Scatta la tutela risarcitoria per i danni da fumo passivo

di Luigi Di Paola

di Luigi Di Paola* Molto tempo è trascorso da quando il vasto dibattito sui confini della risarcibilità dei danni da fumo passivo ha cominciato, nutrendosi delle cognizioni progressivamente diffuse dalla scienza medica nonché degli spunti offerti dalle acquisizioni normative, a divampare sulle pagine delle riviste giuridiche nonché su quelle dei quotidiani, particolarmente attenti a gettare un occhio alla sfera del diritto, allorquando quest'ultima orienta vistosamente i comportamenti sociali. E l'eco di quel dibattito perdura ancora oggi, malgrado il divieto di fumare in luoghi chiusi abbia ricevuto, in tempi recenti, con l'articolo 51, legge 3/2003, una consacrazione normativa che, tutto sommato, può ritenersi giunta al suo epilogo. Certamente il radicale intervento normativo ha soddisfatto l'auspicio - forse anche dei fumatori bisognosi di forti stimoli dall'esterno per rinunciare alla cicca - di non lasciare, nella sostanza, allo strumento della responsabilità civile il compito di contrastare la propensione delle vittime del vizio a soddisfare il proprio bisogno egoistico ignorando coloro i quali, pur interessati alla sorte della propria salute, del vizio in questione finiscono per divenire vittime indirette. Poiché, come è intuibile, lo strumento riparatorio, laddove il danno alla persona si rivela totalmente pervasivo, assolve ad una funzione ben modesta non solo per chi tale danno ha subito, ma anche, salvo le eccezioni apportate dalla varietà della natura umana, per i beneficiari finali dell'importo conseguito a titolo risarcitorio, che antepongono al piacere del lucro ottenuto la mestizia per l'annichilimento fisico del congiunto. Peraltro il detto strumento, che interviene ex post quando il danno oramai si è prodotto - e per lo più scarso peso esercita sul piano della prevenzione, dal lato del potenziale danneggiante - non è, di fatto, agevolmente azionabile, per via della impervia prova del nesso causale che il danneggiato è tenuto, secondo le note regole, a fornire. Un illustre giurista non fumatore si chiedeva, dieci anni fa, quanti potessero essere i non fumatori ad agire in giudizio per i danni subiti in conseguenza del fumo passivo e preconizzava, implicitamente, una arrendevolezza dei denigratori del fumo ad avvalersi del rimedio della responsabilità civile. I fatti, a quanto pare, gli hanno dato ragione. Giacché l'esperimento della via giudiziaria non risulta, a quanto consta, esser stato tentato, in tempi recenti, dal non fumatore almeno fino ad oggi, come la sentenza in commento attesta. Anche se qui, probabilmente, ad incentivare l'approdo all'aula di giustizia non è stata tanto la ventata di rigore sospinta da una più matura, rispetto al passato, coscienza sociale, che ingenera il coraggio a perseguire itinerari non battuti, quanto la peculiarità del caso, in cui a venir meno è stato proprio il consueto ostacolo rappresentato dalla difficile prova del nesso causale tra condizioni ambientali di lavoro e patologia. IL FATTO Una lavoratrice, dipendente di una amministrazione dello Stato, si trova ad occupare una stanza ubicata al di sotto del livello stradale, scarsamente illuminata ed insufficientemente riscaldata, onde, durante i mesi invernali, di rado areata mediante l'apertura della finestra , per ben sette anni, insieme a tre colleghe fumatrici, e pertanto costretta, per come affermato dallo stesso Direttore della divisione del Ministero, ad inalare continuamente il fumo presente nella stanza in forte concentrazione lo spostamento successivo della lavoratrice in questione in un'altra stanza non muta la situazione di fatto, giacché le nuove colleghe sono parimenti fumatrici. Subito dopo, alla lavoratrice viene diagnosticato un tumore al polmone destro, che rende necessario l'intervento chirurgico di asportazione di parte dell'organo. In tale situazione, la lavoratrice medesima fa istanza per il riconoscimento dell'infermità per causa di servizio, il cui diniego da parte dell'amministrazione viene annullato dal giudice amministrativo il riconoscimento in questione è effettuato dall'amministrazione con provvedimento successivo. Per il finale della vicenda si rimanda, per brevità, alla sentenza della sezione lavoro del Tribunale di Roma depositata il 20 giugno e qui leggibile tra gli allegati. Gli eredi della lavoratrice, agendo iure hereditatis, chiamano in giudizio l'amministrazione-datore di lavoro per ottenerne la condanna al risarcimento del danno biologico, del danno patrimoniale connesso alla perdita della capacità lavorativa specifica, del danno morale e del danno esistenziale. L'organo giudicante accoglie la domanda risarcitoria concernente il danno biologico e morale, sulla base di argomentazioni solide e lineari, di cui occorre brevemente dar cenno. LA TUTELA RISARCITORIA PER I DANNI DA FUMO PASSIVO I PRECEDNETI DELLA CONSULTA La sentenza 202/91 La questione di rilievo attiene alla configurazione dell'illecito, messo in dubbio dall'amministrazione sull'assunto, par di capire, dell'inesistenza, all'epoca dei fatti, di una norma specifica regolante gli obblighi di condotta del datore di lavoro il che rifluirebbe, per implicito, anche sul piano del difetto di colpa specifica. Sennonché la tesi difensiva non sembra essere assecondata dal noto pronunciato della Corte costituzionale sentenza 202/91 , richiamato nella sentenza il commento, con il quale - pur dichiarandosi l'inammissibilità, per difetto di rilevanza, della questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1, lettera a e b della legge 584/75 concernente il divieto di fumare in determinati locali e su mezzi di trasporto pubblico - si ricorda che la dedotta lesione del diritto alla salute articolo 32 della Costituzione può fondare da sola il richiesto risarcimento dei danni ex articolo 2043 Cc. L'articoo 32 della Costituzione, in collegamento con l'articolo 2043 Cc, pone il divieto primario e generale di ledere la salute . Il che significa, per dirla con le parole del predetto giurista, che non vi è alcun bisogno, nella prospettiva della tutela risarcitoria, di un intervento ampliativo del divieto di fumo nei locali chiusi per via additiva, in quanto esiste già all'interno del sistema un rimedio dotato di piena operatività, che permette al danneggiato da fumo passivo di ottenere il risarcimento dei danni sofferti per quel titolo. Pertanto - al di là delle sanzioni amministrative-penali per la mancata osservanza del divieto di fumare previsto per determinate aree - sia dove vige, sia dove non vige il divieto, esiste la generale operatività del rimedio interprivato aquiliano. In definitiva, l'invito, nell'occasione rivolto dal giudice delle leggi al legislatore, ad apprestare una più incisiva e completa tutela della salute dei cittadini dai danni cagionati dal fumo anche passivo, lungi dall'implicare la necessarietà di una specifica regola di condotta per l'operatività del sistema risarcitorio, suona come un monito ad introdurre nel panorama normativo meccanismi che consentano di giocare in anticipo sul versante della tutela, facendo in modo che il danno abbia serie difficoltà a prodursi. Qui l'angolo visuale è ancora quello della responsabilità civile che, con riguardo ai danni alla persona, vive della simbiosi della norma aperta codicistica di cui all'articolo 2043 Cc con quella di rango sovraordinato, immediatamente precettiva, di cui all'art. 32 Cost. Ma a riportare il tutto sul terreno della responsabilità datoriale ex articolo 2087 Cc, il passo, come noto, è breve, giacché tale ultima disposizione costituisce una sorta di alter ego dell'articolo 2043 Cc nell'ambito della responsabilità in questione. La sentenza 399/96 E, in tale settore, interviene nuovamente il giudice delle leggi sentenza 399/96, richiamata del pari nella sentenza in commento , il quale rammenta, rifacendosi ad una statuizione della Suprema corte, che l'articolo 2087 Cc, come tutte le clausole generali, ha una funzione di adeguamento permanente dell'ordinamento alla sottostante realtà socio-economica e pertanto vale a supplire alle lacune di una normativa che non può prevedere ogni fattore di rischio, ed ha una funzione sussidiaria rispetto a quest'ultima di adeguamento di essa al caso concreto . Questo essendo il per lo più nitido quadro di riferimento, il giudicante prende atto della pacifica nocività, da tempo accertata, del fumo passivo ed implicitamente afferma, sulla scorta dell'apparato argomentativo della Consulta, la superfluità di una norma specifica indirizzata al datore di lavoro ai fini dell'adozione di tipizzate misure di protezione a tutela della salute del dipendente - bastando l'articolo 2087 Cc a fondare la responsabilità risarcitoria - ritenuto quindi provato il nesso causale tra condotta omissiva del datore di lavoro ed insorgenza della patologia, passa al riconoscimento delle principali voci di danno richieste. Qui giustamente procede, contrariamente alle aspettative della difesa dell'amministrazione, alla liquidazione del danno morale. E la soluzione, cui la Cassazione pare da ultimo aderire, persuade, giacché ritenere il danno morale una appendice esclusiva della responsabilità extracontrattuale significa, in definitiva, impoverire, irragionevolmente, la tutela del lavoratore che abbia scelto di invocare l'articolo 2087 Cc e significa svalutare il dettato di quest'ultimo articolo, volto a tutelare anche la personalità morale del lavoratore, la cui violazione comporta il riconoscimento della correlata voce di danno. Si sbarra, infine, la strada alla liquidazione del danno esistenziale per difetto di prova ma alla stessa conclusione si sarebbe potuti pervenire configurando, in linea con un orientamento in espansione, il danno esistenziale componente implicita del danno biologico, come tale già risarcito attraverso quest'ultimo. CONCLUSIONI La vicenda, come si è detto, è peculiare. Ma oltre a destare interesse per il precedente giurisprudenziale cui ha dato luogo, suscita inevitabilmente l'immancabile perplessità derivante dalla constatazione che, forse, qui sarebbe bastato davvero poco a tutelare la dipendente darle, ad esempio, nuove colleghe non fumatrici. *Magistrato

Tribunale di Roma - Sezione lavoro - sentenza 9 maggio-20 giugno 2005 Giudice dott. Vetritto Svolgimento del processo Con ricorso depositato il 27 novembre 2002, XXX in qualità di eredi di XXX convenivano in giudizio dinanzi a questo Tribunale il Ministero XXX, deducendo che lo stesso doveva ritenersi responsabile dei gravi danni alla salute sofferti dalla loro dante causa - già dipendente del Ministero - per avere violato l'obbligo di adottare misure idonee a tutelare la salute della propria dipendente, salvaguardandola dal fumo presente in forte concentrazione nella stanza ove la stessa lavorava. Premesse le vicende lavorative ed illustrati e documentati i problemi di salute della XXX, richiamati il quadro normativo di riferimento e la giurisprudenza in tema di responsabilità del datore di lavoro ex articolo 2087 Cc i ricorrenti chiedevano accogliersi le seguenti conclusioni accertare la violazione da parte del resistente datore di lavoro delle norme innanzi citate che ponevano a suo carico l'obbligo di tutelare la salute della dipendente XXX ai rischi sui luoghi di lavoro e per l'effetto condannarlo al risarcimento A del danno biologico nella misura di euro 338.289 lire 655.014.969 o in quella maggiore o minore ritenuta di giustizia o che dovesse essere accertata in corso di causa B del danno patrimoniale connesso alla perdita della capacità lavorativa specifica nella misura ritenuta equa dal giudice C del danno morale nella misura di non meno di 3/4 del danno biologico o in quella maggiore o minore ritenuta di giustizia D del danno esistenziale ed alla vita di relazione nella misura ritenuta equa dal giudice oltre agli interessi e alla rivalutazione per ciascuna voce di danno dalla data dell'evento al soddisfo. Con vittoria di spese, competenze ed onorari di causa . Si costituiva tardivamente la mattina stessa dell'udienza fissata ex articolo 420 Cpc - alla quale, peraltro, si asteneva dal comparire - la parte convenuta, che eccepiva preliminarmente l'intervenuta prescrizione del diritto al risarcimento dei danni e contestava la fondatezza della domanda eccependo altresì, quanto alla richiesta di risarcimento del danno morale, l'incompetenza funzionale del giudice del lavoro concludeva per il rigetto della domanda. Disposta ed espletata Ctu per la determinazione della misura del danno biologico e depositate note conclusive della sola parte ricorrente la causa, all'udienza del 9 maggio 2005, assente la difesa del resistente, veniva quindi discussa e decisa come da allegato dispositivo. Motivi della decisione Deve in primo luogo evidenziarsi che l'eccezione di prescrizione avanzata nella memoria difensiva è inammissibile in quanto tardiva, atteso che la costituzione dell'Amministrazione convenuta è avvenuta solo la mattina stessa dell'udienza, ben oltre il termine di cui all'articolo 416 Cpc. Per mera completezza e solo in via incidentale può comunque rilevarsi l'infondatezza di detta eccezione, basata sul presupposto che l'infermità è stata diagnosticata il 25 settembre 1992, mentre il ricorso introduttivo del presente giudizio è stato depositato il 27 novembre 2002 in quanto la difesa ricorrente ha prodotto copia della lettera con la quale è stata avanzata la richiesta di tentativo di conciliazione, lettera inviata anche al Ministero e da questo ricevuta in data 8 maggio 2001, con conseguente effetto interruttivo della prescrizione. Passando all'esame del merito rileva il giudicante che i ricorrenti agiscono in qualità di eredi di XXX già dipendente del Ministero XXX, lamentando i gravi danni alla salute derivati alla dante causa dal fumo passivo che è stata costretta a respirare per anni, e lamentano la violazione da parte dell'Amministrazione dei doveri imposti dagli articoli 32 della Costituzione e 2087 del Cc. E' appena il caso di ricordare che tale ultima norma prevede che l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro . Sostiene la convenuta nella memoria difensiva che i ricorrenti non avrebbero dimostrato il nesso causale tra il danno lamentato ed una specifica condotta dell'Amministrazione violativa degli obblighi previsti dall'articolo 2087 Cc, sul presupposto che tale specifica condotta deve necessariamente riferirsi a norme già in vigore al tempo in cui l'infermità e insorta con la conseguente necessità di specifica prova che i locali nei quali la sig.ra XXX ma il cognome esatto e XXX, come evidentemente è sfuggito al redattore della memoria svolgeva le sue funzioni non erano dotati di quelle caratteristiche di sufficiente areazione richieste da norme in vigore tra il 1980 ed il 1992 . Appare opportuno a questo punto, anche per valutare le eccezioni della parte resistente nella giusta prospettiva, ricostruire brevemente la vicenda che ha portato alla instaurazione del presente giudizio. XXX dante causa degli odierni ricorrenti, è stata assunta dal Ministero XXX nel 1980 nel 1992 le fu diagnosticato un tumore al polmone destro, che rese necessario l'intervento chirurgico di asportazione di parte del polmone. Da detta patologia sono derivate alla XXX una serie di patologie, tra le quali l'ultima è stata una grave forma depressiva che l'ha afflitta fino alla data della morte, avvenuta in esito ad un incidente stradale. Sono prodotte in atti relazioni mediche dalle quali risulta che l'isotipo del suo cancro è quello associato al fumo di sigaretta, sia attivo che passivo, e cioè un carcinoma epidermoidale , e che alla luce delle attuali conoscenze scientifiche ed epidemiologiche il cancro epidermoidale del polmone della signora XXX non fumatrice, è insorto a causa dell'inquinamento da fumo di sigaretta presenta nell'ambiente lavorativo in forte concentrazione relazione Dott. Giulio Bigotti, in atti nonché che la Sig.ra XXX ha contratto per causa di servizio una neoplasia polmonare destra infatti, l'isotipo di tale neoplasia carcinoma epidermoidale non corneificante è compatibile con una etiopatogenesi da fumo di sigaretta e, in un non fumatore, da fumo passivo. Da tale neoplasia, dalla conseguente exeresi chirurgica, dai successivi cicli di chemio e radioterapia, sono derivati una sindrome depressiva reattiva ed un indebolimento psico-fisico progressivo della predetta relazione Dott. Gavino Cossu, pure allegata al fascicolo di parte ricorrente . E' stata altresì prodotta relazione del Dottor Benedetto Maturani, Direttore della IV Divisione del Ministero presso la quale operava la dipendente, il quale a seguito della istanza presentata dalla XXX il 17 marzo 1993 per ottenere il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio della infermità ha riferito la sig.ra XXX, non fumatrice, ha prestato servizio per ben sette anni presso la stanza n. 75 di questa Direzione Generale, insieme a tre colleghe, fumatrici e pertanto costretta ad inalare continuamente il fumo presente nella stanza in forte concentrazione. Aggiungasi a ciò la circostanza che la suddetta stanza numero , ubicata al di sotto del livello stradale, è scarsamente illuminata ed insufficientemente riscaldata per cui, durante i mesi invernali, veniva di rado areata mediante l'apertura della finestra. Dalla fine dell'anno 1991 la predetta impiegata presta servizio nella stanza n. 81 di questa Direzione, migliore come ubicazione rispetto alla precedente, ma sempre con colleghe fumatrici . Risulta infine dagli atti che all'istanza della lavoratrice del 1993 segui un provvedimento di diniego che, impugnato dinanzi al Giudice Amministrativo, fu dallo stesso annullato v. sentenza in atti che a seguito di tale pronuncia, passata in giudicato, la XXX fu sottoposta a visita presso la Commissione Medica Ospedaliera dell'Ospedale Militare Principale di Roma ed ottenne infine il provvedimento in data 19 dicembre 1997, con il quale si riconosceva che la infermità riscontrata era dipendente da causa di servizio ed ascrivibile alla 2^ categoria di menomazione dell'integrità fisica. La disamina dei fatti e dei documenti posti a base della domanda consente di comprendere la ragione per la quale l'Amministrazione qui resistente non ha contestato l'esistenza del nesso causale tra l'attività lavorativa svolta - o meglio, le condizioni ambientali nelle quali è stata svolta - e la patologia tumorale insorta nella lavoratrice di tale nesso, accertato con sentenza ormai passata in giudicato dal Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, non può dubitarsi, e questo stesso giudicante ha ritenuto di non dover demandare al nominato Ctu alcuna indagine in tal senso. Il convenuto Ministero contesta invece la possibilità di equiparare il riconoscimento della infermità per causa di servizio alla responsabilità per fatto illecito del datore di lavoro. Siffatta equivalenza non è infatti possibile, né ad onor del vero è stata prospettata dalla difesa ricorrente, che come si è sopra anticipato incentra le proprie richieste risarcitorie sulla violazione degli articoli 32 della Costituzione e 2087 Cc, cui dovrebbero aggiungersi l'articolo 9 del Dpr 303/56 e l'articolo 9 della legge 300/70 cfr. pagg. 6 e 7 del ricorso . Occorre premettere un richiamo alla costante giurisprudenza della Corte Costituzionale che, più volte investita di questioni collegate direttamente al fumo negli ambienti di lavoro, ha sottolineato che la salute è un bene primario che assurge a diritto fondamentale della persona ed impone piena ed esaustiva tutela, tale da operare sia in ambito pubblicistico sia nei rapporti di diritto privato. Né può dimenticarsi che già con la sentenza 202/91, pur emettendo una pronuncia di inammissibilità soprattutto per motivi di non rilevanza nel giudizio a quo, la Corte già dava per pacifica la nocività del cd. fumo passivo ed affermava la legittimità di una richiesta diretta al risarcimento dei danni per detta causa in base all'articolo 32 Costituzione, invitando nel contempo il legislatore ad intervenire per la necessità di apprestare una più incisiva e completa tutela della salute dei cittadini dai danni cagionati dal fumo anche cd. passivo, trattandosi di un bene fondamentale e primario costituzionalmente garantito . Anche con la pronuncia 399/96 la Corte ha fatto riferimento sia all'articolo 32 Costituzione, sia all'articolo 2087 Cc richiamando la giurisprudenza di legittimità secondo cui tale ultima norma come tutte le clausole generali, ha una funzione di adeguamento permanente dell'ordinamento alla sottostante realtà socio-economica e pertanto vale a supplire alle lacune di una normativa che non può prevedere ogni fattore di rischio, ed ha una funzione sussidiaria rispetto a quest'ultima di adeguamento di essa al caso concreto . Sempre con la pronuncia in esame la Corte Costituzionale, dopo aver fatto ampio riferimento alle previsioni dell'articolo 9 del Dpr 303/56 con relativi obblighi a carico della parte datoriale e dell'articolo 9 legge 300/70 con i corrispondenti diritti di controllo e di promozione dell'attuazione delle norme di prevenzione in favore dei lavoratori ha precisato come tutte le disposizioni sopra richiamate abbiano natura precettiva ed impongano specifici doveri per il datore di lavoro pubblico o privato che sia di attivarsi perché la salute dei dipendenti sia adeguatamente tutelata, con le modalità più opportune. Sul punto è interessante riportare che la Corte ha ritenuto di dovere aggiungere non è dato ovviamente precisare in questa sede le varie misure possibili e le modalità di detti interventi dislocazioni, orari, impianti, fino ad eventuali divieti dal momento che ciò discende, oltre che dal rispetto delle prescrizioni legislative, dalle diligenti valutazioni del datore di lavoro in corrispondenza alle diverse circostanze in cui viene prestata l'attività lavorativa . Preme in definitiva evidenziare che la lettura delle previsioni in esame da parte del convenuto Ministero appare a dir poco riduttiva, non potendo limitarsi l'indagine alla esistenza di norme che imponessero determinate caratteristiche di areazione degli ambienti negli anni in questione ma dovendosi valutare in concreto se la situazione dell'ambiente lavorativo fosse tale da rendere effettiva la tutela della integrità fisica dei dipendenti se, in altre parole, il Ministero datore di lavoro avesse in concreto adottato tutte le misure suggerite dalle conoscenze sperimentali o tecniche a detto fine. La precisazione è di non poco momento, non potendo dubitarsi che già nel corso degli anni Ottanta la consapevolezza degli effetti nocivi del fumo non solo nei soggetti fumatori ma anche nei non fumatori esposti al fumo altrui stava prendendo piede rapidamente non a caso sul punto nessuna contestazione è stata avanzata dalla parte resistente, limitatasi come si è detto a contestare l'esistenza di una normativa specifica. Non vi è dubbio invero che fosse di comune esperienza già nel corso del decennio precedente l'insorgere della malattia della XXX la nocività del fumo anche c.d. passivo , se è vero che già nel 1991, come si è sopra ricordato, la Corte Costituzionale la dava per pacifica che nel 1995 la questione era già approdata dinanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che affermavano che la disciplina in tema di divieto di propaganda pubblicitaria dei prodotti da fumo -risalente al 1983 - trova il suo fondamento prioritario nell'esigenza di tutela della salute della collettività , in una prospettiva che individua l'uso del tabacco come fonte possibile di danno per la salute dell'individuo fumatore ed indirettamente di danno per la salute collettiva comprendendo tra i soggetti tutelati anche i non fumatori che il divieto di fumo imposto dalla legge 584/75, anche se riguarda solo i locali espressamente indicati all'articolo 1, ha quale ratio giustificatrice proprio gli effetti particolarmente dannosi del fumo nei locali chiusi, evidentemente non solo a carico dei fumatori ma anche di tutti coloro che in detti luoghi si trovassero che persino una nota pubblicità progresso molto trasmessa nella prima metà degli anni ottanta recitava chi fuma avvelena anche te, digli di smettere . Ritiene pertanto il giudicante che non possa dubitarsi nel caso di specie che a fronte delle doglianze a suo tempo manifestate dalla XXX circa le condizioni ambientali nelle quali era costretta ad operare sul punto non vi è alcuna contestazione da parte del Ministero la parte datoriale abbia del tutto ignorato le conseguenze dannose che il fumo passivo poteva provocare nella salute della dipendente, omettendo di adottare qualsiasi misura atta ad evitare siffatte conseguenze, persino quella assai banale di assegnarle una stanza da condividere con colleghi non dediti all'abitudine di fumare, con un comportamento che non può non ritenersi violativo dell'articolo 2087 Cc - in quanto, come si è già illustrato, già all'epoca erano noti i danni derivanti anche dal fumo c.d. passivo - ed anche dei principi di correttezza e buona fede nello svolgimento del rapporto di lavoro. Ritiene pertanto questo Giudice che sia senz'altro ravvisabile la dedotta responsabilità dell'odierno resistente, che deve rispondere delle conseguenze dannose del proprio comportamento tutto incontestate, avendo la parte resistente omesso di presenziare a quasi tutte le udienze, e di depositare le note conclusive per le quali pure era stato concesso termine - ha fornito precise risposte quanto all'entità dei postumi sia direttamente ricollegabili alla patologia tumorale, sia connessi all'ulteriore patologia depressiva conseguita alla prima, indicando nel 55% la misura dei primi e nel 10% quella dei secondi. La misura complessiva del 65% - di poco inferiore, in definitiva, a quella individuata dal consulente di parte nella relazione originariamente allegata al fascicolo di parte - dà luogo, sulla base delle vigenti tabelle, ad una liquidazione del danno biologico pari ad euro 263.725,00 all'attualità. I ricorrenti richiedono altresì la condanna dell'Amministrazione al risarcimento del danno morale la parte resistente da un lato eccepisce l'incompetenza funzionale del giudice del lavoro in favore del Tribunale ordinario, dall'altro contesta la risarcibilità del danno non patrimoniale in quanto i ricorrenti agiscono a titolo contrattuale mentre i danni in parola hanno natura extracontrattuale. L'eccezione di incompetenza, inammissibile in quanto anch'essa tardivamente avanzata solo alla data fissata per l'udienza, è in ogni caso infondata. Se infatti è indubbio che gli odierni ricorrenti abbiano intentato l'azione jure hereditatis, per far valere diritti derivati alla dante causa dall'intercorso rapporto di lavoro, non può non ritenersi con la costante giurisprudenza della Suprema Corte che ove la domanda di risarcimento dei danni si fondi sulla pretesa violazione da parte del datore di lavoro degli obblighi contrattuali di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro articolo 2087 Cc , anziché sulla dedotta esistenza di un illecito extracontrattuale articolo 2043 Cc la competenza sia del Giudice del lavoro. Analogamente infondata è la seconda delle eccezioni sopra riportate, atteso che la giurisprudenza anche di legittimità ricomprende nei danni sofferti dal lavoratore in conseguenza del mancato rispetto da parte del datore di lavoro degli obblighi di sicurezza imposti dall'articolo 2087 anche il danno morale, laddove dalla inosservanza della richiamata previsione derivino al dipendente lesioni personali o uno stato di malattia Cassazione, Sezione lavoro, 4012/98 . La fattispecie in esame rientra perfettamente nella categoria individuata dalla Suprema Corte, in considerazione dei rilevanti danni alla salute sofferti dalla XXX danni che questo Giudice ritiene equo liquidare nella misura pari alla metà arrotondata per eccesso del danno biologico - criterio, questo, che viene comunemente assunto per la determinazione del danno morale. Ritiene invece il giudicante che le richieste di riconoscimento del danno patrimoniale connesso alla perdita della capacità lavorativa specifica e del danno esistenziale ed alla vita di relazione non possano essere accolte, in difetto di specifica prova, quanto alla prima, di danni patrimoniali non coperti dalla pensione privilegiata e dall'equo indennizzo spettanti alla XXX in esito al riconoscimento della causa di servizio ed all'inquadramento della infermità nella categoria 2^ misura massima di menomazione dell'integrità fisica quanto alla seconda, di ripercussioni delle patologie sulla vita di relazione, direttamente riconducibili alle patologie stesse, tali da pregiudicarne lo svolgimento se non da escluderla. In ordine a tale ultimo punto non può non rilevarsi che il capitolo di prova articolato in ricorso Vero che la sig.XXX frequentava spesso i propri parenti, e che da quando fu scoperto il tumore polmonare, non gli fu più possibile recarsi in Grecia o in Abruzzo , oltre a tradursi di fatto in una valutazione preclusa ai testi, è del tutto insufficiente a dimostrare l'effettiva portata della incidenza dello stato di salute sulla normale vita di relazione. Alla stregua delle considerazioni che precedono la domanda va quindi accolta con il riconoscimento delle due voci principali di danno e con la condanna della resistente Amministrazione al pagamento, in favore degli eredi di XXX delle somme indicate in dispositivo, liquidate all'attualità. A carico del Ministero soccombente vanno altresì poste come di norma le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo, e quelle relative all'espletata consulenza, liquidate con separato decreto. Tali i motivi della decisione in epigrafe.