Aggiungere un pezzo a un macchinario significa renderlo diverso da quello certificato dal costruttore

La macchina originale e il c.d. dispositivo corona erano, considerati singolarmente, conformi alle norme di sicurezza, ma il loro assemblaggio ha portato alla costruzione di un nuovo macchinario, provocando così una condizione di pericolo inedita, che andava valutata e fronteggiata adeguatamente dal datore di lavoro.

Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 17125/13, depositata il 15 aprile. Il caso. Il dipendente di una società si infortuna mentre lavora alla macchina linea produzione pannello in continuo dalle indagini emerge che il c.d. dispositivo corona, costituito da due rulli posti in posizione avanzata rispetto a quelli provocanti lo schiacciamento della mano, era stato smontato il giorno prima per essere avviato alla manutenzione. La macchina non era originale, ma assemblata. Tutti i componenti del consiglio di amministrazione della società vengono condannati in primo grado, in quanto non avevano dato disposizioni affinché i lavoratori si astenessero dal lavorare in mancanza del predetto dispositivo in sede di appello, tuttavia, vengono assolti tutti gli imputati, tranne il presidente e il consigliere delegato. In particolare, la Corte di Appello sostiene che la macchina originale e il dispositivo corona erano, considerati singolarmente, conformi alle norma di sicurezza, ma il loro assemblaggio aveva prodotto di fatto una macchina nuova, che non era più quella certificata dal costruttore. La questione è posta all’attenzione della S.C Andavano valutate le nuove condizioni di pericolo. Gli Ermellini rilevano che il fondamento del giudizio di responsabilità è stato correttamente individuato nel fatto che, essendo stato costruito un nuovo macchinario, il datore di lavoro avrebbe dovuto valutare i rischi derivanti dall’utilizzo di tale apparecchiatura, anche in assenza del dispositivo corona, in quanto asportabile per necessità manutentive. L’assemblaggio di apparecchiature originariamente conformi, infatti, produce una condizione di pericolo nuova, che va valutata e fronteggiata adeguatamente d’altra parte la certificazione della macchina originale non esaurisce la valutazione di conformità della stessa, che va valutata in concreto, tanto che il datore può essere chiamato a rispondere della violazione anche in presenza di certificazione. Responsabile anche il consigliere delegato. Quanto all’affermato ruolo datoriale del consigliere delegato, la Cassazione precisa che al momento dell’infortunio il Cda non aveva ancora adottato la delega in materia antinfortunistica, di igiene e sicurezza sul lavoro, pertanto tutti gli imputati erano da considerarsi datori di lavoro l’assoluzione dei coimputati in secondo grado è stata fondata sull’effettività e il contenuto della delega conferita ai due amministratori, stante la non ingerenza degli altri consiglieri. Per questi motivi la S.C. rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 18 gennaio 15 aprile 2013, n. 17125 Presidente Brusco Relatore Dovere Ritenuto in fatto 1. Il il lavoratore C.E. , dipendente della Lattonedil s.p.a. riportava lesioni personali gravi mentre operava alla macchina denominata linea produzione pannello in continuò. Secondo la ricostruzione dell'accaduto operata dal Tribunale di Como, sezione distaccata di Cantù, quando il C. aveva preso ad inserire la lamiera nella zona di imbocco dei rulli sovrapposti che lavoravano i pannelli, la sua mano destra era stata trascinata e quindi schiacciata tra i medesimi, in quanto distanti tra loro oltre quattro millimetri e quindi spaziati in modo da non evitare il trascinamento e lo schiacciamento delle mani dell'operatore. Ciò era potuto accadere perché ulteriori due rulli, posti in posizione avanzata rispetto a quelli provocanti lo schiacciamento, e distanziati tra loro di un millimetro c.d. dispositivo corona , erano stati smontati il giorno lavorativo precedente per essere avviati alla manutenzione. Il fatto occorso al C. veniva addebitato a tutti i componenti del consiglio di amministrazione della società Lattonedil ed in particolare a B.G. e a B.S. , rispettivamente Presidente e consigliere delegato, in quanto essi, nella qualità di datori di lavoro, non avevano dato disposizioni perché i lavoratori si astenessero dal lavorare in mancanza del dispositivo corona o non avevano adottato altri accorgimenti per evitare che i dipendenti avvicinassero le mani alla zona pericolosa, ed altresì per non aver adeguatamente valutato il rischio derivante dall'uso della macchina in mancanza del dispositivo corona. 2. La Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza appena ricordata, mandava assolti tutti gli imputati, fuorché B.G. e B.S. , al riguardo dei quali veniva disatteso il rilievo difensivo che voleva la macchina del tutto conforme alla normativa di sicurezza sia perché certificata dalla ditta costruttrice sia perché fornita del dispositivo corona. Secondo il giudice di seconde cure, infatti, seppure tanto la macchina originale che il dispositivo corona fossero conformi alle norme prevenzionistiche, l'assemblaggio delle due parti aveva prodotto una macchina nuova, che non era più la stessa certificata dal costruttore i due rulli erano certamente organi lavoratori, secondo la nozione di cui all'art. 68 d.p.r. n. 547/55, e come tali da proteggere, segregare o munire di dispositivi di sicurezza l'installazione del dispositivo corona aveva determinato un'abitudine all'utilizzo del macchinario secondo le modalità operative conseguenti alla presenza di tale dispositivo, sicché l'asportazione dello stesso aveva ripristinato la situazione di potenziale rischio, non fronteggiato adeguatamente l'eventuale disattenzione della vittima non era idonea ad interrompere il nesso causale tra la condotta colposa ascrivibile agli imputati e il sinistro il fatto che i vertici aziendali non sapessero dell'intervento di manutenzione non valeva ad escluderne la responsabilità perché essi avrebbero dovuto esercitare un'efficace verifica ed una diligente sorveglianza per il più rigoroso adeguamento, nel concreto esplicarsi dell'attività lavorativa, alle norme antinfortunistiche il rischio era stato solo genericamente valutato, senza peraltro specificare le concrete cautele da adottare e senza valutare lo specifico rischio derivante dalla rimozione del dispositivo corona. 3. Ricorre per cassazione nell'interesse degli imputati, il difensore di fiducia avv. Aldo Turconi. 3.1. Con un primo motivo deduce violazione dell'art. 192 cod. proc. pen. e vizio motivazionale in ordine alla inidoneità della macchina ai fini della sicurezza e della salute. Poiché la Corte distrettuale ha riconosciuto che il macchinario originale era conforme alla normativa prevenzionistica in quanto i rulli, operando normalmente in folle non potevano considerarsi organi di trascinamento , e poiché l'infortunio si è verificato quando il dispositivo corona era stato tolto, si ritiene illogica e contraddittoria la dichiarazione di penale responsabilità dei ricorrenti. 3.2. Con un secondo motivo si deduce violazione degli artt. 42 cod. pen. e 192 cod. proc, pen. nonché vizio motivazionale in ordine alla effettiva consapevolezza da parte del datore di lavoro dell'intervento di manutenzione. Invero, rileva l'esponente, posto che è pacifico che il dispositivo era stato rimosso all'insaputa dei datori di lavoro, la Corte di Appello avrebbe dovuto mandare assolti i ricorrenti per carenza dell'elemento psicologico. 3.3. Con un terzo ed un quinto motivo si deduce violazione dell'art. 192 cod. proc. pen. e vizio motivazionale in ordine alla affermazione di responsabilità di B.S. . La Corte di Appello ha affermato che soggetto preposto alla sicurezza era nel caso concreto B.G. . Ciò nonostante ha confermato la condanna anche nei confronti di B.S. , consigliere delegato con funzioni esclusivamente amministrative e commerciali, addebitandogli la ritenuta omessa valutazione del rischio laddove il relativo obbligo incombeva a B.G. quale datore di lavoro preposto alla sicurezza. A B.S. dovevano estendersi le valutazioni che hanno condotto la Corte di Appello a pronunciare l'assoluzione dei coimputati consiglieri di amministrazione. 3.4. Con un quarto motivo si deduce violazione dell'art. 192 cod. proc. pen. e vizio motivazionale in ordine alla valutazione del rischio. La Corte di Appello ha omesso di considerare che è risultato provato mediante documentazione che era stato valutato il rischio meccanico sulla linea, rischio valutato come dovuto ad elementi in movimento che l'organo ispettivo aveva ravvisato elementi di responsabilità per la inidoneità della linea di produzione ma non per l'omessa valutazione che il consulente tecnico della difesa ha asserito che il rischio era stato debitamente valutato. Considerato in diritto 4. Il ricorso è infondato. 4.1. Il primo ed il quarto motivo di ricorso possono essere esaminati unitariamente. A tal riguardo va rilevato che il ricorrente non opera la corretta lettura della motivazione resa dalla Corte di Appello. Il fondamento del giudizio di responsabilità sta nel fatto che, essendo stato costruito un nuovo macchinario, attraverso l'installazione del dispositivo corona sulla macchina denominata linea produzione pannello in continuo , il datore di lavoro avrebbe dovuto valutare i rischi derivanti dall'utilizzo di tale apparecchiatura e quindi valutare anche i rischi derivanti dall'uso dello stessa in assenza del dispositivo corona, asportabile ad esempio per necessità manutentive. È pacifico che tale valutazione non è stata compiuta quanto diversamente asserito dall'esponente non è sorretto dalla denuncia di un travisamento della prova, che avrebbe richiesto anche di garantire l'autosufficienza del ricorso sul principio di autosufficienza cfr. Sez. 4, n. 37982 del 26/06/2008 - dep. 03/10/2008, Buzi, Rv. 241023 . Pertanto, in ordine a tale punto, il ricorso si manifesta quale pretesa di veder affermata una ricostruzione del fatto alternativa a quella operata nei gradi di merito come manifesta l'insistita invocazione alla violazione dell'art. 192 cod. proc. pen. . Ma ciò è precluso a questa Corte, perché nel giudizio di legittimità va verificato che la motivazione resa dal decidente non sia affetta da vizi logici o da carenze e che non poggi sul travisamento della prova. Secondo il giudizio della Corte di appello, una volta smontato il dispositivo corona, la macchina presentava rischi derivanti dalla distanza tra i rulli, che sono stati qualificati come organi in movimento con motivazione non censurabile in sede di legittimità il fatto che operassero in folle non significa che non fossero organi lavoratori e che non vi fosse pericolo per il lavoratori, atteso lo spazio di quattro millimetri tra i rulli ed il fatto che essi operavano normalmente , quindi non indefettibilmente, in folle . Il giudice di seconde cure ha spiegato perché l'assemblaggio di apparecchiature originariamente certificate conformi alle norme prevenzionistiche abbia prodotto una condizione di pericolo nuova, che andava valutata e fronteggiata adeguatamente ha infatti richiamato l'instaurarsi di abitudini lavorative conformate alla struttura del nuovo macchinario. Peraltro, non coglie nel vero il ricorso quando ravvisa una illogicità motivazionale laddove la Corte di Appello ha affermato che la macchina originale era conforme alla normativa l'assunto non è rispondente al contenuto della decisione. Invero, il dato testuale in parola va letto insieme alla enunciazione del rilievo difensivo, che segnalava che la macchina era stata certificata come conforme dalla ditta costruttrice. Di tale dato la Corte distrettuale ha confermato la veridicità. Ma è noto che la certificazione non esaurisce la valutazione di conformità della macchina, che va valutata in concreto, tant'è che il datore di lavoro utilizzatore risponde della violazione anche in presenza di certificazione, dovendo egli assicurare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati tra le altre, Sez. 4, n. 37060 del 12/06/2008 - dep. 30/09/2008, Vigilardi e altro, Rv. 241020 . Risulta quindi infondato anche il quarto motivo di ricorso, in ordine alla valutazione del rischio, asserita come compiuta. 4.2. Quanto all'affermato ruolo datoriale di B.S. , oggetto del terzo e quinto motivo, non risponde al vero che la Corte di Appello abbia escluso che questi fosse titolare di siffatto ruolo. La Corte distrettuale opera effettivamente un riferimento agli effetti della mancanza di rituale delega, asserendo che l'effetto è quello di veder gravare l'obbligo securitario sul soggetto preposto alla sicurezza, nel caso concreto pacificamente individuabile di B.G. . Ma l'affermazione, che ben potrebbe essere anche frutto di un refuso, si accompagna subito dopo alla indicazione di B.G. e B.S. quali soggetti formalmente individuabili come datori di lavori e soggetti gravati dalla posizione di garanzia in materia antinfortunistica . È opportuno rilevare che la sentenza di primo grado rammenta che al tempo dell'infortunio non era stata ancora adottata dal consiglio di amministrazione della Lattonedil s.p.a. la decisione di delegare a B.G. tutti i poteri in materia antinfortunistica, di igiene e sicurezza sul lavoro se ne è derivato che tutti gli imputati erano datori di lavoro. L'assoluzione dei coimputati in secondo grado è stata fondata sulla effettività e contenuto della delega conferita ai due amministratori, stante la non ingerenza degli altri consiglieri di amministrazione. Questi dati chiariscono il senso complessivo della motivazione della sentenza impugnata. Peraltro, l'evocare l'esistenza di un datore di lavoro delegato alla sicurezza è del tutto incongruo, dal momento che il datore di lavoro è titolare a titolo originario degli obblighi securitari, taluni dei quali può delegare ad altri. Si comprende che l'affermazione vuole significare che, tra i diversi componenti del consiglio di amministrazione, B.G. avrebbe ricevuto una specifica delega ma tanto, che come visto la Corte distrettuale ha escluso esser rispondente al vero, non fa che confermare la qualità di datore di lavoro dello stesso B.S. . 4.3. Per ciò che concerne la consapevolezza del B. dell'intervento di manutenzione, il relativo motivo muove censure alla decisione impugnata per non aver essa considerato le specifiche circostanze che non permetterebbero di evocare, come fa la Corte di Appello, un generale obbligo di verifica e vigilanza dell'attività lavorativa come in concreto svolta, onde assicurare l'adeguamento alla normativa prevenzionistica. Tuttavia, l'aver identificato nella mancata elaborazione della valutazione dei rischi derivanti dalla costruzione del nuovo macchinario la condotta rimproverabile anche al ricorrente rende priva di rilievo ogni circostanza contingente di carattere non eccezionale, posto che la valutazione dei rischi ha appunto il compito di rilevare i rischi che possono essere individuati con la diligenza richiedibile al datore di lavoro e di individuare le misure, anche procedurali, idonee a fronteggiarli. La valutazione, quindi, avrebbe avuto ad oggetto anche i rischi connessi agli interventi di manutenzione del macchinario, prevedendo le misure appropriate, certamente prescindenti dalla conoscenza del datore di lavoro dell'effettuazione di ciascun singolo intervento. 5. Segue al rigetto del ricorso la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.