Le battaglie (politiche) della magistratura non piacciono a Oua e Camere penali

Randazzo annuncia intransigenti iniziative di protesta contro la costante invasione di campo dell'Anm e l'Organismo Unitario apprezza la riforma dell'ordinamento giudiziario. Grillo unico punto debole la mancata separazione delle carriere

No alla battaglia politica dei magistrati. All'indomani dal 28 Congresso dell'Associazione nazionale magistrati gli avvocati penalisti, con un documento della giunta esecutiva centrale, stigmatizzano la costante invasione di campo nei confronti della produzione delle leggi da parte delle toghe. Di fronte ad un atteggiamento di questo genere - si legge ancora nel documento disponibile tra i correlati - l'avvocatura penale adotterà le più intransigenti iniziative di protesta , sciopero compreso. Tutto per difendere leggi come la Pecorella sull'inappellabilità, di cui i penalisti da tempo rivendicano la validità. Non intendiamo assistere a proclami e resistenze interpretative dei magistrati sulle leggi approvate dal Parlamento e ispirate da principi sacrosanti - ha detto il presidente Ettore Randazzo - La magistratura non può boicottare le leggi ma deve applicarle . Rispetto a quanto sostenuto dalle toghe è di diverso avviso anche l'Organismo unitario dell'avvocatura che, intervenendo sabato pomeriggio al Congresso, tramite il presidente Michelina Grillo, ha affermato che non tutto dell'ordinamento giudiziario va buttato. La riforma Castelli, secondo Grillo l'intervento è leggibile tra i correlati va prima verificata sul campo, poi eventualmente corretta. Per il resto l'Oua salva molti punti della legge come ad esempio il decentramento del ministero, la presenza dell'avvocatura nei consigli giudiziari, la responsabilizzazione del pm, il rafforzamento del regime delle incompatibilità e la tipizzazione degli illeciti disciplinari e la regolamentazione del sistema sanzionatorio. L'Avvocatura salva anche il nuovo impianto dell'avanzamento in carriera dei magistrati e la formazione permanente obbligatoria. Tra gli aspetti negativi, invece, Grillo ha citato la mancata separazione delle funzioni, il coinvolgimento dell'avvocatura ancora troppo timido e la diversa configurazione dell'ufficio del giudice che, pur avendo ricevuto il consenso dell'Anm nel 2003 è poi scomparso. Per quanto riguarda il futuro, il presidente dell'Oua ha ribadito la necessità di pervenire al più presto alla elaborazione di un sistema condiviso di raccolta ed elaborazione dati ed uno stanziamento adeguato di fondi che permetta, ad esempio di portare a regime il processo telematico. Grillo ha infine ribadito la necessità di riformare il Codice di procedura penale alla luce dei principi del giusto processo, rilanciando ad esempio la separazione delle carriere ed individuare interventi urgenti per porre rimedio alla drammatica situazione carceraria. L'avvocatura, ha concluso il presidente dell'Oua, non è stata sorda alle lamentele della magistratura associata, è l'avvocatura piuttosto a dover lamentare - ha detto - un totale, incomprensibile silenzio, della magistratura associata quando si trova, come oggi, ad essere oggetto continuo di attacchi . Per questo Grillo ha auspicato la nascita di una nuova stagione di sempre maggiore e convinta collaborazione . p.a.

Anm - 28 Congresso nazionale Roma 24/26 febbraio 2006 Intervento del presidente Oua Michelina Grillo Illustre Presidente, componenti la Giunta, signori magistrati tutti, in virtù dei rapporti sempre più assidui tra le rappresentanze politiche dell'avvocatura e della magistratura, e dei reciproci impegni di collaborazione che hanno caratterizzato tali rapporti, con il dichiarato comune obiettivo di offrire il contributo dei soggetti della giurisdizione per il miglioramento della Giustizia in Italia, intervengo oggi in questo Vs. Congresso, porgendovi il saluto dell'avvocatura. Gli avvocati italiani non sono tifosi, ma neppure semplici spettatori nel dibattito politico, ed intendono interloquire ad ogni livello sui temi afferenti il settore Giustizia. Non è un saluto di maniera, ma la conferma dell'attenzione costante dell'organismo di rappresentanza politica della classe forense ai momenti salienti in cui la magistratura associata si accoglie per esprimere le proprie valutazioni e proposizioni in ordine agli snodi ed alle questioni principali, purtroppo ancor oggi per la più parte irrisolti, del sistema Giustizia. È la conferma della volontà, per quanto ci riguarda mai venuta meno, di una interlocuzione costante e collaborativa, nel condiviso assunto che avvocati e magistrati siano i due soggetti, paritariamente ordinati, indispensabili alla giurisdizione ed al suo esercizio. È espressione della volontà di portare ai Vs. lavori un contributo concreto. Ho ascoltato con interesse, nella mattinata di ieri, la relazione introduttiva del Presidente Riviezzo, e le altrettanto interessanti relazioni successive, delle quali ho apprezzato il tono pacato e il taglio propositivo. La pacatezza è dote che ben si addice all'autorevolezza della funzione, e favorisce il prevalere dei contenuti rispetto alle polemiche. Ho preso atto, nelle parole dell'amico Mario Fresa, del giusto riconoscimento del ruolo paritario che compete all'avvocatura nell'esercizio della giurisdizione, nel rispetto del dettato Costituzionale, più e più volte richiamato, in quanto, a tacer d'altro, non può negarsi che la maggiore o minore considerazione tributata ai rappresentanti del libero Foro, investe inevitabilmente la visione e la valutazione dei mezzi e delle modalità con le quali assicurare al cittadino una efficace ed effettiva tutela dei diritti. In questo positivo senso ho inteso interpretare l'attenzione rivolta anche alla autonomia e indipendenza della classe forense, alla sua adeguata formazione, e più in generale ad una riforma ordinamentale che da troppo tempo gli avocati italiani inutilmente chiedono, essendosi anche dati carico di predisporre precisi e moderni articolati di proposta in tal senso. Ho poi apprezzato gli spunti autocritici contenuti in alcune relazioni, soprattutto con riferimento all'atteggiamento della magistratura associata all'epoca della ventilata ed osteggiata riforma Flick, e con riferimento all'utilizzo improprio, purtroppo sempre più diffuso, della magistratura onoraria. Ho apprezzato, senza nulla voler togliere ai meriti degli altri relatori, gli interventi del dott. Maresca, che efficacemente ha messo in luce la condizione e le problematiche dei giovani magistrati, per certi versi comuni alla giovane avvocatura, e del dott. Millo, che ha ben distinto le capacità del Magistrato da quelle del dirigente, riconoscendo che vi sono competenze e saperi non necessariamente insiti nella formazione del giurista. Ciò perché il riconoscere le proprie responsabilità, come anche l'avvocatura da qualche tempo va facendo, è il modo migliore per rendersi ed essere credibili nel proporre soluzioni. Altrettanto apprezzabile la analisi del sistema penale, pur se non del tutto condivisa. Non posso accettare però, mi sia consentito, che ancora una volta si vogliano ricondurre le cause dell'aumento del contenzioso al numero degli avvocati, ed al meccanismo tariffario, che si pretenderebbe incentivante, ma non è questa la sede per discutere di questo. Proprio per i ricordati rapporti, e per il rispetto reciproco che li contraddistingue, desidero che questo mio breve intervento, come già in passate occasioni, sia caratterizzato dalla pacata ma ferma e non compiacente espressione delle valutazioni dell'avvocatura, sia pure com'è ovvio in questa sede assai succinte e certamente non esaustive, sui contenuti uditi e sui propositi affermati. Ciò anche, e soprattutto, laddove le posizioni divergono o si diversificano. Su questa assise, e se ne riscontra ampia eco nelle relazioni tutte, incombe il tema della riforma dell'ordinamento giudiziario, che ha sì visto critiche sia da parte dell'avvocatura che da parte della magistratura, ma per motivi spesso opposti, che a ben vedere non si sono sostanziati unicamente nella mai sopita questione della separazione delle carriere. Ci accomuna peraltro certamente una visione critica sul metodo adottato, e particolarmente sulla scarsa attenzione, sia nella fase di approvazione della normativa che nella fase successiva dei decreti delegati, così affrettata da far ritenere che gli schemi fossero da tempo già predisposti, alle voci ed al contributo dei soggetti della giurisdizione. Sin dalle difficili giornate del Vs. congresso di Venezia, nel febbraio del 2004, allorché era stato presentato in Parlamento il primo testo del disegno di legge di riforma dell'ordinamento giudiziario, lungi dal far valere mai coltivati spiriti di rivalsa nei confronti di chicchessia, abbiamo invitato la magistratura associata a non farsi porre nell'angolo del preteso scontro politico, ma ad interloquire nel rispetto delle sue prerogative con il legislatore, onde consentire che l'ineludibile aggiornamento costituzionale della disciplina dell'ordine giudiziario non facesse a meno del contributo propositivo dei soggetti cui essa era destinata. Abbiamo in quell'occasione segnalato l'esigenza che fossero evitati percorsi che potevano condurre all'isolamento, privilegiando per contro un'azione sinergica e proprio per questo più incisiva ed efficace. L'obiettivo da noi allora perseguito era quello di porre tutte le forze politiche, nella condizione di doversi confrontare con uno scenario inconsueto, nel quale tutti i soggetti che partecipano, a vario titolo, della amministrazione della giustizia, e di essa si occupano, siano schierati per il raggiungimento di risultati concreti e comuni, di talché le proposte avanzate da tutti i soggetti della giurisdizione non potessero più essere liquidate semplicisticamente come frutto della intransigenza di categorie interessate al mantenimento di privilegi e mosse da spinte corporative. Ancora oggi questa ci appare l'unica via possibile laddove realmente si voglia favorire un reale e costante rapporto di sinergia, anche a livello di rappresentanze nazionali, che almeno nelle dichiarazioni di intenti si è sempre affermato di voler perseguire tra i soggetti della giurisdizione, e non già limitarsi a periodiche e scollegate occasioni di confronto, ancorché positive, non seguite nei fatti dalla quotidiana costruzione di una stabile interlocuzione sui temi di interesse comune. Ci rammarichiamo che sulla riforma in discorso tale confronto, non solo per responsabilità delle forze politiche presenti in Parlamento, sia clamorosamente mancato, ma oggi non possiamo concordare con il proposito di abrogare tout court la normativa, che a nostro avviso contiene positivi elementi da salvaguardare e implementare, o peggio convenire sul fatto che, ove si registrasse l'inerzia della politica sulla richiesta di non entrata in vigore delle norme e di loro abrogazione, si intenda - come parrebbe da alcuni spunti della relazione del dott. Fucci - sistematicamente e prescindendo dalla libertà ed autonomia dei singoli magistrati - valori da noi sempre difesi e salvaguardati - sollevare questioni di legittimità costituzionale preconfezionate , ovvero, disapplicare, richiamandosi ai principi costituzionali che si assumerebbero violati, una legge vigente, approvata democraticamente da un Parlamento pienamente a ciò legittimato, nel rispetto della funzione costituzionale affidatagli, che - al di là dei pur numerosi aspetti di criticità anche da noi più volte ed in plurimi documenti segnalati - ha comunque avuto il merito di avviare l'indispensabile ammodernamento dell'ordine giudiziario. Schematicamente intendo accennare ai principali punti della normativa ritenuti positivi, che in larga parte hanno recepito istanze dell'avvocatura, o negativi, sui quali sin da ora siamo disponibili ad un confronto e ad un dibattito, in previsione dei decreti correttivi previsti entro il 2008 A positivi - introduzione della figura del manager e attuazione del decentramento - rivalutazione della presenza dell'avvocatura nei consigli giudiziari, nel consiglio direttivo della cassazione e nell'ambito della solenne cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario presso la Cassazione - maggiore responsabilizzazione del Pm - rafforzamento del regime delle incompatibilità - tipizzazione degli illeciti disciplinari e regolamentazione del sistema sanzionatorio - previsione di un avanzamento in carriera del magistrato non più legato unicamente all'anzianità - previsione della formazione permanente obbligatoria - ridefinizione del percorso di formazione e di accesso, con valutazione dei requisiti attitudinali - pubblicità degli incarichi extragiudiziari - principio della temporaneità degli incarichi. b negativi - separazione delle carriere non compiutamente realizzata - ancora troppo timido coinvolgimento dell'avvocatura, che vede riconosciuto al proprio intervento unicamente valore consultivo in relazione a punti essenziali dell'attività dei consigli giudiziari - mancata estensione della figura del manager in tutte le corti di appello - diversa configurazione dell'Ufficio del Giudice, sul quale si era registrato nel 2003 anche il consenso dell'Anm, poi scomparso, rispetto alla motivata proposta dell'avvocatura, con stravolgimento degli originari obiettivi, in relazione ai quali desta forte perplessità, allo stato, la previsione dell'Ufficio per il processo, avanzata da parte della magistratura associata ed oggi fatta propria dall'Anm e dal programma politico dell'Unione. I denunziati aspetti negativi, unitamente al mancato avvio dei percorsi di ridefinizione e riassetto della magistratura onoraria e di revisione delle circoscrizioni, sono di ostacolo alla piena ed effettiva realizzazione degli obiettivi che la riforma si prefiggeva. Occorre poi osservare che la magistratura associata e l'avvocatura hanno spesso dialogato sul piano delle riforme in materia di politica giudiziaria, trovando punti di incontro su moltissime questioni organizzative, e per contro motivi di contrasto ogni qualvolta si è affrontato il problema relativo all'assetto ordinamentale dei magistrati, alla loro carriera e funzioni, alla progressione in carriera, agli incarichi dirigenziali. Compito dei Giudici, peraltro, nel rispetto della delicata funzione loro affidata dall'ordinamento, non può essere correre ai ripari in modo improprio contro i disastri del legislatore, ove vi siano, ma applicare le norme correttamente interpretandole, come ha ricordato il dott. Nello Rossi nella sua relazione. Ne andrebbe dell'autorevolezza e dell'essenza stessa della delicata funzione loro affidata dall'ordinamento. Altro, e fermo, com'è ovvio, il legittimo diritto di critica e di proposizione nelle sedi proprie, la libera manifestazione del pensiero, la partecipazione al dibattito culturale. Ancora oggi, pur nella consapevolezza che avvocatura e magistratura certamente hanno visto mortificate le loro elaborazioni, come purtroppo da troppi e troppi anni avviene, mi permetto di sottolineare a questo uditorio, così come al mondo della politica, che è ora di uscire definitivamente, con responsabilità, decisione e fermezza, da una buia fase di pietre scagliate . La storia, anche recente, è una concatenazione di scenari, in cui l'energia umana, anche intellettuale, spesso quella più vitale, si dirige verso l'una o l'altra meta, distruttiva o costruttiva. È sempre più triste constatare come si sia da troppo tempo in epoca di strappi, di lacerazioni, di immagini urlate. Ebbene, c'è il tempo delle pietre scagliate e quello delle pietre raccolte, il tempo di strappare e quello di ricucire, e questa ultima esigenza è quella che oggi con sempre maggior forza si avverte nel tessuto sociale, in quei cittadini i cui diritti entrambi siamo chiamati, sia pure in forme e con funzioni diverse, a tutelare. Lo sottolineava, tra gli altri, il Sindaco Veltroni, nel suo intervento di saluto della mattinata di ieri. La civiltà giuridica per la quale il ns. Paese è stato ed è ancora oggi esempio per molti, deve ridefinirsi anche in base al modo in cui trasmettere le sue conquiste e i suoi valori, ed essere costruttiva. L'avvio della prossima legislatura deve quindi vedere da parte dei soggetti della giurisdizione, possibilmente in uno sforzo congiunto, prima di ogni altra cosa, e quindi anche in previsione di ulteriori interventi riformatori, una forte rivalutazione e ripresa dell'analisi, della riflessione, dell'esame dettagliato e minuto dei problemi e delle loro soluzioni, accompagnato da una serena valutazione delle molteplici riforme che hanno caratterizzato la legislatura che si avvia al termine. Devono definitivamente affermarsi, con il prezioso ed insostituibile contributo degli operatori e quale che sia l'interlocutore di governo, una strategia ed un pensiero coordinato e di lungo respiro. I soggetti della giurisdizione, più di ogni altro, hanno la responsabilità di farsi congiuntamente e convintamene promotori di un miglioramento delle norme vigenti e di un aggiornamento nei settori, mi riferisco in particolare al settore penale, che ancora necessitano di interventi riformatori. Deve avviarsi una ricognizione serena sull'applicazione delle riforme, anche alla stregua di sistemi di raccolta e di valutazione dei dati certi e condivisi, che consenta una messa a punto delle norme che, alla luce delle esperienze dei primi tempi di applicazione, si sono dimostrate o si dimostreranno insufficienti o poco chiare. Alcuni obiettivi, senza pretese di esaustività, possono così per l'avvocatura sin da ora essere individuati - dati dell'amministrazione giudiziaria - occorre pervenire al più presto alla elaborazione di un sistema condiviso di raccolta e di elaborazione dei dati, punto essenziale di partenza di qualsivoglia riflessione riformatrice, e presupposto indefettibile per le valutazioni di impatto delle riforme, così come per le verifiche sugli effetti reali della loro entrata in vigore - risorse - non è più accettabile l'attuale insufficienza degli stanziamenti, a fronte della obiettiva necessità di interventi ben più consistenti, così come non è accettabile che i costi di accesso alla giurisdizione che è valore della ns. democrazia , siano utilizzati senza che il settore giudiziario ne venga beneficiato in termini di spesa coerente con i bisogni e finalizzata alla soluzione delle situazioni di crisi, che vedono gli operatori mortificati ed esasperati dal quotidiano confronto/scontro con un pauperismo di mezzi che appare insuperabile - quanto all'ordinamento giudiziario - mantenimento sostanziale dell'impianto della riforma Castelli e valutazione degli interventi da apportarsi in sede di decreti correttivi, previa verifica del funzionamento effettivo, in particolare su modalità concorsuali e logistica della Scuola di formazione - ampliamento degli organici della magistratura togata - implementazione della presenza e delle prerogative degli avvocati in seno ai Consigli giudiziari e più in generale nei percorsi di decentramento - urgente riforma della magistratura onoraria nel senso della eliminazione della precarietà e della ancillarità della funzione dei MOT, con devoluzione di una quota di giurisdizione delimitata ratione materiae ma senza limiti di valore ad un circuito di magistratura laica semiprofessionale, ad incarico rigorosamente temporaneo, con rigide incompatibilità distrettuali, sottoposta a seri percorsi di formazione all'accesso e permanente. Condividiamo la critica serrata al progetto di istituzione della magistratura di complemento, e la distinzione tra Giudici di Pace e altre figure di magistrato onorario, come attesta l'articolato progetto riformatore da tempo approntato dall'Oua a riguardo - riforma delle circoscrizioni giudiziarie, cui l'avvocatura non intende sottrarsi, ma nel rispetto di protocolli di analisi del territorio che tengano conto in via poziore di indici non meramente quantitativi numero di abitanti o carico statistico di lavoro ma con l'attenta valutazione di criteri qualitativi e peculiari al servizio giustizia con salvaguardia della giustizia di prossimità e dei presidi di legalità del territorio - quanto al processo civile - definitiva implementazione e messa a regime del processo telematico, con il reperimento e l'impiego delle necessarie risorse - completamento dell'evoluzione del rito, nel senso di una rivalutazione della piena disponibilità delle parti, secondo gli schemi della bozza Vaccarella - tendenziale processo di unificazione dei riti - quanto ai sistemi di ADR - nella strutturazione dei sistemi di definizione alternativa non come meri filtri precontenziosi con finalità deflativa, bensì quale circuito paragiurisdizionale aggiuntivo a quello giudiziario - nella previsione della obbligatorietà della difesa tecnica e del rispetto del contraddittorio nella promozione e costituzione di organismi conciliativi forensi con pari dignità e funzioni di quelli camerali - quanto al settore penale - nella compiuta rivisitazione del Cpp alla luce dei principi del giusto processo - nella compiuta realizzazione di una revisione del codice penale che, alla luce di una ricostruzione all'attualità dei comportamenti cui si riconnette disvalore sociale, affermi il c.d. diritto penale minimo - nell'esigenza di preservare alcuni decreti legislativi, che l'avvocatura ha giudicato nei propri documenti oltremodo positivi, emanati in attuazione della legge delega sull'ordinamento giudiziario e con la contestuale necessità di rilanciare il punto centrale relativo alla separazione delle carriere - in una analisi degli sviluppi regressivi - e sempre più invasivi - manifestatisi nella realizzazione dello spazio giuridico e giudiziario europeo, rispetto al livello delle garanzie garantito dal ns. ordinamento - nella individuazione di interventi urgenti per porre rimedio alla drammatica situazione carceraria già in atto e prevedibilmente destinata ad ulteriormente infiammarsi. Mi sia consentito di chiudere, ringraziandovi per l'attenzione e per lo spazio riservatomi, respingendo, e per certi versi ribaltando una accusa garbatamente rivolta alla classe forense dal Presidente Riviezzo l'avvocatura non è stata sorda alle ragioni della magistratura, e ne ha sempre strenuamente difeso autonomia e indipendenza, ancorché talvolta le valutazioni sui singoli interventi riformatori non siano risultate coincidenti, come nel caso di vari aspetti della riforma dell'ordinamento giudiziario. Il non concordare nel merito delle questioni, laddove l'analisi sia stata effettuata con onestà intellettuale, di cui ritengo ci venga fatto credito, non può essere interpretato come colpevole disattenzione. È l'avvocatura, piuttosto, a dover lamentare un totale, incomprensibile silenzio, della magistratura associata quando si trova, come oggi, ad essere oggetto continuo di attacchi. L'avvocatura, infatti, è oggi e oramai da qualche tempo, al centro di un'aggressione sistematica, di cui i pronunciamenti delle autorità antitrust italiana ed europea, la riforma dell'indennizzo diretto o la soppressione di fatto del segreto professionale in nome di superiori esigenze, quali la pur encomiabile lotta al riciclaggio, rappresentano soltanto alcune delle espressioni più manifeste. La riscontrata aggressione punta con tutta evidenza alla progressiva marginalizzazione dei professionisti iscritti all'albo, ed alla conquista del controllo dei servizi legali, ed è mossa prevalentemente da soggetti e spinte provenienti dal mondo economico. Tale aggressione si rivolge, a ben vedere, non tanto nei confronti di una sola categoria, della quale si viene a minacciare anche la sicurezza sociale mediante attacchi ciclici alle casse private, ma, soprattutto, dei diritti che la stessa per espresso disposto della Carta costituzionale tutela. Ciò, quindi, mortificando e svilendo la funzione difensiva, in danno della professionale e qualificata tutela dei diritti del cittadino, e, con essa, la libertà e l'autonomia degli avvocati italiani, che, al pari delle analoghe prerogative della magistratura, sono valori posti nell'interesse dell'intera collettività. Eppure, e ci duole riscontrarlo, tutto ciò sta avvenendo senza che da parte Vostra, almeno sino a questo momento, si sia levata una sola voce per tutelare quell'indipendenza e quell'autonomia - quelle degli avvocati - la cui esigenza di salvaguardia ieri è pur stata affermata con nettezza nella relazione del dott. Fresa. Desidero quindi interpretare le parole che ho sentito non già come una mera petizione di principio, perché con ciò non farei onore all'impegno e alla sensibilità che intendo riconoscere alla magistratura italiana, bensì come una prima forte espressione di sostegno all'avvocatura ed al contempo della volontà condivisa che i soggetti della giurisdizione, nel reciproco rispetto, consapevoli come non possono non essere, dei rispettivi ruoli e funzioni e delle prerogative che debbono fungere da loro insopprimibile salvaguardia, diano vita ad una nuova stagione di sempre maggiore e convinta collaborazione.

Unione delle camere penali Sul Congresso dell'Anm documento approvato il 28 febbraio 2006 In occasione del congresso l'Anm ha bocciato la politica perseguita dal governo in questa legislatura ed ha auspicato l'abrogazione di taluni provvedimenti legislativi adottati. Per bocca di suoi autorevoli esponenti la magistratura associata non ha neppure tralasciato di lanciare alla opposizione inviti, in caso di vittoria alle elezioni, ad una linea intransigente, quando addirittura non ha espresso giudizi preventivi sugli esponenti di quello schieramento in base ad una eventuale vicinanza di costoro ai temi ritenuti sgraditi, primo fra tutti quello della separazione delle carriere. Nonostante le esortazioni alla moderazione in ossequio ad una doverosa apparenza di terzietà, provenuti dal Capo dello Stato, talvolta la polemica ha assunto le forme proprie della battaglia politica, battute ad effetto comprese. Il messaggio che è passato all'esterno è quello di una rinnovata e vigorosa offensiva della magistratura associata tesa a recuperare quel ruolo centrale di condizionamento nella produzione delle leggi, prime fra tutte quelle sull'assetto ordinamentale della magistratura stessa e quelle che riguardano il processo penale. Nel corso della sua assise la magistratura ha anche fornito la sua ricetta per la soluzione dei problemi della giustizia. Per la giustizia penale tutto si è risolto nella questione della rapidità del giudizio, in uno sforzo di radicale semplificazione delle procedure che finisce per intaccare anche diritti e garanzie sostanziali, quando non si pone in aperto contrasto con le regole del giusto processo. Del resto, fatto salvo il principio della ragionevole durata, il giusto processo non è stato mai evocato dalla tribuna congressuale dei magistrati, quasi non fosse una scelta della Costituzione, mentre si sono sentite richieste di forme processuali differenziate in funzione della tipologia dei reati commessi ovvero di riduzione dei casi di appello per gli imputati . Non sono mancati accenni alla mai superata avversione per le regole riguardanti il principio del contraddittorio. Il tutto con doviziosa dimostrazione delle inadempienze dell'esecutivo sul tema della predisposizione di mezzi e strutture, in sé condivisibile, ma assolutamente carente di autocritica in ordine alla responsabilità della magistratura stessa in tema di organizzazione e funzionamento degli uffici, che invece rimane ingiustificabile. Riguardo alla riforma dell'ordinamento giudiziario la Anm ha ribadito la sua più totale opposizione alla legge e con l'occasione si è scagliata more solito contro la separazione delle carriere. Gli argomenti utilizzati, a proposito di questa ultima tematica, sono stati, come ormai avviene da decenni, fondati sulla trasfigurazione del concetto e sulla sua banalizzazione. Per l'Anm la separazione delle carriere è sinonimo di sottoposizione del Pm all'esecutivo - argomento propagandistico e strumentale quanto falso e inconsistente, sul quale non vale più la pena di intrattenersi - ma, tranne questa boutade, nessuna obiezione è stata mossa in ordine alla tutela della terzietà del giudice. Con involontario umorismo un intervenuto al congresso ha sintetizzato la posizione dicendo che l'obiettivo deve essere quello di un PM che ragioni come un giudice e un giudice che ragioni come un Pm . Esposizione che, nella sua commovente semplicità, riassume l'estrema povertà culturale che sta alla base della opposizione della magistratura riguardo alla separazione delle carriere. Perfino con riguardo alle leggi sulle quali il giudizio espresso in tempi recenti era consonante con quello dell'avvocatura, come la Cirielli, la magistratura associata ha deliberatamente calcato la mano solo sugli aspetti più facilmente spendibili sul terreno della propaganda, lasciandone deliberatamente in ombra altri. Così i rappresentanti dell'Anm hanno lanciato alti lai rispetto ai tagli alla prescrizione per taluni reati, ma si sono ben guardati dall'evidenziare nella giusta maniera gli scandalosi effetti del regime della recidiva - su cui pure fino a ieri concordavano - ovvero l'altrettanto scandaloso allungamento dei termini prescrizionali per molti reati comuni e alcune categorie di imputati. In ordine a talune questioni i silenzi sono stati ancor più significativi delle parole. Nel variegato mondo della magistratura associata, fitto di correnti e di plurime voci che trovano largo spazio sui media, nella vasta coscienza collettiva di un così potente ordine dello stato, che talvolta guarda con giusto rigore al trattamento dei detenuti in altri Paesi, non una voce ha posto in dubbio il regime del 41 bis. Neppure si è registrato commento alcuno sull'aggressione a suo tempo subita da quei tribunali di sorveglianza che avevano osato interpretare la legge in maniera difforme dai desiderata dei politici, di destra e di sinistra, che siedono nella commissione antimafia. Evidentemente la magistratura italiana, a parole così gelosa della indipendenza della giurisdizione, valuta questo concetto secondo i criteri del politically correct, come dimostrato anche dal fatto che lascia correre, quando non partecipa direttamente, alla crocifissione ed all'insulto nei confronti di sentenze in base alla vulgata che ne danno i media. Né, infine, si è parlato della qualità della giurisdizione ovvero del recupero della collegialità per reati puniti con pene rilevanti. In questo contesto è caduta la presa di posizione dei più alti vertici della Cassazione che, prima ancora della promulgazione della legge Pecorella, in totale consonanza con l'Anm, hanno pubblicamente ribadito la loro avversione alla riforma e preannunciato l'intenzione di darne una interpretazione restrittiva. Questo fatto segna il punto di approdo di un atteggiamento sempre più invadente che, stavolta ex cathedra e nel pieno esercizio delle sue funzioni, la magistratura ha assunto con riguardo alla produzione legislativa. In questo caso non è più in discussione la libertà di espressione, o di critica, che ai singoli magistrati ed alle loro associazioni si deve garantire in questo caso si tratta della rivendicazione della pratica della resistenza interpretativa che tante volte ha caratterizzato l'atteggiamento di ampi settori della magistratura italiana, divenendo un freno alla affermazione delle scelte sistematiche operate dal legislatore. Ebbene, questo strappo alla legalità è stato apprezzato e condiviso nell'assise dei magistrati con perfetta identificazione tra il ruolo pubblico e quello privato che si riflette nell'attività associativa. Come già ricordato in un documento del marzo dello scorso anno, rimasto senza risposta, l'avvocatura penale non ha avuto un attimo di esitazione nel contrastare decisamente tutti gli episodi, e le iniziative legislative, che in qualche misura potessero limitare le legittime prerogative di autonomia ed indipendenza della magistratura. La magistratura associata a suo tempo ha anche trovato il modo di rendere riconoscimento di ciò, anche se oggi, sulla scorta di un rinnovato interesse nei suoi confronti se ne dimentica. Altro è però la tutela della indipendenza e della autonomia altro è la pretesa di esercitare un potere di veto ed una costante invasione di campo nei confronti della produzioni delle leggi. Di fronte ad un atteggiamento di questo genere l'avvocatura penale adotterà le più intransigenti iniziative di protesta a difesa delle leggi approvate dal parlamento. Quanto ai rapporti con l'avvocatura nel suo complesso, e nelle sue forme associative, l'Anm ha riesumato vecchi atteggiamenti rilanciando, da un lato, un'immagine falsa del difensore, visto come soggetto eminentemente impegnato solo a rallentare i tempi del processo, dall'altro lato scegliendo singoli interlocutori nel tentativo di dare una rappresentazione dell'avvocatura a propria immagine e somiglianza, e per ciò solo ben distante dalla realtà. Quanto a quest'ultima pratica si può ben dire che essa è inutile visto che le voci dell'avvocatura si misurano sulla base dell'effettiva rappresentanza e che questa a sua volta poggia sulla rispondenza delle attività associative con gli umori della maggioranza dei rappresentati. Il che rende vani gli aneliti di illustri rappresentanti dell'Anm che immaginano una avvocatura penale non unita sulla separazione delle carriere. Costoro si possono pure rasserenare finché i tribunali si bloccheranno per le astensioni fondate sulla battaglia per la terzietà del giudice ovvero per la richiesta di completamento del giusto processo, la ricerca di una avvocatura compiacente sarà esercizio vano. Esercizio vano ed anche foriero di amare sorprese nel caso in cui alcuni campioni di questo tipo di avvocatura, fino a ieri esibiti in convegni e riunioni come le icone della avvocatura amica, finiscano poi per essere candidati proprio da quei partiti che l'Anm identifica come avversari.