Legge Pinto: chi perde tempo nelle impugnazioni non può lamentarsi dell'eccessiva durata

Il periodo di meditazione deve essere sottratto dal calcolo complessivo e dalla quantificazione dell'indennizzo

Impugnazioni sprint per chi vuole l'indennizzo per l'eccessiva durata del processo. I tempi lunghi per i gravami, anche se concessi dal Codice civile, possono essere detratti dalla durata complessiva del procedimento se la causa non è particolarmente complessa. Ad affermarlo è stata la Cassazione che - con la sentenza 14477/05, depositata il 9 luglio e qui integralmente leggibile tra gli allegati - ha fissato il principio secondo cui sebbene la legge processuale consenta alle parti di poter fruire pienamente dei termini stabiliti per proporre le impugnazioni di legge, non perciò erra il giudice che chiamato a calcolare la durata della procedura civile , dalla complessiva misurazione, detragga in considerazione dell'impegno limitato della controversia, una parte considerevole del tempo trascorso prima della proposizione dell'impugnazione . In altre parole, per il riconoscimento dell'equa riparazione ex legge Pinto va considerata ogni vicenda processuale e, quindi, anche la trascuratezza delle parti nel proporre le impugnazioni, che non può essere addebitata al ministero della Giustizia. Così la I sezione civile di Piazza Cavour ha confermato la decisione della Corte d'appello di Roma, che aveva negato l'indennizzo per un processo durato quasi sette anni, riguardante una banale causa di lavoro. La Corte territoriale, infatti, ha sottolineato la necessità di compiere la detrazione, dal tempo complessivamente trascorso, di quello impiegato dai ricorrenti per proporre le impugnazioni. Per quest'ultime, infatti, avevano lasciato trascorrere l'intero termine annuale - cosiddetto lungo - nonostante la causa fosse di modestissimo impegno giuridico . E la Suprema corte ne ha condiviso il ragionamento la durata complessiva dei giudizi, depurata dei tempi che i ricorrenti hanno lasciato trascorrere prima di proporre le relative impugnazioni, assomma a circa sette anni che possono, senz'altro, considerarsi un tempo accettabile .

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 17 maggio-9 luglio 2005, n. 14477 Presidente Morelli - relatore Genovese Pm De Augustinis - conforme - ricorrente Riccio ed altro - controricorrente ministero della Giustizia Svolgimento del processo l. I signori Riccio Antonio, DEL Giudice Gaetano e De Leo Salvatore, chiedevano al Pretore di Napoli - nel corso del 1993 - l'inclusione, nella retribuzione percepita per le giornate festive, dell'indennità corrisposta per ogni giorno di effettiva presenza in servizio, e il diritto di percepire tale trattamento nei casi in cui vi ora stata coincidenza fra il giorno festivo e quello di malattia. La controversia veniva decisa, negativamente, con sentenza del 15 ottobre 1993. Avverso di essa, i ricorrenti proponevano appello, con atto depositato il 20 dicembre 1993. L'impugnazione ora definita all'udienza del 29 settembre 1997. Il ricorso per cassazione, notificato il 21 ottobre 1998, veniva dichiarato inammissibile, a seguito dell'udienza del 28 gennaio 2000, con sentenza depositata il 28 luglio 2000. 2. Dopo aver proposto la domanda di riparazione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, a seguito dell'entrata in vigore della legge 89/2001, con ricorso svolto ai sensi dell'art. l. i predetti signori Riccio, Del Giudice e De Leo, hanno chiesto alla Corte d'appello di Roma un pronuncia con la quale, previo riconoscimento del diritto, maturato in relazione al ritardo non ragionevole nella definizione del giudizio, e riguardante il danno subito, fosse disposta la condanna del ministero della Giustizia al pagamento di lire 30 milioni delle relative some, oltre alle spese, diritti e onorari. 3. La Corte adita, rilevato che la durata complessiva dei giudizi, depurata dei tempi che i ricorrenti hanno lanciato trascorrere prima di proporre le relative impugnazioni, assomma a circa sette anni che possono, senz'altro considerarsi un tempo accettabile , ha escluso la violazione del diritto alla durata ragionevole del processo e ha rigettato il ricorso perché, con assorbente considerazione del valore della controversia di modesta entità , ai poteva presumere che nessun danno concreto abbiano subito i ricorrenti . 4. Contro tale pronuncia ricorrono i signori Riccio, Del Giudice e De Leo, con ricorso per cassazione, articolato in quattro mezzi d'impugnazione, cui resiste il ministero della Giustizia, con controricorso. Motivi della decisione 1.1 Con il primo motivo di ricorso con il quale al duole della violazione degli articoli 2 della legge 89/2001, 737 Cpc e 111 Costituzione, 415, secondo e terzo, 420, sesto e dodicesimo comma, 430 e 435 Cpc, e omessa o insufficiente motivazione, ai sensi dell'articolo 360, n. 3 Cpc i ricorrenti lamentano l'erroneità del ragionamento compiuto dalla Corte d'appello che non ha riconosciuto il superamento del termine dì durata ragionevole del processo, nonostante che i responsabili delle Uffici Giudiziari avessero fissato con ritardo le udienze di trattazione della controversia, circostanza inidonea a fungere da esimente per gli Stati contraenti. 1.2. Con il secondo motivo di ricorso con il quale si duole della violazione degli articoli 2 della legge 89/2001, 6 CEDU, 1173, 2043 e 2697 Cc, 2, 3, 24 e 111 Costituzione, ai sensi dell'articolo 360, n. 3 Cpc i ricorrenti sì dolgono del fatto che il giudice non abbia riconosciuto l'esistenza del danno come conseguenza automatica della violazione del termine di durata ragionevole del procedimento. 1.3. Con il terzo motivo di ricorso con il quale si duole della violazione degli articoli 2 della legge 89/2001 e 12 Preleggi, ai sensi dell'articolo 360, n. 3 Cpc i predetti lamentano l'erroneità del ragionamento compiuto dalla Corte d'appello, in difformità dai principi stabiliti dalla Corte CEDU, ragione fondante l'intervento legislativo proprio della Legge Pinto, che ove fosse confermo consentirebbe di adire nuovamente la corte di Strasburgo. 1.4. Con il quarto motivo dì ricorso con il quale sì duole della violazione degli articoli 2729, 2697 Cc, 111, sesto comma, e 737 Cpc e omessa o insufficiente motivazione, ai sensi dell'articolo 360, n. 5 Cpc i ricorrenti lamentano l'erroneità del ragionamento compiuto dalla Corte territoriale che avrebbe negato l'esistenza di un danno quantomeno non patrimoniale in re ipsa. 2. Il ricorso è infondato e dev'essere respinto. 2.1. La censura, esplicitata nel primo motivo, non coglie nel segno, alla luce dell'insegnamento già fornito da questa Corte sentenze 7297/05 e 1660/03 e secondo il quale, ai fini del riconoscimento del diritto all'equa riparazione di cui alla legge 89/2001, non esiste nell'ordinamento nazionale alcuna regola che permetta di stabilire con precisione numerica, in via generale ed astratta, la ragionevole durata di un processo né tale regola è desumibile da dati medi ricavati da analisi statistiche, le quali possono concorrere a formare il convincimento del giudicante, ferma restando, però, l'inderogabile necessità ex articolo 2 della citata legge n. 89 di considerare ogni vicenda nelle sue specifiche caratteristiche, e quindi di tener conto della complessità del caso e del comportamento in concreto assunto dal giudice, dalle parti e da chiunque altro sia chiamato a contribuire alla definizione del procedimento. Pertanto, il giudice investito della domanda di equa riparazione di cui alla citata legge n. 89, nell'accertare la violazione della durata ragionevole del processo, deve considerare tutte le circostanze della concreta vicenda processuale, ivi compreso, il comportamento degli attori del processo, stabilendo, con riferimento al comportamento delle parti, quale sia stato il tempo che la stessa, con il suo comportamento abbia concorso a determinare nella durata che si assume eccessiva, e così detraendolo dal computo finale. All'esito della determinazione della ingiustificata durata del procedimento, il giudice può passare a liquidare l'indennizzo alla parte che abbia allegato di aver sofferto di tale irragionevole protrarsi della causa, secondo le prescrizioni che le Su di questa Corte hanno già indicato con la sentenza 1340/04, ossia con l'obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte europea, pur conservando egli un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, purché in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuato da quella corte in casi simili. In particolare, come questa Corte ha già stabilito cfr. la sentenza 3134/04 , ai sensi della legge 89/2001, pur essendo possibile individuare degli standard di durata media ragionevole per ogni fase del processo, quando quest'ultimo ai sia articolato in vari gradi e fasi, così come accade nell'ipotesi in cui il giudizio si svolga in primo grado, in appello, in cassazione ed eventualmente in sede di rinvio , agli effetti dell'apprezzamento del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali occorre - secondo quanto già enunciato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo - avere riguardo all'intero svolgimento del processo medesimo, dovendosi addivenire ad una valutazione sintetica e complessiva del processo, alla maniera in cui si è concretamente articolato per gradi e fasi appunto , così da sommare globalmente tutte le durato, atteso che queste ineriscono all'unico processo da considerare, secondo quanto induce a ritenere il fatto che, a norma dell'articolo 4 della citata legge. 2.2. Nel caso che ci occupa, sulla domanda dei ricorrenti, che è stata proposta in riferimento alla durata non ragionevole dell'intero giudizio, è stata già compiuta una valutazione di merito da parte della Corte territoriale che ha escluso il superamento del termine , rispettosa dei principi al riguardo elaborati dalla Corte di Strasburgo, che valuta come mediamente accettabile una complessiva pendenza, nel tre gradi dì giudizio ordinario, di circa sei anni. Nella specie, la Corte ha motivato la necessità di compiere una detrazione, dal tempo complessivamente trascorso poco più di sette anni , di quello impiegato dai ricorrenti per proporre le impugnazioni, avendo lasciato correre, per controversie di modestissimo impegno giuridico, l'intero termine lungo annuale. Tale valutazione, è immune da censure logico-giuridiche, in considerazione del principio - che questa Corte intende affermare - e secondo il quale, sebbene la legge processuale consenta alle parti di poter fruire pienamente dei termini stabiliti per proporre le impugnazioni di legge, non perciò erra il giudice che - chiamato a calcolare la durata della procedura civile -, dalla complessiva sua misurazione, detragga, in considerazione dell'impegno limitato della controversia, una parte considerevole del tempo trascorso prima della proposizione dell'impugnazione. 3. Nella reiezione del primo motivo di ricorso restano assorbiti anche i restanti mezzi, riguardanti la sussistenza del danno, esclusa proprio in ragione della accertata durata non irragionevole della controversia. 4. il ricorso, in conclusione, deve essere respinto e le spese, poste a carico dei ricorrenti, in solido, vanno liquidate come da dispositivo. PQM Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in euro 1.000,00, per onorario, oltre alle spese prenotato a debito.