Immigrati, nessun ricongiungimento familiare, se i parenti sono extracomunitari

La situazione di una coppia di immigrati, sia pur munita di permesso di soggiorno, secondo l'Alta corte non può essere comparata con quella di uno straniero coniugato con un cittadino italiano. Sull'assistenza, inoltre, Regioni e Stato possono cooperare

Nessun ricongiungimento familiare per l'immigrato clandestino, a condizione, però, che la sua famiglia non sia di nazionalità italiana. Così la Corte costituzionale con l'ordinanza 158/06 depositata lo scorso 14 aprile, redatta da Maria Rita Saulle e qui leggibile nei documenti correlati ha dichiarato non fondata la questione di legittimità dell'articolo 19 comma 2 lettera c del D.Lgs 286/98, il Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero . A sollevare la questione era stato il tribunale di Genova nella parte in cui si limita a prevedere il divieto di espulsione degli stranieri conviventi con parenti entro il quarto grado o con il coniuge di nazionalità italiana senza prendere minimamente in considerazione la tutela degli stranieri tout court, anch'essi titolari del diritto all'unità familiare, già conviventi in Italia con il coniuge, in regola con il permesso di soggiorno ed eventualmente con i figli , con i quali potrebbero essere ricongiunti ai sensi della stessa legge in materia di immigrazione . La Consulta nel dichiarare non fondata la questione ha fornito importanti chiarimenti. Del resto, hanno aggiunto i giudici delle leggi, se la questione sollevata dal Tribunale venisse accolto, andrebbe a vanificare i fini sottesi alla legge per il ricongiungimento familiare, dal momento che avrebbe consentito in ogni caso allo straniero coniugato e convivente con altro immigrato di aggirare le norme in materia di ingresso e soggiorno, con evidente sacrificio degli altri valori costituzionali considerati dal D.Lgs 286/98. Infine, ha concluso l'Alta corte, la situazione dell'immigrato coniugato con un altro extracomunitario, sia pur munito di permesso di soggiorno non può essere comparata con quella dello straniero coniugato con un cittadino italiano. Del resto, si tratta di circostanze del tutto diverse. La sentenza 156/06. Sempre interpretando il Testo unico sull'immigrazione, la Corte costituzionale con la sentenza 156/06 depositata lo scorso 14 aprile, redatta da Maria Rita Saulle e qui leggibile nei documenti correlati ha precisato che sull'assistenza agli immigrati le Regioni cooperano con lo Stato. A sollevare la questione di legittimità degli articoli 16 comma 3 e 21 comma 1 lettera f della legge della Regione Friuli Venezia Giulia 5/2005 per l'accoglienza e l'integrazione sociale degli immigrati era stato il Governo. Nel ricorso si contestava l'articolo 16 che prevede che, per assicurare la conclusione dei percorsi di integrazione agli stranieri minorenni non accompagnati, gli interventi avviati durante la minore età possono proseguire successivamente al raggiungimento della maggiore età . E l'articolo 21 che dispone che Comuni e Province organizzino, nell'ambito delle loro competenze, servizi territoriali che provvedono allo svolgimento degli adempimenti istruttori relativi alle istanze di richiesta e rinnovo di permesso di soggiorno e carta di soggiorno, di richiesta di nulla-osta al ricongiungimento familiare, in accordo con le competenti strutture del ministero dell'Interno . La Consulta, nel dichiarare non fondata la questione, ha ritenuto che in materia di immigrazione e di condizione giuridica degli stranieri la legge statale disciplina una serie di attività pertinenti al fenomeno migratorio e agli effetti sociali di quest'ultimo, e stabilisce che queste vengono esercitate dallo Stato in stretto collegamento con le Regioni alle quali sono affidate direttamente alcune competenze. Infine, hanno aggiunto i giudici costituzionali la legge del 1998 ha attribuito alle Regioni una serie di competenze e previsto forme di cooperazione tra lo Stato e gli enti territoriali. Del resto, ha concluso l'Alta corte, l'intervento pubblico non può limitarsi al controllo dell'ingresso e del soggiorno degli stranieri sul territorio nazionale, ma deve anche considerare altri ambiti - dall'assistenza sociale all'istruzione, dalla salute all'abitazione - che coinvolgono competenze normative, alcune attribuite allo Stato e altre alle Regioni . cri.cap

Corte costituzionale - ordinanza 5-14 aprile 2006, n. 158 Presidente Marini - Relatore Saulle Ritenuto Che il Tribunale di Genova, in composizione monocratica, con ordinanza depositata il 26 maggio 2005, ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 10, 29 e 30 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 19, comma 2, lettera c , del D.Lgs 286/98 Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero , nella parte in cui si limita a prevedere il divieto di espulsione degli stranieri conviventi con parenti entro il quarto grado o con il coniuge di nazionalità italiana senza prendere minimamente in considerazione la tutela degli stranieri tout court, anch'essi titolari del diritto all'unità familiare, già conviventi in Italia con il coniuge, in regola con il permesso di soggiorno ed eventualmente con i figli , con i quali potrebbero essere ricongiunti ai sensi della stessa legge in materia di immigrazione che il giudizio a quo ha ad oggetto l'opposizione a decreto di espulsione emesso dal Prefetto di Genova nei confronti di C.M.M.V., non risultando aver questi richiesto alle autorità competenti, entro il termine previsto dall'articolo 5, comma 2, del D.Lgs 286/98, il rilascio del permesso di soggiorno che il rimettente, in punto di fatto, rileva che risultano regolarmente presenti sul territorio nazionale la moglie, il figlio minorenne e tre sorelle del ricorrente che, a parere del giudice a quo, dal riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, operato dall'articolo 2 del D.Lgs 286/98 nei confronti dello straniero comunque presente sul territorio dello Stato, non può non discendere anche quello all'unità familiare, che trova rilievo costituzionale nell'articolo 2 della Costituzione che, il rimettente, richiamata la giurisprudenza costituzionale con la quale è stata affermata la piena equiparazione tra stranieri e cittadini italiani per quanto concerne il godimento dei diritti in materia di famiglia, evidenzia che i principi di protezione dell'unità familiare trovano riconoscimento non solo nella Costituzione ma anche in svariate disposizioni dei trattati internazionali ratificati dall'Italia che, sempre secondo il giudice a quo, pur non potendosi negare la necessità di un bilanciamento tra il diritto all'unità familiare e l'interesse dello Stato a regolare l'immigrazione nel nostro Paese, la presenza documentata di uno stabile radicamento del nucleo familiare del ricorrente nel territorio nazionale rende astratta e, pertanto, non proponibile, l'ipotesi che l'unità familiare possa essere realizzata dalla ricorrente recte dal ricorrente , dalla moglie e dal figlio in un altro Paese anziché nel nostro , con la conseguenza che l'eventuale espulsione dello straniero determinerebbe la rottura del nucleo familiare formatosi, in contrasto con la tutela dell'unità familiare e con il diritto del minore alla bi-genitorialità che, a parere del rimettente, l'articolo 19, comma 2, lettera c , del D.Lgs 286/98, limitandosi a prevedere il divieto di espulsione degli stranieri conviventi con i parenti entro il quarto grado o con il coniuge di nazionalità italiana, non assicura alcuna tutela agli stranieri, anch'essi conviventi con loro parenti o con il coniuge regolarmente presenti sul territorio dello Stato, sebbene a loro volta stranieri, così determinando un'irragionevole lesione del diritto all'unità familiare di cui dovrebbe godere anche lo straniero che, infine, secondo il giudice a quo, per le stesse ragioni sopra illustrate apparirebbe non infondata la questione di costituzionalità dell'articolo 29, comma 1, lettere a e b , del D.Lgs 286/98, nella parte in cui, riconoscendo il diritto all'unità familiare, consente il ricongiungimento dello straniero soltanto qualora questi si trovi all'estero, negandolo, invece, nel caso in cui si trovi già in Italia che è intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per la declaratoria di infondatezza della questione che, ad avviso della parte pubblica, la disciplina del ricongiungimento deve tener conto di altri valori, ugualmente meritevoli di tutela, quali l'inviolabilità del territorio e la protezione dell'ordine pubblico che impongono la subordinazione del ricongiungimento familiare al possesso dei requisiti che garantiscono la protezione della Repubblica e dei suoi cittadini che, infine, la lamentata impossibilità del ricongiungimento rappresentata dal rimettente trova giustificazione nel fatto che il ricorrente è entrato nel territorio italiano irregolarmente. Considerato Che il Tribunale di Genova, in composizione monocratica, ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3, 10, 29 e 30 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 19, comma 2, lettera c , del D.Lgs 286/98 Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero , nella parte in cui si limita a prevedere il divieto di espulsione degli stranieri conviventi con parenti entro il quarto grado o con il coniuge di nazionalità italiana senza prendere minimamente in considerazione la tutela degli stranieri tout court, anch'essi titolari del diritto all'unità familiare, già conviventi in Italia con il coniuge, in regola con il permesso di soggiorno ed eventualmente con i figli , con i quali potrebbero essere ricongiunti ai sensi della stessa legge in materia di immigrazione che, preliminarmente, deve osservarsi che la questione di costituzionalità ha ad oggetto soltanto l'art 19 del D.Lgs 286/98, posto che il riferimento fatto dal rimettente all'articolo 29 comma 1, lettere a e b , del medesimo D.Lgs, ha all'evidenza una finalità esclusivamente argomentativa che, secondo il giudice a quo, la disciplina impugnata sarebbe irragionevole in quanto, limitando il divieto di espulsione ai soli stranieri conviventi con parenti entro il quarto grado o con il coniuge di nazionalità italiana, non prende in considerazione la posizione degli stranieri, anch'essi conviventi con loro parenti o con il coniuge regolarmente presenti sul territorio dello Stato, sebbene a loro volta stranieri, cosicché tali situazioni risulterebbero sfornite di una adeguata tutela dell'unità familiare che, quanto alla ritenuta violazione degli articoli 2, 29 e 30 della Costituzione, va osservato che il D.Lgs 286/98 appresta, agli articoli 28 e seguenti, una specifica tutela del diritto dello straniero, regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato, a mantenere l'unità del suo nucleo familiare, prevedendo la possibilità del ricongiungimento, allorché ricorrano le condizioni di cui all'articolo 29, a favore del coniuge e dei figli minori a carico che questa Corte ha costantemente affermato che il legislatore può legittimamente porre dei limiti all'accesso degli stranieri nel territorio nazionale effettuando un corretto bilanciamento dei valori in gioco , esistendo in materia un'ampia discrezionalità legislativa, limitata soltanto dal vincolo che le scelte non risultino manifestamente irragionevoli sentenza n. 353 del 1997 che, quindi, la questione sollevata dal giudice rimettente, ove accolta, andrebbe a vanificare i fini sottesi alla legge per il ricongiungimento familiare, dal momento che sarebbe consentito in ogni caso allo straniero coniugato e convivente con altro straniero di aggirare le norme in materia di ingresso e soggiorno, con evidente sacrificio degli altri valori costituzionali considerati dal D.Lgs 286/98 che, quanto alla ritenuta violazione dell'articolo 3 della Costituzione, non può effettuarsi alcun giudizio di comparazione tra la situazione dello straniero coniugato con altro straniero - sia pur munito di permesso di soggiorno - e quella dello straniero coniugato con un cittadino italiano, trattandosi di situazioni fra loro eterogenee ordinanza n. 232 del 2001 che, pertanto, la questione è manifestamente infondata sotto ogni profilo. Visti gli articoli 26, comma 2, della legge 87/1953, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. PQM La Corte costituzionale dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 19, comma 2, lettera c , del D.Lgs 286/98 Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero , sollevata, in riferimento agli articoli 2, 3, 10, 29 e 30 della Costituzione, dal Tribunale di Genova, in composizione monocratica, con l'ordinanza in epigrafe. ?? ?? ?? ?? 3

Corte costituzionale - sentenza 5-14 aprile 2006, n. 156 Presidente Marini - Relatore Saulle Ritenuto in fatto 1.- Con ricorso notificato il 9 maggio 2005, depositato il successivo 17 maggio, il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato, in via principale, questione di legittimità costituzionale degli articoli 16, comma 3, e 21, comma 1, lettera f , della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 5/2005 Norme per l'accoglienza e l'integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati , per violazione dell'articolo 117, comma 2, lettere a e b , della Costituzione. Il ricorrente, dopo aver premesso che le materie relative alla condizione dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea e all'immigrazione rientrano nella potestà legislativa esclusiva dello Stato, ex articolo 117, comma 2, lettere a e b , Costituzione, e ciò anche in ragione della finalità che le suddette materie siano regolate in modo uniforme a livello nazionale, rileva che le norme che regolano l'ingresso, la permanenza e l'espulsione dei cittadini stranieri hanno trovato, da ultimo, la loro disciplina nel D.Lgs 286/98 Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero che, all'articolo 1, comma 4, precisa che, per le Regioni a Statuto speciale, le disposizioni in esso contenute hanno valore di norme fondamentali di riforma economica-sociale della Repubblica . Così ricostruito il quadro normativo di riferimento, il ricorrente osserva che le norme censurate violerebbero la disciplina statale sopra indicata, costituendo solo clausola di stile il richiamo che la legge impugnata fa, all'articolo 1, al rispetto della Costituzione e della normativa statale, nonché, all'articolo 2, al rispetto del D.Lgs 286/98, risultando, in realtà, eluso il sistema delineato dagli articoli 4 e 5 dello Statuto regionale . In particolare, quanto alla prima censura, il ricorrente osserva che l'articolo 16 della legge impugnata, ponendosi l'obiettivo di assicurare ai minori stranieri non accompagnati particolari forme di tutela, mediante la previsione di interventi volti ad assicurare loro livelli adeguati di accoglienza, protezione e inserimento sociale, al comma 3 prevede che Al fine di sostenere la conclusione dei percorsi di integrazione, gli interventi avviati durante la minore età ai sensi dei commi 1 e 2 possono proseguire successivamente al raggiungimento della maggiore età . Tale ultima disposizione, secondo il ricorrente, contrasterebbe con la riserva contenuta nell'articolo 117, comma 2, lettere a e b , Costituzione e, in particolare, con l'articolo 32 del D.Lgs 286/98 che, con riferimento alla posizione del minore presente nel territorio italiano, prevede le modalità e la durata del rilascio del permesso di soggiorno al compimento della maggiore età, inserendosi tale disciplina in quella relativa alla più generale politica dell'immigrazione. In particolare, il richiamato articolo 32 prevede che il permesso può essere rilasciato ai minori stranieri purché si trovino sul territorio nazionale da non meno di tre anni ed abbiano seguito un progetto di integrazione sociale e civile per non meno di due anni, sempre che dispongano di un alloggio e frequentino corsi di studio, ovvero svolgano attività lavorativa retribuita nelle forme e con le modalità previste dalla legge italiana, ovvero, ancora, siano in possesso di contratto di lavoro anche se non ancora iniziato. Stabilisce, ancora, la citata disposizione che il numero dei permessi di soggiorno in tal modo rilasciati sia portato in detrazione dalle quote di ingresso definite annualmente. Secondo il Governo, la norma impugnata, incidendo sulla materia dell'immigrazione, prevede la possibilità per il minore straniero di permanere nel territorio nazionale in ipotesi diverse e ulteriori rispetto a quelle fissate dalla legge statale senza, peraltro, l'indicazione di un termine certo per tale permanenza, non essendo chiaro per quanto tempo il soggetto interessato possa partecipare al programma di integrazione una volta compiuta la maggiore età. Parimenti illegittimo sarebbe l'articolo 21, comma 1, lettera f , della legge in esame, laddove dispone che i comuni e le province organizzino, nell'ambito delle proprie competenze, i servizi territoriali che provvedono, tra l'altro, allo svolgimento degli adempimenti istruttori relativi alle istanze di richiesta e rinnovo di permesso di soggiorno e di carta di soggiorno, di richiesta di nulla-osta al ricongiungimento familiare, in accordo con le competenti strutture del ministero dell'interno . Infatti, anche tale norma, sempre secondo il ricorrente, violando la disciplina statale in materia di immigrazione e, in particolare, l'articolo 5 del richiamato D.Lgs, si porrebbe in contrasto con i principi costituzionali che attribuiscono allo Stato la competenza esclusiva in materia di richiesta e rilascio del permesso di soggiorno. 2. - Si è costituita la Regione Friuli-Venezia Giulia chiedendo che la questione di legittimità sollevata sia dichiarata inammissibile e/o infondata, riservandosi di esporre i motivi di tali richieste in separata memoria. 3. - In prossimità dell'udienza, la Regione Friuli-Venezia Giulia ha depositato memoria con la quale ha insistito per una pronuncia di infondatezza del ricorso. La Regione, riconosciuta la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di immigrazione e di condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea, ex articolo 117, comma 2, lettere a e b , Costituzione, rileva che tali materie, regolate dal D.Lgs 286/98, si intrecciano con altre attribuite alla competenza regionale, con la conseguenza che l'attuazione delle politiche connesse all'immigrazione deve prevedere la necessaria partecipazione delle Regioni, così come del resto previsto da alcune disposizioni contenute nel D.Lgs 286/98. Così individuata la propria competenza, la Regione rileva che l'articolo 1, comma 1, della legge impugnata espressamente dispone che la stessa si pone in armonia con la Costituzione , e che l'articolo 2, comma 2, prevede che gli interventi in essa previsti devono essere attuati in conformità con il D.Lgs 286/98, con la conseguenza che risulterebbe evidente l'intenzione del legislatore regionale di intervenire esclusivamente su quegli aspetti dell'immigrazione che la stessa legge nazionale riserva alla competenza regionale. Nell'esaminare le singole censure, la Regione ritiene quella proposta avverso l'articolo 16, comma 3, frutto di un'erronea interpretazione della norma, in quanto questa si limita a prevedere la possibilità della prosecuzione degli interventi a favore del minore non accompagnato, una volta che questi abbia raggiunto la maggiore età, senza disporre alcunché in relazione al rilascio del permesso di soggiorno al cui possesso è comunque subordinata la continuazione degli interventi e la cui emissione resta di competenza esclusiva dello Stato. A conferma di ciò, la resistente rileva che la stessa lettera dell'articolo 16 prevede che tali interventi possono proseguire, così indicando la mera possibilità della loro prosecuzione. Quanto alla mancata indicazione di un termine per la permanenza sul territorio nazionale del maggiorenne ammesso ai programmi previsti dall'articolo 16, secondo la Regione, questa costituirebbe la prova del rispetto che la legge impugnata ha della competenza statale in materia di immigrazione che, viceversa, sarebbe stata violata ove detto termine fosse stato da essa previsto. In relazione alla censura afferente l'articolo 21, comma 1, lettera f , la Regione rileva che anche questa si fonda su di un erroneo presupposto interpretativo, in quanto tale norma si pone l'obiettivo di assicurare assistenza materiale agli stranieri immigrati, non intendendo, quindi, disciplinare aspetti relativi all'immigrazione. In particolare, gli adempimenti istruttori che gli enti locali possono affidare ai servizi territoriali, previsti dalla norma in esame, si differenzierebbero da quelli attribuiti agli organi dello Stato, trattandosi esclusivamente di funzioni istruttorie elementari. Infine, la Regione osserva che la disposizione impugnata prevede che l'attività in essa disciplinata sia svolta in accordo con le competenti strutture del ministero dell'Interno, con la conseguenza che, in mancanza di detto accordo, la norma non potrebbe trovare applicazione. Considerato in diritto 1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri impugna gli articoli 16, comma 3, e 21, comma 1, lettera f , della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 5/2005 Norme per l'accoglienza e l'integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati , per violazione dell'articolo 117, comma 2, lettere a e b , della Costituzione. Le norme impugnate - che prevedono, rispettivamente, interventi per i minori stranieri non accompagnati anche dopo il raggiungimento della maggiore età e lo svolgimento, direttamente o indirettamente, di compiti istruttori da parte degli enti locali nell'ambito dei procedimenti per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno e delle carte di soggiorno, nonché di richiesta di nulla-osta al ricongiungimento - violerebbero la competenza statale esclusiva in materia di immigrazione, di diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea. 2.- Ai fini di un corretto inquadramento delle questioni sollevate dal Governo, occorre premettere che il D.Lgs 286/98 Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione giuridica dello straniero , con il quale lo Stato ha disciplinato la materia dell'immigrazione, ha, tra l'altro, attribuito alle Regioni le competenze di seguito indicate, prevedendo, altresì, forme di cooperazione tra lo Stato e le Regioni medesime. In particolare, l'articolo 3 del D.Lgs citato afferma che, al fine della predisposizione del documento programmatico relativo alla politica dell'immigrazione e degli stranieri nel territorio dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri senta anche la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e la Conferenza Stato-città e autonomie locali. Il comma 5 dello stesso articolo prevede, ancora, che nell'ambito delle rispettive attribuzioni e dotazioni di bilancio, le Regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali adottano i provvedimenti concorrenti al perseguimento dell'obbiettivo di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono il pieno riconoscimento dei diritti e degli interessi riconosciuti agli stranieri nel territorio dello Stato, con particolare riguardo a quelli inerenti all'alloggio, alla lingua, all'integrazione sociale, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona umana . Il successivo comma 6 prevede l'istituzione di Consigli territoriali per l'immigrazione, in cui siano rappresentati le competenti amministrazioni locali dello Stato, la Regione, gli enti locali, gli enti e le associazioni localmente attivi nel soccorso e nell'assistenza agli immigrati, le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, con compiti di analisi delle esigenze e di promozione degli interventi da attuare a livello locale . A sua volta l'articolo 42 prevede che lo Stato, le Regioni, le province e i comuni, nell'ambito delle proprie competenze, anche in collaborazione con le associazioni di stranieri e con le organizzazioni stabilmente operanti in loro favore, nonché in collaborazione con le autorità o con enti pubblici e privati dei Paesi di origine, favoriscono una serie di attività di tipo sociale e assistenziale volte, tra l'altro, all'effettuazione di corsi della lingua e della cultura di origine, alla diffusione di ogni informazione utile al positivo inserimento nella società italiana degli stranieri medesimi, alla conoscenza e alla valorizzazione delle espressioni culturali, ricreative, sociali, economiche e religiose degli extracomunitari regolarmente soggiornanti. 3. - Da tali disposizioni, nonché da altre contenute nel D.Lgs 286/98 - come l'articolo 38 e l'articolo 40 - risulta che in materia di immigrazione e di condizione giuridica degli stranieri è la stessa legge statale che disciplina una serie di attività pertinenti al fenomeno migratorio e agli effetti sociali di quest'ultimo, e che queste vengono esercitate dallo Stato in stretto collegamento con le Regioni alle quali sono affidate direttamente alcune competenze. Ciò tenuto conto del fatto che l'intervento pubblico non può limitarsi al controllo dell'ingresso e del soggiorno degli stranieri sul territorio nazionale, ma deve anche necessariamente considerare altri ambiti - dall'assistenza sociale all'istruzione, dalla salute all'abitazione - che coinvolgono competenze normative, alcune attribuite allo Stato ed altre attribuite alle Regioni. 4. - Alla luce del suddetto quadro normativo le questioni non sono fondate. Invero, l'articolo 16 della legge impugnata, quale risulta dalla sua stessa rubrica recante Interventi per minori stranieri non accompagnati , si pone l'obiettivo di prevedere delle forme di sostegno finalizzate all'inserimento dei minori non accompagnati e, proprio al fine del completo raggiungimento di tali scopi, al comma 3, dispone che tali interventi possono proseguire anche dopo che i beneficiari abbiano raggiunto la maggiore età. La norma impugnata, quindi, va interpretata nel senso che essa si limita a prevedere l'esercizio di attività di assistenza rientranti nelle competenze regionali, senza incidere in alcun modo sulla competenza esclusiva dello Stato in materia di immigrazione. In sostanza, la possibilità di proseguire, in favore del minore non accompagnato, gli interventi di sostegno previsti dall'articolo 16, anche dopo il raggiungimento della maggiore età, con la sua conseguente ulteriore permanenza sul territorio nazionale, è subordinata al rilascio nei suoi confronti del permesso di soggiorno, cosa che potrà avvenire solo ricorrendo le condizioni a tal fine previste dal D.Lgs 286/98. Parimenti infondata è la censura relativa all'articolo 21, comma 1, lettera f . Anche tale norma, infatti, lungi dal regolare aspetti propriamente incidenti sulla materia dell'immigrazione, si limita a prevedere in favore degli stranieri presenti sul territorio regionale una forma di assistenza che si sostanzia nel mero affidamento agli enti locali di quegli adempimenti che, nell'ambito dei procedimenti di richiesta e rinnovo di permesso di soggiorno e di carta di soggiorno, ovvero di richiesta di nulla-osta al ricongiungimento familiare, diversamente sarebbero stati svolti direttamente dagli stessi richiedenti. D'altra parte il rispetto delle competenze statali nei procedimenti sopra indicati emerge, altresì, dal contenuto della norma impugnata la quale prevede che le attività in essa disciplinate siano svolte in accordo con le competenti strutture del ministero dell'Interno. PQM La Corte costituzionale dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 16, comma 3, e 21, comma 1, lettera f della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 5/2005 Norme per l'accoglienza e l'integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati , sollevate dal Presidente del Consiglio dei ministri con il ricorso indicato in epigrafe, in riferimento all'articolo 117, comma 2, lettere a e b , della Costituzione. ?? ?? ?? ?? 5