverso segno distintivo genuino Cassazione Sez. quinta, 10.12.1974, Giust. pen., 1975, II, p. 608 . Quindi per aversi alterazione punibile occorre, innanzitutto, che il marchio genuino sia giuridicamente protetto tramite concessione regolare di brevetto e che lo stesso sia imitato negli elementi di maggior risalto, con la riproduzione della parte essenziale dei segni destinati ad identificarlo. Occorre, inoltre, che il marchio genuino sia confondibile con quello contraffatto. Completezza impone di ricordare l'articolo 127 D.Lgs 30/2005 il quale, per l'ipotesi di violazione di un titolo di proprietà industriale, ha introdotto una nuova figura criminosa punibile a querela di parte, facendo però salva l'applicazione degli articolo 473, 474 e 517 del Cp , oltre a due illeciti amministrativi. Nella fattispecie dei reati contestati nel giudizio in commento, pertanto, non ha avuto ricaduta alcuna. La nuova norma, infatti, avrà un riverbero solo su quelle condotte criminose in cui non vi sia lesione della fede pubblica articoli 473 e 474 Cp o possibilità di inganno dell'acquirente articolo 517 Cp , ma soltanto offesa al titolo di proprietà industriale con punibilità condizionata alla volontà del titolare, oppure si verta in ipotesi di illeciti non sanzionati penalmente e del tutto estranei al fenomeno della contraffazione, ossia simulazione di un titolo inesistente, utilizzo di un marchio nullo, o soppressione di un marchio vero sulla cosa ricevuta a fini commerciali. LA DECISIONE IN COMMENTO Nel caso di specie, il giudice monocratico, utilizzando tutte queste possedute conoscenze tecnico-giuridiche, ha adottato il corretto criterio punitivo, irrogando una pena equa se pur severa. Il magistrato, infatti, con una sentenza ammirevole per completezza, ha confutato una per una le argomentazioni difensive. La difesa ha innanzitutto insistito sul fatto che l'imputato aveva conseguito la registrazione in Italia del marchio XIU LI , rappresentato mediante le lettere L ed X intrecciate, ed ha sostenuto che questo dato di fatto potesse risultare idoneo ad escludere la responsabilità penale del difeso. Ma non è vero. Sebbene la registrazione di un marchio presupponga la sua novità , infatti, non può non sottolinearsi che la procedura per la registrazione nazionale non prevede alcun esame preventivo della novità del segno distintivo per il quale si domanda tutela, come invece avviene per la registrazione comunitaria del marchio. Èquindi ben possibile che un marchio, pur registrato in Italia, sia in realtà un segno distintivo che deriva dall'alterazione di un altro marchio anch'esso protetto. Quando tale circostanza ricorre, come nel caso di specie, la responsabilità penale non può essere certo esclusa. Il giudice ha quindi fornito un'attenta ricostruzione della fattispecie dell'alterazione di segni distintivi sanzionata, escludendo che sia sufficiente ricorrere ad artifizi per escludere la propria responsabilità penale. Il fatto che il marchio Fendi fosse riprodotto non mediante la raffigurazione di due F maiuscole di cui la seconda rovesciata, ma attraverso la rappresentazione grafica di una lettera F maiuscola, cui era stata contrapposta una lettera L , anch'essa maiuscola e rovesciata, infatti, non esclude certo la confondibilità del marchio originale con quello alterato, tenuto anche conto che le forme e pure i colori delle borse falsificate riproducevano quelli dei prodotti genuini. Analogo discorso vale per le borse Louis Vuitton, in cui l'inganno derivava dall'aver incrociato non le lettere L e V maiuscole, ma una L ed una X , quest'ultima però artatamente ribassata, in modo da produrre anche in questo caso, per un occhio non veramente esperto, un effetto ottico assolutamente analogo a quello offerto dai prodotti originali. La finalità perseguita nell'alterare i marchi, e l'obiettivo raggiunto, consisteva quindi proprio nell'ingenerare confusione tra le borse originali ed i falsi, condotta punita quale alterazione di segni distintivi, perché offensiva non o meglio, non solo della libertà di autodeterminazione dell'acquirente articolo 517 Cp , bensì della stessa fede pubblica. Non sussistendo dubbi, anche per l'attività commerciale svolta e le ammissioni operate dallo stesso imputato, circa la destinazione alla vendita delle borse recanti marchi alterati, ne consegue l'inevitabile condanna ai sensi dell'articolo 474 Cp. Ancora, secondo il difensore la condotta dell'imputato non sarebbe stata punibile perché anche l'acquirente inesperto avrebbe dovuto agevolmente accorgersi che le borse non erano prodotti di note ditte a diffusione internazionale, in quanto erano state fabbricate in Cina e riportavano perciò un cartellino recante l'indicazione Made in China . Ma questo argomento non è affatto idoneo ad escludere la responsabilità penale dell'imputato. Nulla impedisce alle ditte francesi ad es. Louis Vuitton ed italiane ad es. Fendi di produrre manufatti in Cina, e sulle etichette risulterà allora indicato quel Paese. Come attentamente rilevato dal giudice napoletano la globalizzazione dei mercati, ed il basso costo della mano d'opera nei Paesi orientali, hanno già indotto molte e famose ditte a diffusione mondiale Nike, Adidas, tante altre a produrre i propri manufatti in Paesi asiatici oggi solo il vero esperto di un tipo specifico di merci può comprendere che un oggetto il quale reca il marchio di una ditta famosa non è originale solo perché è stato prodotto in questo o quel Paese. Infine, merita di essere osservato che l'imputato, sebbene avesse dichiarato in sede di sequestro la propria intenzione di produrre la documentazione relativa all'acquisto delle borse che gli sono state sequestrate perché contraffatte, non ha poi prodotto alcunché. Anche questo è un dato significativo perché delle due l'una o questa documentazione non esiste e ciò offre ulteriore prova della provenienza illecita delle borse sequestrate e della consapevolezza di ciò da parte dell'imputato, oppure la documentazione esiste, ma l'imputato non l'ha prodotta perché essa avrebbe consentito agli inquirenti di scoprire il canale attraverso cui le merci recanti marchi alterati erano arrivate in Italia, potendo così impegnarsi per estinguere il commercio illecito alla fonte. Un'ulteriore prova che la nuova contraffazione è un fenomeno che si alimenta di malizia e furbizia, e deve essere combattuta con determinazione e competenza. *Magistrato onorario

Tribunale di Napoli - Sezione nona penale - sentenza 22 marzo 2006-27 aprile 2006, n. 2640 Giudice Di Marzio - Ricorrente Shi Lingfeng Svolgimento del processo Con decreto del 12 settembre 2005 Pm presso il Tribunale di Napoli disponeva procedersi al giudizio nei confronti di Shi Lingfeng, come innanzi generalizzato, imputato per i reati descritti in epigrafe. In occasione della fissata udienza del 22 dicembre 2005 il Giudice, non rinvenuta in atti la prova dell'avvenuta tempestiva notifica della citazione in giudizio dell'imputato e di una delle persone offese, disponeva in favore degli aventi diritto la rinnovazione degli atti omessi. Si perveniva così all'udienza del 22 marzo 2006 quando un giudicante diverso nella persona fisica e designato per la trattazione con proprio decreto dal Presidente coordinatore, rilevata l'assenza in aula dell'imputato che non aveva addotto alcuna ragione di legittimo impedimento a comparire, sentite le parti, provvedeva a dichiararne la contumacia. Quindi, sentite ancora le parti che nulla opponevano, era ammessa la costituzione della parte civile di cui in atti ditta FENDI . All'esito il difensore dell'imputato, munito di procura speciale, avanzava richiesta di definizione del processo nelle forme del rito abbreviato. Il Giudice, rilevata la regolarità formale della richiesta, riceveva in consegna il fascicolo del Pm e ne esaminava gli atti. Quindi, ritenuto non indispensabile procedere ad integrazioni istruttorie, invitava le parti a procedere alla discussione ed a precisare le loro conclusioni, riassunte in epigrafe. Si ritirava allora in camera di consiglio per deliberare e, all'esito, la decisione veniva resa pubblica mediante lettura del dispositivo. Motivi della decisione A seguito dell'esame delle risultanze processuali ritiene il Giudice che l'imputato Shi Lingfeng debba essere dichiarato responsabile dei reati ascrittigli, valutato più grave il reato di cui al capo b sub 2 dell'imputazione di cui alla rubrica, qualificato nell'ipotesi di cui all'articolo 648, comma 2, Cp, riconosciute le circostanze attenuanti generiche e stimata sussistente la continuazione con il reato di cui al capo a sub 1 . Pare opportuno premettere che il presente giudizio pone inusuali problemi di analisi delle fattispecie contestate tanto che, in sede di memorie e discussione, le parti hanno ritenuto che la vicenda concerna una ipotesi di ricettazione e detenzione per la vendita di prodotti contraffatti, la cui falsificazione è realizzata su scala industriale servendosi di strumenti ingannatori sulla genuinità degli oggetti la quale differisce dalla tradizionale ipotesi della pedissequa riproduzione abusiva degli stessi, e sarebbe rappresentativa di un diverso modo di falsificare in cui si starebbero specializzando produttori e commercianti asiatici. Tanto ricordato, per dare ragione della valutazione operata del Giudice, appare indispensabile riassumere, sia pure brevemente, i fatti che hanno dato origine al presente giudizio. Gli operanti del Comando I Gruppo-Nucleo Operativo della Guardia di Finanza di Napoli, in data 20 dicembre 2004 - alle ore 9,05 circa, nel Comune di Napoli alla via G. Ferraris n. 108/A, nel corso di servizio mirato di verifica di attività commerciali per la prevenzione e repressione delle attività illecite, così come disposto con provvedimento dell'A.G. i cui estremi sono riportati in atti, effettuavano un accesso all'indirizzo indicato presso la sede della ditta TODAY'S MODE Srl , rappresentata dall'odierno imputato, peraltro presente alle operazioni. I Militari sottoponevano a verifica n. 6 ambienti ubicati al piano terra ed altri 4 ambienti posti su soppalcatura, oltre servizi, per complessivi mq. 100, rinvenendo e sequestrando la merce di cui all'imputazione, ritenuta contraffatta. I Militari annotavano pure che il cittadino extracomunitario veniva assistito nella seconda parte delle operazioni dal proprio difensore e che, consultatosi con quest'ultimo, sebbene gli fosse stato domandato di esibire la documentazione amministrativocontabile relativa alla merce sequestrata, nulla mostrava, riservandosi di produrla nelle sedi competenti nel più breve tempo possibile . Lo Shi Lingfeng, peraltro, dichiarava a verbale che gli articoli sottoposti a sequestro hanno tutti il cartellino made in China sono destinati ad un pubblico all'ingrosso , e che i marchi non rappresentano le grandi firme ma bensì autorizzazioni registrate in mio possesso che esibirò nelle sedi competenti unitamente alla documentazione fiscale attualmente non in mio possesso resto a disposizione per eventuali chiarimenti . Gli oggetti sottoposti a giudiziale sequestro erano quindi fatti esaminare da periti merceologici. La Società LOUIS VIJITTON indicava il sig. Marco Procuranti, il quale osservava che sugli oggetti i marchi di titolarità della Louis Vuitton sono stati riprodotti in modo quasi identico, soltanto con marginalissime differenze in particolare, in merito al marchio Toile Monogram sono stati riprodotti tutti gli elementi, disposti sullo stesso sfondo e nello stesso identico ordine, con lo stesso colore e con le stesse tonalità con riferimento al monogramma LV si osserva che la lettera L è stata riprodotta in modo identico, la disposizione delle lettere e dell'intreccio sono identici, la lettera V è stata trasformata impercettibilmente in una sorta di X, non a caso dalla forma anomala e ribassata soltanto un esperto è in grado di ricordare esattamente la struttura del marchio Louis Vuitton e cogliere le marginali differenze del segno contraffattorio . La Società FENDI indicava, sempre come perito, il sig. Anastasia Paolo, il quale osservava che dall'impatto visivo dei capi nel loro complesso di buona fattura ed apparentemente identici a quelli prodotti dalla ditta FENDI non appare subito all'occhio del consumatore, che il monogramma apposto sui capi è costituito dalle lettere F ed L rovesciate e contrapposte invece della coppia di F rovesciate e contrapposte, come nei prodotti originali. Questo inganno è dovuto al fatto che nel loro insieme, gli elementi sono fortemente simili a quelli originali si noti ad esempio il carattere tipografico a bastoncino delle lettere maiuscole ed anche favoriti dall'identico contrasto di colori che presentano gli originali, contrasto fedelmente riprodotto. La malizia sta nel fatto che il logo F L sfrutta un effetto ottico che non consente, nella visione di impatto complessiva dei capi, di distinguerlo da quello F F che contraddistingue gli originali, inducendo così in inganno gli acquirenti, e realizzando una alterazione del marchio trattasi all'evidenza di falso che non può essere considerato grossolano . Nella propria accurata nota allegata in atti, il difensore dell'imputato ha proposto una pluralità di argomenti per affermare l'innocenza dell'imputato. In merito occorre innanzitutto precisare che, come è ben noto ma anche dettagliatamente documentato in atti, il marchio della ditta FENDI non si compone delle lettere F I rovesciate, come scrive il difensore, bensì delle lettere F F , di cui la seconda è rovesciata. La differenza non è priva di rilievo perché l'attitudine ingannatoria dei marchi di cui sono ornate le borse in giudiziale sequestro deriva anche, come del resto rilevato dal perito, dall'essere marcate un simbolo composto dalle lettere F L , di cui la seconda rovesciata che, se i capi sono osservati dal fugace occhio di un potenziale compratore, o comunque da un soggetto non esperto, assicurano un effetto ottico assolutamente analogo alle borse recanti i marchi originali. L'effetto ingannatorio è poi amplificato dal colore utilizzato per realizzare le borse che, come ricordato dal perito, è uguale a quello dei capi originali. Il rilievo è importante, perché offre un sicuro supporto all'opinione che le borse sequestrate non appaiono soltanto una servile imitazione delle originali, idonea a ledere la libera determinazione dell'eventuale acquirente, ma intendono proprio confondersi con queste e, per la buona qualità della fattura e riproduzione pure dei simboli distintivi, solo marginalmente modificati, posseggono la capacità di arrecare lesione alla fede pubblica, intesa come affidamento dei cittadini nei marchi e segni distintivi protetti, che individuano le opere dell'ingegno o i prodotti industriali e ne garantiscono la genuinità dell'origine. Il delitto di cui all'articolo 474 Cp contestato, del resto, come condivisibilmente e di recente confermato dalla Suprema Corte, si risolve in un reato di pericolo, per la cui configurazione non è necessaria 1'avvenuta realizzazione dell'inganno Cassazione, Sezione seconda, sentenza 872/05 . In effetti i marchi apposti sui prodotti in sequestro differiscono dagli originali solo per 1'assenza di una gambetta nella seconda lettera, quella rovesciata, che può essere colta solo a seguito di un accurato esame. Del resto appare evidente che una imitazione tanto accurata dell'effetto ottico prodotto dal marchio Fendi composto dalle due lettere F di cui la seconda rovesciata, unita alla esatta riproduzione dei colori della nota ditta, non può avere altra finalità che quella di ingannare 1'acquirente che non sia davvero esperto circa la genuinità del prodotto. Il difensore pone anche l'accento sul fatto che ai capi in sequestro risulta apposto un cartellino che ne dichiara la fabbricazione nella Repubblica popolare di Cina mediante la dicitura Made in China , e tanto dovrebbe essere sufficiente per avvalorare la tesi che la differenza tra i capi in sequestro e gli originali delle marche Louis Vuitton e Fendi potesse essere agevolmente riconosciuta da chiunque. L'opinione non pare meritevole di condivisione. La globalizzazione sta producendo i suoi effetti anche in questo settore, e notissime ditte titolari di marchi internazionalmente protetti fabbricano da tempo i loro prodotti in Paesi orientali, si pensi alla Adidas, che realizza calzature a Taiwan ed in altri Paesi orientali, o alla Nike, che ha prodotto palloni da calcio in Pakistan. Ebbene i prodotti di tali ditte, assolutamente originali, riportano sulle etichette il luogo di produzione, che si trova in un continente diverso da quello ove ha sede la ditta titolare del marchio. Nulla impedisce, in altri termini, alla ditta italiana Fendi ed alla ditta francese Louis Vuitton di produrre capi in Cina. In quel caso sarà apposta l'indicazione Made in China . Non l'uomo medio, ma soltanto il vero esperto di una determinata categoria merceologica è ormai in grado di valutare la genuinità o meno di un prodotto sulla base del fatto che sia stato prodotto in un luogo oppure in un altro. Il difensore contesta pure la attendibilità dei periti di cui si sono serviti gli investigatori i quali, secondo la prospettazione difensiva, avrebbero potuto essere portatori di un interesse proprio nel sostenere l'ipotesi della contraffazione. Premesso che, in conseguenza della scelta del rito operata dall'imputato, le perizie in questione sono senz'altro legittimamente utilizzabili ai fine del decidere, merita comunque di essere ricordato che al Giudice compete sempre valutare 1'attendibilità di ogni elemento sottoposto al suo esame, e nel caso di specie quello che i periti dicono è certamente rilevante non per la fonte da cui proviene, ma per la idoneità persuasiva delle argomentazioni proposte. Entrambi i periti hanno svolto la loro opera con diligenza ed evidente competenza, procedendo ad un accurato raffronto tra i marchi apposti sulle merci in giudiziale sequestro e gli originali prodotti dalle ditte Fendi e Louis Vuitton. Hanno quindi reso dichiarazioni specifiche, complete, dettagliate e coerenti, e pertanto meritevoli di essere ritenute senz'altro attendibili e perciò condivise dal giudicante. Il difensore afferma pure che la merce sequestrata sarebbe in regola con le norme doganali e fiscali ma, invero, non fornisce la prova del proprio assunto. Anzi, sebbene lo Shi Lingfeng avesse affermato in sede di sequestro che avrebbe provveduto a fornire la documentazione amministrativo-contabile relativa alla merce, la stessa non è stata rinvenuta in atti. Dal fatto che egli non la possedeva, o comunque non ha ritenuto di esibirla, discende pure un elemento sintomatico da valorizzare in ordine alla sua consapevolezza della provenienza illecita della merce. Ove la esatta provenienza della merce fosse stata accertata, invero, questo avrebbe consentito agli inquirenti di acquisire preziose informazioni al fine di estinguere alla fonte la produzione ed il commercio di merce che presenti caratteristiche analoghe a quella assoggettata a giudiziale sequestro. La consapevolezza, da parte dell'imputato, della provenienza illecita degli oggetti assoggettati a sequestro, invero, emerge anche da altri elementi, come la dichiarazione resa dallo stesso imputato secondo cui sulla merce erano stati impressi marchi registrati ma diversi da quelli delle grandi firme Fendi e Louis Vuitton , mostrando in tal modo di ben conoscere i marchi originali - come è del resto ovvio, trattandosi di marchi molto noti e dovendosi pure tener conto delle specifica competenza in materia dell'imputato, che esercita il commercio di articoli di pelletteria - e di essere cosciente della possibilità di confusione dei loro simboli con quelli apposti sulla merce che deteneva per la vendita. Occorre peraltro osservare che, per quanto ben noto, la registrazione di un marchio nazionale non prevede un accertamento da parte dell'Ufficio in relazione alla novità del simbolo, e l'argomento proposto non è perciò in grado di supportare i rilievi proposti in merito dal difensore dell'imputato. Peraltro, e solo per completezza, merita pure di essere osservato che nella produzione difensiva all. 5 si è rinvenuta copia solo della registrazione di un marchio XIU LI , che presenta allarmati motivi di similitudine con marchi di cui è titolare la ditta francese Louis Vuitton, mentre nulla si è rinvenuto in ordine al marchio realizzato mediante le lettere F , ed L rovesciata, contrapposte, apposto su alcuni dei capi sequestrati e che si ritiene possa essere senz'altro confusa, come si è visto, con un marchio di cui è titolare la ditta italiana Fendi. Neppure dubbi vi sono circa la detenzione per la vendita dei prodotti contraffatti sequestrati da parte dell'imputato, che li deteneva - in quantità tanto elevata da doversi senz'altro escludere 1'uso personale o familiare - all'interno del suo esercizio commerciale, pronti per la cessione a fini di profitto. Anche in questo caso per un'esigenza di completezza, ad ulteriore conforto delle considerazioni proposte, deve ricordarsi che l'imputato ha dichiarato in sede di sequestro che le merci erano detenute per essere commercializzate all'ingrosso. Le descritte circostanze appaiono in definitiva inequivoche ed idonee a fondare un giudizio di responsabilità penale dell'imputato in ordine ai reati che gli sono stati contestati, da ritenersi riuniti sotto il vincolo della continuazione stante l'evidente unicità del disegno criminoso perseguito dallo Shi Lingfeng il quale, senza avere partecipato personalmente alla contraffazione delle merci di cui al capo a sub 1 dell'imputazione, se ne era procurato la disponibilità al fine di ricavarne un profitto vendendoli. Deve quindi ritenersi integrato il reato di cui al capo a sub 1 dell'imputazione, non richiedendosi per la sua configurabilità l'effettivo compimento di un atto di vendita, essendo invece sufficiente l'attività consistente nel detenere le merci contraffatte nell'intento di cederle per conseguire un profitto. Può allora concludersi che l'imputato, sebbene estraneo alla produzione abusiva delle merci contraffatte, almeno in base a quanto è stato possibile accertare nel corso del presente giudizio, non avendone acquisita la disponibilità nelle forme di legge e pur conoscendone l'illecita provenienza, le deteneva per cederle allo scopo di procurarsi un profitto, integrando sia il reato previsto dall'articolo 474 Cp sia quello di ricettazione. La conoscenza da parte dell'imputato della provenienza illecita della merce che poneva in vendita trova sicuri riscontri nel mancato possesso di documentazione attestante il titolo lecito di possesso degli oggetti e pure nella condotta dello Shi Lingfeng che, in sede di sequestro, cercava di affermare la natura lecita degli oggetti detenuti, di cui evidentemente conosceva 1'attitudine ingannatoria, sulla base di elementi rivelatisi infondati. La valutazione del non allarmante valore commerciale delle merci contraffatte detenute per la vendita dall'imputato, nonché il dato obiettivo che l'imputato è dedito ad attività commerciale e non solo alla rivendita di prodotti contraffatti, e mostra perciò una attitudine criminale non elevata, inducono a ritenere ricorrente il delitto di cui all'articolo 648, comma 2, Cp, come del resto richiesto anche dal Pm nelle sue conclusioni. Tanto rilevato, occorre procedere alla quantificazione della pena ex artt. 133 e 133bis, Cp. In tal senso la congruità della sanzione criminale non potrà che essere valutata pure in considerazione delle condizioni di degrado economico, culturale e morale dell'imputato, che la vicenda in esame ha rivelato. Dal Giudice, invero, 1'elemento ambientale deve essere sempre considerato, così come richiesto dalla norma citata. Ma con ancor maggiore attenzione deve essere valutato in episodi nei quali, come nel caso in esame, la responsabilità per i commessi reati ricade sicuramente sul singolo, che deve essere chiamato a rispondere dei suoi atti, ma anche, inevitabilmente, sulle mancanze di uno Stato sociale carente ed insufficiente rispetto a piaghe quali la sempre minore redditività delle attività economiche, che sembra consentire a persone straniere provenienti da Paesi disagiati che pur vivono sul territorio nazionale ed esercitano attività lavorative lecite, nella ormai perdurante difficile congiuntura economica, di integrare il reddito necessario per mantenere sé e la propria famiglia soltanto ponendo in essere reati. Allo Shi Lingfeng possono anche essere riconosciute, per adeguare la pena alla entità e modalità dei fatti di reato commessi, le circostanze attenuanti generiche, anche in considerazione del fatto che l'imputato è stata tratto a giudizio in condizioni di incensuratezza, del resto pure la ingenuità delle dichiarazioni rese in sede di sequetro si rivela indice di una non elevata attitudine criminale. Si reputa pertanto equo che la sanzione criminale da irrogarsi a Shi Lingfeng rimanga fissata in nove mesi di reclusione e 320,00 Euro di multa pena base, ritenuto più grave il reato di cui al capo b sub 2 , qualificato ai sensi dell'articolo 648, comma 2, Cp mesi 15 di reclusione ed Euro 420,00 di multa sanzione criminale ridotta per il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche a mesi 12 di reclusione ed Euro 350,00 di multa pena aumentata per la continuazione con il reato di cui al capo a sub 1 , a mesi 13 e giorni 15 di reclusione ed euro 480,00 di multa sanzione criminale definitivamente ridotta per il rito a mesi 9 di reclusione ed euro 320 di multa . L'imputato deve pure essere condannato al pagamento delle spese processuali. Allo Shi Lingfeng deve anche obbligatoriamente applicarsi la pena accessoria di cui all'articolo 475 Cp, ed occorre pertanto disporre la pubblicazione della sentenza a sue spese, per estratto ed una sola volta, sul quotidiano Il Mattino di Napoli, edizione nazionale. L'imputato deve pure essere condannato al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile in favore della costituita parte civile, nei cui confronti deve essere pure condannato al pagamento delle spese processuali nella misura indicata in dispositivo. Letto 1'articolo 240 Cp deve infine ordinarsi la confisca delle merci contraffatte assoggettate a giudiziale sequestro, disponendone la distruzione a seguito del passaggio in giudicato della presente sentenza. Allo Shi Lingfeng, processato in stato di totale incensuratezza, può essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, di cui non si è evidentemente mai avvantaggiato, potendo ritenersi che all'esito della vicenda vissuta, che l'ha visto essere assoggettato alla perquisizione del suo esercizio commerciale ed al sequestro degli oggetti di cui al capo a sub 1 dell'imputazione, e quindi essere processato e condannato da un Giudice penale, si asterrà nel futuro dal rendersi responsabile di ulteriori violazioni della legge penale. Il sovraccarico dei ruoli monocratici e collegiali, e la conseguente quantità e complessità dei provvedimenti da redigere, incluso il presente, induce a ritenere necessaria la fissazione del termine di cui al dispositivo per il deposito della motivazione. Il Giudice PQM Letti gli articoli 533, 535 e 438 ss., Cpp dichiara SHI Lingfeng colpevole dei reati a lui ascritti, considerato più grave il reato di cui al capo b e, stimata sussistente la continuazione con il reato di cui al capo a , nonché riconosciute le circostanze attenuanti generiche e calcolata la diminuente del rito, lo condanna alla pena di nove mesi di reclusione e 320,00 Euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Applica all'imputato la pena accessoria di cui all'articolo 475 Cp e dispone pertanto la pubblicazione della sentenza, per estratto ed una sola volta, sul quotidiano Il Mattino di Napoli, edizione nazionale. Letti gli articoli 538 e segg. Cpp. condanna l'imputato al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio civile in favore della costituita parte civile. Condanna l'imputato al pagamento delle spese processuali in favore della costituita parte civile, che liquida nella somma di Euro 1050, di cui Euro 150 per spese ed Euro 900 per onorari, oltre Iva e Cpa come per legge al rilascio della fattura. Letto 1'articolo 240 Cp ordina la confisca degli oggetti contraffatti assoggettati a giudiziale sequestro, disponendone la distruzione all'esito del passaggio in giudicato della presente decisione. Concede il beneficio della sospensione condizionale della pena. Riserva in giorni quaranta il termine per il deposito della motivazione. 7