Fluttuazioni dei tassi di cambio: la banca non può prevedere l’imprevedibile

Il requisito secondo il quale le clausole contrattuali devono essere redatte in modo chiaro e comprensibile non può imporre al professionista di predire le evoluzioni successive non prevedibili, quali le fluttuazioni eccezionali dei tassi di cambio e di informarne il consumatore.

Lo afferma l’Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia dell’UE nella causa C-186/16 del 27 aprile 2017. La vicenda. La questione al centro della controversia in esame riguarda vari contratti di mutuo stipulati da vari utenti rumeni con una banca rumena tra l’aprile 2007 e l’ottobre 2008. In particolare si tratta di contratti di credito in franchi svizzeri finalizzati all’acquisto di beni immobili, al rifinanziamento di altri crediti o al soddisfacimento di esigenze personali. I mutuatari erano tenuti a rimborsare le rate mensili in franchi svizzeri. Il tasso di cambio tra il franco svizzero e il leu rumeno è quasi raddoppiato tra il 2007 e il 2014. I mutuatari, ritenendo che la banca fosse in grado di prevedere tali fluttuazioni del tasso di cambio, hanno adito gli organi giurisdizionali adducendo che le clausole che prevedevano il rimborso del credito in franchi svizzeri pongono a loro carico il rischio di cambio e costituiscono dunque clausole abusive. Il diritto comunitario. La Direttiva 93/13/CEE del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, tutela quest’ultimi nella stipula di contratti con un professionista. L'obbiettivo di tale direttiva è quello di fornire al contraente debole effettivi strumenti di tutela per riequilibrare la fisiologica asimmetria del rapporto contrattuale con il professionista e di favorire al tempo stesso la concorrenza tra operatori economici europei attraverso l'introduzione di discipline armonizzate destinate alla progressiva instaurazione del mercato comune. In particolare, essa prevede che una clausola possa essere considerata abusiva se determina a danno del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto. Il quadro normativo e giurisprudenziale. Secondo l’art. 3 di tale direttiva una clausola contrattuale, che non è stata oggetto di negoziato individuale, si considera abusiva se, malgrado il requisito della buona fede, determina, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto. Pertanto, l’esame dell’eventuale carattere abusivo di una clausola implica stabilire se essa determini, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti contrattuali. Secondo la giurisprudenza comunitaria CGE 26 gennaio 2017, causa C-421/14 tale esame deve essere effettuato alla luce delle norme nazionali che trovano applicazione in mancanza di accordo tra le parti, degli strumenti di cui il consumatore dispone per far cessare l’utilizzo di questo tipo di clausole, della natura dei beni o dei servizi oggetto del contratto di cui trattasi nonché di tutte le circostanze che accompagnano la sua conclusione. L’art. 4 della suddetta direttiva stabilisce che il carattere abusivo di una clausola è valutato tenendo conto della natura dei beni o servizi oggetto del contratto e facendo riferimento, al momento della conclusione di quest’ultimo, a tutte le circostanze che accompagnano detta conclusione e a tutte le altre clausole del contratto. La valutazione del carattere abusivo di una clausola non può quindi vertere sulla definizione dell’oggetto principale del contratto se la clausola è formulata in modo chiaro e comprensibile. Le questioni. L’adita Corte d’appello rumena ha quindi sottoposto tre questioni alla Corte di Giustizia in merito all’esame della clausola contrattuale di cui trattasi. Due di tali questioni sono dirette a stabilire se si possa ritenere che la clausola controversa riguardi l’oggetto principale del contratto e se essa sia formulata in modo chiaro e comprensibile , cosicché il suo carattere potenzialmente abusivo non potrebbe essere esaminato. Inoltre, la Corte è chiamata fornire chiarimenti riguardo al momento in cui deve essere valutata l’esistenza di un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti. La clausola sul rimborso nella stessa valuta costituisce oggetto principale del contratto. Nelle sue conclusioni, l’avvocato generale fa riferimento, oltre che alle clausole contrattuali di cui trattasi, al contesto di fatto e di diritto nel quale sono stati conclusi i contratti di credito. Egli prende in considerazione due elementi fondamentali. In primo luogo, egli rileva che ai contratti di credito in valuta estera è generalmente applicato un tasso d’interesse più basso rispetto a quelli in valuta nazionale per compensare il c.d. rischio di cambio che essi possono determinare in caso di svalutazione della valuta nazionale. In secondo luogo, egli osserva che la banca ha concesso i prestiti in franchi svizzeri e che ha diritto a ottenere i rimborsi di tali prestiti nella stessa valuta. Secondo l’avvocato generale, l’obbligo di rimborso delle rate mensili in franchi svizzeri non può essere considerato un elemento accessorio del contratto, ma fa effettivamente parte degli elementi chiave del contratto di credito in valute estere. Pertanto, la clausola di un contratto di credito in cui si stabilisce che il mutuatario deve rimborsare l’importo nella stessa valuta in cui è stato concesso rientra nella nozione di oggetto principale del contratto . Il professionista non può predire le evoluzioni successive non prevedibili. Per quanto riguarda la seconda questione sottoposta alla Corte, l’avvocato generale precisa che il requisito secondo cui una clausola contrattuale deve essere redatta in modo chiaro e comprensibile presuppone che la clausola controversa sia compresa dal consumatore sul piano formale e grammaticale, ma anche riguardo alla sua portata concreta. Pertanto, un consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto dovrebbe non solo essere informato circa la possibilità di un aumento del valore o di una svalutazione della valuta estera, ma anche essere posto in grado di valutare le conseguenze di una tale clausola sui propri obblighi finanziari. Il requisito secondo cui le clausole contrattuali devono essere redatte in modo chiaro e comprensibile non può tuttavia giungere fino al punto di imporre al professionista di predire le evoluzioni successive non prevedibili, come le fluttuazioni dei tassi di cambio delle valute oggetto della controversia, di informarne il consumatore e di assumersene le conseguenze. In conclusione occorre considerare le circostanze che il professionista avrebbe potuto ragionevolmente prevedere. L’avvocato generale conclude affermando che un professionista non possa essere considerato responsabile di evoluzioni successive alla conclusione del contratto e indipendenti dalla sua volontà come, in particolare, variazioni del tasso di cambio . Se così non fosse, non soltanto sarebbero posti a carico del professionista degli obblighi sproporzionati, ma sarebbe compromesso anche il principio della certezza del diritto. Pertanto, secondo l’avvocato generale si deve tener conto di tutte le circostanze che il professionista avrebbe potuto ragionevolmente prevedere al momento della conclusione del contratto. Il significativo squilibrio non può, per contro, essere valutato in funzione di evoluzioni successive alla conclusione del contratto sulle quali il professionista non esercitava alcun controllo e che non poteva prevedere, come le variazioni del tasso di cambio.