Quando 12 anni non bastano per separarsi!

Le questioni costituenti oggetto dei motivi di ricorso per cassazione espressamente dichiarati assorbiti debbono ritenersi, per definizione, non decise e possono essere quindi, riproposte, del tutto impregiudicate all’esame del giudice di rinvio.

A ribadirlo è la Corte di Cassazione, nella sentenza n. 9479 depositata il 18 aprile 2013. Il caso . nel 2001 il tribunale di Castrovillari pronunciava sentenza di separazione tra le parti stabilendo, tra l’altro, assegno a favore della moglie di 2.000.000 ed assegnando alla stessa la casa coniugale. L’anno seguente la Corte d’Appello di Catanzaro sostanzialmente determinava in 1.033,00 l’assegno dovuto alla moglie dal marito appellante, e confermava per il resto le statuizioni del primo grado, ivi compresa l’assegnazione della casa coniugale, di proprietà del marito, alla moglie. Ricorreva per cassazione il marito sulla base di cinque motivi, dei quali il primo ed il secondo censuravano le decisioni di merito per avere assegnato la casa coniugale alla moglie, benché i figli fossero maggiorenni ed economicamente indipendenti. La Cassazione con sentenza del 25 agosto 2005 accoglieva il primo motivo di ricorso affermando che l’assegnazione della casa coniugale consente il sacrificio della posizione del coniuge titolare di diritti reali o personali solo se con l’assegnatario convivano i figli minori o maggiorenni ma non economicamente autosufficienti non per loro colpa. La Corte in questo caso aderiva all’orientamento giurisprudenziale, maggioritario, secondo il quale l’assegnazione della casa coniugale non può essere disposta in assenza di figli conviventi minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti per compensare uno squilibrio economico a vantaggio del coniuge più debole. Tale indirizzo è stato confermato anche in seguito alla novella del 2006 che inserendo all’art. 155 quater l’avverbio prioritariamente aveva indotto alcuni a tornare su posizioni ormai superate. Tornando al caso concreto, la Cassazione, nel 2005, aggiungeva che l’attribuzione del diritto di abitazione nella casa familiare costituisce comunque un provvedimento capace di avere riflessi di contenuto economico da valutare e considerare in sede di determinazione dell’assegno di mantenimento, o, se esclusa, da giustificare l’incremento di tali somministrazioni in funzione delle esigenze abitative del coniuge privato del bene. Il giudice del rinvio, applicando i suddetti principi e siamo ormai nel 2007 revocava l’assegnazione della casa coniugale alla moglie, cui però aumentava, con determinazione equitativa, l’assegno di mantenimento di 800,00 euro a titolo di riparazione della posizione della moglie depauperata, per ragioni di puro diritto, di una parte delle utilità già concesse dalla Corte d’Appello . Poiché il marito aveva riproposto le doglianze circa l’ammontare dell’assegno di mantenimento disposto a favore della moglie sin dal primo grado, la Corte d’Appello, in sede di rinvio, precisava che tutte le altre questioni sollevate dalle parti con l’impugnazione principale e con quella incidentale e riproposte dinanzi al giudice del rinvio erano state oggetto di decisione divenuta ormai definitiva e quindi non le decideva. Il marito, sul punto, proponeva nuovamente ricorso per cassazione. Revoca dell’assegnazione della casa coniugale e aumento dell’assegno di mantenimento un nuovo rinvio. A sette anni dalla sentenza di primo grado, dopo aver affrontato un giudizio di appello, uno di cassazione, ed un altro avanti al giudice del rinvio, il marito riaffronta la Cassazione per censurare la decisione della Corte d’Appello di Catanzaro che aveva ritenute passate in giudicato le questioni non decise dalla Cassazione perché assorbite nel primo motivo accolto con la sentenza del 2005. In verità sorprende che la Corte d’Appello di Catanzaro abbia sostenuto la definitività delle questioni assorbite da altro motivo di gravame accolto in Cassazione, perché la questione era già stata risolta, negli stessi termini dalla Suprema Corte con la sentenza 12 dicembre 1974 n. 4238, e, tra le altre, con la n. 11767/90 e, di recente, la n. 18677/2011. Non conosciamo le motivazioni della Corte di Appello di Catanzaro, ma certamente ora dovrà rivedere la sua posizione e decidere finalmente sulle doglianze che le parti hanno per anni sottoposto al vaglio del giudice. La Cassazione, infatti, aderendo al consolidato indirizzo giurisprudenziale sopra ricordato, risolve la questione a favore del ricorrente affermando, che le questioni non decise dalla Corte di Cassazione ed espressamente dichiarate assorbite possono essere riproposte al giudice del rinvio. La sentenza è stata quindi di nuovo cassata sul punto e rinviata alla Corte d’Appello di Catanzaro affinchè si pronunci anche sulle altre questioni determinazione dell’assegno in base alle effettive capacità economiche dell’obbligato e delle necessità abitative della moglie, pensionata e single . Per arrivare a questo risultato ci sono voluti tredici anni

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 17 gennaio - 18 aprile 2013, n. 9479 Presidente Salmè Relatore Gianicola Svolgimento del processo Con sentenza del 20.7.2001 il Tribunale di Castrovillari pronunciava la separazione personale dei coniugi A R. ricorrente e P C. , rigettava le reciproche domande di addebito e poneva a carico del C. l'obbligo di corrispondere alla moglie l'assegno mensile di mantenimento di L. 2.000.000, da rivalutarsi annualmente secondo l'indice ISTAT. Con sentenza del 23.4-15.05.2002, la Corte di appello di Catanzaro, decidendo sui gravami principale del C. ed incidentale della R. , determinava il suddetto assegno di mantenimento in Euro 1.033, 00, con adeguamento annuale, anticipandone la relativa decorrenza alla domanda 15.01.1988 e condannando il C. anche a pagare le maturate differenze mensili confermava, inoltre, le ulteriori statuizioni della sentenza di primo grado, ivi compresa quella di assegnazione alla moglie della casa coniugale, di esclusiva proprietà del marito. Contro la sentenza d'appello il C. proponeva ricorso per cassazione sulla base di cinque motivi, dei quali il primo ed il secondo inerenti per diversi profili all'assegnazione della casa coniugale alla R. , disposta nonostante che i tre figli della coppia fossero ormai maggiorenni ed economicamente indipendenti, il terzo ed il quarto motivo alla dipendente questione involgente la determinazione dell'assegno di mantenimento dovuto dal medesimo C. alla moglie ed il quinto alla sorte delle spese del doppio grado. Con sentenza del 25.08.2005 questa Corte di legittimità accoglieva il primo motivo del ricorso, dichiarava assorbiti tutti gli altri, cassava la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinviava, anche ai fini delle spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di Appello di Catanzaro, affermando anche il seguente principio di diritto In materia di separazione e di divorzio, l'assegnazione della casa familiare consente il sacrificio della posizione del coniuge titolare di diritti reali o personali sull'immobile adibito ad abitazione coniugale solo alla condizione dell'affidamento all'assegnatario di figli minori o della sua convivenza la cui nozione comporta la stabile dimora presso il genitore, ad esclusione invece dei rapporti di mera ospitalità con figli maggiorenni ma non ancora provvisti, senza loro colpa, di sufficienti redditi propri, laddove, in assenza di tale condizione, coerente con la finalizzazione dell'istituto alla tutela della prole e del relativo interesse alla permanenza nell'ambiente domestico in cui essa è cresciuta, l'assegnazione medesima non può essere disposta in funzione integrativa o sostitutiva degli assegni rispettivamente previsti dagli artt. 156, primo comma, c.c. e 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970 come sostituito dall'art. 10 della legge n. 74 del 1987 , ovvero allo scopo di sopperire alle esigenze di sostentamento del coniuge ritenuto economicamente più debole, a garanzia delle quali sono destinati unicamente gli assegni anzidetti . Questa Corte affermava, inoltre, che l'attribuzione del diritto di abitazione nella casa familiare costituiva pur sempre un provvedimento capace di avere anche riflessi di contenuto economico, particolarmente valorizzati dall'art. 6, sesto comma, della citata legge n. 898/1970, quale sostituito dall'art. 11 della legge n. 74/1987, sicché rappresentava una utilità legittimamente valutabile e da considerare in sede di determinazione dei menzionati assegni o, se esclusa, da giustificare l'incremento di tali somministrazioni in funzione delle esigenze abitative del coniuge privato del bene. Con sentenza del 6-14.11.2007 la Corte di appello di Catanzaro, quale giudice del rinvio, in parziale riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale di Castrovillari nel 2001, revocava l'assegnazione della casa coniugale alla R. , disponendo che, a decorrere dalla sua decisione, l'importo dell'assegno imposto al marito per il mantenimento della moglie, fosse elevato di Euro 800,00 mensili, annualmente rivalutabili. La Corte territoriale osservava e riteneva che - sulla scorta del principio di diritto affermato in sede di legittimità ed in relazione all'incensurato apprezzamento di fatto circa la raggiunta autonomia della prole, doveva essere accolta la censura mossa dal C. alla decisione adottata dal Tribunale sul diritto di abitazione della casa coniugale, di cui, quindi, andava revocata l'assegnazione alla R. - sempre in base alla pronuncia resa in sede di legittimità, occorreva procedere ad una riparazione della posizione della R. depauperata, per ragioni di puro diritto, di una parte delle utilità già concesse dalla Corte d'Appello, con valutazione che non poteva essere rimessa in discussione nel punto in cui era stata determinata la misura complessiva dell'assegno somme di denaro e godimento dell'immobile - in assenza di pregressi elementi di riscontro, l'incidenza sulla quantificazione dell'assegno di mantenimento della mancata assegnazione della casa coniugale doveva essere apprezzata equitativamente, tenendo conto delle caratteristiche della casa in questione, costituita dalla villa di omissis - tutte le altre questioni sollevate dalle parti con l'impugnazione principale e con quella incidentale e riproposte dinanzi al giudice del rinvio, erano state oggetto di decisione divenuta, ormai, definitiva - la particolarità delle questioni esaminate e la soccombenza di entrambe le parti su alcune delle richieste avanzate nei corso del processo, consentiva di compensare le spese sostenute nel giudizio dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione e nel giudizio di rinvio. Avverso questa sentenza, notificata il 9.01.2008, il C. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, illustrati da memoria, e notificato il 6.03.2008 alla R. , che ha resistito con controricorso notificato il 15.04.2008. Motivi della decisione A sostegno del ricorso il C. denunzia 1. Violazione artt. 360 n. 3 e 5, 383, 384, 394 c.p.c., art. 156 comma e 2 c.c. . Ai sensi dell'art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis, conclusivamente formula il seguente quesito il giudice di rinvio è tenuto ad esaminare anche i motivi di censura che la sentenza della Corte di Cassazione ha dichiarato assorbiti, decidendo sulle prospettazioni delle parti, esposte nell’atto di riassunzione . Censura l'affermazione secondo cui tutte le altre questioni sollevate dalle parti con l'impugnazione principale e con quella incidentale, e riproposte dinnanzi al giudice del rinvio, sono oggetto di decisione divenuta, ormai, definitiva , sostenendo che non si è verificato per esse nessun fenomeno di definitività processuale, che non sussiste un effetto preclusivo che possa impedirne l'esame ed ancora che la decisione avrebbe dovuto involgere l'esame e la risoluzione delle questioni proposte nell'atto di appello e nel ricorso per cassazione e segnatamente quelle concernenti la determinazione dell'assegno e la regolamentazione delle spese processuali, ridedotte in sede di rinvio. 2. Violazione artt. 360 n. 3 e 5, 383, 384, 394 c.p.c., art. 156 comma c.c. . Il ricorrente si duole della quantificazione equitativa dell'aumento statuito per fronteggiare l'esigenza alloggiativa della moglie, assumendo che esso non è stato correlato a parametri concreti, riferiti al mercato locale, alle effettive esigenze personali e spaziali della beneficiaria dell'apporto ed alla consistenza del proprio patrimonio immobiliare. Formula il seguente quesito L'assegno a favore della moglie deve essere determinato in relazione al patrimonio effettivo dell'obbligato, desunto dalle dichiarazioni fiscali e dalle certificazioni rilasciate dalla Conservazione dei Registri Immobiliari, in relazione alle effettive esigenze abitative di una casalinga che vive da sola e non svolge attività lavorativa . 3. Violazione artt. 360 n. 5, 383, 384 , con riguardo allo regime delle spese processuali statuito dal giudice del rinvio e sulla base del seguente quesito Il potere discrezionale di regolare la distribuzione delle spese non può ignorare la soccombenza reale e l'insussistenza di questioni particolari giustificatrici . Il primo motivo del ricorso è fondato al relativo accoglimento segue anche l'assorbimento degli altri due motivi d'impugnazione. Le questioni costituenti oggetto dei motivi di ricorso per Cassazione espressamente dichiarati assorbiti debbono ritenersi, per definizione, non decise e possono essere, quindi, riproposte del tutto impregiudicate all'esame del giudice di rinvio in tema cfr da ultimo, Cass. n. 18677 del 2011 . Nella specie il C. aveva impugnato in questa sede anche la quantificazione dell'assegno di mantenimento disposto in favore della moglie, ma le censure da lui sul punto articolate con il terzo ed il quarto motivo del ricorso, erano state dichiarate assorbite a seguito dell'accoglimento del primo motivo del medesimo ricorso. Pertanto, avendo il ricorrente nuovamente instato in sede di rinvio per la riduzione dell'assegno economico da lui dovuto per il mantenimento della moglie, non poteva ritenersi intervenuto alcun giudicato interno ostativo al riesame nel merito della ridedotta questione circa la eccessività della somministrazione né che la complessiva valenza economica delle statuizioni sul tema già adottate nella precedente fase di merito costituisse un limite intangibile, considerando pure l'inoperatività, nel rilevato contesto impugnatorio, del divieto della riforma in pejus della sentenza impugnata. Conclusivamente si deve accogliere il primo motivo del ricorso, dichiarare assorbiti gli altri e cassare la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione, cui si demanda anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità. P.Q.M. La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione.