Colloqui ""visivi"" di detenuti e internati: cosa dice la legge, cosa succede nella pratica

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * Le norme di riferimento sono le seguenti 1 art. 18 legge 26 luglio 1975 n. 354, contenente Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà 2 art. 37 d.P.R. 30 giugno 2000 n. 230, contenente il Regolamento recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure restrittive e limitative della libertà . Dell'art. 18 cit. giova riportare solo i commi specifici relativi all'argomento - comma 1 I detenuti e gli internati sono ammessi ad avere colloqui e corrispondenza con i congiunti e on altre persone, anche al fine di compiere atti giuridici. - comma 3 Particolare favore viene accordato ai colloqui con i familiari. - ultimo comma,seconda alinea Dopo la pronuncia della sentenza di primo grado i permessi di colloquio sono di competenza del direttore dell'istituto. Quindi, la legge ha stabilito che dopo la pronuncia della sentenza di I grado la competenza a concedere colloqui visivi e non solo è demandata al direttore del carcere, al quale tale competenza è sottratta solo nella nelle fasi del giudizio di I grado ed antecedenti. Si tratta di una modifica migliorativa successiva del regime dei colloqui, intesa da una parte a snellire l'attività della magistratura inquirente e giudicante, dall'altra ad individuare nel direttore del carcere l'organo proprio per velocizzare, razionalizzare ed approfondire la concessione dei colloqui. Naturalmente, va subito detto che il legislatore è favorevole ad incrementare i rapporti dei detenuto con i familiari e con altre persone . Ciò è stato riconosciuto dalla cassazione penale in una massima che si trascrive L'art. 18 l. 26 luglio 1975, n. 354, nel disporre che i detenuti sono ammessi ad avere colloqui con i congiunti comma 1 e che particolare favore è accordato al colloquio con i familiari comma 4 , autorizza un'interpretazione non restrittiva dei termini congiunti e familiari . Pertanto, non commette il reato di cui all'art. 483 c.p. colui che attesti nella dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà art. 4 l. 4 gennaio 1968 n. 15 di essere zia di un detenuto in quanto sorella del padre di questi, ove il rapporto tragga origine da parentela naturale e non legale. Cassazione penale, sez. V, 27 gennaio 1995, n. 2216 Va conosciuta e rimarcata la filosofia che governa l'intero impianto della legge e del suo regolamento di esecuzione, contenuta nell'art. 1 Trattamento e rieducazione che giova riprodurre integralmente Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. Negli istituti devono essere mantenuti l'ordine e la disciplina. Non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari. I detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome. Il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva. Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. Le sottolineature in grassetto di alcune parole ed espressioni sono dell'A. ed hanno lo scopo di evidenziare quali sono i principi fondanti della legge penitenziaria, che si desidera ribadire a l'umanità e la dignità della persona b l'imparzialità del trattamento, con riguardo, fra l'altro, ad opinioni politiche e credenze religiose c l'attuazione, nei confronti dei condannati e degli internati di un trattamento rieducativo, che si avvale anche dei contatti con l'ambiente esterno . d il diritto degli imputati hanno diritto ad un trattamento , che tenga però conto della presunzione di innocenza in loro favore. Si valuti come l'art. 1, comma 1 e 2 del Regolamento di Esecuzione interpreta tali principi 1. Il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell'offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali. 2. Il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati è diretto, inoltre, a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonchè delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale. Ma vediamo come il R.E. interpreta la legge, all'art. 37, commi 1-8-9-13 1. I colloqui dei condannati, degli internati e quelli degli imputati dopo la pronuncia della sentenza di primo grado sono autorizzati dal direttore dell'istituto. I colloqui con persone diverse dai congiunti e dai conviventi sono autorizzati quando ricorrono ragionevoli motivi. 7. Per i detenuti e gli internati infermi i colloqui possono avere luogo nell'infermeria. 9. Ai soggetti gravemente infermi, o quando il colloquio si svolge con prole di età inferiore a dieci anni ovvero quando ricorrano particolari circostanze, possono essere concessi colloqui anche fuori dei limiti stabiliti nel comma 8. 8. I detenuti e gli internati usufruiscono di sei colloqui al mese. Quando si tratta di detenuti o internati per uno dei delitti previsti dal primo periodo del primo comma dell'art. 4- bis della legge e per i quali si applichi il divieto di benefici ivi previsto, il numero di colloqui non può essere superiore a quattro al mese. 13. Nei confronti dei detenuti che svolgono attività lavorativa articolata su tutti i giorni feriali, è favorito lo svolgimento dei colloqui nei giorni festivi, ove possibile. La sequenza delle norme regolamentari, adottata dall'A., ha lo scopo di far capire come il legislatore delegato abbia rispettato lo spirito della legge penitenziaria, per la quale 1 possono essere autorizzati colloqui con persone diverse dai familiari e congiunti e conviventi 2 il che pone le persone congiunte e conviventi in una posizione di particolare favore, che però non penalizza gli estranei i quali possono essere ammessi a colloquio quando ricorrano ragionali motivi 3 i colloqui degli ammalati possono avere luogo presso l'infermeria detenuti in questo caso va detto che non tutti gli istituti penitenziari hanno una infermeria detenuti e sono quelli di vecchia costruzione e di piccole dimensioni Lodi non ce l'ha l'infermeria detenuti, era in costruzione a gennaio 2005, i lavoro sono stranamente fermi 4 per i detenuti gravemente infermi ed in caso di prole di età inferiore ai dieci anni o quando ricorrano particolari circostanze, possono essere concessi colloqui anche fuori dei limiti di sei al mese per i detenuti comuni di quattro al mese peri detenuti sottoposti a regime di sorveglianza particolare. Questo è, a grandi linee, l'impianto normativo, nel quale si incastona la situazione nella quale si concedono o si negano i colloqui visivi fra due persone conviventi. Il concetto di convivenza è, a giudizio di chi scrive, tanto ampio da includere i familiari conviventi, le persone conviventi more uxorio , gli estranei conviventi per motivi i più svariati. Lo stato di convivenza può essere dimostrato mediante a stato di famiglia b dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, la quale soggiace ai medesimi controlli, od analoghi, della dichiarazione di convivenza a qualsiasi titolo accertamenti della Polizia municipale o delle altre forze dell'ordine Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri . Le decisioni del direttore al riguardo soggiacciono a gravami giurisdizionali 1 I provvedimenti dell'amministrazione penitenziaria in materia di colloqui visivi e telefonici dei detenuti e degli internati, in quanto incidenti su diritti soggettivi, sono sindacabili in sede giurisdizionale mediante reclamo art. 35 Ordinamento Penitenziario al magistrato di sorveglianza che decide secondo la procedura indicata nell'art. 14 ter l. n. 354 del 1975 con ordinanza ricorribile per cassazione. Cassazione penale, sez. un., 26 febbraio 2003, n. 25079 2 I reclami contro i provvedimenti dell'amministrazione penitenziaria che incidono sui diritti dei detenuti, tra cui quelli relativi ai colloqui e alle conversazioni telefoniche, danno origine a procedimenti che si concludono con decisioni del magistrato di sorveglianza munite della forma e del contenuto della giurisdizione. Ne consegue che in mancanza di forme procedurali speciali relative alla materia dei reclami contro gli atti dell'amministrazione lesivi dei diritti dei detenuti, l'attuazione della tutela giurisdizionale deve necessariamente realizzarsi attraverso l'ordinario modello procedimentale delineato dall'art. 678 c.p.p., che attraverso il rinvio all'art. 666, comma 6, dello stesso codice, rende ricorribili per cassazione le ordinanze emesse dalla magistratura di sorveglianza. Cassazione penale, sez. I, 15 maggio 2002, n. 22573 Infine, la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 18 l. 26 luglio 1975 n. 354 Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà , nella parte in cui non prevede che il detenuto condannato in via definitiva ha diritto di conferire con il difensore fin dall'inizio dell'esecuzione della pena la Corte ha osservato che il diritto di difesa deve potersi esplicare non solo in relazione ad un procedimento già instaurato, ma altresì in relazione a qualsiasi possibile procedimento contenzioso suscettibile di essere instaurato per la tutela delle posizioni garantite, e dunque anche in relazione alla necessità di preventiva conoscenza e valutazione - tecnicamente assistita - degli istituti e rimedi apprestati allo scopo dall'ordinamento. L'esercizio del diritto di conferire col difensore, in quanto strumentale al diritto di difesa, non può, quindi, essere rimesso a valutazioni discrezionali dell'amministrazione penitenziaria . Corte costituzionale, 3 luglio 1997, n. 212 *Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria