I “motivi di salute” non giustificano l’omesso versamento dei contributi

Il contribuente che, nonostante il cagionevole stato di salute, continui a rivestire il ruolo di legale rappresentante della società, resta responsabile del mancato versamento delle ritenute previdenziali.

Esiste la componente dolosa nell’omissione del versamento dei contributi previdenziali, a nulla rilevando la circostanza che l’imputato versi in uno stato di malattia, soprattutto laddove questi non rinunci al proprio incarico. Ad affermarlo è la Corte di Cassazione, nella sentenza n. 41680 del 9 ottobre 2013. Il caso. Un amministratore di società aveva omesso di versare all’INPS le ritenute previdenziali dovute, dichiarando di aver proceduto ai pagamenti solo quando disponeva della necessaria liquidità. Il cagionevole stato di salute non può impedire il versamento. La Corte ha preso innanzitutto atto del fatto che lo stato di salute non poteva essere fonte di impedimento al versamento. L’imputato aveva infatti mantenuto il proprio status di legale rappresentante, continuando ad operare. Secondo i Giudici di legittimità avrebbe comunque potuto versare i contributi mettendo a disposizione la provvista al commercialista . In realtà la difficile situazione societaria, che si sarebbe conclusa con il fallimento della stessa, era la vera causa della condotta omissiva, frutto peraltro di una scelta del contribuente, da cui è derivata la fattispecie dolosa. Basta mettere a disposizione del commercialista le somme necessarie. Proprio per i motivi testé rappresentati non è stato possibile neppure invocare l’art. 54 c.p., secondo cui non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile . Difficile, secondo gli Ermellini, pensare che adempiere all’obbligo di versamento avrebbe posto l’imputato in uno stato di pericolo alla sua persona, quando, come detto poc’anzi, sarebbe bastato che mettesse a disposizione del proprio commercialista le somme necessarie ad adempiere al proprio obbligo.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 giugno - 9 ottobre 2013, n. 41680 Presidente Teresi Relatore Graziosi Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 20 gennaio 2012 la Corte d'appello di Roma - a seguito di appello di D.A.A. avverso sentenza del Tribunale di Roma del 10 febbraio 2009 che lo aveva condannato alla pena di due mesi di reclusione ed euro 200 di multa per il reato di cui agli articoli 81 cp c.p. e 2 d.lgs. 463/1983 convertito in l. 638/1983, per aver quale legale rappresentante omesso nell'ottobre 2002, nel dicembre 2002, nel gennaio 2003 e nell'ottobre 2003 il versamento all'lnps delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate sulle retribuzioni dei dipendenti della San Marco Costruzioni S.r.l. per un importo complessivo di euro 5164,79 -, in riforma della sentenza di primo grado dichiarava prescritti i reati fino al gennaio 2003 e rideterminava la pena in un mese di reclusione ed euro 100 di multa. 2. Ha presentato ricorso l'imputato adducendo due motivi il primo denuncia violazione di legge articoli 42, 43 c.p. e 2 d.lgs. 463/1983 nonché vizio motivazionale in quanto la corte territoriale avrebbe in sostanza attribuito all'imputato colpa anziché il necessario elemento soggettivo doloso il secondo, ancora come violazione di legge e vizio motivazionale, lamenta che la corte non ha ritenuto pertinente, in relazione a una malattia dell'imputato, l'applicabilità dell'articolo 54 c.p. senza motivare al riguardo. Considerato in diritto 3. Il ricorso è manifestamente infondato. 3.1 Il primo motivo, quale violazione di legge e vizio motivazionale, adduce che la corte territoriale ha motivato nel senso che l'obbligo dell'imputato nasceva dalla sua posizione di legale rappresentante della società che, a prescindere dalle sue condizioni di salute per cui comunque non aveva rinunciato all'incarico, continuava ad operare, rilevando altresì che il versamento delle ritenute è un atto semplice cui l'imputato avrebbe potuto provvedere anche solo mettendo a disposizione la provvista al commercialista della società in realtà il mancato pagamento sarebbe stato originato dallo stato di dissesto della società, di lì a poco fallita, avendo lo stesso imputato dichiarato quando potevo, pagavo . In questo modo la sentenza d'appello avrebbe confuso l'elemento soggettivo della colpa con quello del dolo avendo tratteggiato gli elementi della colpa nei reati omissivi, pur esigendo l a fattispecie di cui all'articolo 2 d.lgs. 463/1983 il dolo generico. Il motivo è manifestamente infondato. Proprio perché la fattispecie contestata richiede il dolo generico, essendo questo integrato semplicemente dalla consapevole scelta di omettere i versamenti dovuti da ultimo Cass. sez. III, ord. 19 settembre 2012 n. 40365 , vale a dire esaurendosi con la coscienza e volontà della omissione o della tardività del versamento delle ritenute Cass. sez. III, 18 novembre 2009-19 gennaio 2010 n. 2354 , quanto si evince dalla motivazione della sentenza impugnata è la rappresentazione, proprio, di una consapevole e volontaria omissione dei versamenti da parte dell’imputato. Non è certo sufficiente ad elidere tale volontarietà per convertire l'elemento soggettivo in colpa, in particolare, la situazione di dissesto della società, poiché la volontarietà della omissione non viene meno perchè il datore di lavoro sta attraversando una fase di criticità economica Cass. sez. III, 19 gennaio 2011 n. 13100 . Sul piano strettamente motivazionale, poi, si ricorda che, una volta accertata la volontarietà della omissione nella quale consiste il dolo generico, non è necessaria neppure una esplicita motivazione sull'esistenza del dolo, desumibile già di per sé dall'omesso versamento Cass. sez. III 15 novembre 2007 n. 47340 . 3.2 Il secondo motivo imputa alla sentenza la violazione dell'articolo 54 c.p. nonché dell'articolo 2 d.lgs. 463/1983, con correlato vizio motivazionale, per avere ritenuto il richiamo dell'appellante all'articolo 54 c.p. non pertinente in difetto palese degli elementi caratteristici dell'istituto invocato . Su ciò in effetti la corte non avrebbe motivato. In realtà, proprio quanto rilevato dalla corte in ordine alla sussistenza del dolo generico nel caso in esame ha comportato in concreto anche l'esclusione della fattispecie dello stato di necessità. Questo, infatti come lo stesso motivo evidenzia, attiene al pericolo attuale di un danno grave alla persona e, secondo il ricorrente, si sarebbe verificato per la grave situazione patologica da cui egli era affetto. Ma la corte, come sopra si è già riportato, ha constatato sia che l'imputato, nonostante la sua situazione fisica, non aveva neppure rinunciato alla sua posizione di legale rappresentante della società, sia che la società continuava ad essere attiva, sia che l'adempimento dell'obbligo di versamento si sarebbe realizzato semplicemente con la messa a disposizione del commercialista del denaro tutto questo esclude che l'adempimento dell'obbligo di versamento ponesse l'imputato nel rischio di un danno grave alla sua persona, costituendo una motivazione implicita cfr. Cass. sez. IV, 13 maggio 2011 n. 26660 e Cass. sez. VI,4 maggio 2011 n. 20092 ma inequivoca anche sul profilo dell'articolo 54 c.p. addotto dall'appellante. Sulla base delle considerazioni fin qui svolte il ricorso deve essere dichiarato inammissibile il che impedisce, non consentendo il formarsi di un valido rapporto processuale di impugnazione, di valutare la presenza di eventuali cause di non punibilltà ex articolo 129 c.p.p. s.u. l22 novembre 2000 n. 32, De Luca in particolare, l'estinzione del reato per prescrizione è rilevabile d'ufficio a condizione che il ricorso sia idoneo a introdurre un nuovo grado di giudizio, cioè non risulti affetto da inammissibilità originaria come invece si è verificato nel caso de qua ex multis v. pure S.U. 11 novembre 1994 11 febbraio 1995 numero , Cresci S.U. 3 novembre 1998 n. 11493, Verga s.u. 22 giugno 2005 n. 23428,Bracale Cass. sez. III, 10 novembre 2009 n. 42839, Imperato Franca , con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell'articolo c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale emessa in data 13 giugno 2000, numero , e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità , si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle ammende. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.