Il congresso forense alza la voce ma la politica finge di non sentire

Alpa legali delatori in nome dell'antiriciclaggio. Grillo leggi utili a tanti tranne che ai diritti dei cittadini. Giuggioli efficienza solo a parole. Assenti i leader di maggioranza e opposizione, Vietti invita ad aprire al nuovo e alla competitività

Al XXVIII Congresso nazionale forense, gli avvocati sfidano la politica, ma la politica non risponde. Dal Teatro Dal Verme di Milano, l'Avvocatura ha lanciato un appello ai due schieramenti perché non vuole più essere sottovalutata. Di fronte all'autorevole parterre - erano presenti in sala Michele Vietti, sottosegretario al ministero dell'Economia, Nino Lopresti, responsabile delle professioni di Alleanza nazionale, Massimo Brutti, responsabile Giustizia dei Democratici di sinistra, Pierluigi Mantini, responsabile professioni della Margherita, Ciro Riviezzo, presidente dell'Anm, Nicola Buccico, membro laico del Csm e Fernanda Contri, giudice costituzionale emerito - i rappresentanti degli avvocati non hanno certo risparmiato critiche sia nei confronti dell'attuale maggioranza ma anche verso chi aspira alla guida del Paese. E se Guido Alpa, presidente del Cnf, riferendosi alla direttiva antiriclaggio ha affermato senza mezzi termini che gli avvocati non possono essere trasformati in delatori , Michelina Grillo, presidente dell'Oua, ha parlato dell'esistenza di una lobby contro gli avvocati. Ma non solo, ha puntato l'indice anche contro l'assenza del premier Silvio Berlusconi e del candidato dell'Unione, Romano Prodi. Un'assenza che testimonia, ha continuato il leader dell'Organismo politico, la disattenzione della politica nei confronti del mondo forense. Paolo Giuggioli, presidente del Consiglio dell'Ordine di Milano ha sottolineato, invece, come sia singolare che una funzione essenziale per lo Stato, qual è la Giustizia, assorba meno risorse di qualsiasi altra attività. La relazione di Guido Alpa. Guido Alpa, presidente del Cnf, nella sua relazione qui leggibile nei documenti correlati ha posto l'attenzione sulla direttiva antiriciclaggio, che a suo avviso, trasformerebbe gli avvocati in delatori. Tuttavia, la Corte costituzionale del Belgio ha chiesto alla Corte di giustizia delle comunità europee di verificare la possibile incompatibilità della direttiva con principi costituzionali vigenti nell'Unione europea. Ma il leader Consiglio nazionale forense convinto che questa incompatibilità esista e sia palese e per questo, del resto il Cnf si è costituito davanti alla Corte, ha chiesto molto di più. Ha chiesto al Governo italiano di costituirsi accanto al Consiglio nazionale forense davanti alla Corte di giustizia europea per sostenere la nostra tesi e, soprattutto, per salvaguardare l'autonomia della professione forense . La relazione di Michelina Grillo. Sulla fantomatica lobby degli avvocati, Michelina Grillo, presidente dell'Oua ha le idee chiare non esiste, semmai esiste una lobby contro gli avvocati . Del resto, ha continuato la Grillo durante la sua relazione qui leggibile nei documenti correlati le mille leggi e leggine approvate in questi anni servono a tanti ma di sicuro non a riformare la giustizia, per renderla capace di tutelare i diritti dei cittadini, che è l'unica cosa che chiede il mondo forense. E ha incalzato L'assenza al Congresso nazionale forense, sebbene invitati, tanto del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, quanto del leader dell'opposizione, Romano Prodi sono la prova migliore della disattenzione del mondo politico. Del resto, ha concluso il presidente dell'Organismo politico, le vere lobby sono altre e vanno cercate tra coloro che hanno ritardato, come nel caso dell'Ordinamento giudiziario, o impedito, come nel caso della legge sulle professioni, l'approvazione di riforme moderne e non più rinviabili. La relazione di Paolo Giuggioli. L'intervento di Paolo Giuggioli relazione qui leggibile nei documenti correlati , presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Milano, ha messo in luce come sia singolare che una funzione essenziale per lo Stato, qual'è la Giustizia, assorba meno risorse delle altre attività. E' vero - ha aggiunto Giuggioli - che il numero di magistrati non è affatto ridotto, ma è anche vero che i mezzi di cui dispongono sono modesti . Del resto, la Giustizia, ha sostenuto il presidente del Consiglio dell'Ordine di Milano, reclama una politica che sia articolata in modo coerente per tendere allo snellimento dei processi e al miglioramento dell'efficienza della organizzativa. Tuttavia, ha concluso Paolo Giuggioli questa politica non può essere impostata dall'alto, con un'opera di astratta realizzazione, ma deve essere il frutto anche del contributo sia di coloro che amministrano la giustizia - e cioè i magistrati - sia degli avvocati chiamati a compiere gli atti processuali. Quello che è certo è che un'occasione è stata persa. La posizione dell'Aiga. Non ha disertato l'appuntamento l'Associazione italiana giovani avvocati che attraverso il presidente Valter Militi ha fatto sentire la sua voce. Non condivido l'atteggiamento del presidente dell'Oua - ha esordito Militi - che pur di mantenere una posizione di potere si impedisce all'Avvocatura di unirsi nella storica sede di confronto democratico il Congresso forense. Non potrò politicamente perdonare che il capo istituzionale dell'Avvocatura resti a guardare e non governi come dice di voler fare i processi di cambiamento. È preciso dovere di chi rappresenta istituzionalmente tutti noi ad operarsi affinchè il Congresso sia di tutta l'Avvocatura e non solo di chi si riconosce nell'Oua. È preciso dovere del Presidente del Cnf - ha concluso il presidente Aiga - che il Congresso sia l'espressione democratica di tutti gli avvocati italiani. Siamo convinti che oggi sia l'ultima chiamata per questo non l'abbiamo disertata ma anche per noi giovani avvocati questo è l'ultimo appello . Le reazioni del mondo politico. Sull'occasione perduta è d'accordo anche Michele Vietti, sottosegretario al ministero dell'Economia, che ha parlato del naufragio del progetto che portava il suo nome di riforma delle professioni, che aveva ottenuto l'avvallo di ben 29 Ordini, come di una grande sconfitta del Governo. Tuttavia, ha sottolineato la necessità che l'Avvocatura si apra al nuovo, altrimenti il rischio è che si arrivi in ritardo in un mondo sempre più competitivo. Per cui bisogna agire sull'accesso, sul tirocinio e sulla deontologia. Quanto al leitmotiv delle riforme, e del rapporto tra innovazioni legislative e ruolo della professione forense concorda con Guido Alpa, anche Fernanda Contri, giudice costituzionale emerito, sul fatto che siano temi che accompagnano costantemente la storia dell'Avvocatura. Tuttavia, per quanto riguarda la sentenza 402/05 della Corte costituzionale che ha sancito che la competenza in materia di Ordini professionali è del legislatore statale e non di quello regionale, ha sottolineato che non è una sua decisione, ma della Consulta. Nicola Buccico, invece, ha puntato l'indice contro il giudizio disciplinare caduto in disuso se non del tutto estinto. Del resto, ha continuato Buccico, i dati parlano chiaro l'attuale pendenza in secondo grado sfiora gli 80 procedimenti disciplinari a fronte di 195 Consigli dell'Ordine. Per cui è necessario l'impegno della politica ma anche del mondo forense. Che ci sia bisogno agire sul meccanismo giudiziario ne è convinto anche Massimo Brutti, responsabile Giustizia dei Ds, che ieri intervenendo al convegno ha sostenuto che quello che conta è far funzionare il sistema Giustizia. Del resto, la Giustizia italiana è ammalata di lentezza e di inefficienza condizioni che determinano la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni. Tuttavia, è necessario rispondere all'emergenza con un ragionevole confronto tra gli operatori della giustizia, ossia magistrati, avvocati, ma non solo. Occorre puntare sulla cultura giuridica delle Università. E ha messo in guardia Guai alla classe dirigente che non riesca ad interpretare gli input che provengono dal mondo delle professioni . Cristina Cappuccini

Oua XXVIII Congresso nazionale forense Il valore aggiunto dell'Avvocatura Milano 10-13 novembre 2005 Prima sessione di Paolo Giuggioli* Autorità, Eccellenze, Signore, Signori, Colleghi ed amici, rivolgo a Voi tutti il saluto mio e del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati che rappresento. Il tema scelto per questa assise congressuale Amministrare la Giustizia gli Avvocati per governare il cambiamento invoca riflessioni su aspetti in relazione ai quali urge la realizzazione di proficui risultati da un lato, appunto, l'amministrazione della Giustizia, dall'altro, il ruolo o, se vogliamo, la funzione degli avvocati nel processo di cambiamento che li riguarda. Senza voler anticipare quanto sarà trattato dagli illustri relatori di questo Convegno, consentitemi qualche riflessione sui punti nodali di queste giornate. È più che altro una sfida, la nostra, lanciata in occasione di questo Convegno promuovere, sostenere e quanto prima realizzare la riforma dell'ordinamento forense, attraverso l'aggiornamento e la rimodulazione delle disposizioni oggi in vigore per adattarle agli scenari economici e sociali all'interno dei quali oggi operiamo. Il mio auspicio per queste giornate assembleari è che si concretizzi la volontà di cambiamento che è maturata in seno all'Avvocatura, attraverso la realizzazione di quegli obiettivi che sono stati individuati anche durante il Congresso nazionale di Palermo. In quella sede, come sapete, si è parlato delle sfide dell'Avvocatura tra qualità, legalità e giustizia e si è chiarita la volontà dell'Avvocatura di presentarsi come voce autorevole, capace di lanciare un segnale forte al Parlamento e al Governo in relazione agli interventi di riforma del sistema-Giustizia italiano e degli ordini professionali. Le conclusioni del congresso del 2003 hanno messo in evidenza la concreta possibilità di questo scopo. Adesso non si può più parlare semplicemente di possibilità , ma di concreta realizzazione . Dare ampio spazio al tema della Giustizia, come si è appunto voluto fare per questo Convegno di Milano, implica il richiamo ad alcuni punti che possono costituire la bussola dei nostri lavori. Il primo punto fermo è costituito dal ruolo dell'Avvocatura nel processo di riforma strutturale che la vede oggigiorno protagonista. L'Avvocatura non ha avuto, come avrebbe meritato, una sua autonoma considerazione nelle recenti proposte di riforma della disciplina professionale. Ritengo, in proposito, che la professione forense sia un tassello di grande rilievo di un progetto riformatore delle professioni. È noto a tutti, del resto, che il dato dell'esponenziale incremento degli iscritti agli albi induce a domandarsi se esistano le condizioni per svolgere la delicata funzione cui noi avvocati siamo chiamati. Mi riferisco qui specialmente al lavoro diretto alla diffusione della legalità e della conoscenza del diritto nella società, contribuendo - come si legge nel Preambolo del Codice deontologico - alla attuazione dell'ordinamento per i fini della giustizia. Sulla questione dell'accesso alla professione bisogna senz'altro riflettere in questa sede. È urgente una messa a punto di un sistema di controllo degli accessi, che però non può essere solo quantitativo per esempio, attraverso l'introduzione del numero chiuso , ma deve invece puntare sul momento formativo è necessaria, infatti, un'attività formativa che sia allo stesso tempo teorica e pratica ed improntata a criteri selettivi e qualificanti, come base da cui far discendere il controllo quantitativo. Un filtro di tipo selettivo potrebbe essere il rafforzamento della rete delle scuole forensi, le quali offrono non solo corsi teorici, ma anche esercitazioni pratiche ed analisi di casi concreti. Occorre una legge che regoli queste scuole, ne estenda la presenza su tutto il territorio nazionale e che garantisca un livello culturale e professionale elevato, attribuendo al diploma finale un valore concreto. È mia convinzione che questa formazione superiore debba essere obbligatoria per tutti i futuri professionisti del diritto, come lo è già, con le scuole universitarie, per i futuri magistrati e per i futuri notai, con le scuole di notariato presso tutti i grandi centri. È evidente che, se ciò fosse realizzato in concreto, il sistema avrebbe posto un importante filtro selettivo. Dagli elementi messi in luce finora, scaturisce l'esigenza per noi avvocati di riflettere in queste giornate congressuali anche sul nostro grado di preparazione e sul nostro comportamento professionale. Dobbiamo, cioè, riflettere sull'importanza dei percorsi formativi e di aggiornamento, oltre che sull' importanza dei precetti deontologici e sul loro adeguamento al progresso sociale. Un altro filtro selettivo deve essere necessariamente la pratica professionale, che va coordinata con lo studio teorico, ma che deve essere soprattutto effettiva, ovverosia compiuta negli studi e nelle udienze dove si svolge la professione. Prima ancora del legislatore, sono gli ordini, nella loro autonomia organizzativa e disciplinare, che devono intervenire e controllare regolarmente e seriamente che la pratica prepari i giovani futuri avvocati allo svolgimento della professione, al fine di garantire un elevato livello tecnico, culturale e deontologico dei giovani avvocati. Ma gli Ordini devono anche garantire la formazione permanente di tutti gli avvocati, di qualsiasi età l'aggiornamento costante degli iscritti agli albi deve, cioè, essere obbligatorio. Questa obbligatorietà, tuttavia, non deve essere recepita dall'avvocato come un qualcosa di negativo, al contrario la promozione di un sistema di certificazione che attesti la preparazione del professionista, specialmente sulle più recenti riforme intervenute in tutti i settori del diritto, significa garantire ai cittadini la qualità e la professionalità della prestazione. Al contempo, evita un livellamento verso il basso non tanto della qualità, quanto dell'ambito di azione della professione. Di fronte ad un mercato professionale reso asfittico e più selvaggio dalla crescente concorrenza, la professione forense dovrebbe recuperare terreno nel lavoro stragiudiziale legato alla dimensione globale delle relazioni economiche e nella consulenza legale. Sulla consulenza, in particolare, mi sento di spendere qualche parola in più. Come ho più volte sostenuto, occorre una regolamentazione più precisa e incisiva delle competenze sull'attività stragiudiziale che riconosca esplicitamente tali competenze in favore dell'avvocatura e che si basi su un sistema di qualificazione e certificazione all'esercizio della consulenza, alla cui gestione e controllo devono essere preposti gli ordini professionali. Solo in questo modo - riservando cioè a noi avvocati, la consulenza e le attività stragiudiziali e garantendo, attraverso il controllo degli ordini, i requisiti di capacità, di competenza e di correttezza professionale - può essere garantita l'effettiva tutela dei diritti dei cittadini e, secondariamente, la prevenzione delle controversie. Il secondo punto fermo di questo Congresso è costituito dalle sfide che l'Avvocatura deve raccogliere. Mi riferisco, in particolare, ai progetti di riforma delle libere professioni che si susseguono incessantemente nel nostro Paese senza approdare ad una conclusione concreta e soddisfacente, e pure alle iniziative della Comunità europea che puntano il dito contro l'esistenza stessa e la funzione del sistema ordinistico da ultimo, quella relativa all'abbattimento del sistema tariffario . È soprattutto la Commissione europea, nelle sue comunicazioni, a indicare come problematici e contrari al principio della libera prestazione dei servizi l'accesso alla professione forense, l'esistenza di tariffe, le limitazioni alla pubblicità, persino la giurisdizione domestica . Sulla scia della Commissione, l'Antitrust italiana incentra le sue relazioni annuali specialmente sul tema della restrizioni alla pubblicità degli avvocati, sottolineandone i benefici che possono derivare agli avvocati in termini di confronto concorrenziale e di miglioramento delle asimmetrie informative, e anche sul tema dei minimi tariffari ritenendoli non riconducibili al perseguimento dell'interesse generale . Per rispondere alle obiezioni contro il sistema tariffario credo sia fondamentale sottolineare, in primo luogo, che le tariffe degli avvocati sono sottoposte al parere del Consiglio di Stato e al Governo, il quale le promulga sulla base dell'attenta valutazione dell'interesse pubblico. Una procedura, questa, ritenuta dalla Corte di Giustizia compatibile con l'ordinamento comunitario nella nota sentenza Arduino. In secondo luogo, il solo fatto che in Italia si siano stabiliti molti avvocati stranieri che non lamentano disparità di trattamento mi induce a respingere le accuse. In terzo luogo, il sistema tariffario presenta, a ben vedere, alcuni vantaggi assicura la qualità della prestazione e impedisce una fuga verso il basso dei prezzi delle singole prestazioni, che renderebbe oltretutto difficoltoso un controllo da parte degli organi disciplinari e porterebbe il caos all'interno del mercato previene poi l'accaparramento di clientela ancora, previene eventuali conflitti di interesse tra l'avvocato e l'assistito, sottraendo il primo al patto di quota lite infine, la previsione dei minimi tariffari nell'attività giudiziale dell'avvocato è funzionale al principio di soccombenza, che è un principio-cardine dell'effettività della tutela giurisdizionale dei diritti. Per tutte le suddette ragioni il sistema tariffario presenta una valenza protettiva di valori superiori e collettivi che le istituzioni comunitarie e il Garante per la concorrenza non possono ignorare e che l'Avvocatura è chiamata a difendere strenuamente, oggi più che mai. Sulla questione della pubblicità occorre riflettere sui futuri, possibili miglioramenti della disciplina come sapete, è attualmente in corso una complessiva revisione del nostro codice deontologico, attenta alle esigenze di maggiore libertà informativa espresse in ambito comunitario dal CCBE e al contempo volta al rafforzamento del controllo deontologico, nella convinzione con la quale concordo pienamente che una limitazione preventiva sia preferibile ad un controllo repressivo ex post. Sul punto, ritengo che gli ordini professionali debbano aumentare i controlli sulle potenziali violazioni ai canoni dell'articolo 17 del Codice, e che si debbano elaborare a livello nazionale delle linee-guida più dettagliate sia dell'operato dei professionisti sia della tipologia di controllo da effettuarsi in questo ambito. Piuttosto che drammatizzare il problema della sopravvivenza del sistema ordinistico nel più ampio contesto europeo, dobbiamo affrontarlo con le armi della critica e della ragione. Quello del rapporto tra il diritto nazionale e il diritto comunitario è uno dei nuovi temi che si propongono all'attenzione di questo Congresso il diritto sopranazionale ? sempre più esteso nei contenuti, sulla formazione delle nostre leggi e sull'amministrazione della giustizia ? mira alla realizzazione di un sistema deontologico e professionale europeo, che ci obbliga a mutamenti ai quali finora abbiamo resistito, e continuiamo a resistere non per timore che qualche nostro particolare interesse di prestigio economico e sociale possa essere pregiudicato, bensì in difesa - lo sottolineo - di quei motivi di interesse pubblico che la Commissione europea, invece, reputa non soddisfatto dall'attuale assetto della professione forense. Per attrezzarsi di fronte a questi indirizzi , che paiono in qualche modo mettere in discussione i capisaldi della professione forense, l'Avvocatura italiana ha bisogno di un forte impulso innovativo, attraverso sia l'assimilazione delle più efficienti procedure organizzative e di lavoro, sia l'utilizzo delle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione. Ma soprattutto l'Avvocatura, nel realizzare il suo progetto politico, deve avere come obiettivo concreto la riforma della professione, la quale si colloca nel più vasto ambito della riforma delle professioni intellettuali. Quest'ultima risulta oggi quanto mai difficoltosa proprio in considerazione del conflitto tra le varie sedi propositive e le competenze per la sua elaborazione, nonché del tentativo di mettere in discussione la centralità dell'organizzazione ordinistica come strumento che garantisca l'operato dei suoi membri agli occhi della collettività. È quanto mai necessario affrontare e superare in queste giornate congressuali le ormai purtroppo consolidate fratture in seno all'avvocatura, affinché questa Assemblea si esprima in maniera efficace ed incisiva rispetto alle scelte della professione e alle necessità della giustizia. Il continuo rimpallo tra cause processuali, tecnico-organizzative e deontologiche utilizzate per spiegare i mali che affliggono la giustizia italiana certamente non giova all'immagine della quale noi avvocati godiamo nella società. Occorre qui fare un minimo di auto-critica e proporre soluzioni pragmatiche e realistiche ai problemi che affronteremo in queste giornate congressuali, avendo però ben presente l'essenza della funzione dell'Avvocatura. Non si tratta di pura retorica, ma di uno sforzo per recuperare i valori forse un po' offuscati dalle critiche alle quali è sottoposta di una tradizione millenaria, in una fase di profondi cambiamenti sociali ed economici e di ampliamento del mercato su scala globale. Nel settore dei servizi legali, al processo di internazionalizzazione delle attività si affianca anche un nuovo modo di lavorare. Si pone, quindi, il problema di adeguare la capacità di operare con professionalità alle nuove sfide dettate dal mercato, adottando nuovi strumenti di azione e nuovi modelli organizzativi mutuati dalle aziende, secondo metodologie adeguate e con l'ausilio delle più efficienti tecnologie. Il terzo punto fermo del Congresso è rappresentato dal contributo dell'avvocatura alla giustizia. In proposito, ritengo importante che si giunga ad una ispirazione unitaria delle misure sulla giustizia, la quale contribuirebbe in maniera decisiva alla praticabilità delle riforme, alla loro condivisibilità e qualità. Per fare ciò, occorre valorizzare le sparse esperienze di noi avvocati in relazione all'applicazione del diritto, e rendere così più efficace l'azione propositiva svolta finora, sia a livello locale sia a livello nazionale, contro i tempi eccessivi della giustizia e l'abnorme carico del contenzioso. La giustizia civile istituzionale non sembra aver avuto sostanziale giovamento dalle innovazioni apportate negli ultimi anni, anzi l'aumento della conflittualità e delle controversie è una delle cause che hanno messo in crisi la giustizia moderna e che hanno portato a quella che molti definiscono fuga dalla giustizia , ossia il ricorso agli strumenti di risoluzione delle controversie alternativi al processo. I motivi inflattivi non sono ovviamente gli unici responsabili dei ritardi della giustizia, ma vanno tenuti in conto. Sulle ADR si è detto molto non sono mancati, da un lato, dubbi circa la loro efficacia ai fini della riduzione dei tempi processuali e si è insistito in particolar modo sui rischi di tale ricorso, se non disciplinato e accuratamente preparato dall'altro, non sono mancati progetti di legge che mirano a potenziare il ricorso alle alternative soprattutto alla conciliazione stragiudiziale per risolvere molti problemi che affliggono la giustizia civile, tenuto conto che nel Libro verde della Commissione europea sui modi alternativi del 2002 si parla del ruolo delle ADR come strumento al servizio della pace sociale . Senza voler entrare nello specifico del loro funzionamento, mi si permetta una considerazione generale nel concetto stesso di alternativa al processo è implicita l'idea della possibilità di scelta equivalente tra la giustizia formale del processo e quella informale delle alternative ad esso, fiduciosi di poter ottenere in entrambi i casi lo stesso livello di tutela dei nostri diritti. Non mi pare che questo sia il caso italiano parliamo pure di alternative al processo, ma non dimentichiamoci del processo! Favoriamo pure questi strumenti, senza però lasciare intuire ai cittadini che, di fronte ad un processo che non funziona, l'unica possibilità di ottenere una soluzione rapida ed efficace delle controversie sia evitare le aule giudiziarie. Tutti noi sappiamo bene che la giustizia è un servizio dovuto secondo un principio costituzionale che attiene all'esercizio di uno dei poteri dello Stato. Ne deriva che un sistema-giustizia non funzionante, quale è quello italiano, non solo si delegittima, ma delegittima anche lo Stato, ingenerando e amplificando, da un lato, la generale sensazione di sfiducia dell'opinione pubblica, mentre dall'altro desta una forte preoccupazione tra noi operatori del diritto. L'obiettivo di rinnovare la giustizia italiana e assicurare così la ragionevole durata dei processi reclama una politica articolata in maniera coerente su diversi piani lo snellimento e la semplificazione del processo civile come di quello penale il miglioramento dell'efficienza e del rendimento dell'organizzazione giudiziaria una modifica della stessa distribuzione geografica degli uffici giudiziari, in modo da distribuire le risorse sul territorio italiano in maniera più razionale di quanto avvenga finora. Ebbene, non credo che tutto ciò possa essere affidato ad una opera astratta di razionalizzazione delle procedure e degli apparati della giustizia o, meglio, a questo solo elemento piuttosto, occorrerà anche stimolare il contributo professionale e personale, in altre parole il valore aggiunto che coloro che amministrano la giustizia ? e cioè i magistrati, ma anche degli avvocati, chiamati a compiere gli atti processuali ?, possono dare ad una giustizia efficace e rinnovata. Se davvero si vuole procedere ? come credo sia necessario ? ad un effettivo rinnovamento dello statuto della magistratura, occorre presto individuare la giusta strada da percorrere l'indipendenza dei magistrati deve coniugarsi con la crescita di efficienza e di tempestività del servizio giustizia. È necessario, dunque, fissare nuove criteri che possano costituire il nucleo professionale di un nuovo, moderno ordinamento giudiziario, più agile e più efficiente. Per individuare le cause profonde della crisi della giustizia, e dunque per poter proporre delle soluzioni ragionevoli, difettiamo ancora, senza dubbio, di molti elementi essenziali. Di certo è singolare che questa funzione primaria di giustizia dello Stato assorba meno risorse di qualsiasi altra è vero che il numero di magistrati in Italia non è affatto ridotto, ma è anche vero che i mezzi di cui essi dispongono sono modesti, se posti in relazione ai difficili compiti che sono chiamati a svolgere. Ancora, è vero che si registrano delle difformità nella distribuzione del lavoro fra i magistrati e che sono stati finora deboli gli strumenti di controllo del loro operato è, infatti, recentissima la disposizione che prevede la tipizzazione degli illeciti disciplinari dei magistrati , ma è altrettanto vero che tali differenze nel carico di lavoro dipendono soprattutto da disfunzioni organizzative esistenti tanto a livello locale, quanto a livello nazionale. Di fronte all'urgenza di razionalizzare il lavoro dei giudici, il legislatore dovrebbe procedere ad una riforma complessiva, nella quale si diano risposte complete alle problematiche appena messe in luce. È, per esempio, un'occasione persa l'avere abbandonato, per ragioni di bilancio, l'istituzione dell'Ufficio del giudice e dell'Ausiliario del giudice. I relativi costi potrebbero essere infatti contenuti prevedendo che le funzioni di ausiliario siano svolte da giovani praticanti, con equiparazione di tale attività, da svolgere per uno o due anni, alla pratica professionale. Si tratta, infatti, di attività tecnico-giuridiche, di ricerca dottrinale e giurisprudenziale e di assistenza al magistrato dall'organizzazione delle udienze fino all'espletamento di compiti successivi all'emanazione della sentenza che certamente arricchiscono di un'esperienza altamente qualificante il giovane che si affaccia al mercato professionale. Che cosa dire poi dell'Avvocatura nel suo rapporto con la giustizia dei tribunali? Spesso, troppo spesso, noi avvocati siamo ritenuti colpevoli del basso indice di conciliazioni giudiziali nelle cause civili ordinarie, nell'erronea convinzione che tale indice dipenda dal nostro scarso impegno o persino dall'interesse - falso - di prolungare la durata delle liti! Credo che gli ordini forensi debbano convincere l'opinione pubblica del fatto che prestare un servizio qualificato tanto dal punto di vista tecnico, quanto da quello deontologico possa limitare il contenzioso, se non addirittura prevenire le liti giudiziarie, così offrendo un contributo indiretto al sistema della giustizia, ma non per questo meno importante. Per concludere sono convinto che sia questo il valore aggiunto dell'Avvocatura la consapevolezza di essere una categoria preparata e qualificata per svolgere la propria missione in difesa dei diritti dei cittadini, della legalità e del corretto funzionamento della giustizia, dimostrando di essere la forza sociale che può contribuire in maniera decisiva a risolvere il problema giustizia . Grazie per l'attenzione. *Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Milano 5

Oua XXVIII Congresso nazionale forense 1Amministrare la Giustizia gli Avvocati per governare il cambiamento Milano 10-13 novembre 2005 Prima sessione di Guido Alpa* 1. Premessa Ci sono corsi e ricorsi anche nella scelta dei temi congressuali e nei modi in cui l'Avvocatura rappresenta sé stessa e organizza il proprio ruolo istituzionale. E vi sono autentiche svolte nella evoluzione della professione forense, determinate da fattori endogeni e da fattori esogeni. I congressi dell'Avvocatura costituiscono una occasione straordinaria per cogliere i segni dei tempi, per riflettere sulla lezione del passato e per analizzare con lucidità e capacità di penetrazione la situazione presente. Sono anche l'occasione per meditare come si possano modificare le regole stesse che disciplinano la professione per quelle che spettano al legislatore, si tratta di proporre principi o testi articolati, ponendosi in un rapporto dialettico con il Parlamento e il Governo per quelle che spettano agli Ordini, e sono di natura deontologica, si tratta più semplicemente di concertare con tutti i loro esponenti le modificazioni e gli adattamenti ritenuti più appropriati. La storia dell'Avvocatura è significativa a questo riguardo, perché ci documenta che - salvo un breve periodo, durato però solo un decennio - gli avvocati hanno avuto l'abilità e l'esperienza di provvedere a scrivere da sé le regole destinate a disciplinare la professione forense sia le regole primarie, sia le regole deontologiche. Negli anni Cinquanta lo stesso Calamandrei, in allora presidente del CNF, era stato richiesto di presiedere una commissione per la riforma del Consiglio nazionale forense, e se ne era fatto latore al ministro della Giustiziai. Ma ciò che mi sembra altrettanto significativo è che, quante volte gli avvocati hanno discusso delle regole che li riguardavano, non hanno mai trascurato di occuparsi del contesto nel quale quelle regole avrebbero operato, non hanno mai ignorato le riforme introdotte per ammodernare il Paese, non hanno mai difeso una autoreferenzialità fine a se stessa. Proprio un anno fa, a Bari, il Consiglio Nazionale Forense ha celebrato il CXXX anniversario della istituzione degli Ordini, e richiamato l'attenzione dell'Avvocatura sui valori e le finalità della prima legge professionale, approvata nel 1874ii. Quella legge, che ha costituito il punto di avvio di tutta la legislazione statuale che riguarda le professioni intellettuali - perché, vorrei sottolinearlo con orgoglio, la professione degli avvocati e dei procuratori è stata la prima professione, rispetto a tutte le altre professioni intellettuali, ad ottenere riconoscimenti e garanzie - era stata preparata dalla discussione che gli avvocati dell'epoca avevano condotto al Primo Congresso giuridico italiano, tenutosi a Roma dal 25 novembre all'8 dicembre del 1872.iii. Pur essendo il primo congresso dell'Italia unita, in cui professionisti provenienti da varie regioni italiane portatori di sistemi giuridici con origini e culture tra loro differenti, intendevano discutere delle linee direttrici della loro professione, il tema centrale posto all'attenzione degli intervenuti non era quello della disciplina della professione, ma piuttosto quello delle riforme che il Parlamento aveva appena varato. Le riforme ne avevano fatto parte dominante e si trattò infatti del codice di procedura civile, del processo penale, dell'ordinamento giudiziario, delle pene, dei confini tra giurisdizione civile e potere amministrativo. Le nuove regole da assegnare alla professione forense erano inserite in un contesto più ampio di natura giuridico-istituzionale. Era un segno politico che si prestava a diverse letture, ma, prima di tutto, comunicava a tutti gli interessati un messaggio di straordinaria importanza l'Avvocatura si assumeva la responsabilità politica, istituzionale e tecnica, di orientare il Paese, che risentiva ancora della sua fragile unità, nel difficile percorso verso la edificazione del nuovo ordinamento giuridico. In altre parole, già agli albori della disciplina della professione le questioni concernenti l'accesso, lo svolgimento e il controllo dell'attività degli Avvocati erano coniugate con le regole di amministrazione della giustizia e con il ruolo istituzionale e quindi sociale che la categoria intendeva assolvere nel Paese. Anche il Primo Congresso giuridico italiano, celebrato nei giorni 5-9 ottobre 1932iv offre motivi di riflessione. Anche in questo caso le relazioni riflettevano il ruolo che l'Avvocatura si assegnava nella edificazione dell'impianto costituzionale e corporativo del nuovo regime. Le regole della professione erano incluse, direi assorbite nel sistema corporativo, ma gli avvocati avevano chiamato prestigiosi giuristi a discutere di ordinamento degli istituti giudiziari D'Amelio , di diritto costituzionale Panunzio , di diritto corporativo Costamagna , di diritto e procedura penale Aloisi , di prevenzione e pena Longhi , di riforme penitenziarie Novelli . E non avevano trascurato i temi centrali della convivenza civile quali la famiglia, con la relazione di Gaetano Grisostomi Marini, la proprietà, con la relazione di Filippo Vassalli, il diritto d'autore e di invenzione, con Eduardo Piola Caselli e la riforma delle leggi commerciali con Cesare Vivante. Anche in questo caso le regole della professione forense, in allora inserite nell'ordinamento corporativo, costituiscono solo un frammento del mosaico di relazioni e interventi oggetto del Congresso, e fanno parte integrante di un disegno più ampio, vòlto a ricostruire i profili essenziali del nuovo diritto. Insomma, il tema delle riforme, e del rapporto tra innovazioni legislative e ruolo della professione forense è un leitmotiv che accompagna nel corso del tempo la storia dell'Avvocatura letta attraverso i suoi congressiv. Ne è riprova, ancora, il Primo Congresso nazionale giuridico-forense tenutosi a Firenze nei giorni 19-22 settembre 1947, sotto la presidenza di Vittorio Emanuele Orlando e la vice-presidenza dell'allora Presidente del CNF Piero Calamandrei. Ebbene, anche in quella occasione, fondamentale per il rinnovo del patto costituzionale e quindi per il ruolo svolto dall'Avvocatura nell'Italia democratica e repubblicana, gli avvocati discutono di riforme della legge professionale, con Di Paola, del gratuito patrocinio, con Baldi-Papini, del codice di procedura civile, con Carnacini e Brunori, del codice di procedura penale, con Leone, Pacchi e Querci, di previdenza e assistenza, con Italia, di professione e rapporti fiscali, con Albenzo. Già si avverte, nella scelta dei temi, che si sta delineando una nuova concezione dell'Avvocatura, più dinamica e moderna. Non si pensa solo alle regole professionali, non si pensa solo alle riforme fondamentali, ma si pensa anche alla professione come ad un lavoro, un lavoro che implica un gettito fiscale, un lavoro che implica sicurezza nella malattia e nella vecchiaia. Di congresso in congresso si trascina anche un altro problema, irrisolto, combattuto, dilaniante in certi momenti quello della rappresentanza degli avvocati. È dal 1872 che se ne parla, e il tema vive alterne fortune. Certo, è un tema che ha la sua rilevanza, ma solo di tipo organizzativo. Perché ciò che oggi - e siamo ad un nuovo appuntamento - ci deve preoccupare è come affrontare le sfide della modernità e come governare il cambiamentovi. La svolta del Millennio ha comportato una svolta anche nella concezione della professione forense. Per la verità, l'impulso a modificare le regole non è provenuto dall'interno, ma dall'esterno da alcune Direzioni Generali della Commissione europea, da istituzioni e ambienti imprenditoriali, da studiosi di economia, e anche da qualche studioso di diritto o da associazioni di avvocati. Vi sono poi fatti economici che incidono sulla nostra professione, come la concorrenza degli studi stranieri, problemi di natura strutturale, come l'elefantiasi della categoria, problemi di natura burocratica, come l'iscrizione all'albo di avvocati che non esercitano la professione, problemi di definizione di regole congrue per l'esame di abilitazione. Ed ancora problemi di natura istituzionale, che riguardano i rapporti con le altre istituzioni del Paese, in primis il Parlamento e il Governo, le altre professioni, le organizzazioni rappresentative delle banche e delle assicurazioni, dei consumatori, e così viavii. In questo contesto, l'avvocato e l'Avvocatura in generale si trovano a fronteggiare anche gli effetti di una crisi che potremmo ormai considerare endemica, della amministrazione della giustizia. Il titolo di questo congresso coniuga appunto i due problemi di fondo il ruolo che l'Avvocatura intende svolgere nel migliorare il sistema di amministrazione della giustizia, essendo la difesa civile, penale, amministrativa e tributaria al tempo stesso la funzione essenziale dell'avvocato e la sua fonte di sostentamento, e il cambiamento di quel sistema - in crisi da ormai troppo tempo - ma anche il cambiamento della mentalità, dei modi di essere, dei modi di lavorare e di aggregarsi degli avvocati nel mondo ormai globalizzato. Sono temi di grande momento, che possono apparire vasti e complessi. Ed in effetti lo sono questa è una delle ragioni, tra le molte, che hanno suggerito di articolare il congresso in due fasi, l'una a Milano e l'altra a Roma, per far sì che il cambiamento, nelle forme e nei modi che saranno discussi e decisi, avvenga in modo graduale, non traumatico, soprattutto funzionale agli scopi che intendiamo raggiungere. Per la individuazione degli scopi è presto detto - mantenere saldi i principi di autonomia e indipendenza dell'Avvocatura - conservare l'autodichìa, la funzione giurisdizionale esclusiva in materia deontologica e il compito di dettare regole comportamentali non assoggettate ad alcuna approvazione esterna, trattandosi di regole giuridiche di natura primaria non potendosi perciò accettare né un ritorno ad un passato ormai lontano né l'emissione dei cosiddetti membri laici negli organi giudicanti noi non siamo pubblici impiegati come i magistrati, né siamo divisi in correnti politicamente orientate le convinzioni politiche restano - per l'avvocato - in interiore homine e non incidono né sulla funzione giudicante né sulle altre funzioni assolte dagli Ordini e dal CNF - rinvigorire le funzioni istituzionali del CNF in materia di consulenza alle istituzioni e di proposta legislativa - individuare le regole per rendere trasparente e più intelligibile l'applicazione delle tariffe individuare le regole per coniugare le esigenze di adeguata remunerazione e di libertà di circolazione dei servizi in materia di consulenza legale - proporre la riserva di consulenza legale per le materie afferenti la disciplina dell'antiriciclaggio - promuovere l'aggregazione degli avvocati in studi polifunzionali al fine di raggiungere economie di scala - promuovere la cancellazione dagli albi di quanti non esercitando la professione o trovandosi in situazioni di incompatibilità, affollano la categoria causandone il discredito - controllare quanti privilegiano l'apparenza sulla realtà e vanno in cerca di una notorietà non suffragata dalla qualità - introdurre regole appropriate per la selezione dei giovani che intendano accedere alla professione in modo da eliminare le disparità di valutazione che rischiano di trasformare l'esame di abilitazione in una lotteria forense - migliorare la qualità della prestazione professionale attraverso corsi, incontri, seminari di aggiornamento e modalità di certificazioneviii - migliorare la progettualità - rimuovere le persistenti occasioni di discriminazione e promuovere le pari opportunità - promuovere l'assicurazione della responsabilità professionale - sostenere gli Ordini nella organizzazione delle Scuole forensi - promuovere il coordinamento di tutte le componenti dell'Avvocatura secondo un quadro di obiettivi condivisi che riservi a ciascuna componente, nell'ambito della sua libertà d'azione, compiti e modalità di intervento. Sarebbe altresì utile, per risolvere tanti pregiudizi, effettuare una accurata ricerca sociologica riguardante la formazione culturale, l'estrazione sociale, la trasmissione dell'esperienza e degli studi professionali, in modo da documentare come l'alto numero degli iscritti e i mutamenti che si sono avvicendati nel Paese escludono qualsiasi paternalismo o familismo nell'accesso alla professione e nella carriera dell'avvocato. Dobbiamo peraltro ricordare, a chi imputa alla nostra professione di essere gerontocratica, che l'esperienza del giurista si affina col tempo, che la conoscenza si accresce con l'aggiornamento continuo, che chi è componente del CNF partecipa ad una giurisdizione superiore a cui si può accedere solo mediante l'iscrizione all'albo dei Cassazionisti. 2. Le sfide dell'Avvocatura Sono obiettivi ambiziosi, che tuttavia si debbono raggiungere tutti contemporaneamente ciascuno di loro ha tempi e modi di realizzazione, e diversi protagonisti. In un clima di serena collaborazione dobbiamo sperare di raggiungerli. È un imperativo categorico che mette in gioco la nostra competenza e la nostra responsabilità. Innanzitutto dobbiamo partire dalla situazione in cui versa l'Avvocatura. Il futuro che si apre alla professione forense è irto di difficoltà. Tra le tante, val la pena di considerare la situazione istituzionale, perché il regime delle professioni e quello della professione forense in particolare, è in corso di definizione, e non se ne possono attualmente presagire i risultati. Di natura organizzativa, perché gli studi professionali sono chiamati a rivedere le loro dimensioni, a promuovere associazioni e società, ad imprimere al loro assetto caratteri imprenditoriali . Di natura internazionale, perché la concorrenza degli studi stranieri - proprio perché la stagione delle privatizzazioni sembra volgere al termine - è divenuta sempre più incalzante, invadendo spazi fino a poco tempo fa ritenuti domestici . Di natura processuale, perché le riforme già attuate, come quella societaria, quelle in corso, come quella dell'intermediazione finanziaria, a cui si aggiungono le modifiche alle competenze territoriali e per materia, le prospettive di ulteriore riforma dei procedimenti civili, un più esteso impiego delle tecniche informatiche, implicano un rapido aggiornamento ed un adattamento alle novità. Anche l'attuale congiuntura economica non agevola gli avvocati che esercitano la loro attività in formazione tradizionale, di tipo familiare o comunque con studi di piccole dimensioni, ma neppure gli studi di media o grande dimensione, le cui spese di struttura e di personale costituiscono una cospicua incidenza sui profitti. Ma l'Avvocatura ha saputo fronteggiare, con capacità prospettica, con determinazione e inventiva, e con riconosciuta competenza, situazioni anche peggiori di quella che si sta delineando. D'altra parte si può rilevare che alcuni dei progetti legislativi di riforma delle professioni o della stessa professione forense sono miopi perché tendono a modellare le regole sulle mega-strutture ignorando che esse costituiscono una percentuale marginale degli studi professionali anche se primeggiano nella consistenza del loro fatturato. Ma ciò non ha nulla a che vedere con il grado di qualità delle prestazioni o con le occasioni di lavoro, mentre concerne il tipo di operazioni che sono seguite, incentrate su materie di alta alchimia societaria e di intermediazione finanziaria, che di per sé naturalmente postulano l'impiego di grandi capitali, l'effettuazione di operazioni in Paesi esteri, i contatti con le migliori piazze finanziarie e con le più rinomate Camere arbitrali. Non si può pretendere che tutti gli avvocati siano valutati secondo il numero di concentrazioni societarie, di ammissioni in borsa, di scalate o di cartolarizzazioni che hanno effettuato in un certo periodo di tempo. Piuttosto dobbiamo fare il percorso inverso e fare in modo che tutti gli avvocati possano acquisire una preparazione, una specializzazione, una competenza che consentano loro di migliorare sia gli ambiti d'intervento professionale sia la loro capacità di reddito. Per volgere in bonam partem questo discorso, si deve considerare che l'evoluzione dell'ordinamento apre sempre più numerosi spazi professionali all'Avvocatura. Se è vero, come da tante parti si è autorevolmente sostenuto, che viviamo nell'età dei diritti, la difesa dei diritti nuovi appartiene esclusivamente alle funzioni dell'avvocato. Per quanto riguarda, ad esempio, i settori di competenza degli organi comunitari, si stanno moltiplicando le direttive e i regolamenti, introdotti non solo per semplificare una legislazione ormai intricatissima e complessa, ma anche per estendere il controllo dei rapporti transnazionali e per agevolare la cooperazione giudiziaria il che implica una ulteriore occasione di difesa, questa volta riguardante i rapporti economici. Si considerino ancora i diritti della persona, collegati alla protezione dei dati personali e alla sempre più diffusa aggressività dei media. Si considerino i diritti dei consumatori, esposti alle clausole vessatorie, a pratiche commerciali poco trasparenti, alla diffusione di messaggi commerciali, di prodotti e servizi non sempre in linea con la legislazione di derivazione comunitaria. Si pensi all'ambiente e alle biotecnologie, che hanno cessato di appartenere a nicchie di settore, per investire la vita quotidiana di ogni cittadino. Si pensi alla protezione dei risparmiatori. Si pensi ancora alla protezione del diritto d'autore, delle new properties , e alla circolazione di informazioni inesatte. Ma si consideri anche l'attività d'impresa, che si avvale dell'avvocato per una consulenza che richiede, nella sua sofisticata elaborazione, una competenza giuridica specifica, e non soltanto generica o di complemento la riorganizzazione delle strutture societarie, la costituzione di enti strumentali per l'esercizio di attività economiche, la definizione dei rapporti con fornitori e distributori di prodotti e servizi, l'allestimento della partecipazione alle gare, la gestione dei rapporti esterni, la redazione di modelli contrattuali, la costruzione di nuovi tipi contrattuali, il governo delle esternalità dannose, l'acquisizione delle risorse finanziarie, la verifica dei bilanci, sono tutte attività, tra le tante, che hanno accresciuto l'esigenza di rivolgersi ad un avvocato o ad un team di professionisti, per poter ottenere, in via stragiudiziale, prestazioni efficienti e risolutive. E che dire dei nuovi assetti dei rapporti familiari, delle nuove figure di danno, del nuovo modo di atteggiarsi dei rapporti con la pubblica Amministrazione? E per ragionare sulle fonti che escono rafforzate dal nuovo assetto costituzionale, come destreggiarsi con il diritto regionale che - salvi i confini con il diritto statuale - via via acquisterà rilevanza? Anche le tecniche di risoluzione stragiudiziale delle controversie, sulle quali così tanto insistono gli organi comunitari, offrono all'avvocato nuovi terreni di operatività oltre al ruolo di difensore, l'avvocato è la figura naturale del conciliatore o dell'arbitro, dal momento che la complessità delle procedure e la rilevanza dei loro effetti richiedono consapevolezza del compito espletato e capacità di districarsi nei meandri del diritto. 3. Il ruolo sociale dell'Avvocatura e la centralità del sistema ordinistico. Gli avvocati, che non sono soltanto autoreferenziali, sono ben consapevoli del loro ruolo sociale. Ruolo sociale che ha un triplice significato - l'apporto dell'Avvocatura alla evoluzione della vita sociale, della organizzazione dei rapporti economici, della produzione normativa, della amministrazione della giustizia - l'apporto dell'Avvocatura al controllo della legalità, specie con riguardo alla difesa dei diritti e alla moralità del mercato - l'apporto dell'Avvocatura all'accesso alla giustizia, alla consulenza sulle questioni della vita quotidiana, professionale e industriale. i Sistema ordinistico e associazioni Il sistema ordinistico è l'asse portante dell'Avvocatura italiana, che nasce su questa base già con la legge del 1874. Agli Ordini sono affidate funzioni amministrative, e compiti di controllo deontologico sia all'ingresso dell'aspirante nella professione forense, sia nel corso dell'esercizio dell'attività. Il controllo investe la qualità della prestazione resa, in quanto gli Ordini da un lato organizzano scuole forensi per l'accesso, dall'altro verificano il tirocinio effettuato, dall'altro ancora verificano l'aggiornamento continuo del professionista. Per parte sua, tra le molte attività, il CNF assolve anche ad una funzione giurisdizionale - una giurisdizione esclusiva riconosciuta dalla Corte costituzionale - ed una funzione istituzionale. Il sistema ordinistico non può esser posto in discussione nessuna delle riforme liberalizzatici del mercato professionale in altri Paesi ha mai posto dubbi sulla questione. Neppure nell'esperienza inglese, in cui da più di vent'anni si discute in che modo ammodernare le professioni legali, si è mai pensato di riformare la Law Society o il General Council of the Barsix. Accanto al sistema ordinistico e in collaborazione con esso si collocano le associazioni , che si pongono con il CNF in un rapporto dialettico e dialogico, per collaborare con il CNF e sollecitarlo nello svolgimento delle sue molteplici funzioni istituzionali. Il CNF ha il dovere di adempiere alle sue funzioni istituzionali, né può abdicare ad esse e neppure delegarle ad altri organismi. Ma piuttosto si deve porre come momento aggregante di tutte le componenti in cui è divisa la categoria. Come tutte le funzioni istituzionali, il ruolo del CNF involge anche compiti di natura politica di politica del diritto, perché il CNF esprime pareri per il Ministero della Giustizia, su tutti i progetti di legge che riguardano la professione forense, nonché le materie trattate dagli avvocati di politica istituzionale, nel senso di intrattenere rapporti con le altre categorie professionali, con il Governo e il Parlamento per le audizioni , con la Magistratura, per il miglioramento della macchina della giustizia e per l'apporto fattivo alla amministrazione dei conflitti di politica giudiziaria, nel senso che il CNF, favorendo le ADR, si propone come organo propulsore degli organismi di conciliazione e di arbitrato di politica organizzativa, nel senso che il CNF collabora all'allestimento del processo telematico, ma anche alla istituzione di corsi a distanza per la formazione dell'avvocato di politica culturale, nel senso che il CNF, attraverso seminari, corsi, collane editoriali, approfondisce temi inerenti la professione forense e propone linee guida per gli Ordini. In tutta questa attività vi è grande spazio per le associazioni, che, nei rispettivi ruoli, militano per portare prosperità del Paese, con spirito di servizio. ii La centralità degli Ordini nella sentenza della Corte costituzionale 405/05x La centralità del sistema ordinistico è stata ribadita proprio pochi giorni or sono, nella sentenza della Corte costituzionale, 405/005xi. Nell'esaminare la l. Regione Toscana 50/2004, recante disposizioni regionali in materie di libere professioni intellettuali, la Corte ha precisato che l'ordinamento e l'organizzazione degli Ordini e dei Collegi risponde all'esigenza di tutelare un rilevante interesse pubblico la cui unitaria salvaguardia richiede che sia lo Stato a prevedere specifici requisiti di accesso e ad istituire appositi enti pubblici ad appartenenza necessaria, cui affidare il compito di curare la tenuta degli albi nonché di controllare il possesso e la permanenza dei requisiti in capo a coloro che sono già iscritti o che aspirano ad iscriversi . Ciò è - prosegue la Corte - finalizzato a garantire il corretto esercizio della professione a tutela dell'affidamento della collettività. Dalla dimensione nazionale - e non locale - dell'interesse sotteso alla sua infrazionalibilità deriva che ad essere implicata sia la materia 'ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali'che l'articolo 117 secondo comma lettera g della Costituzione riserva alla competenza esclusiva dello Stato, piuttosto che alla materia 'professioni'di cui al terzo comma del medesimo articolo 117, materia oggetto della competenza legislativa concorrente dello Stato e delle Regioni. In fin dei conti, la Corte costituzionale ha inteso sottolineare la riserva allo Stato della disciplina organizzativa delle professioni, la rilevanza nazionale degli Ordini locali, l'intangibilità delle funzioni istituzionali degli Ordini una linea che si colloca sia nel solco della pregressa giurisprudenza che, per quanto riguarda la professione forense, ne ha riconosciuto la copertura costituzionale, nella linea della giurisdizione esclusiva e speciale del Consiglio Nazionale Forense, nella linea dei progetti legislativi che intendono chiarire i confini tra legislazione statuale e legislazione regionale in materia di professioni intellettuali. Tutto ciò nello spirito di servizio servire l'Avvocatura e il Paese. 4. 4. L'attività del Consiglio Nazionale Forense maggio 2004-ottobre 2005 , la riforma delle professioni e la specialità della professione forense. Nella sua rinnovata composizione, che data dal maggio 2004, il CNF ha avviato una intensa attività, documentata dalle circolari, dai comunicati stampa, dalle iniziative congressuali, dalle proposte che sono sinteticamente raccolte nei Materiali che sono stati diffusi agli intervenuti al nostro Congresso. Mi riferisco, a titolo semplicemente informativo, alla revisione del codice deontologico, agli studi sul processo disciplinare, al lavoro, attualmente in corso con il ministero dell'Economia e con l'Ufficio Italiano Cambi, sulla disciplina dell'antiriciclaggio, al lavoro, attualmente in corso con l'Ufficio del Garante per i dati personali, sulla disciplina della privacy, alla promozione del processo telematico, alle prese di posizione sulle riforme riguardanti il processo civile, alla formazione culturale e professionale dei giovani intendendo per giovani gli studenti delle Facoltà di Giurisprudenza e i laureati che aspirano a svolgere la professione forense , ai piani di studio delle Facoltà di Giurisprudenza, i cui programmi debbono tener conto dello sbocco naturale degli studi giuridici, destinati a formare avvocati,magistrati e notai, alle Scuole forensi, al tirocinio biennale, e così via. L'Avvocatura attende da anni una disciplina organica della propria attività un'attività che coinvolge interessi di natura pubblica, strettamente collegata con il diritto di difesa, coessenziale allo Stato di diritto e alla amministrazione della giustizia. Considerate queste caratteristiche, evidenziate dalla giurisdizione esclusiva riconosciuta dalla giurisprudenza costituzionale al CNF, la scelta legislativa più appropriata consisterebbe nella revisione della disciplina vigente, che risale agli anni Trenta, per adeguarla alle nuove esigenze, senza tuttavia scardinare i capisaldi della professione, che si uniformano ai principi di autonomia e indipendenza, correttezza e competenza, fedeltà all'interesse del cliente e agli interessi pubblici. Queste caratteristiche, che connotano in modo specifico e indefettibile la professione forense, meriterebbero un provvedimento ad hoc. Parlamento e Governo hanno preferito imboccare un'altra strada, quella di inserire la disciplina dell'Avvocatura nel quadro generale della disciplina delle professioni, non solo quelle ordinistiche, ma anche quelle non regolamentate, rinviando a normative di dettaglio la previsione di regole speciali per i singoli settori. Ne sono derivate enormi difficoltà, documentate dalla presenza di diverse proposte il cui contenuto è stato riscritto varie volte, con rapidi e disorganici interventi, connotati da formule di dubbia interpretazione , dalla volontà di provvedere in via di urgenza con decreti e con disposizioni-stralcio, dal nodo non ancora sciolto dei rapporti tra legislazione statuale e legislazione regionale. In questa situazione di incertezza si è preferito affidarsi a norme erratiche, inserite in contesti alieni dallo scopo primario della disciplina della professione forense, come il c.d. decreto sulla competitività, e a norme di rinvio, enunciatrici di prossimi interventi di tenore più ampio e sperabilmente più sistematico. i Specialità e interessi generali. La direttiva 2005/36/CE del 7.9.2005 sulle qualifiche professionali La specialità della professione esercitata dagli avvocati è riconosciuta nei progetti di legge, là dove si fa rinvio alle regole ad hoc riservate alle professioni che tutelano interessi generali. Ma essa è riconosciuta anche in ambito comunitario, non solo nella Carta di Nizza e nella Costituzione europea, ove si riconosce e garantisce il diritto alla difesa, ma perfino nelle direttive che disciplinano la libertà di esercizio dell'attività professionale e la libertà di stabilimentoxii. Per ciò che riguarda gli avvocati, mi riferisco alle direttive n. 77/249 CEE del 1977 e 98/5/CE del 1998. Ma soprattutto alla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio n. 2005/36/CE approvata il 7 settembre 2005 relativa al riconoscimento delle qualifiche professionalixiii ove si sottolinea, già nei considerando che il regime generale di riconoscimento non impedisce che uno Stato membro imponga, a chiunque eserciti una professione nel suo territorio, requisiti specifici motivati dall'applicazione delle norme professionali giustificate dall'interesse pubblico generale tali requisiti riguardano, ad es., le norme in materia di organizzazione della professione, le norme professionali, comprese quelle deontologiche, le norme di controllo e di responsabilità. In altri termini, si fa salva la disciplina deontologica, la disciplina della organizzazione degli studi professionali, la disciplina dell'accesso , della formazione e dell'apprendimento continuo, che, rispettati a canoni comuni, sono tutti ambiti nei quali gli Stati possono prevedere regole speciali, aggiuntive e più restrittive di quelle che costituiscono il minimo comune denominatore comunitario. In questa prospettiva viene rafforzata la richiesta del Consiglio Nazionale Forense di prefigurare una disciplina organica della professione forense autonoma rispetto al disegno di riforma complessivo di tutte le professioni. E ciò non tanto per conservare privilegi quanto per meglio soddisfare l'interesse generale assolto dall'Avvocatura e per sottolinearne il ruolo sociale . ii Il progetto di direttiva sui servizi Nella medesima prospettiva si colloca la posizione del CNF - allineata a quella del CCBE - sul progetto di direttiva concernente i servizi in generalexiv, che vorrebbe travolgere, tra l'altro, il sistema tariffario, il divieto di pubblicità, il divieto del patto di quota lite, il divieto di costituzione di società diverse dalla STPxv . Sul sistema tariffario abbiamo precisato - anche con riguardo alla procedura aperta dalla Commissione europea nei confronti del Governo italiano - le ragioni che militano a favore della sua conservazionexvi ed abbiamo proceduto ad avviare una revisione delle voci delle tariffe per l'attività giudiziale in modo da renderle più facilmente leggibili da parte dei consumatori abbiamo altresì avviato una ricercaxvii per documentare - tenendo conto del costo della vita, della inflazione e dei costi di organizzazione dell'attività professionale - il significato economico delle voci tariffarie il CNF sta anche riesaminando le tariffe stragiudiziali, che già ora consentono una valutazione oraria. Mentre si è riaffermata la contrarietà ad ogni patto di quota lite, posto che esso comprometterebbe l'indipendenza e l'autonomia dell'avvocato, rendendolo partecipe degli interessi del cliente e finirebbe per fomentare la litigiosità . Sulla organizzazione degli studi professionali - preso atto della difficoltà incontrata dalla STP a radicarsi nelle forme di collaborazione degli avvocati - stiamo indagando sulle altre forme di organizzazione, per far sì che, esclusa la partecipazione all'attività del mero socio di capitali, sia possibile eliminare costi e strutture che costituiscono un inutile aggravio degli studi monopersonali. L'accesso alla professione costituisce fonte di grave preoccupazione, sia per il regime transitorio degli esami, che non ha dato, allo stato, buoni frutti, avendo eliminato il turismo dei candidati, ma non le notevoli disparità di valutazione da sede a sede. È necessaria infatti una riforma organica, che preveda una selezione ragionevole dei candidati, senza opporre barriere all'ingresso, non giustificabili né dal punto di vista sociale né dal punto di vista lavorativo. E tuttavia non possiamo rinunciare alla qualificazione precedente all'esame di abilitazione, come non possiamo deflettere sulla necessità della formazione successiva e permanente dell'avvocato. La qualificazione - a cui si può affiancare anche un modello di certificazione, tenendo conto delle esperienze straniere, ma senza trapiantare regole che non si adattano alla situazione esistente e senza introdurre metodi drasticamente rivoluzionari - costituisce oggi il fattore principale per rafforzare la dignità professionale e per selezionare gli avvocati nell'interesse della categoria, dei clienti e della collettività interaxviii. Questa ci sembra la risposta più appropriata sia alle spinte riformiste che invocano con argomentazioni aprioristiche e prive di qualsiasi supporto fattuale ragioni economiche, di libertà del mercato, di libera circolazione dei servizi per abbattere le regole che disciplinano la nostra professione, sia alle iniziative delle due Direzioni Generali Concorrenza e Mercato interno che vorrebbero uniformare le regole delle professioni trasformandole in servizi, mortificandone quindi l'essenza, la rilevanza sociale, la dignità stessaxix. Il tema è stato ampiamente discusso nel convegno internazionale organizzato dal CNF nei giorni 7-8 ottobre 2005, con gli esponenti del CCBE e di molti rappresentanti dei 25 Paesi Membri dell'Unionexx. Proprio nel confrontarci con i colleghi provenienti da Paesi con culture, tradizioni, ordinamenti diversi abbiamo potuto constatare che le singole Avvocature sono rette da regole differenziate, le quali tuttavia non richiedono una sostanziale uniformazione esigenza peraltro avvertita anche in sede comunitaria, ove non si richiede alle singole Avvocature il sacrifico dei propri valori e della propria struttura tradizionale. Sul piano della concorrenza questo è un punto particolarmente significativo perché in materia di professioni, e in particolare di professioni legali, atteso l'interesse generale che esse soddisfano, non si pone il problema della concorrenza tra ordinamenti giuridici xxi. Ma per la verità, come si è sottolineato al Congresso di Palermoxxii, le professioni intellettuali non sono neppure giuridicamente configurabili come vorrebbero la DG Concorrenza e la DG Mercato interno. L'iter logico che le due DG propongono non è infatti accettabile. Esso ha questa sequenza i le professioni liberali - pur espressione del lavoro personale - non sono state concepite come il prodotto di una attività intellettuale, ma piuttosto come un servizio ii pertanto le professioni liberali si sono collegate alla libertà di circolazione dei servizi, ed in questo ambito, sono state disciplinate e garantire nelle forme della libertà di stabilimento e della libertà di prestazione nell'ambito del mercato europeo iii la realizzazione di un mercato interno privo di barriere e tale da promuovere gli scambi transfrontalieri ha fatto sì che le professioni liberali siano state collocate nell'ambito della disciplina della concorrenza, e, da questo punto di vista, il professionista e quindi l'avvocato sia stato assimilato ad un imprenditore, e le associazioni di professionisti di natura privata o di natura pubblica siano state assimilate alle associazioni di imprese. Ma il quadro è più complesso di come appare ad un primo sguardo nel diritto comunitario le regole sulle libertà fondamentali operano parallelamente alle regole sulla concorrenza. E se dovessero esser queste a prevalere, la natura del rapporto professionista-cliente ne verrebbe ineluttabilmente incisa. Già ora si possono intravedere le prime avvisaglie di questo fenomeno. Di più. Se si prende in considerazione - tra le varie professioni - la professione forense o più in generale le professioni legali , le sue peculiarità finirebbero per essere stemperate, per non dire eliminate, da una disciplina che non operasse distinzioni tra le diverse professioni e da scopi normativi diretti non solo alla garanzia della libertà dell'esercizio della professione ma - aspetto altrettanto preoccupante - diretti a promuovere la concorrenza intesa come eliminazione delle barriere, cioè nella concezione degli organi comunitari delle normative introdotte dagli ordinamenti nazionali. Che questa concezione sia errata, già dal punto di vista comunitario, è agevole intendere la concorrenza tra professionisti non è garantita dall'assenza di regole, ma è garantita se tutti i professionisti sono assoggettati a regole deontologiche severe ed efficaci, sì che si possa fornire ai clienti una prestazione effettuata con diligenza e competenza, con correttezza e indipendenza. Diverso è il discorso sulla realizzazione di principi comuni di armonizzazione della disciplina delle professioni, che si potrebbe realizzare attraverso la individuazione di regole uniformi proprie del diritto civile. In questo senso si orientano alcuni dei progetti di redazione di un codice modello civile europeoxxiii. 5. Il tema della rappresentanza . Come accennavo in apertura, la rappresentanza dell'Avvocatura è tema ricorrente nei lavori congressuali, ed accompagna l'Avvocatura in tutta la sua storia. È un tema ripetitivo, conflittuale, che di volta in volta viene rivisitato per adattare le regole interne alle nuove realtà politiche, istituzionali, sociali ed economiche. Tuttavia, un conto è che, di fase in fase, esso ritorni, perché richiede adattamenti e ripensamenti, altro conto è che pervada l'attività congressuale in modo ossessivo e onnipervasivo. Sarebbe utile riflettere sull'argomento ponendosi alle spalle l'Avvocatura e confrontando le regole della nostra professione con quella delle altre professioni a noi vicine, come quella notarile o quella dei commercialisti sarebbe altrettanto utile se lo si ponesse come un tema diretto a restituire dignità e funzioni alle comunità intermedie - a cui Maestri del diritto civile come Pietro Rescigno hanno dedicato pagine insuperabilixxiv - per contrastare l'ingerenza dello Stato ora anche delle Regioni e per salvaguardarne la libertà e il ruolo sociale. Meno interessante, e francamente un po'avvilente, è discuterne per alimentare le frazioni e le contrapposizioni che allignano nella nostra categoria, la rendono disunita, debole, facilmente aggredibile dall'esterno e non solo dalle istituzioni ma anche dalle altre categorie professionali, oltre che dai concorrenti stranieri . In ogni caso, se si vuole anche in questa sede riprendere il discorso, occorre muovere da un corretto punto di partenza. i Il metodo. Ciò che stupisce nel dibattito in tema di rappresentanza che l'Avvocatura conduce da forse troppi! anni è la mancanza di un serio riferimento alle categorie che la scienza giuridica ha elaborato in tema. La scienza giuridica non risolve tutti i problemi, ma certo non possiamo permetterci, se vogliamo conservare un minimo di serietà, di parlare del tema della rappresentanza senza tenere conto dell'elaborazione scientifica sull'argomento. Ad un ceto come il nostro, che è un ceto di giuristi, spetta di fare opera di razionalizzazione e comprensione dei fenomeni, e di farlo attraverso gli strumenti che gli sono propri, e cioè - innanzitutto - attraverso il metodo giuridico. Questo potrebbe apparire un discorso viziato da connotati professorali, ma in ogni caso è pur sempre un discorso di contenuto giuridico e d'altra parte perché non profittare di quanto l'Università ci offre, senza nulla chiedere in cambio se non l'opportunità di occuparsi di problemi concreti e di assisterci nella nostra diuturna fatica? ii Il concetto di rappresentanza istituzionale. Il tono politico immanente. Uno degli esiti più paradossali dell'atecnicità dell'approccio al tema della rappresentanza è la corrente vulgata per cui ai Consigli dell'ordine e al Consiglio nazionale spetti la rappresentanza istituzionale, e alle associazioni e/o all'OUA spetti la rappresentanza politica. Qui l'invito ad una precisazione dei concetti e delle categorie diviene imprescindibilexxv. L'espressione rappresentanza istituzionale entra nel panorama giuridico italiano nel 1939, quando viene pubblicato, negli scritti in onore di Santi Romano, uno splendido saggio di Carlo Esposito intitolato appunto La rappresentanza istituzionale . In questo saggio il giurista si interroga sui meccanismi rappresentativi del suo tempo, e, in una ricchissima analisi che gli studiosi di diritto costituzionale considerano ancora un punto di riferimento insuperato, traccia i caratteri propri della rappresentanza politica. Tra essi il fatto che, diversamente da quanto non accada per la rappresentanza di diritto privato, il rappresentato nella rappresentanza politica non è soggetto di diritto, e dunque non esiste giuridicamente prima della rappresentanza. È la rappresentanza che, con un processo unificatore e creatore di una realtà meramente ideale altrimenti impercettibile - perché evanescente e dai contorni indefiniti apprezzabile semmai su altri piani, sociologici ad esempio - consegna una identità al rappresentato. Essendo questa la funzione propria delle istituzioni rappresentative, quella di dare corpo ad una entità solo ideale, ecco che Esposito chiama questo fenomeno rappresentanza istituzionale , o, in altre parole, afferma il carattere imprescindibilmente istituzionale della rappresentanza politica d'altra parte al rappresentato non è riconosciuta alcuna limitata capacità di diritto, sicché esso esiste per il diritto solo come rappresentato. Tale rappresentanza non ha come di consueto carattere accidentale o eventuale, ma caratterizza la stessa natura dei soggetti ed è legata alla loro esistenza e struttura. Perciò essa, per essere distinta dalle altre forme di rappresentanza, può essere detta rappresentanza istituzionale ancora, significativamente nella rappresentanza istituzionale, come si è visto, piuttosto che essere attribuito ad un soggetto di diritto la rappresentanza di un altro soggetto, viene attribuita ad un soggetto la qualità di persona perché rappresenti o prenda il posto di altri nella vita giuridica. La rappresentanza, cioè, in tali ipotesi, non dà luogo ad una situazione contingente e particolare della persona, ma ad una situazione generale che si estende quanto la capacità . Ogni rappresentanza politica è insomma una rappresentanza istituzionale, altrimenti non è. Ogni rappresentanza politica esiste per dare corpo ad un'entità astratta la Nazione, l'Avvocatura che esiste giuridicamente proprio per il fatto dell'esistenza di una istituzione rappresentativa. La funzione rappresentativa svolta dagli ordini ha un tono politico immanente. Perché immanente è la esponenzialità di tali soggetti di diritto pubblico rispetto alla comunità dei professionisti. Ce lo dice la Storia di questo Paese, prima ancora del diritto positivo. iii Gli Ordini e la difesa delle libertà L'Ordine è sempre stato il presidio delle libertà politiche della categoria, secondo il modello dell'autogoverno temperato dal principio di legalità, essendo comunque la legge il parametro di riferimento per le decisioni assunte nell'esercizio dei pubblici poteri conferiti dall'ordinamento. E del collegamento tra Ordine e libertà è testimonianza il tentativo, solo in parte riuscito, di irreggimentare gli ordini, e quindi anche gli avvocati nell'ordinamento corporativoxxvi. Ma si trattò di un percorso lento, perché neppure la legge 543/26 riuscì a smantellare l'impianto ordinistico. Le restrizioni alla libertà politica della categoria non comportarono di per sé uno stravolgimento del modello ordinistico liberalexxvii. Il disegno eversivo riuscì non ad Alfredo Rocco ma a Pietro de Franciscixxviii. Con la nuova legge professionale del 1933 il Rd 1538/33 l'avvocatura fu la prima categoria professionale che vide aboliti i propri organi rappresentativi. Di lì a poco fu la volta dei medici legge 983/35 e poi di tutte le altre professioni legge 897/38 . Solo con l'epilogo del regime gli ordinamenti professionali tornarono ad essere informati ai principi di libertà ed autodeterminazione delle categorie. Con il decreto luogotenenziale 369/44 venne smantellato il sistema corporativo e soppressi i sindacati fascisti dei professionisti e degli artisti. Con decreto del medesimo giorno il D.Lgt 382/44 furono emanate le norme sulle elezioni e sul funzionamento dei Consigli locali e dei Consigli nazionali professionali, che si sovrapposero alle vigenti disposizioni specificamente disposte per le singole professioni, in attesa di una riforma organica che, quantomeno per la professione di avvocato, non è ancora avvenuta. Le funzioni già proprie del Consiglio superiore forense, e poi della Commissione centrale, furono assegnate al Consiglio nazionale forense, organo elettivo composto di due poi di un solo avvocati per ogni distretto di Corte d'appello. Il primo Presidente del Consiglio nazionale forense fu Piero Calamandrei. È difficile spiegare un processo politico e normativo quale quello descritto prescindendo dal riconoscimento della valenza rappresentativa dell'istituzione ordinistica e dal tono politico della funzione rappresentativa svolta. iv I vantaggi del sistema ordinistico. Non a caso la reintegrazione della dignità e della autonomia degli ordini professionali andava di pari passo, nel legislatore del 1944, con il riconoscimento, in capo a tali organizzazioni, di una generale funzione rappresentativa della categoria attraverso la previsione della facoltà di rendere parere, ove richieste dal Ministro per la giustizia, in merito ai progetti di legge e di regolamento che riguardano le rispettive professioni e sulla loro interpretazione , ovvero di manifestare la posizione ufficiale della categoria sui provvedimenti di interesse cfr. articolo 14, D.Lgsl lgt. cit. . Alla luce di una visione di insieme dell'impianto ordinamentale, è pertanto senz'altro possibile sostenere che la valenza politica della funzione rappresentativa esercitata dagli ordini professionali si esprima in una serie di funzioni positivamente fondate, riconducibili proprio all'estrinsecazione di una relazione di potere esercitata sulla base rappresentata, secondo le logiche proprie della nozione di rappresentanza in senso politico. Tra esse si segnalano la partecipazione ai procedimenti di ammissione all'esercizio dell'attività sulla quale, in senso confermativo, la recentissima Corte di giustizia CE, 17 febbraio 2005, in causa C-250/03, più nota come caso Mauri la determinazione, attraverso i codici deontologici, delle modalità essenziali della prestazione professionale la regolazione dei rapporti tra il gruppo e i suoi appartenenti, o con i terzi, e, conseguentemente, l'esercizio del potere disciplinare la manifestazione della posizione della categoria rappresentata rispetto a talune questioni, funzione che in taluni casi integra momenti formali di partecipazione in via consultiva all'esercizio di potestà normative. Il fatto che agli ordini vengano poi attribuite altre funzioni non direttamente riconducibili al loro carattere rappresentativo, ma più propriamente strumentali rispetto ad altri interessi pubblici si pensi alle funzioni in materia di gratuito patrocinio e di difesa d'ufficio non inficia il ragionamento generale, ma solo conferma la peculiarità di essere tali enti veri e propri Giano bifronte, da un lato integrati nello Stato apparato, dall'altro organizzazioni di protezione e promozione di interessi superindividuali. Peculiarità ampiamente confermata dalla giurisprudenza sia da quella del supremo giudice ordinario, che ha ad esempio riconosciuto la legittimazione ad agire e contraddire in giudizio di un ordine per far valere gli interessi della categoria rappresentata sia da quella del giudice delle leggi che ha esplicitamente qualificato la funzione disciplinare esercitata dai Consigli dell'ordine degli avvocati come funzione di natura amministrativa, resa a tutela dell'interesse del gruppo professionale, e che ha esplicitamente riconosciuto al Consiglio nazionale forense la rappresentanza istituzionale dell'Avvocatura italiana Corte costituzionale 171/96 , ammettendo l'intervento del CNF in un noto giudizio di costituzionalità, quello relativo alle astensioni degli avvocati Questa Corte ha già chiarito con specifico riferimento alla materia disciplinare sentenza 114/70 che il Consiglio nazionale forense tutela un interesse pubblicistico, ragion per cui non si può non riconoscergli un ruolo di rappresentanza sia delle diverse articolazioni associative, altrimenti prive d'un canale di comunicazione istituzionale, sia dei singoli che non aderiscano ad alcuna associazione. Di conseguenza, la Corte ritiene di confermare l'orientamento espresso in occasione dell'intervento della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri che si fonda sul riconoscimento delle competenze di entrambi gli ordini cfr. sentenza 456/93 . È quindi ammissibile l'intervento del Consiglio nazionale forense, giacché si tratta di questioni inerenti allo statuto degli avvocati e procuratori, il cui esito non è indifferente all'esercizio delle attribuzioni dello stesso Consiglio cfr. sentenze 421/95 e 315/92 . La vocazione rappresentativa del CNF è insomma iscritta nell'ordinamento, e costituisce un momento essenziale di organizzazione del pluralismo, nella misura in cui la forma di Stato italiana garantisce e tutela non solo le libertà dei singoli, ma anche quelle dei gruppi. Del resto l'ultimo intervento normativo di sistema sulle libere professioni, quello che resterà probabilmente l'unica riforma delle professioni della presente legislatura, e cioè il decreto legislativo che costituisce l'ordinamento della professione di dottore commercialista ed esperto contabile D.Lgs 139/05 ricostruendo in un unicum i due previgenti ordinamenti delle professioni di ragioniere e di dottore commercialista, conferma pienamente l'impianto del modello ordinistico, e per quanto qui di interesse, offre due spunti di rilievo, che esulano dallo specifico di quella professione, per assumere certamente valenza generale. Coraggiosamente, una volta tanto, il legislatore rende una definizione esplicita che recepisce il miglior portato della dottrina sul tema e, all'articolo 6 afferma espressamente che gli iscritti negli albi costituiscono l'ordine professionale, che l'ordine si articola nel Consiglio nazionale e negli ordini territoriali, e che il Consiglio nazionale e gli Ordini territoriali sono enti pubblici non economici a carattere associativo, dotati di autonomiaxxix. Viene cioè premiata la componente personalistica, al di sotto della veste pubblica, e l'ordine emerge chiaramente nella sua identità di comunità dei professionisti ordinata secondo diritto, ovvero di formazione sociale protetta dalla Costituzione. Ancora, sotto il profilo dell'attitudine rappresentativa, l'articolo 10 dispone che il Consiglio dell'ordine rappresenta, nel proprio ambito territoriale, gli iscritti nell'Albo, promuovendo i rapporti con gli enti locali restano ferme le attribuzioni del Consiglio nazionale di cui all'articolo 29, comma 1, lettera a cfr. articolo 10, comma 1, lettera a , e che il Consiglio nazionale rappresenta istituzionalmente, a livello nazionale, gli iscritti negli Albi e promuove i rapporti con le istituzioni e le pubbliche amministrazioni competenti articolo 29, comma 1, lettera a . Il Consiglio nazionale è istanza unitaria per definizione. È appunto nazionale , per posizione sistemica, per prerogative fondate sulla legge, per collocazione ordinamentale. 6. L'Avvocatura al servizio della giustizia. La riforma della giustizia e l'inclusione del ruolo dell'Avvocatura. Le ADR. Per venire dunque al tema di fondo di questo congresso, come si può specificare il ruolo sociale dell'Avvocatura se la si colloca nell'ambito del sistema giustizia ? In queste pagine mi occuperò solo delle questioni inerenti la giustizia civile le proposte relative alla giustizia penale sono in corso di elaborazione da parte del CNF ad opera di un gruppo di lavoro che sta vagliando le proposte di riforma del codice penale e del codice di procedura penale, e quindi non posso anticiparne i risultati. Occorre innanzitutto esprimere soddisfazione per tutte le proposte che, di recente, ponendosi questo interrogativo, hanno incluso il ruolo dell'Avvocatura nei programmi di riforma della amministrazione della giustizia. Non soltanto per le regole dell'ordinamento giudiziario che riconoscono al CNF il ruolo di rappresentante dell'Avvocatura e per questo gli hanno garantito il diritto non solo di assistere ma anche di interloquire nel corso della cerimonia di apertura dell'anno giudiziario presso la Corte di Cassazione, e non solo per quelle disposizioni che includono il presidente del CNF e un componente del CNF nel Consiglio che amministra il funzionamento della Corte di Cassazione, ma anche per quelle proposte che esaltano la funzione dell'Avvocatura nella soluzione della crisi del sistema.Si tratta, ovviamente, non della funzione suppletiva e complementare che assolvono i giudici di pace o i GOA e i GOT, ma piuttosto della presenza degli avvocati nell'ambito degli organismi che vigilano sulla funzione giudiziaria il CSM, ad es. , della presenza degli avvocati nella compagine della Corte costituzionale, della assunzione da parte di avvocati di funzioni giudiziarie alla Corte di Cassazione, della presenza di avvocati nelle Scuole di specializzazione destinate alla formazione dei giudici oltre che degli stessi avvocati e dei notai . Al di là del ruolo del difensore nel processo civile, penale, amministrativo, tributario e costituzionale, si deve considerare che l'Avvocatura presta le sue funzioni in forma suppletiva, vicaria, con i giudici onorari, con i giudici di pace tra i quali molti sono avvocati , e, soprattutto, con la coltivazione delle Adr. Spetta alle Adr un compito oggi divenuto essenziale. Promosse come tecnica di amministrazione alternativa della giustizia per allargare l'accesso ai diritti e alla loro tutela da parte dei consumatori - in sede comunitaria già dal 1976 - oggi le Adr hanno acquisito una funzione ben più rilevante e onerosa quella di contribuire alla riduzione dei carichi pendenti presso i giudici togati e alla riduzione dei nuovi procedimenti ordinari. In questo senso, si possono distinguere due ruoli - il ruolo degli Ordini, i quali possono istituire camere arbitrali, di conciliazione e di mediazione, alle quali far affluire le controversie che si debbono risolvere in loco - il ruolo degli avvocati i quali, da un lato, si trovano ad essere chiamati a svolgere funzioni dirimenti di arbitro, di mediatore e di conciliatore , dall'altro, con distinti elenchi o con le precauzioni e prevenzioni richieste per evitare i conflitti d'interesse, continuano a svolgere presso gli organi di Adr la loro funzione difensiva. Gli organismi di Adr, i loro regolamenti, i settori in cui si praticano sono stati oggetti di un'ampia ricerca curata dal CNF, i cui esiti sono stati incoraggianti se si pensa al fatto che questa cultura di giustizia alternativa non aveva attecchito nel nostro paese xxx. Occorre ora insistere perché tutti gli Ordini si dotino di questi strumenti ormai divenuti inevitabili al fine di temperare gli effetti negativi della crisi della giustizia, alla quale, se non si può porre rimedio, si possono comunque applicare argini di contenimento. Dobbiamo recuperare il tempo perduto e imparare ad essere pronti e recettivi come ci insegnano le altre professioni. Soprattutto essere propositivi per non perdere terreno ed opportunità di lavoro. Occorre poi promuovere l'attuazione del processo telematico questa tecnica si confà, molto di più di qualsiasi altra, alla accelerazione dei procedimenti, alla chiarezza e trasparenza dei singoli atti, alla riduzione dei tempi e alla rapidità di conclusione delle procedure. Il CNF segue fattivamente gli esperimenti in corso in sette sedi, portando un contributo tecnico oltre che di promozione culturale. Quando si parla di crisi della giustizia si affronta un tema che sembra indissolubilmente collegato con la storia del nostro paese, come documentano le relazioni politiche e istituzionali dei primi del Novecento, del primo dopoguerra e del secondo dopoguerra. E purtroppo un male diffuso in tutta l'Unione europea, che non si può risolvere con interventi di settore, quale quello riguardante l'ordinamento giudiziario, o la riformulazione dei confini delle circoscrizioni giudiziarie, o, peggio, la riforma del processo civile a pezzi e bocconi . Occorre invece dare supporto al giudice togato attraverso l'istituzione del clerk, attraverso la informatizzazione degli uffici, attraverso la organizzazione di corsi di aggiornamento e di qualificazione, e attraverso, come anticipavo, il decantamento del carico giudiziario con l'attivazione di vie alternative alla soluzione delle controversie. 7. segue. La pluralità e la funzionalità dei ritixxxi, l'incertezza nel riparto di giurisdizioni. Una delle linee direttrici delle riforme attuate e di quelle in fieri assegnano alla difesa civile un ruolo determinante nella amministrazione delle liti. Si pensi al rito societario e al nuovo rito civile, in cui l'opera della difesa, in gran parte preparatoria di quella del giudice, o il ruolo degli avvocati quali arbitri, contribuisce alla celerità delle procedure e ad una maggior certezza nella delibazione delle questioni giuridiche coinvolte. È chiaro che la pluralità di riti costituisce un aggravio per l'organizzazione della difesa, dovendo l'avvocato di volta in volta individuare il rito applicabile, attrezzarsi per condurre la causa in modo differenziato a seconda del rito applicabile, avvedersi delle scansioni processuali e dei meccanismi di decadenze da essi previsti. Di qui l'osservatorio che il CNF ha avviato per accertare la resa delle nuove regole, consapevole del fatto che il procedimento non deve più essere valutato solo dal punto di vista della sua funzionalità tecnica, ma anche dal punto di vista delle sue esternalità cioè dei suoi costi, anche in termini di lavoro professionale, e dei suoi effetti. Ma, senza poter fare in questa sede l'elenco delle disfunzioni della macchina della giustizia, si consideri ancora l'incertezza che regna in materia di riparto di giurisdizioni, per la latitanza del legislatore che ha lasciato sguarnito il vuoto normativo correttamente creato dalla sentenza n. 2041 del 2004 della Corte Costituzionale. È ormai convinzione comune che l'amministrazione efficiente della giustizia incide sui rapporti economici e quindi sull'economia di ogni Paese di più - come è risultato dal Rapporto per l'anno 2004 della Banca mondiale degli investimentixxxii - incide sull'immagine del Paese, sia sotto il profilo della funzionalità del suo ordinamento giuridico, sia sotto il profilo della affidabilità dei suoi magistrati. E non è un caso che i ritardi nella amministrazione della giustizia siano - non sempre fondatamente e non sempre oggettivamente - la ragione della preferenza per i sistemi apparentemente più elastici di common law rispetto a quelli, considerati più rigidi e meno funzionali, di civil lawxxxiii. Al di là di frettolose conclusioni, che meriterebbero ben altro approfondimento, resta il fatto che l'immagine data dal nostro Paese, più volte richiamato, anche con sentenze di condanna della Corte di Strasburgo, alla responsabilità di offrire ai propri cittadini una giustizia lenta e inaffidabile, e perciò ingiusta oltre che inutile, produce effetti negativi di ogni tipo dalla scelta della legge applicabile, che scoraggia l'indicazione del diritto italiano, alla rinuncia all'accesso alla giustizia ordinaria, per le conseguenze negative che ne potrebbero derivare, alla accettazione di transazioni poco soddisfacenti per ottenere comunque un risultato, anche se obtorto collo. Il clima di sfiducia che si è ingenerato ha coinvolto anche la nostra categoria, imputandole di favorire le lungaggini dei procedimenti, l'indulgenza ad atteggiamenti capziosi, la volontà di ostacolare l'ordinato svolgersi dei procedimenti o la conclusione definitiva delle vicende seguite. Si tratta, come tutti noi ben sappiamo, dell'alone di diffidenza o di denigrazione che da tanto tempo, anzi, da secoli, affligge l'Avvocatura. Ma al di là di queste dimensioni criticabili, che gettano un ingiusto biasimo sulla categoria, l'Avvocatura non può che reagire alla crisi con una migliore qualificazione professionale, con proposte concrete di miglioramento delle regole e delle strutture. Il gruppo di lavoro composto da prestigiosi esperti del diritto processuale che, presso il CNF, si occupa dei problemi della giustizia e che, in collaborazione con le diverse Commissioni del Consiglio deputate a studiare i temi direttamente connessi alla amministrazione della giustizia, sta elaborando una serie di proposte che riguardano il nuovo rito civile, la valutazione degli effetti del rito societario, la proponibilità di un modello di class action compatibile sia con il sistema giuridico vigente sia con il codice deontologico forense, e si sta occupando anche del diritto processuale che governa i rapporti familiari, ancora allo stato disorganico e lontano da una accurata riformulazione. Ma dobbiamo pensare che la globalizzazione richiede norme deontologiche e norme processuali il più possibile omogenee tra loro. Anche per questo ci stiamo aggiornando e predisporremo una efficace informativa a tutti gli avvocatixxxiv. 8. La globalizzazione dei mercati, la lex mercatoria e la difesa dei diritti. L'amministrazione della giustizia si avvia - in una economia globalizzata - a subire profonde modificazioni, di cui gli Avvocati, più che spettatori, possono essere protagonisti. Certo, rimarranno inalterati interi comparti del contenzioso, quali quelli inerenti l'infortunistica stradale, le liti condominiali, quelle riferite alla difesa della proprietà immobiliare, ai rapporti di lavoro, alle ordinarie questioni di responsabilità civile e così via. Ma gran parte dei rapporti contrattuali, instaurati tra professionisti e tra professionisti e consumatori, prenderanno altri lidi, dagli arbitrati ad hoc agli arbitrati amministrati, dalle mediazioni alle conciliazioni finanche i rapporti familiari oggi esposti a regole di competenza tra loro non coordinate potranno essere governati dalla mediazione familiare. Alle leggi sembrano sostituirsi le regole negoziate, come sottolinea Francesco Galgano nel suo saggio sulla globalizzazione, che abbiamo discusso al CNF in un interessante seminarioxxxv. Sicché oggi all'avvocato si richiede di dividersi in tre dimensioni quella nazionale, in cui gli sforzi di semplificazione legislativa - riusciti ad es. con il codice del consumo e con il codice delle assicurazioni - si affiancano ad una produzione magmatica che ha portato Natalino Irti a coniare la formula dei nomodotti xxxvi quella comunitaria, in cui oltre all'acquis, si moltiplicano le direttive, rendendo anche questo ordinamento una selva intricataxxxvii quella planetaria, costruita non tanto sui facoltosi contratti del commercio internazionale, ma su più prosaici anche se non meno difficili casi originati dalla diffusione delle tecnologie informatiche e del commercio telematico. L'avvocato non è chiamato solo ad occuparsi di cose mercantili il suo ruolo sociale, la sua responsabilità sociale, ne fanno un protagonista dei diritti civili. E l'emersione dei nuovi diritti fondamentalixxxviii rinnova la nobiltà della professione forense, che ad essi presta il suo ingegno e la sua spada. Certo, siamo consapevoli delle difficoltà che ci offrono le sfide del presente, ma la nostra è una categoria che è capace di attrezzarsi per governare il cambiamento all'unità di intenti spesso non si coniuga l'unità d'azione. Ma è per questo che oggi siamo raccolti a congresso, per discutere senza retorica e bandendo i semplicismi, per operare senza animosità, ma piuttosto facendo leva sullo spirito di solidarietà, mettendoci non solo al servizio dei clienti ma al servizio del Paese. Oltre alla giustizia e alle regole della professione dobbiamo occuparci del diritto sostanziale. In questi ultimi tempi il succedersi di normative ci ha impedito di riflettere in modo accurato sul significato delle innovazioni legislative e sugli effetti che queste dispiegano sulla categoria forense. Dobbiamo riappropriarci, anche in sede congressuale, del diritto sostanziale, per far sì che l'Avvocatura, tramite il CNF, possa vagliare i progetti di riforma e sindacare i testi approvati. La collaborazione alle istituzioni è una funzione istituzionale del CNF, come sottolineavo in apertura, alla quale non intendiamo rinunciare. Ma questa funzione non è svolta solo a beneficio delle istituzioni è svolta a beneficio di tutta l'Avvocatura. Per queste ragioni il CNF sta organizzando un congresso di aggiornamento professionale su tutte le riforme - da quella processuale a quella societaria a quella fallimentare, dai codici di settore alle nuove leggi speciali - per dar modo agli avvocati di discutere le modificazioni apportate all'ordinamento interno e comunitario e per sottolineare che le sfide si vinceranno puntando sulla qualità, che è la nostra più forte risorsa. *Presidente del Consiglio Nazionale Forense 1 i Calamandrei, Sulla riforma della legge professionale relazione al Ministro Guardasigilli 1955 , in Opere giuridiche, t. II, Napoli, 1966. ii V. l'indirizzo di saluto sul sito www.consiglionazionaleforense.it e più diffusamente la mia Introduzione a Cavagnari e Caldara, Avvocati e procuratori, Bologna, 2005. iii Gli Atti del Congresso, custoditi presso la Biblioteca nazionale, saranno ristampati prossimamente nella collana di Storia dell'avvocatura italiana curata dal CNF. iv Ottobre del Decennale, a cura del Sindacato nazionale fascista Avvocati e Procuratori, Roma, 1933. v Sul punto v. Tacchi, Gli avvocati italiani dall'Unità alla Repubblica, Bologna, 2002. vi E'un'analisi che in modo più esteso ho proposto ne L'avvocato. I nuovi volti della professione forense nell'età della globalizzazione, Bologna, 2005. vii V. la discussione apertasi al CNEL su Professioni e concorrenza, a cura della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro, Roma, 2005 v. il seminario sul medesimo tema organizzato da Paolo Spada presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma La Sapienza, nel giugno scorso, i cui Atti sono in corso di pubblicazione ma v. anche le risposte che l'Avvocatura ha saputo dare negli Atti del Congresso di Palermo del 2003, ora in corso di pubblicazione nella collana curata dal CNF per i tipi di Giuffré. viii Sul punto v. il saggio di Barcaroli, in corso di pubblicazione su Rass .forense, 2005. ix Sul punto v. Alpa, Disciplina delle professioni legali luci e ombre della ricetta inglese, in Guida al diritto, 2004, n. 35, p. 106 ss. Professione, poteri disciplinari e concorrenza il modello inglese per la riforma dei servizi legali, ivi, 2005, n. 6, p. 11 ss. x In corso di pubblicazione su Guida al diritto, a cura di C.Bassu e su www.costituzionalisti.it a cura di G.Colavitti. xi Corte cost., 3.11.2005, n. 405, Pres. Capotosti, Rel. Contri. xii Nella letteratura più recente v. Ferraro, L'avvocato comunitario. Contributo allo studio delle libertà di circolazione e di concorrenza dei professionisti, Napoli, 2005, p. 25 ss. xiii A cui si è dedicato con particolare attenzione l'on. Stefano Zappalà. xiv V. la Relazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo su Lo stato del mercato interno sui servizi, COM 2002 441 def. del 30.7.2002 la proposta è contenuta nella COM 2004 2 def. xv Sul punto, più diffusamente, Alpa, L'avvocato, cit., p. 65 ss. xvi V. i pareri resi dai Colleghi Sergio M. Carbone, Mario Chiti, Aldo Frignani, Giuseppe Scassellati Sforzolini, pubblicati sul sito www.consiglionazionaleforense.it xvii Affidata al prof. Cesare Imbriani, economista della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma La Sapienza. xviii Il lavoro svolto in questi venti mesi è documentato dai Materiali distribuiti ai Congressisti, oltre che dalle deliberazioni del CNF, dalle relazioni delle Commissioni, dalle indagini svolte dal Centro di formazione, dalle iniziative culturali dello stesso CNF, del Centro di formazione e dalla Fondazione dell'Avvocatura. xix Da ultimo v. la COM 2005 405 def. del 5.9.2005, su I servizi professionali-Proseguire la riforma . xx Gli Atti del Convegno sono in corso di pubblicazione nella collana curata dal CNF per i tipi dell'editore Giuffré. xxi Sul punto v. AA.VV. La concorrenza tra ordinamenti giuridici, a cura di A. Zoppini, Roma-Bari, 2004. xxii V. gli Atti pubblicati nella collana curata dal CNF per i tipi dell'editore Giuffré, Milano, 2005. xxiii Da ultimo v. AA.VV. Diritto civile europeo. Fonti ed effetti, Milano, 2004 nella collana cit. curata dal CNF . xxiv P. Rescigno, Persona e comunità. Saggi di diritto privato, Bologna, 1966. xxv Da ultimo v. Colavitti, Rappresentanza e interessi organizzati. Contributo allo studio dei rapporti tra rappresentanza politica e rappresentanza degli interessi, Milano, 2005. xxvi TACCHI, Gli avvocati italiani dall'Unità alla Repubblica, Bologna 2002. xxvii C. LEGA, Avvocati e procuratori diritto moderno , voce del Novissimo Digesto Italiano, vol. 1, t. 2, 1958, 1667. xxviii V. OLGIATI, Il diritto in movimento e l'atteggiamento degli operatori del diritto durante il fascismo, in V. OLGIATI a cura di , Saggi sull'avvocatura. L'avvocato italiano tra diritto, potere e società, Milano, Giuffré 1990, 62 . xxix Ecco il testo completo della norma citata. Articolo 6 Ordine professionale 1. Gli iscritti nell'Albo e nell'elenco di cui al capo IV costituiscono l'Ordine professionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. 2. L'Ordine si articola nel Consiglio nazionale e negli Ordini territoriali. 3. Il Consiglio nazionale e gli Ordini territoriali sono enti pubblici non economici a carattere associativo, sono dotati di autonomia patrimoniale e finanziaria, determinano la propria organizzazione con appositi regolamenti, nel rispetto delle disposizioni di legge e del presente decreto e sono soggetti esclusivamente alla vigilanza del ministero della Giustizia. xxx CNF, La risoluzione stragiudiziale delle controversie, a cura di Alpa e Danovi, Milano, 2004. xxxi A questo proposito v. G. Negri, Il processo civile schiacciato tra i riti, ne Il Sole 24 Ore, 7.11.2005, p.25 ed ivi l'opinione di C. Consolo, Il societario non decolla. xxxii The World Bank Group, Doing Business in 2004, World Bank Publications. xxxiii Non a caso l'ultimo congresso nazionale del Notariato, tenutosi a Pesaro nei giorni 18-21 settembre 2005 Civil Law-Common Law. Sviluppo economico e certezza giuridica nel confronto tra sistemi diversi era dedicato proprio a questo tema. xxxiv Cominciando dal convegno di Trieste dei giorni 1-3 dicembre 2005, organizzato in collaborazione con Mauro Bussani e con l'Istituto di diritto comparato della Facoltà di Economia dell'Università di Trieste in argomento v. i Principles and Rules of Transnational Civil Procedure, predisposti da G.C. Hazard e M. Taruffo, con la collaborazione di R. Stuerner, sotto l'egida dell'Unidroit e dell'American Law Institute e gli Essays on Transnational and Comparative Civil Procedure, a cura di F. Carpi e A.M. Lupoi, Torino, 2001 Hazard e Dondi, Legal Ethics. A Comparative Study, Stanford, 2004, ora comparso in versione italiana per i tipi del Mulino. xxxv Galgano, La globalizzazione nello specchio del diritto, Bologna, 2005 e v. gli Atti del seminario sulla nuova lex mercatoria, organizzato il 12 ottobre scorso nella sede amministrativa del CNF. xxxvi Irti, Nichilismo giuridico, Roma-Bari, 2004. xxxvii Per gli esempi rinvio ad Alpa e Andenas, Fondamenti del diritto privato europeo, Milano, 2005. xxxviii Nell'amplissima letteratura v. Ferrajoli, Diritti fondamentali, Roma-Bari, 2001 e già Bobbio, L'età dei diritti, Torino, 1990 Rodotà, Libertà e diritti in Italia dall'unità ai giorni nostri, Roma, 1997. ?? ?? ?? ?? 13

Oua XXVIII Congresso nazionale forense Milano 10-13 novembre 2005 Prima sessione di Michelina Grillo* Ai sognatori La modernità è un grande contenitore, dove tutto si mescola, con argini incerti e senza punti di riferimento - Zygmund Baumann sociologo Questo è il sesto Congresso nazionale forense che si svolge dopo l'affermazione dell'esigenza e la conseguente realizzazione della rappresentanza politica dell'avvocatura non sarà certo l'ultimo. In questi 11 anni siamo stati in campo, assieme, fianco a fianco. Cinque diverse assemblee tanti colleghi, di ogni distretto, che si sono avvicendati, ed hanno dato il meglio di sé cercando di dare corpo a quel sogno che in una nebbiosa giornata veneziana ci ha fatto volare in altro, sulla laguna, inseguendo un'idea originale, nuova, e, per questo, affascinante e coinvolgente. Tanta passione. La capacità, ogni giorno, di continuare a sognare ed immaginare per l'avvocatura italiana una diversa dimensione, una proiezione all'esterno degli studi. La ricerca di una rinnovata identità, il riappropriarsi di un ruolo attivo e propositivo, di quella funzione sociale di indirizzo e di stimolo, propria di un ceto intellettuale, che nel corso degli anni si era andata via via appannando, quantomeno nel sentire collettivo. Abbiamo costruito e affinato modalità e strategie per l'esteriorizzazione del pensiero dell'avvocatura sulla giurisdizione e su tutte le problematiche del settore giustizia abbiamo cercato di far apprezzare all'opinione pubblica ed alla politica un differente approccio alle questioni, che privilegia l'analisi ed una visione organica e programmatica di insieme rispetto ad interventi scoordinati, slegati, limitati nell'ampiezza e nel respiro, quali quelli che si sono registrati nell'ultimo decennio, tesi a risolvere problemi contingenti a scapito di un intervento globale, il solo atto ormai a poter determinare una drastica inversione di tendenza, che arresti la folle e distruttiva corsa al peggio, che ha caratterizzato il periodo in discussione. Abbiamo vissuto, e stiamo ancora oggi vivendo, una vicenda culturale affascinante, ricca di promesse e densa di speranze, consapevoli dei traguardi raggiunti e con l'obiettivo di contribuire alla crescita delle condizioni di civiltà e di democrazia nel nostro paese. Documenti, proposte, interventi, convegni e dibattiti, scontri, delusioni e successi. Una credibilità faticosamente conquistata sul campo, sia all'interno dell'avvocatura che all'esterno, nel quotidiano confronto con la politica. I quaderni rassegnati alla valutazione di voi delegati e congressisti, la rassegna stampa, il resoconto dell'attività, i riconoscimenti ricevuti in occasione del decennale dell'Organismo Unitario attestano, oggi come in passato, l'impegno profuso e quella grande passione. Quella stessa passione, quell'impegno civile, che accomuna tutti noi qui, oggi, in questa sala. Ma non è tanto di noi che vogliamo parlare in questo Congresso, nè delle cose fatte. Sarebbe riduttivo e fuorviante, e potrebbe indurre taluno a ritenere che ci si concentri sul realizzato anziché tracciare con decisione linee per il futuro noi qui vogliamo invece parlare dell'avvocatura, del suo ruolo negli anni a venire, della giustizia e della sua amministrazione, del rapporto tra giurisdizione e democrazia, delle interferenze di una denegata giustizia sul sistema economico, dei bisogni dei cittadini e del paese cui occorre dare urgente ed efficace risposta. Oggi gli avvocati vivono il paradosso di essere una grande forza sociale, sia numericamente che economicamente, ma ancora incapace di governare i processi di trasformazione che li riguardano. La sfida che abbiamo davanti si chiama competitività innanzitutto del sistema giudiziario nel suo insieme, caratterizzato da tempi talmente lunghi ed esiti così incerti da rappresentare, tra gli altri effetti negativi, uno dei costi economici che contribuiscono a determinare il gap di concorrenzialità che azzoppa l'Italia rispetto agli altri Paesi europei ed extraeuropei. Un deficit di competitività segna anche la professione forense, chiamata ad una ineludibile trasformazione senza mezzi termini, o saremo capaci di cambiare o siamo destinati a scomparire. La stella polare del mondo forense, anche in questo Congresso, dev'essere quella di acquisire la forza necessaria per imporre ad entrambi gli schieramenti politici una diversa agenda per la Giustizia e cambiare la rotta segnata da una infinita fase di transizione che impedisce di realizzare le riforme necessarie e si avvita, con perenne masochismo, su contrapposizioni strumentali che hanno ad oggetto singoli provvedimenti, giusti o sbagliati che siano, assolutamente inadeguati ad affrontare i veri problemi. Ciascuno di noi sente ogni giorno di più il disagio e il peso insostenibile di una perdurante crisi del nomos, ed anche delle difficoltà di una professione che si scontra quotidianamente, da un lato, con la sottovalutazione da parte della politica e, dall'altro, con l'incomprensione, la disinformazione e la superficialità, che connotano il rapporto con i cittadini, i quali, delusi e offesi dal mal funzionamento della macchina giudiziaria, finiscono col trasferire sul loro avvocato, percepito come un officiante a divinità inutili e incomprensibili, la loro più che giustificata frustrazione. E invece il livello di analisi, di elaborazione tematica e di progettazione normativa raggiunto dall'avvocatura politicamente organizzata ha consentito di fare emergere l'insieme spesso contraddittorio di interessi che si muove attorno al mondo della Giustizia. Tuttavia, le riflessioni e le soluzioni da noi offerte, se per un verso hanno sempre suscitato l'attenzione ed il dichiarato interesse da parte di esponenti di tutti gli schieramenti politici, in concreto hanno dovuto cedere quasi sempre il passo alle difficoltà di ogni maggioranza nell'affrontare, in modo complessivo e sistematico, i nodi strutturali del sistema. Nel frattempo, i segnali d'allarme lanciati dall'avvocatura fin dalla metà degli anni '90 sull'ingestibilità di un sistema caratterizzato da una lunga e contraddittoria sequela di interventi tampone, avulsi da qualunque studio di fattibilità o di impatto complessivo , non sono stati ascoltati dalla politica, il che ha portato l'Oua a rapportarsi con le istituzioni europee attraverso due edizioni del suo Controrapporto, ritenuto tanto fondato che oggi si profila una procedura di infrazione che potrebbe addirittura culminare col commissariamento della giustizia italiana. Su altro fronte, non meno rilevante, occorre oggi registrare il forte impatto dei fenomeni migratori, che oramai interessano in misura massiccia anche il nostro Paese, e le problematiche che una società multietnica si trova a dover affrontare, non soltanto sui versanti della sicurezza sociale, ma anche e soprattutto con riferimento ad istanze di integrazione, che si rivolgono anche ai diritti ed ai sistemi giuridici. In questo contesto si muove il percorso europeo, con le note battute di arresto. Indifferibile, in ogni caso, la necessità di affrontare con serietà e rigore un'opera ricognitiva dei livelli di protezione dei diritti raggiunti nei diversi Paesi, nell'ottica di un loro contemperamento, quanto migliore possibile. Tale processo, ed è questa una delle ragioni del fallimento del progetto di Trattato Costituzionale Europeo, non può che condurre ad un livellamento verso il basso, per l'insufficiente grado di omogeneità dei sistemi giuridici considerati, e risultare quindi certamente penalizzante per quei Paesi che offrono livelli più elevati di protezione e di tutela. Questo è il caso del mandato di arresto europeo, che tante polemiche ha sollevato, ma altri esempi non mancano. Il percorso di integrazione europea, peraltro, ha grandi potenzialità, che potrebbero condurre ad un lungo itinerario di sviluppo. Basti pensare che l'affermazione di una carta costituzionale europea potrebbe -per dirla con Zagrebelsky - aiutare a promuovere una interpretazione più equilibrata dei diritti economici contenuti nei vari trattati, largamente orientati, com'è noto, all'affermazione del libero mercato, con ciò ricercando una migliore e più efficace tutela degli interessi generali, con la riaffermazione della rilevanza dei diritti e tra essi dei diritti sociali. Di fronte a noi, dunque, anche passaggi importanti - se non decisivi - nel lungo e non facile percorso di identificazione delle tradizioni e dei principi sui quali fondare l'Europa, con le garanzie del cittadino al primo posto, evitando che il modello Italia si riduca costantemente ad essere tributario e spugna assorbente acritica di modelli eteronomi, ma possa offrire alla costituenda cultura giuridica europea le grandi ed innovative sensibilità che provengono dalla tradizione giuridica latina. Dovrà aprirsi una riflessione ampia sul ruolo della giurisdizione nel Paese ci si dovrà domandare - e possibilmente anche dare risposte - se la giurisdizione sia ancora un valore nel sistema, e, in caso positivo, se lo sia e lo debba essere anche quale pilastro fondante della tripartizione democratica dei poteri dello stato di diritto. Ci si dovrà domandare, posta come valore la giurisdizione pubblica, quale debba essere il ruolo dei sistemi alternativi, da costruire e gestire quali effettive alternative ad un sistema funzionante, e nel rispetto del diritto di difesa e del ruolo a riconoscersi alla difesa tecnica. Oggi, in una società connotata da comportamenti deboli, dove tutto è esasperato, il bisogno di nettezza e di precisi e rinnovati punti di riferimento torna a farsi sentire. La riscoperta dei principi è l'antidoto contro l'urlato, la pesantezza, le incertezze ed un clima di perenne contrasto. Sull'avvocatura grava una pesante responsabilità di guida e di indirizzo. Cambiano i tempi e cambiano le grammatiche del vivere. I codici sembrano vecchi strumenti, buoni solo a rallentare un mondo che va veloce e pare non necessitare di regole. Ma, invece, ad ogni svolta sociale le nuove codifiche diventano una necessità. I nuovi codici di fatto, nel disciplinare la vita della comunità, declinano nuovi paradigmi sociali e politici. In una situazione in cui, in luogo di un mondo ordinato, i titani dell'economia, italiani ed europei, propongono un grande contenitore dove tutto si mescola, con argini incerti e senza punti di riferimento frase del sociologo Zygmunt Baumann riferita alla modernità , dobbiamo profondere il massimo sforzo a che la necessaria revisione dei codici non snaturi la cultura giuridica e le sensibilità sociale del paese, ma abbia tuttavia la capacità di aprirsi ad una visione più ampia ed alle prescrizioni europee. Va rilanciata con forza, ed anche questo messaggio mi auguro provenga con forza da questa Assise, l'esigenza di una revisione dei soggetti della Giurisdizione, che è un punto sul quale si è sempre registrato l'arroccamento della magistratura associata. Tale revisione ha una direttrice processuale nella redistribuzione dei ruoli, da regolarsi attraverso lo strumento codicistico, ed investe la magistratura togata ed onoraria che devono essere entrambe di garanzia per il cittadino, con l'obbligo di aggiornamento e professionalizzazione continua. Quanto alla magistratura onoraria, nodo cruciale ancora irrisolto, è ipocrita continuare a mantenerla confinata nel limbo della supplenza e, quindi, andrà responsabilmente aperto, almeno oggi, un serio confronto sulle modalità di riorganizzazione delle piante organiche, così come andrà considerata la possibilità di una magistratura laica semiprofessionale, a carattere temporaneo, con una propria rappresentanza ufficiale anche negli organi di autogoverno della magistratura. L'avvocatura ha da tempo avanzato propri progetti a riguardo. I processi formativi e di professionalizzazione costante dovranno, nelle prospettive di intervento futuro, essere riferiti non solo ai soggetti formali della giurisdizione, magistrati togati ed onorari ed avvocati, ma coinvolgere, in un processo virtuoso rispetto al sistema , tutto il personale giudiziario . Il personale non solo dovrà essere formato alla funzione specifica ed ai processi di mobilità interna, ma anche al rapporto tra gli uffici ed il sistema sulla base della innovazione tecnologica ed informatica . In parallelo si deve muovere un processo di seria ricognizione delle strutture esistenti che non badi ai campanili, ma all'efficienza di risultati, rapportata ai nuovi modelli di processo ed alla rivoluzione telematica, nell'ottica della costruzione, per quanto possibile, di Città della Giustizia che siano veri e propri centri di eccellenza giudiziaria . L'allocazione delle risorse dovrà quindi tenere conto, in via primaria, della distribuzione sul territorio della domanda di Giustizia, per evitare che ancora si perpetui uno stato di fatto in cui ordinamenti alternativi, antistatuali e malavitosi possano arrogarsi il ruolo di dispensatori di giustizia parallela. Per riportare il sistema giudiziario italiano a dignità europea, sarà necessario dare priorità di copertura alle spese per i sistemi di informatizzazione e procedere all'adeguamento informatico delle singole fasi del processo. L'obiettivo cui tendere - lo si rinviene costantemente nei documenti e nei progetti di ogni componente dell'avvocatura - è un processo giusto, efficace e veloce sul quale dovrà essere modellato il sistema processuale in materia civile e penale, ma sempre con al centro il cittadino. La riflessione sui comportamenti della politica in questa legislatura si incentra quindi sul rammarico per le molte promesse mancate, rispetto al programma di governo troppe, infatti, sono state le riforme solo accennate e comunque prive di un disegno organico e di sistema. L'intervento del Legislatore è risultato scoordinato e lacunoso, privo ancora una volta di una riconoscibile e riconosciuta visione di insieme di revisione del sistema, senza tacere il rilievo di troppi interventi che hanno tratto origine da situazioni particolari. Tra tutto spicca la mancata attuazione della separazione delle carriere dei magistrati e della complessiva revisione del processo civile, che ha registrato una ulteriore frammentazione in luogo di una organica riforma che unificasse, per quanto possibile, i riti. Abbiamo perso - almeno sino ad oggi - l'appuntamento con grandi riforme. Prima fra tutte quella che avrebbe dovuto ammodernare il settore professionale, e porsi quale base e punto di partenza per la mai così urgente, eppur così irraggiungibile, riforma dell'ordinamento forense. Mentre soffochiamo lentamente, astretti e costretti da una normativa oramai del tutto inadatta a disciplinare le esigenze del nostro ceto nell'attuale contesto economico e sociale, attorno a noi, in Europa ed ancora più oltre, soffiano da tempo venti di rinnovamento ordinamentale, che hanno condotto e conducono a disciplinare con maggiore articolazione la professione forense, assecondandone uno sviluppo adeguato al tempi, senza con ciò necessariamente abdicare ai principi fondamentali irrinunciabili. Al tempo stesso non può sottacersi che siamo oggi alle prese con una avvocatura ormai stanca di frustrazioni e di inutili attese e, per questo tentata al disimpegno, al pessimismo ed al ripiegamento, fino a temere il proprio declino. Il rischio peggiore è che al disimpegno si accompagni il disincanto, che conduce alla rassegnazione, e con essa all'abbandono di qualsivoglia spinta ideale. Ciò va evitato e combattuto, perché per l'avvocatura sarebbe mortale come addormentarsi nella neve. Perciò sarà bene ricordare alle aspiranti Cassandre che si ergono a vaticinare la rovina della professione forense, agli upupa ed altri uccelli del malaugurio che piangono sulla concordia perduta, che 15 avvocatura, quando si tratta di temi concreti, sa trovare momenti di sintesi e parlare con una voce sola, come dimostrano i risultati della Conferenza Nazionale di Napoli tenutasi lo scorso aprile, dalla quale sono emerse disponibilità e proposte anche grandemente innovative, e sino a poco tempo prima del tutto impensabili. Lì l'avvocatura, interrogando se stessa per definire se stessa, si è saputa dare una risposta organica, complessiva, articolata e soprattutto, condivisa. Spetterà adesso a questo XXVIII Congresso Nazionale Forense assumere le ulteriori importanti determinazioni, sia per quanto riguarda la non più rinviabile riforma dell'ordinamento professionale forense, sia per quanto concerne i principali temi di politica giudiziaria, che già hanno formato oggetto di attenzione dell'avvocatura in occasione del precedente XXVII Congresso Nazionale Forense di Palermo 2003. Ciò per condensare in proposte concrete le linee guida programmatiche dell'Avvocatura per la risoluzione della crisi del sistema giudiziario, così che esse, sancite in sede congressuale, possano venire consegnate ai partiti ed alle coalizioni perché ne tengano conto nella preparazione dei programmi elettorali e di governo, ed assumano precisi impegni nei confronti dell'avvocatura italiana. Occorre quindi, in un appuntamento rilevante quale quello congressuale, avere la massima attenzione a che non si perda la bussola , mantenendo con rigore il filo del ragionamento nel percorso che da molti anni l'Avvocatura ha avviato per proporsi quale serio, attendibile e propositivo interlocutore politico sulle problematiche del settore giustizia. Particolare attenzione va posta nel considerare che si evidenzia da qualche tempo un fenomeno, assai pericoloso, di devolution delle responsabilità , una sorta di scaricabarile che vede ciascuno tentare variamente, con metodi più o meno condivisibili, di attribuire ad altri le responsabilità per qualunque avvenimento accada, senza mai affrontare una seria autoanalisi e porsi il problema di aver concorso alla formazione di quei percorsi che critica, o di come si è posto di fronte ad essi nel loro divenire. È un fenomeno che va decisamente combattuto, nella politica, nella società e al nostro interno. Le responsabilità dell'attuale stato della professione non ricadono peraltro unicamente sulla classe forense, oggi comunque chiamata ad un guizzo di responsabilità e di orgoglio. L'Albo professionale ha per troppo tempo svolto - e non certo per nostra responsabilità - la funzione del tutto impropria di ammortizzatore sociale, fornendo una grigia area di parcheggio, sia nel periodo del praticantato che successivamente al conseguimento dell'abilitazione, ad una sempre crescente massa di giovani, che non hanno trovato altro accesso nel mercato del lavoro ed hanno investito denari e ambizioni in uno sbocco professionale una volta ambito e di soddisfazione, divenuto oggi ricco unicamente di frustrazioni. Troppi giovani, e con essi troppe famiglie, sono stati indotti ad affidare la speranza in un futuro lavorativo se non di successo, quantomeno di ordinaria routine, ad una laurea sino ad oggi del tutto inidonea a garantire una reale ed efficace formazione. Tutto ciò, unito alla persistente sottovalutazione della necessità di riformare adeguatamente lo Statuto della professione, e in particolare i meccanismi di accesso, ha determinato uno straripante ed abnorme affollamento degli Albi, che oggi sorprendentemente viene ascritto a responsabilità della sola classe forense. Un tale atteggiamento della politica nei confronti dell'avvocatura, le prediche che in più occasioni ci vengono rivolte, sono la migliore dimostrazione del tentativo di autoimpartirsi una quanto mai immeritata assoluzione dalle proprie responsabilità. La classe politica deve invece essere chiamata a farsi carico di una situazione che ha consapevolmente contribuito a determinare, per l'incapacità verificata nell'ultimo decennio di realizzare una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e di fornire adeguate risposte alle legittime richieste di garanzia circa un futuro per le giovani generazioni, e deve, oggi più che mai, attribuire la priorità che merita alla riforma dell'ordinamento professionale. È questo il malessere che, purtroppo, vivono in modo drammatico soprattutto le fasce più giovani della professione, quelle che non hanno avuto in sorte una formazione calibrata e governata da un dominus di provata esperienza e di forte rigore morale, che non sono in condizione di comprendere a fondo principi e convinzioni dei quali quindi non si sentono partecipi, non sentendoli propri, che hanno sentito il richiamo della fabbrica delle illusioni , di una università liberamente accessibile, senza alcun freno, neppure nelle blande forme di una verifica attitudinale, dalla quale sono usciti con grandi speranze, destinate peraltro in breve a naufragare nel quotidiano scontro con una realtà professionale satura, talvolta apparentemente ostile ed incomprensibile. Un'avvocatura giovane che le generazioni più mature non sono più state in grado di formare ai principi della professione e non hanno cercato sino ad oggi di comprendere, limitandosi per lo più a superficiali atteggiamenti di critica o sufficienza, con ciò accentuando divaricazioni e frazionismi, e non già favorendo una rinnovata coscienza unitaria di categoria, quanto mai indispensabile per una tutela generalizzata ed efficace della professione forense, e dei valori cui la stessa costituzionalmente presiede. Così si è accreditata l'immagine del tutto perdente di un ceto che, anziché investire sulle giovani generazioni, sui loro entusiasmi ed energie intellettuali, sembra sempre più intento a difendersi da loro, rinunciando a sviluppare le potenzialità insite nel ricambio generazionale. D'altro canto le fasce giovanili, esasperate da un sistema che sentono ostile, in taluni casi sembrano volersi rendere protagoniste di una vera e propria rivoluzione, tesa con un impeto irrazionale a travolgere principi e valori consolidati, esperienza e tradizione. È un circolo vizioso al quale bisogna uscire. Questa avvocatura, qui in questa sede, deve approfondire le questioni e far emergere nuove soluzioni. Dobbiamo rivendicare la dignità di giungere a soluzioni innovative e condivise. Dobbiamo investire con sempre maggiore convinzione sulla crescita e sulla professionalizzazione del patrimonio di capitale umano che costituisce la nostra dote più rilevante. La società italiana, l'economia del paese, hanno bisogno di un clima di rinnovata e ritrovata collaborazione e iniziativa dei ceti intellettuali, ma ancor più hanno bisogno di un recupero di etica, di riscoprire forti radici morali. Sono certa che avremo certamente la capacità di dare risposte a questi bisogni, anche facendo prendere forma alle nostre emozioni. Servono gesti coraggiosi, serve fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di confrontarci senza riserve mentali con la modernità e con il cambiamento. Serve una sana e costruttiva dialettica interna, con reale interscambio ed interazione tra le diverse componenti dell'avvocatura. Serve un dibattito autentico e vero, nel quale nessuno abbia l'alterigia di volersi imporre agli altri, ma tutti l'umiltà di ricercare insieme le vie migliori, le strategie più efficaci per affrontare scelte coraggiose ed indifferibili. Serve abbandonare la visione ristretta ed oligarchica della professione per una più realistica, scavalcando l'immobilismo e rifuggendo l'autoreferenzialità. Serve comprendere, una volta per tutte, che è più utile un lungo e stabile periodo di reale sinergia tra le componenti forensi a tanti piccoli trionfi individuali. Serve abbandonare l'etica dell'intenzione che prescinde da ogni possibile conseguenza in nome della libertà di singoli gruppi e recuperare l'etica della responsabilità che tiene conto delle conseguenze generali dei singoli atti . Serve, quindi, confrontarci con crudezza con la parte più profonda di ciascuno di noi, ed imparare, con umiltà e con convinzione, a cambiare. La paura di cambiare intorpidisce le forze e le coscienze, paralizza le energie di rinnovamento che pure scorrono nel corpo dell'avvocatura. La paura di cambiare impedisce la gioia di vivere. La soluzione sta nel vivere la vita, e non soltanto nel teorizzare come si dovrebbe vivere. All'avvocatura, così come alla società civile, servono fatti e non soltanto parole. Possiamo cambiare la nostra professione, per quanto necessario, solo se iniziamo con convinzione a cambiarla, e non già se ci limitiamo e dire che vogliamo da qualcuno il cambiamento. Dobbiamo quindi assumerci le nostre responsabilità, se realmente abbiamo l'ambizione di un mondo migliore e vogliamo, almeno noi, dare risposte precise alle richieste della società. Occorre anche, quindi, riflettere sulle vere ragioni che sino ad oggi hanno impedito di trasformare in forza quella che taluni reputano essere la debolezza dell'avvocatura italiana il vivace dibattito interno, la vitalità delle diverse componenti, la pluralità di voci e di idee. Questo congresso è diverso dai precedenti. Superata oramai da oltre un decennio la struttura del congresso giuridico forense, occasione di confronto e di studio, ma non di democratica formazione della volontà dell'avvocatura, è stato voluto da noi tutti come congresso autenticamente politico, nel quale confrontare le diverse posizioni sui problemi concreti e trarre conclusioni spendibili politicamente. È stato voluto, quindi, non solo per parlare, ma per decidere. Rendiamo perciò evidente alla politica, ma prima ancora a noi stessi, che sappiamo proiettare un dibattito interno altrimenti sterile in una visione politica generale. Assistiamo negli ultimi tempi alla affermazione di una visione marcatamente mercantilista, alla apparizione ed al consolidamento sullo scenario mondiale di comitati di affari, che elaborano e tentano con decisione di attuare progetti di egemonia della politica e dell'economia mondiale, e parallelamente verifichiamo il lento ma costante sfaldarsi del principio di sovranità nazionale, parallelo, peraltro, all'indebolimento, se non addirittura al fallimento, dei progetti di sovranità sopranazionale. Scompare gradualmente, ma inesorabilmente, il principio della pubblicità e della controllabilità della politica, quindi della condivisione del potere decisionale, che non è più nelle mani dei popoli e delle nazioni, ma a ben vedere neppure dei Governi. I titani, occulti poteri economici, non accettano più alcuna forma di controllo e di trasparenza. A volte pare che l'evoluzione della democrazia sia giunta paradossalmente sino al punto di svuotarla di senso. Il fulcro di tutto pare spostarsi dalla sostanza, dalla ricerca dei principi unificanti e forti, ad un pensiero debole , che di volta in volta fa l'occhiolino a questa o quella situazione contingente, o peggio a questo o quell'interlocutore, nel goffo tentativo di trovare un pur momentaneo sollievo. È quindi necessario rovesciare la prospettiva e aprire al futuro ripercorrendo il passato, per attuare una decisa sterzata programmatica. Nell'individuare i principi cardine della nostra professione ed indirizzarla efficacemente verso il futuro, dobbiamo invece rifuggire dal relativismo ogni opinione ha diritto ad essere affermata e difesa, ma questo non deve più indurci a non operare scelte nette e precise. Esiste un'economia della conoscenza? E se c'è, quali sono le sue regole? Possono essere le medesime della produzione o necessitano di una disciplina propria? Non è senza motivo che qui ed ora ci poniamo questi interrogativi, perché in un contesto economico caratterizzato da ingenti liquidità in cerca di impieghi come dimostra il livello ormai costantemente basso dei tassi d'interesse e da una tendenziale eccedenza tanto di capacità produttiva che di manodopera, solo il sapere qualificato può far conseguire un vantaggio competitivo. Il mondo delle professioni intellettuali si fonda, per definizione, sulla conoscenza una conoscenza tecnica, specifica, applicata. il professionista, come un condensatore, accumula conoscenza ed esperienza del proprio settore e poi le rilascia a beneficio dei propri assistiti. Tale processo è intrinsecamente diverso da quello della produzione di beni o servizi non intellettuali, più assimilabile a un flusso, incentrato sulla massimizzazione del profitto attraverso la remunerazione più elevata e rapida possibile dei fattori produttivi. Tanto l'acquisizione che il mantenimento di un sapere professionale richiedono investimenti di lungo periodo e un percorso adeguato ciò sul piano economico si traduce in costi, che in un'economia di mercato quest'ultimo deve accettare di remunerare in modo adeguato. In caso contrario si otterrà un prodotto adulterato, perché, nonostante le sue peculiarità, anche l'economia della conoscenza è sottoposta alla regola generale del rapporto tra costi e ricavi. Naturalmente, dal punto di vista dell'operatore economico che richiede la prestazione intellettuale, quest'ultima rappresenta un costo, ma nessun operatore accorto sarebbe disponibile a spendere per un prodotto adulterato, tanto più laddove non è possibile identificarlo se non a posteriori, quando il danno è ormai fatto. Nel mondo della produzione, problemi di questo genere si risolvono attraverso sistemi di tracciabilità, marchi di tutela o certificazioni di qualità in altri termini, qualcuno si fa garante e attesta al pubblico che quel prodotto proviene da un processo produttivo che ne assicura degli standard qualitativi minimi non inferiori a un determinato livello. Ed è a tutti evidente come il ricorso a tali sistemi di protezione del prodotto sia aumentato di pari passo alla globalizzazione dei mercati. Ma, se si guarda bene, si nota che il mondo della produzione, per proteggere la qualità del prodotto ha in realtà mutuato ed adattato un modello di garanzia che da secoli caratterizza le professioni intellettuali, ove la categoria detentrice del sapere professionale attesta e si fa garante verso il pubblico della qualità professionale dei suoi appartenenti. Letto da questa angolatura appare perciò vieppiù paradossale l'attacco che dal mondo delle imprese e dai fautori della globalizzazione viene mosso al mondo delle professioni, e che trova eco anche in settori della politica, al punto che qualche fazione ne fa un punto qualificante del proprio programma elettorale. Lo scenario di attacco al modo professionale che si va delineando vede accomunati i poteri forti dell'economia ai referenti sindacali e politici dell'impiego pubblico e del lavoro salariato. Una lettura marxista del fenomeno potrebbe ricavarne che distruggere la classe media e proletarizzarla può essere un obiettivo comune a sinistra politica e destra economica, le quali, per motivi diversi ed opposti, ma tra loro complementari, hanno tutto da guadagnare da una società divisa in baroni e contadini. Se invece vogliamo invece usare l'analisi economica del diritto, basterà ricordare come nella relazione e nel preambolo del progetto di direttiva Ue sui servizi si legge che questi ultimi costituiscono il 70% del Pil dell'Unione, più di tre volte della attività di produzione e vendita di beni. Pur con la tara che si voglia dare a una tale affermazione, non c'è da meravigliarsi se chi ha sino ad oggi investito in un sistema industriale sempre più minacciato dalla concorrenza asiatica cerchi di riposizionarsi cercando nuovi spazi nel settore servizi, dalle public utilities ai servizi professionali. Il mercato della conoscenza, poi, è l'unico che possa ancora crescere in maniera esponenziale, e in funzione largamente indipendente dalla disponibilità di energia. Così per gli avvocati le trombe dei poteri forti stanno reiteratamente squillando su tre capisaldi abolizione delle tariffe e introduzione del patto di quota lite ingresso di soci di puro capitale nelle società professionali class actions. Se i vessilliferi della liberalizzazione selvaggia la spuntassero su tutti e tre i fronti si aprirebbe una nuova area di business dei servizi, in cui una struttura che possa permettersi ingenti investimenti propone ai consumatori azioni giudiziarie a costo zero e con compenso condizionato al risultato. Naturalmente, essendoci un'assunzione di rischio, questo dovrà essere remunerato, e ciò avverrebbe riconoscendo in caso di successo una percentuale assai elevata. È chiaro che una simile prospettiva è inconciliabile coi principi comuni e tipici delle professioni regolamentate, ovvero autonomia dai poteri e indipendenza nel giudizio tecnico, fedeltà al mandato e neutralità del professionista rispetto all'oggetto dello stesso, ma è però altrettanto vero che sono questi i tre pilastri distintivi della prestazione professionale, senza la quale essa si riduce a una mera locatio operis. Sicché non si può avere il barile ricolmo e la consorte ebbra, cioè qualità etica e professionale senza controllo e a prezzo vile. È necessaria una presa di coscienza politica delle categorie professionali quale tertium genus rispetto all'impresa e al lavoro dipendente, rivendicando ad esse un ruolo di parte sociale, di cui l'avvocatura si candida oggi ancor più che nel passato ad essere avanguardia e modello di aggregazione. Allo stesso tempo occorre abbattere gli steccati tra le professioni regolamentate, consentendo strutture interprofessionali che meglio rispondano alla richiesta di consulenza globale che viene dal mercato. Ciò che si ipotizza è una risposta flessibile, anche se compresa tra pilastri angolari ben fermi, come emerso dai lavori della recente IV Conferenza dell'Avvocatura, svoltasi a Napoli - una certa flessibilità e semplificazione delle tariffe, ma con la ferma esclusione del patto di quota lite - possibilità riconosciuta di esercizio collettivo delle professioni in tutte le forme conosciute, dalle Ati alle società di capitali, ma con disciplina speciale ed esclusione assoluta di soci non professionisti - dialogo aperto sulle class actions, ma solo se disciplinate in una logica sistematica, e non come apodittiche escrescenze di leggi settoriali. In questo contesto va dunque considerata la rivendicazione dell'Avvocatura di riserva nella consulenza legale. E ciò non perché la richiesta di riserva debba risultare contraltare ad una perdita di credibilità della classe forense, che in tal modo andrebbe ricercando per legge un riconoscimento di qualità, competenza ed affidabilità smarrito sul campo, ma perché la soluzione invocata risponde all'interesse del cittadino. In chiusura, qualche notazione sull'annoso tema delle modifiche statutarie, che pure è all'ordine del giorno di questa Assise. La previsione di una sezione dedicata alle modifiche statutarie in questo Congresso, rinnovato periodico tormentone , è stata da tutti noi voluta, consapevoli dei mutamenti intervenuti nel mondo professionale, non già per decretare, come pure alcuni vorrebbero, la fine di un'esperienza unica nella storia dell'Avvocatura e di tutto il mondo libero-professionale, ma per non lasciare nulla di intentato al fine di perfezionare lo strumento di rappresentanza e recuperare ad un percorso - nel quale la grande maggioranza di noi crede con convinzione - coloro che, per le più varie motivazioni, sino ad oggi hanno inteso sottrarsi ad un democratico confronto, nelle sedi proprie, sulle tematiche di interesse per la nostra categoria e per la tutela dei diritti e contribuire, con il loro recuperato apporto, alla formazione ed affermazione all'esterno della volontà dell'avvocatura. L'Organismo Unitario dell'Avvocatura è un organo del Congresso Nazionale Forense e rappresenta quest'ultimo tra una sessione congressuale e l'altra. Perciò non si può mettere in discussione la rappresentanza dell'Oua senza mettere in discussione quella del Congresso, cioè la sua stessa esistenza e funzione, che è sempre stata quella di Assise Massima dell'Avvocatura, o, come piace dire a qualcuno, di Stati Generali . Ciò che quindi ci si deve domandare non è se o di chi l'Oua sia rappresentativo, ma se il Congresso Nazionale Forense abbia una funzione, e quale essa sia o debba essere. Posta in questi termini la questione è semplificata in due alternative 1 si riduce il Congresso a una convention tra le tante, in cui si ascoltano interventi e relazioni, ma non si decide nulla, perché il luogo degli indirizzi e delle decisioni è altrove 2 oppure, se al Congresso è riconosciuta una qualche funzione di indirizzo, è giocoforza che esso esprima un organo esecutivo dei suoi deliberati. E siccome è principio generale che ogni organo esecutivo sia scelto dal mandante, e ad esso renda conto dello svolgimento del suo mandato, solo l'organo eletto in sede congressuale è depositario della rappresentanza e della funzione esecutiva degli indirizzi ivi espressi. Da ciò discende che, allo stato, l'Oua ha la rappresentanza politica generale dell'avvocatura. Il fatto che qualche ordine o qualche associazione dissenta o ritenga di non partecipare al congresso o al suo organo rappresentativo rientra nella legittima facoltà di dissenso o astensione, tipiche della dialettica interna, ma non scalfisce il principio della rappresentanza generale verso l'esterno, almeno sino a quando non si affermerà, nero su bianco, che il Congresso Nazionale Forense non è l'assise generale dell'avvocatura e non la rappresenta, cioè sin quando non sia sancita l'inutilità del Congresso. C'è da dubitare che questa sia la volontà degli avvocati italiani. È questo il vicolo cieco di chi, esasperando il bisogno di visibilità, spinge il proprio antagonismo sino a negare la legittimazione dell'organo che vorrebbe contraddire. Il che è ancor più un paradosso, perché indebolendo o sopprimendo la rappresentanza generale non ne guadagnerebbero quelle particolari, percepite purtroppo all'esterno come rissose conventicole autoreferenziali. Nel mondo forense, tuttavia, prima che in altre realtà professionali, sono emerse due funzioni della rappresentanza generale di categoria una istituzionale, attinente alla valenza pubblicistica della professione, e quindi di custodia, garanzia e disciplina dei principi, del decoro e delle condotte degli avvocati l'altra politica, cioè svolgente il ruolo di parte sociale nella dialettica tra potere politico e avvocatura. Esse non possono essere tra loro confuse senza svilire il ruolo istituzionale o indebolire la capacità di contrapposizione politica, e per questo si è ritenuto anni fa di marcare la separazione, attribuendo all'Oua, quale organo del Congresso Nazionale, la rappresentanza politica permanente nell'intervallo tra un congresso e 1 altro, fermo restando il ruolo istituzionale del CNR Insomma, con un metafora filosofica, mentre il Cnf regna sull'essere, l'Oua si batte nel divenire. Ciò non significa che la separazione sia tanto rigida da prevedere a priori materie di trattazione esclusiva, mentre non è pensabile che rappresentanza politica e istituzionale si muovano men che di concerto. È piuttosto il taglio dell'intervento che deve essere diverso, ma gli obiettivi delle rappresentanze debbono convergere, e soprattutto debbono trovare sintesi e verifica in un'assise generale. Ma al di là delle mie parole, valga il richiamo, senza dubbio più autorevole, alla recente pronuncia della Corte costituzionale che ha cassato la legge regionale Toscana sulle professioni, che - accogliendo le istanze dell'avvocatura, fatte proprie dal ricorrente - non solo riconduce la disciplina ordinamentale delle professioni in ambito statale, ma traccia con mirabile efficacia, ineccepibile rigore e nettezza di -principi la linea di confine, del tutto insuperabile, tra istituzione e compiti politici. In un clima generale di cambiamento, nel quale, malgrado ammalianti sirene diffondano piacevoli note per i professionisti e gli avvocati italiani, non si è ancora definitivamente placata la volontà di sopprimere il sistema istituzionale ordinistico che sorregge strutturalmente le libere professioni - basti pensare alle recentissime dichiarazioni programmatiche del Partito Radicale - dobbiamo avere la capacità di individuare quali potranno essere i reali punti di attacco nei confronti dell'avvocatura, e concentrare i nostri sforzi sulla loro difesa, anziché disperderli in mille rivoli su questioni che la storia, ancorché recente, ha già dato per superate. Quello però su cui ci si può interrogare è quindi altro dalla sopravvivenza o meno dell'organo di rappresentanza politica generale dell'avvocatura, e cioè se i meccanismi per sceglierne i componenti non debbano essere adeguati al mutato divenire. Ed è certo una domanda ragionevole dopo un decennio, e non un decennio qualunque, ma un decennio in cui il quadro istituzionale, economico, normativo e sociale è radicalmente mutato. L'obiettivo della riflessione, che emerge dalle prospettazioni delle eventuali modifiche statutarie è comune rafforzare una rappresentazione equilibrata e soprattutto fedele dell'intera avvocatura italiana, da Aosta a Siracusa. Dobbiamo tuttavia oggi prendere atto che, nonostante tutto, non si sono ancora placate spinte divaricanti, ancorché le stesse appaiano oggi largamente contenute per effetto delle posizioni propositive assunte da importanti realtà, primo tra tutti l'Ordine di Roma. Spinte residue che pure sono pericolose, non già per il contenuto delle motivazioni espresse a sostegno delle posizioni divergenti, ma in quanto sintomo di un'analisi non complessiva né centrata sul reale problema da risolvere, bensì piuttosto cristallizzata su questioni in fondo marginali, laddove si consideri la ben maggiore rilevanza che dovrebbe per tutti noi rivestire il conseguimento immediato di una definitiva pacificazione interna alla categoria, con tutto quel che ne seguirebbe in termini di visibilità esterna, di incidenza sui percorsi politici e normativi, sul quadro di riferimento generale nel quale si muovono le libere professioni, sulle possibilità di effettiva espressione del pensiero autonomo dell'avvocatura, nell'interesse del cittadino. Quello che ci muove, ed è bene chiarirlo una volta per tutte, è il desiderio di consolidare definitivamente una sede di dibattito politico propria, che possa venire utilizzata da tutti gli iscritti agli Albi - e quindi anche dai soggetti che occasionalmente si trovano a far parte dei Consigli - impedendo che funzioni politiche siano impropriamente svolte in sede istituzionale, fatto che minerebbe l'integrità degli Organi a ciò preposti gli organi di governo delle funzioni poste dalla legge a tutela dei cittadini, e delle quali l'avvocato è veicolo di affermazione, non possono e non devono chinarsi per servire i pur legittimi interessi della categoria, che pure possono e devono essere tutelati. Non v'è dubbio che i Consigli degli Ordini siano oggi chiamati gestire funzioni sempre più connotate di interessi pubblici, per cui la questione della separazione fra ruolo istituzionale e ruolo politico acquisisce rilievo essenziale, anche per la credibilità della stessa istituzione ordinistica. Ma una cosa sono il ruolo e l'attività istituzionale dei colleghi che, con sacrificio e responsabilità, gestiscono i Consigli degli Ordini, altra è la loro legittima vocazione a concorrere alla formazione della volontà politica della categoria. L'esperienza del Congresso nazionale forense e dell'Organismo Unitario valorizza soprattutto questo elemento assicurando una sede di confronto, di partecipazione e di gestione che impedisce ogni rischio di inquinamento del ruolo istituzionale. Si rassicurino quindi coloro che temono che l'affermazione decisa del sistema di rappresentanza politica della categoria, favorito e supportato dal consenso e dal contributo degli Ordini locali, possa rappresentare un attacco alla tradizionale articolazione che vede nel Consiglio Nazionale Forense l'apice istituzionale. Si rassicurino nella certezza che tale articolazione non è in discussione, se non nei programmi di talune forze politiche che oggi con decisione ambiscono alla guida del Paese e già hanno annunciato senza mezzi termini la ferma volontà di ridimensionare, se non addirittura sopprimere, il sistema ordinistico, così come peraltro non è né deve essere in discussione la natura pubblica e gli interessi pubblici che la stessa ha e tutela, che rendono il sistema del tutto alieno da compiti politici. Si rassicurino nel contempo coloro che temono una volontà di prevaricazione degli Ordini locali sulle realtà associative le libere associazioni forensi sono e restano la linfa vitale della categoria, il terreno di coltura di elaborazioni, idee e proposizioni importanti per l'avvocatura tutta, il motore di una crescita culturale complessiva della categoria, che certo non intende fare a meno del loro prezioso contributo, soprattutto nell'agire politico. A loro spetta il ruolo di stimolare con elaborazioni puntuali e progetti, la riflessione ed il dibattito interni alla classe forense, compito ambizioso e rilevante, che può sollevarle ben al di sopra della loro effettiva consistenza numerica. Dobbiamo quindi acquisire la consapevolezza che altra cosa, rispetto alle quotidiane polemiche e ad esibizioni muscolari , sono e devono essere la collaborazione, la sinergia, il gioco di squadra cui possono e devono opportunamente dar luogo le varie componenti dell'Avvocatura, ognuna nell'ambito del proprio ruolo e funzione, ciascuna valorizzata e difesa dalle altre, e non già -come sin qui è accaduto - bersaglio di attacchi tanto più perniciosi in quanto provenienti dall'interno della categoria. La tensione politica che è da tempo nell'aria, che ha connotato la vita della rappresentanza politica sin dalla sua consacrazione a Venezia nel lontano 1994 ed ha accompagnato come un'ombra tutte le battaglie di civiltà che l'avvocatura ha in questi anni combattuto, spesso in assoluta solitudine, tende inevitabilmente a trasformare in scettici i sognatori, aprendo le porte alla disillusione e al disincanto. Non cadiamo nel tranello, non abdichiamo ai nostri sogni migliori. Questa Assise, Voi tutti, saprete dimostrare che l'Avvocatura Italiana ha cervello e ha cuore e non lascerà nulla di intentato, neppure in questa occasione, per riaffermare il diritto-dovere in nome dei cittadini della cui tutela è custode, di non rinunciare mai a pretendere che siano preservati in ogni sede, nazionale e sopranazionale, quegli spazi preservati ed incoercibili in cui si collocano i valori della nostra cultura giuridica e della persona umana. * Presidente Oua