Il reato sussiste anche se è intervenuta la separazione coniugale

Il reato di maltrattamenti in famiglia si ritiene integrato anche laddove la convivenza coniugale sia cessata, quindi anche a seguito di separazione personale, dal momento che continuano comunque a sussistere i doveri del rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà.

I delitti di violenza sessuale possono essere perseguiti anche in assenza di querela quando vi sia connessione con un reato procedibile d’ufficio ai sensi dell’art. 609 septies comma n. 4 c.p. tale connessione sussiste se l’indagine sul delitto perseguibile d’ufficio comporti necessariamente l’accertamento di quello punibile a querela, o meglio debbano investigarsi fatti commessi gli uni in occasione degli altri, oppure gli uni per eseguire od occultare gli altri, o, ancora, per conseguire l’impunità . Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2328/13, depositata il 17 gennaio. Il caso. Il Tribunale condannava un uomo, ritenuto responsabile di aver in abituale stato di ubriachezza maltrattato la moglie minacciandola, insultandola, perseguitandola con telefonate e messaggi reiterati e con pedinamenti, percuotendola e provocandole lesioni personali, oltre che per averla costretta a subire atti sessuali, nonostante il dissenso espresso dalla donna il tutto dall’anno 1999 al giugno 2010. Proponeva appello la difesa, lamentando la carenza dell’istruttoria dibattimentale per mancata audizione di alcuni testi a difesa, mancata trascrizione delle conversazioni telefoniche tra imputato e persona offesa ed omessa acquisizione degli sms tramite i tabulati telefonici , la non abitualità del reato contestato, il superficiale accertamento della responsabilità del prevenuto sulla scorta delle dichiarazioni della parte lesa, ritenute erroneamente coerenti e riscontrate dalle testimonianze di parenti ed amiche della donna. Ritenendo infondate tali rimostranze, anche il Giudice di seconde cure confermava la penale responsabilità dell’imputato. Insussistenza dei maltrattamenti quando cessano i rapporti familiari? Avverso tale seconda pronuncia ricorrevano per cassazione, con due distinti ricorsi, entrambi i difensori del condannato. Il primo, articolato in un unico motivo, metteva in evidenza il difetto di credibilità della persona offesa - dovuto alle contraddizioni delle dichiarazioni da questa rilasciate - e censurava la mancata rinnovazione dell’istruttoria. Con il secondo, maggiormente strutturato, si deduceva l’insufficiente motivazione circa l’attendibilità della presunta vittima la non integrazione del reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., bensì di quelli di lesioni o percosse o ingiurie o atti persecutori, e ciò particolarmente in considerazione dell’interruzione della convivenza coniugale nel 2009 e, quindi, dell’insussistenza dei maltrattamenti’ quando cessino i rapporti familiari la tardività della querela per il reato di violenza sessuale, presentata circa un anno dopo il fatto stesso l’inutilizzabilità’ delle registrazioni di conversazioni telefoniche operate direttamente dalla persona offesa. Violenza sessuale perseguibile senza querela? La Suprema Corte rigetta il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali. In prima battuta viene dichiarata inammissibile l’eccezione di improcedibilità per tardività della querela, posto che trattasi di questione non proposta nell’atto di appello si puntualizza, in ogni caso, che è possibile perseguire senza querela i delitti di violenza sessuale, quando questi siano connessi con un reato procedibile d’ufficio art. 609 septies comma n. 4 c.p. , come, nel caso di specie, i maltrattamenti in famiglia. Le dichiarazioni della vittima sono attendibili. Quanto alle dichiarazioni della vittima, la Corte rileva come i Giudici di merito correttamentele abbiano ritenute coerenti, lineari, sofferte, quindi credibili ciò anche in considerazione della mancata costituzione di parte civile da parte della persona offesa e quindi del disinteresse a livello di richieste risarcitorie, che inevitabilmente accresce la genuinità del suo racconto e dei riscontri alla narrazione ad opera degli altri testimoni di accusa e financo di quelli a difesa, oltre che delle trascrizioni delle ingiuriose e minacciose conversazioni telefoniche tra l’imputato e la moglie. Le registrazioni delle conversazioni integranti il reato sono solo uno degli elementi fondanti la penale responsabilità del condannato e, benché effettuate direttamente dalla vittima, sono utilizzabili per avvalorare la già provata tesi accusatoria. Il reato sussiste anche se la convivenza coniugale è cessata. Relativamente alla sussistenza del reato di cui all’art. 572 c.p., gli Ermellini precisano che esso si ritiene integrato anche laddove la convivenza coniugale sia cessata, quindi anche a seguito di separazione personale, dal momento che continuano comunque a sussistere i doveri del rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà. Infine i Giudici di legittimità ritengono sussistente la prova, oltre che del delitto di maltrattamenti, anche di quello di violenza sessuale, dal momento che la vittima, sottoposta a continue e ripetute vessazioni e percosse, è stata anche costretta, in almeno due episodi, a subire rapporti sessuali, sotto la minaccia di essere ulteriormente picchiata. Per le ragioni suddette, quindi, la Corte regolatrice del diritto ha ritenuto di rigettare il ricorso della difesa, con conseguente passaggio in giudicato della condanna.

Corte di Cassazione, Sez. III Penale, sentenza 6 novembre 2012 17 gennaio 2013, n. 2328 Presidente Franco Relatore Amoroso Ritenuto in fatto 1. Con sentenza n. 6984/11 il Tribunale di Milano condannava P.L. alla pena di anni otto di reclusione, oltre sanzioni accessorie lo condannava altresì al pagamento delle spese processuali, perché ritenuto responsabile di aver in abituale stato di ubriachezza, maltrattato la moglie B B. minacciandola, insultandola, perseguitandola con reiterate telefonate e messaggi di disturbo e con pedinamenti, percuotendola, nonché procurandole in più occasioni lesioni personali capo 1 , fatti avvenuti in Milano dall'anno 1999 all'8 giugno 2010 data d'ingresso in carcere per altra causa , nonché di averla costretta dalla metà dell'anno 2008 quantomeno al maggio 2009 a subite atti sessuali, nonostante il manifestato dissenso capo 2 . 2. Con atto d'appello data 29.10.2011 la difesa di P.L. impugnava tale pronuncia deducendo tre motivi di doglianza. Lamentava in via istruttoria la carenza dell'istruzione dibattimentale, per effetto a della mancata audizione di parte dei testimoni della difesa, che avrebbero dovuto essere sentiti anche in considerazione delle numerose lacune ed incertezze dimostrate nella narrazione dei fatti dalla persona offesa, come il sig. V.D. che avrebbe dovuto riferire della lite del Natale 2008, oppure ancora i figli della coppia, che avrebbero potuto confermare l'assoluta estraneità del padre circa gli episodi più gravi, quali l'asserita violenza sessuale b della tralasciata trascrizione delle prodotte conversazioni telefoniche, si che non avrebbe potuto aversi la prova che vi fosse la certezza dei reali interlocutori e dell'integralità del contenuto, che ben avrebbe potuto essere stato oggetto di tagli e manipolazioni c dell'omessa acquisizione degli sms tramite tabulati telefonici, al fine di poter verificare i reali rapporti intercorsi con la moglie. Contestava in via principale l'affermazione della sua penale responsabilità, ex artt. 94 e 572 c.p., perché nascente dalla ricostruzione della vicenda operata dal primo giudice sulla base delle frammentarie e poco chiare dichiarazioni della parte lesa, all'epoca dei fatti adusa a sostanze stupefacenti, che non avrebbero consentito di evidenziare l'abitualità del contestato reato, bensì due soli episodi violenti, il primo verificatosi alla vigilia del omissis a causa della polemica innescata dal costo di un regalo natalizio ed il secondo nell' omissis per via di una frase ingiuriosa, che terzi avrebbero pronunciato circa le modalità di concepimento dei loro figli. Deduceva la violazione degli artt. 94, 81 cpv. 609 bis, 609 septies n. 4, c.p. perché la sua responsabilità era stata accertata sulla scorta delle dichiarazioni della parte lesa, erroneamente ritenute coerenti, reiterate e scevre da ogni intento denigratorio e riscontrate da elementi oggettivi e testimoniali, quali le deposizioni rese dalla madre, dalla sorella e dalle amiche della persona offesa, che in realtà si erano limitate a confermare quanto dichiarato dalla B. in sede d'esame testimoniale. Deduceva altresì in via subordinata il mancato contenimento della pena nei minimi edittali ed il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62 bis c.p., con giudizio di prevalenza rispetto alla aggravanti contestate. 3. Con sentenza del 4.5.2012 la Corte d'Appello confermava la sentenza emessa in data 6.6.2011 dal Tribunale di Milano nei confronti di P.L. e condannava l'appellante al pagamento delle ulteriori spese processuali. 4. Avverso questa pronuncia i difensori dell'imputato propongono due ricorsi per cassazione integrati con motivi aggiunti. Considerato in diritto 1. Con il primo ricorso, articolato in un motivo, il ricorrente deduce che la parte offesa nelle sue dichiarazioni testimoniali in dibattimento era incorsa in contraddizioni. Lamenta la mancata assunzione di nuove prove, Deduce che i contestati maltrattamenti non avevano il requisito della contestualità. Anche nei motivi aggiunti il ricorrente insiste nel censurare la mancata rinnovazione dell'istruttoria e nel dedurre il difetto di credibilità la parte offesa. Con il secondo ricorso, articolato in quattro motivi, il ricorrente deduce ulteriormente l'insufficienza della motivazione quanto all'attendibilità della deposizione della parte offesa non avendo la sentenza impugnata indicato le concrete modalità della minaccia o della violenza. In ogni caso le condotte dell'imputato non integrano il reato di maltrattamenti in famiglia bensì quello di lesioni o di percosse o di ingiurie o di atti persecutori art. 612 bis c.p. . Vi è stata quindi un'erronea qualificazione giuridica dei fatti addebitati. Rileva inoltre che la comunione di vita e quindi la convivenza dei coniugi si era interrotta nell' omissis talché il reato di maltrattamenti non può sussistere ove manchino ovvero cessino i rapporti familiari. In ogni caso si tratta di condotte singole non già unificante dal vincolo della abitualità. Il ricorrente poi deduce che la querela per il reato di violenza sessuale era stata sporta solo in data 24 maggio 2010 e quindi oltre i termini previsti per la sua proposizione la violenza sessuale è stata contestata fino al omissis . Il reato però è stato considerato procedibile grazie alla qualificazione giuridica degli episodi violenti come reato di maltrattamenti in famiglia, in ragione dell'applicazione della aggravante di cui all'art. 609 septies n. 4 c.p. che prevede la procedibilità d'ufficio anche per il fatto di violenza sessuale connesso. Pertanto la corte d'appello avrebbe dovuto adeguatamente motivare in ordine alla sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia. Infine il ricorrente contesta la valenza probatoria e l'utilizzabilità delle registrazioni di conversazioni telefoniche operate dalla stessa parte offesa. 2. Il ricorso è infondato. 3. Preliminarmente va ritenuta inammissibile l'eccezione di improcedibilità per tardività della querela atteso che si tratta di censura non proposta in grado d'appello e sulla quale pertanto la corte d'appello non si è pronunciata. Né l'imputato appellante aveva censurato la riconducibilità al reato di cui all'art. 572 c.p. dei ripetuti episodi di percosse, lesioni e ingiurie dall'imputato posti in essere in danno del coniuge B B. . Anche di tale profilo dell'odierna censura la sentenza impugnata non si occupa. In ogni caso deve considerarsi che questa corte Cass., Sez. 3, 7/10/2003 - 12/11/2003, n. 43139 ha affermato - e qui ribadisce - che ai fini della perseguibilità senza querela dei delitti di violenza sessuale, la connessione con un reato procedibile d'ufficio cui si riferisce l'art. 609-septies c.p. sussiste ogni qual volta l'indagine sul delitto perseguibile d'ufficio comporti necessariamente l'accertamento di quello punibile a querela, cioè debbano essere investigati fatti commessi l'uno in occasione dell'altro, oppure l'uno al fine di eseguire l'altro, o ancora l'uno per occultare l'altro od al fine di conseguire la relativa impunità. Si è quindi ritenuta la stretta connessione tra il delitto di maltrattamenti in famiglia ed un fatto di violenza sessuale in danno del coniuge commesso in costanza del matrimonio, sul presupposto che l'indagine sul primo coinvolgesse necessariamente tutti gli aspetti del rapporto di coniugio. E si è poi precisato Cass., Sez. 3, 29/01/2008 - 13/03/2008, n. 11263 che ai fini della perseguibilità senza querela dei delitti di violenza sessuale la connessione con reato procedibile d'ufficio non viene meno a seguito del ritenuto assorbimento del reato di maltrattamenti nel reato di violenza sessuale, ma solo all'esito di intervenuta assoluzione dal medesimo per insussistenza del fatto. 4. Quanto alle altre censure deve considerarsi che la pronuncia d'appello va letta unitamente alla sentenza di primo grado alla quale la prima fa riferimento. I giudici di merito hanno ritenuto provato nel complesso il comportamento estremamente aggressivo e violento dell'imputato nei confronti della moglie percosse, lesioni, ingiurie . La parte offesa ha narrato nel dettaglio gli episodi più dolorosi riferendo altresì che nell'ultimo periodo di convivenza con il marito era stata costretta a rapporti sessuali contro la sua volontà. Ha ricordato in particolare che una notte, mentre si trovava nella stanza da letto con i figli piccoli che dormivano, l'imputato tornò a casa ubriaco e la svegliò quindi la colpì con sberle e con pugni e la costrinse ad avere un rapporto sessuale completo nella stanza dei bambini, uno dei quali si era svegliato. Anche dopo la separazione dei coniugi omissis l'imputato continuò ad avere un atteggiamento molto aggressivo nei confronti della moglie, che alla fine si determinava a proporre denuncia nei confronti del marito nel omissis . Le dichiarazioni della parte offesa, che non si è costituita parte civile, sono state ritenute dai giudici di merito sia dal tribunale che dalla corte d'appello coerenti, lineari, reiterate nonché estremamente sofferte, e quindi nel complesso pienamente credibili. Le deposizioni testimoniali la madre Annamaria pazzi, la sorella F B. , le amiche R C. , M.A.M. , R D.L. poi hanno fornito riscontro alla narrazione offerta dalla parte offesa, non revocata in dubbio dalle deposizioni dei testi a difesa dell'imputato che i giudici di merito non hanno mancato di prendere in considerazione. I giudici di merito poi hanno tenuto anche conto della trascrizione delle conversazioni telefoniche tra l'imputato e la moglie che hanno mostrato come il primo insultasse e minacciasse reiteratamente e con toni estremamente violenti quest'ultima. Dal compendio probatorio raccolto sono emersi gli elementi del reato di cui all'art. 572 c.p. che integrato da una serie di atti di vessazione continui e tali da cagionare sofferenze, privazioni, umiliazioni nel coniuge che li soffre. Il reato di maltrattamenti peraltro può sussistere anche quando la convivenza sia cessata e quindi anche dopo la separazione dei coniugi, che lascia integro il dovere di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale. Nella valutazione dei giudici di merito, sorretta da motivazione ampiamente sufficiente e del tutto coerente, sussiste anche la prova della reato di violenza sessuale atteso che la parte offesa, sottoposta alle ripetute vessazioni che integrano il reato di maltrattamento, è stata anche costretta, in più occasioni, con la violenza fisica e con la minaccia di essere picchiata, ad avere rapporti sessuali completi con l'imputato. 5. Quanto all'entità della pena, ha motivatamente ritenuto la Corte d'appello che la gravità della condotta, il suo perdurare nel tempo e l'assenza di resipiscenza da parte dell'imputato, giustificassero l'entità della sanzione irrogata dal giudice di primo grado. La corte territoriale ha poi anche motivato il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche richiamando il lungo elenco di condanne riportate dall'imputato e la totale assenza di parametri positivi sui quali ancorare il richiesto beneficio. 6. Pertanto il ricorso va nel suo complesso rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.