Il pignoramento del quinto al lavoratore che non lo sa. Il caso di un agente penitenziario

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * È, sicuramente, ampio il campo d'azione del quale viene investito il povero Direttore del carcere. Quali sono le connotazioni di questa figura è stato già esaminato Diritto & Giustizi@ - 5.10.2005 . Ad integrazione di quanto già pubblicato si enumerano, brevemente, le principali funzioni del Direttore del carcere. L'articolo 1 Trattamento e Rieducazione dell'Ordinamento Penitenziario legge 354/75 detta i principi fondamentali ai quali si è ispirato il legislatore del 1975, secondo il quale il trattamento penitenziario 1 deve essere conforme ad umanità ed assicurare il rispetto delle dignità della persona 2 è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. Negli istituti devono essere mantenuti l'ordine e la disciplina, esigenza per soddisfare la quale non possono essere adottate restrizioni che non siano giustificabili con le esigenze predette o, nei confronti degli imputati, non indispensabili a fini giudiziari. Inoltre il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva, mentre nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. La norma fondamentale quindi contiene le linee-guida che segnano in modo ineluttabile l'enorme impegno che grava sulle spalle, fragili, del Direttore del carcere. L'esigenza prioritaria risulta essere quella del mantenimento dell'ordine e della disciplina, condizione di base perché si possano attuare le attività di trattamento rieducativo dei soggetti si noti che nell'articolo 1 della legge il legislatore ha parlato di soggetti , non di detenuti . L'ordinato funzionamento del carcere garantisce l'ordinato svolgimento delle attività trattamentali. Non a caso l'articolo 2 del Regolamento di Esecuzione Dpr 230/00 prescrive che l'ordine e la disciplina negli istituti penitenziari garantiscono la sicurezza che costituisce la condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento dei detenuti e degli internati comma 1, prima alinea . Il direttore dell'istituto assicura il mantenimento della sicurezza e del rispetto delle regole avvalendosi del personale penitenziario secondo le rispettive competenze comma 1, seconda alinea . Il concetto di personale penitenziario è più vasto di quello di personale di polizia penitenziaria, dovendosi includere nel primo il secondo ed il personale amministrativo di ogni ordine e grado. Insomma, il povero Direttore è obbligato a gestire molteplici professionalità. Basti pensare al Gruppo di Osservazione e Trattamento, che presiede, nel quale confluiscono educatori, esperti psicologi e criminologi, medici, cappellano, comandante di reparto e componenti della polizia penitenziaria, nonché altri operatori come di assistenti volontari ed i preposti alle lavorazione ove vi siano, quasi da nessuna parte più, purtroppo . Essendo il Direttore del carcere l'unica figura istituzionale dotata di firma a rilevanza esterna, intrattiene i rapporti con la magistratura, le forze di polizia ad ordinamento civile o militare, i rappresentanti dello Stato e degli enti locali. È oltremodo facile ed altamente probabile che il suddetto vada in tilt, almeno in quelle circostanze marginali in cui non lo soccorre la conoscenza pratica del diritto. In questi casi deve soccorrere l'umiltà, la capacità di chiedere aiuto. Non è facile, perché la richiesta di aiuto sottende una bolla di ignoranza nella materia specifica. Non tutti, però, possiedono tale dote, anzi molto pochi, perché la stragrande maggioranza si chiude in un ostinato rifiuto della benché minima responsabilità gestionale. Un antico proverbio toscano recita Chi non fa, non falla ! , per significare che è naturale che chi lavora corre i rischi professionali connessi al suo lavoro, alla attività che deve svolgere. Purtroppo, in molti casi il proverbio assume, anche per chi non lo conosce, un significato beffardo per quei direttori che si rifugiano nell'inazione. Soccorre un caso, si direbbe di scuola, che ha a che fare con l'attività giudiziaria del giudice civile un processo di recupero di credito, conclusosi con una procedura di esecuzione coattiva dell'esazione del credito, il pignoramento del quinto dello stipendio del pubblico dipendente. Stranamente il provvedimento del giudice dell'esecuzione perviene in modo indiretto al direttore e contiene le seguenti prescrizioni ASSEGNA in pagamento, salvo esazione, 1/5 della somma mensilmente dovuta al debitore *** dal terzo Ministero della Giustizia, in persona del Ministro p.t., così come accertata con sentenza del Tribunale di ***, sezione lavoro, nonché 1/5 del tfr maturato, in caso di risoluzione del rapporto ORDINA al legale rappresentante del terzo Ministero della Giustizia l'immediato pagamento delle somme assegnate alle scadenze mensili in favore dei due aventi causa. Essendo il documento privo della notifica al dipendente, era d'uopo provvedervi prima di dar corso alle disposizioni del Giudice dell'esecuzione. Ciò occorreva fare per due ordini di ragioni, la prima perché il dipendente doveva essere posto a conoscenza del pignoramento del quinto dello stipendio, del rateo stabilito e della durata del prelevamento coattivo sulla retribuzione netta nella misura di un quinto la seconda per porre il dipendente nelle condizioni di risolvere in unica soluzione il suo debito. Niente di quanto sopra accadeva. Anzi, la ritenuta veniva inserita senza indugio nel sistema, il dipendente ne veniva a conoscenza all'atto della percezione dello stipendio stesso, chiedeva verbalmente di conoscere il motivo e chiedeva copia del provvedimento che gli veniva negata, chiedeva verbalmente al Direttore di poter estinguere il residuo debito in unica soluzione e ne ricavava un diniego motivato come segue non essere nei poteri della Direzione di provvedere a modificare un ordine dell'autorità giudiziaria, alla quale competeva in via esclusiva la modifica di un proprio provvedimento. Un decisione decisamente abnorme, per i motivi che seguono. L'atto di pignoramento del quinto dello stipendio di un pubblico dipendente consegue ad un giudizio di esazione coattiva di un credito accertato mediante atto esecutivo, anche solo provvisoriamente o per sentenza irrevocabile. Nella fattispecie, il Giudice dell'Esecuzione disponeva doversi procedere al pignoramento, sulla base del 'presunto' rifiuto, formale o sostanziale, del dipendente ad onorare il contenuto del giudicato civile a proprio sfavore, nulla rilevando che il giudizio era in contumacia e che, pertanto, nulla ha saputo il dipendente al riguardo, meno che mai dall'avvocato della parte attrice, che attivava il procedimento di esazione coattiva senza preventivamente esperire il doveroso tentativo di pagamento extra-giudiziale. Ergo, il pignoramento trova la sua ragione giustificativa nell'esigenza di assicurare l'esecuzione di una sentenza del giudice civile e di garantire il soddisfacimento del proprio avere alla parte attrice nel giudizio di che trattasi. Con la volontà, espressa verbalmente al sig. Direttore, che il dipendente reiterava formalmente nella sede propria, di pagare il proprio debito per contanti ed in unica soluzione, nonché immediatamente, la 'ratio' dell'atto di precetto e del conseguente pignoramento veniva meno, in quanto tale 'ratio' consiste nella necessità di obbligare il debitore a soddisfare il proprio debito a favore del creditore, anche contro la sua volontà del debitore . La 'ratio' dell'esazione coattiva veniva meno con la volontà espressa dal debitore, concretata in un atto formale scritto o sostanziale verbale , di onorare il proprio debito. La volontà espressa di pagare, perfezionata dal pagamento vero e proprio, siccome realizza lo scopo dell'esecuzione coattiva, non ha bisogno di alcun ulteriore atto del Giudice dell'Esecuzione, che risulterebbe necessariamente ridondante. * Ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria