Giudici di pace: dubbi di costituzionalità sulla possibilità di impugnare anche le sentenze che condannano al risarcimento del danno

di Franco Angeloni

di Franco Angeloni Con l'ordinanza riportata in allegato il Tribunale di Teramo ha sollevato questione di legittimità costituzionale nei confronti dell'art. 37, comma 1 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 recante Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468 , sia sotto il profilo dell'eccesso di delega per violazione dell'art. 76 Cost., sia sotto il profilo dell'irrazionalità, con conseguente violazione dell'art. 3 Cost., delle scelte effettuate dal legislatore delegato, in quanto lo stesso si sarebbe discostato dai limiti impostigli dal legislatore delegante con l'art. 14, lett. n della legge 24 novembre 1999, n. 468, ai sensi del quale il legislatore delegato avrebbe dovuto prevedere la appellabilità delle sentenze emesse dal giudice di pace, ad eccezione di quelle che applicano la sola pena pecuniaria e di quelle di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria . Il giudicante, dopo avere aderito all'orientamento giurisprudenziale della S. C. che ritiene applicabile l'art. 574, comma 4 c.p.p., ai sensi del quale l'impugnazione dell'imputato contro la pronuncia di condanna penale o di assoluzione estende i suoi effetti alla pronuncia di condanna alle restituzioni, al risarcimento dei danni e alla rifusione delle spese processuali, se questa pronuncia dipende dal capo o dal punto impugnato , anche al procedimento davanti al giudice di pace, nel decidere in merito ad un ricorso per cassazione convertito in appello dalla Corte di cassazione, in una fattispecie nella quale era stata applicata la sola pena pecuniaria con generica condanna al risarcimento del danno, sulla base di un'attenta ricostruzione dei lavori preparatori che hanno presieduto all'emanazione della legge delega evidenzia come il legislatore delegante avesse l'obiettivo primario di deflazionare i tribunali dagli appelli proposti contro le sentenze dei giudici di pace, mentre, consentendo l'appello anche nei confronti di tutte le sentenze del giudice di pace che, oltre ad applicare una pena pecuniaria, pronuncino anche una condanna generica al risarcimento del danno si frustrerebbe l'intento deflattivo espresso chiaramente dal legislatore delegante mediante la disposizione in precedenza citata.

Tribunale di Teramo - sezione penale monocratica - ordinanza depositata il 5 aprile 2006 Giudice Tommolini ORDINANZA Il giudice, letti gli atti del proc. pen. pendente a carico di XY, all'esito dell'udienza tenutasi in data odierna, osserva quanto segue. La Corte di Cassazione, con ordinanza emessa il 9.11.2005 erroneamente datata 9.10.2005 , nel valutare il ricorso proposto con racc. del 25.09.2004 da XY avverso la sentenza del Giudice di Pace di Teramo emessa il 7.06.2004, depositata il 18.06.2004 e notificata il 14.07.2004 all'imputato contumace, con la quale il predetto è stato condannato alla pena pecuniaria di 600,00 di multa ed al risarcimento del danno, da liquidare in separata sede, in favore della parte civile YZ, per il reato di cui agli artt. 81, 110, 594 c.p. per fatti avvenuti in Teramo il 14.02.2002 , lo ha convertito in appello, con trasmissione degli atti al Tribunale di Teramo per l'ulteriore corso, sul presupposto che, pur venendo in rilievo una condanna a pena pecuniaria, il disposto dell'art. 37 D.Lvo n. 274/2000 che consente l'appello da parte dell'imputato unicamente se viene impugnato anche il capo relativo alla condanna al risarcimento del danno -evenienza mancante nel caso in esame- è superato dall'art. 574/4 comma c.p.p. per cui l'impugnazione si estende comunque alla pronuncia alla condanna al risarcimento dei danni se questa pronuncia dipende dal capo o dal punto impugnato . Invero, nel contesto dell'atto di gravame proposto dall'XY è formulata unicamente la richiesta di cassazione dell'impugnata sentenza , eccependosi, in particolare 1 la nullità dell'atto di citazione per indeterminatezza delle fattispecie contestate, con violazione del diritto di difesa eccezione disattesa dal primo giudice 2 la mancanza o marcata insufficienza della motivazione, per aver oltretutto il primo giudice utilizzato prove testimoniali inammissibili per omessa indicazione delle circostanze sulle quali dovevano essere sentiti eccezione del pari proposta e disattesa 3 inosservanza o erronea applicazione della legge penale non avendo nessuna delle frasi contenute negli scritti oggetto di processo una portata offensiva . Nessun motivo di doglianza risulta, pertanto, evidenziato con specifico riferimento ai capi concernenti la condanna al risarcimento del danno. L'odierno giudicante dovrebbe, di conseguenza, attenersi al principio di diritto dettato dalla Suprema Corte, giudicando sul ricorso proposto dall'XY. Ma, stante la mancanza di doglianze sulla domanda risarcitoria, reputa di dover affrontare il problema concernente la conformità alla Costituzione dell'art. 37 del D.lvo n. 274/2000, anche alla luce dell'interpretazione datane dalla Corte di Cassazione. Va doverosamente premesso che la Suprema Corte, in altre pronunce emesse in materia, ha adottato una soluzione completamente diversa e, a parere del giudicante, ben più conforme a legge . Infatti, nella sentenza n. 19382/05, si legge Vero è che, avendo il giudice di pace emesso sentenza di condanna a pena pecuniaria, l'appello sarebbe stato consentito all'imputato soltanto se egli avesse impugnato il capo relativo alla condanna, pur generica al risarcimento del danno, giusta previsione dell'art. 37 D.l.vo n. 274/2000 e, nella specie, l'esame dell'atto di appello consente di escludere che il capo relativo alle statuizioni civili abbia formato oggetto di gravame perché, pure enunciato il proposito nella intestazione, nella parte riservata ai motivi alcuna censura sul punto è concretamente ravvisabile . E, ancora, nella sentenza n. 39465/2005, si legge Il difensore della parte civile ha chiesto che il ricorso sia qualificato come appello, essendo stato tacitamente impugnato anche il capo della sentenza relativo alle statuizioni civili. Tale deduzione non può essere condivisa. È pur vero che questa Sezione ha altre volte deciso che anche se l'imputato non si duole della condanna al risarcimento del danno, la sua impugnazione va qualificata come appello, poiché l'art. 574 c.p.p. dispone che l'impugnazione contro la pronuncia di condanna o di assoluzione estende i suoi effetti alle statuizioni civili dipendenti dal capo o dal punto impugnato -sez. 5^, 25.11.04, n. 1349, Parisi id., 18.11.04, n. 2270, Linale-. Reperpensa , occorre considerare che la normativa che disciplina il procedimento davanti al Giudice di Pace ha carattere speciale ed è improntata a snellezza e rapidità. Orbene, il D.Lgs. n. 274/2000, all'art. 37 c.p., comma 1, prevede che l'imputato possa proporre appello anche contro le sentenze di condanna a pena pecuniaria, se impugna il capo relativo alla condanna, anche generica, al risarcimento del danno. Nella specie l'imputato ha proposto ricorso, formulando censure unicamente in riferimento alla statuizione penale, sicché non v'è ragione che l'impugnazione vada qualificata come appello. Nè a tale conclusione osta il dettato dell'art. 574 c.p.p., che serba integra la sua valenza, atteso che la pronuncia del giudice di legittimità, a seguito del ricorso proposto, esplicherà i suoi effetti anche in ordine alle restituzioni ed al risarcimento del danno, in diretta derivazione dalla statuizione di carattere penale . L'indirizzo giurisprudenziale appena citato appare condivisibile in quanto, in caso contrario, l'art. 37 del D.Lvo n. 274/2000 da considerare prevalente ex art. 2 dello stesso D.Lvo non avrebbe alcun senso qualora si dovesse ritenere automaticamente superato dall'art. 574 c.p.p. visto che, a prescindere completamente dalla volontà espressa dal ricorrente nell'atto di gravame, tutte le impugnative avverso sentenze recanti una condanna al risarcimento del danno, per tale unica evenienza, sarebbero qualificabili come appelli. Ma, a ben vedere, l'art. 37, anche se interpretato secondo l'orientamento restrittivo della Suprema Corte, condiviso dal giudicante, sembra, comunque, porre profili di contrasto con la legge delega e, quindi, con l'art. 76 della Costit A tal proposito, si osserva che, nella relazione della 2 Commissione Permanente Giustizia del Senato n. 3160 A, relatore Fassone viene testualmente evidenziato L'esigenza di massima semplificazione del procedimento penale davanti al giudice di pace, enunciata al comma 1 dell'articolo 18 del disegno di legge, non può non riverberarsi anche sul regime delle impugnazioni, sotto pena di trasferire sui tribunali competenti per l'appello una massa di reati sanzionati con pene di modestissima entità. Per conseguenza la Commissione ha ritenuto di dover escludere dall'appello quanto meno tutte le sentenze che irrogano una pena pecuniaria, di qualsivoglia natura essa sia Oltre a ciò, per evitare una dissimmetria non giustificabile, si è ritenuto di introdurre -con l'articolo 19- la stessa regola anche per le sentenze emesse da un giudice ordinario aventi uguale contenuto sanzionatorio, a tal fine modificando l'articolo 593, comma 3, del codice di procedura penale. Se non si operasse in tal modo, si avrebbe che non solo lo stesso tipo di pena sarebbe suscettibile di appello oppure no a seconda del giudice che l'ha irrogata ma addirittura che la medesima pena pecuniaria, inflitta per l'identico reato, sarebbe appellabile ovvero inappellabile a seconda che quel reato sia stato conosciuto dal giudice di pace o dal giudice ordinario in forza di connessione . Ebbene, l'art. 17 lett. n della Legge Delega L. n. 468/1999 , che detta i criteri da seguire da parte del legislatore delegato in materia di impugnativa, è stato formulato in conformità con le indicate motivazioni, prevedendosi l'appellabilità delle sentenze emesse dal giudice di pace, ad eccezione di quelle che applicano la sola pena pecuniaria e di quelle di proscioglimento relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria . Nella relazione al D.Lgvo n. 274/00, il legislatore delegato, però, a proposito dell'art. 17, lett. n della L. n. 468/99, ha precisato Pertanto articolo 37 l'imputato può proporre appello contro le sentenze di condanna che applicano una pena diversa da quella pecuniaria. Su sollecitazione della Commissione Giustizia del Senato, è stata inoltre prevista l'appellabilità da parte dell'imputato delle sentenze che applicano la sola pena pecuniaria, qualora questi impugni il capo relativo alla condanna, anche generica, al risarcimento del danno. In effetti, mentre la non appellabilità delle sentenze che applicano la sola pena pecuniaria appare del tutto giustificata, in ragione della modesta concreta afflittività della sanzione, quando, esercitata in sede penale l'azione civile, la sentenza rechi condanna, anche generica, al risarcimento del danno possibile per somme anche notevolmente superiori all'ordinario limite di competenza per valore del giudice di pace civile , consentire un secondo giudizio è apparsa una scelta opportuna. D'altro canto, lo specifico criterio di delega, che fa riferimento alla non appellabilità da parte dell'imputato delle sentenze che applicano la sola pena pecuniaria può ben essere letta nel senso di sottrarre alla garanzia del secondo grado di merito le pronunce che rechino condanna alla sola pena pecuniaria, e non anche quelle nelle quali sia statuita una ulteriore condanna sia pur relativa all'azione civile . Il legislatore delegato, quindi, ha giustificato la propria scelta di ampliare le ipotesi di appellabilità, nonostante il chiaro contenuto dell'art. 17 lett n della legge delega, perché preoccupato di possibili liquidazioni del danno da parte del giudice di pace oltre i propri limiti di competenza per valore in sede civile. La Corte Costituzionale, nelle numerose pronunce emesse proprio in relazione ad altri casi in cui era stata lamentata la violazione dell'art. 76 Costit. ha sottolineato che la determinazione dei principi e criteri direttivi, a mente dell'articolo 76 della Costituzione, se vale a circoscrivere il campo della delega, sì da evitare che essa venga esercitata in modo divergente dalle finalità che l'hanno determinata, non osta, invece, all'emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo, e, se del caso, anche un completamento delle scelte espresse dal legislatore. Va escluso, infatti, che le funzioni del legislatore delegato siano limitate ad una mera scansione linguistica delle previsioni dettate dal delegante, essendo consentito al primo di valutare le situazioni giuridiche da regolamentare e di effettuare le conseguenti scelte, nella fisiologica attività di riempimento che lega i due livelli normativi, rispettivamente, della legge di delegazione e di quella delegata sent. n. 308/2002 i principi e i criteri direttivi della legge di delegazione devono essere interpretati sia tenendo conto delle finalità ispiratrici della delega, sia verificando, nel silenzio del legislatore delegante sullo specifico tema, che le scelte operate dal legislatore delegato non siano in contrasto con gli indirizzi generali della stessa legge delega ordinanza n. 228 del 2005 . Nel caso in esame, il legislatore delegante si è espresso basandosi sui principi della massima semplificazione sia per la procedura da seguire davanti al giudice di pace, sia per le impugnazioni delle sentenze emesse da detto giudice, perseguendo, in tale ultimo caso, anche un evidente intento deflattivo conformemente alla riformulazione dell'art. 593 c.p.p. . Se la scelta del legislatore delegato fosse stata dettata dalle motivazioni dianzi citate ossia, dalle preoccupazioni di possibili liquidazioni del danno oltre i limiti di competenza per valore del giudice di pace in sede civile , detta scelta, di per sé, non sarebbe stata irragionevole, tenuto conto delle indicazioni fornite nei provvedimenti resi in materia dal giudice delle leggi. Di fatto, però, la formulazione dell'art. 37 del Dlvo n. 274/00 ha travalicato gli intenti che lo hanno ispirato, apparendo di per sé irragionevole, e detta irragionevolezza è stata ulteriormente aggravata dall'interpretazione estensiva datane da una parte della Corte di Cassazione. Infatti, sarebbe bastato prevedere la possibilità di appellare la sentenza qualora vi fosse stata una condanna dell'imputato a pena pecuniaria nonché una liquidazione del danno non generica, ma definitiva ovvero con provvisionale con quantificazione superiore alla competenza per valore del giudice di pace in sede civile, sottoponendosi al vaglio del giudice del gravame una simile evenienza, sempre se espressamente eccepita dalla parte interessata. Soltanto una siffatta scelta, in quanto sorretta da una valida ragione, avrebbe rispettato lo spirito di semplificazione e deflattivo comunque perseguito dalla legge delega, non ponendo dubbi né di eccesso di delega né di disparità di trattamento rispetto alle condanne alla pena dell'ammenda irrogate dal giudice ordinario e non appellabili ex art. 593/3 comma c.p.p. anche in presenza di una condanna risarcitoria di qualunque natura ed entità. Nell'attuale formulazione, invece, l'appellabilità delle sentenze del giudice di pace è estesa a tutte le condanne risarcitorie, ivi comprese sia quella generica come nel caso in esame, e, come tale, da liquidare successivamente in sede civile, nel rispetto della competenza per valore del giudice adito , sia quella per quantificazioni del tutto irrisorie o comunque modeste. L'art. 37 del D.Lvo n. 274/2000, di conseguenza, sembra costituzionalmente illegittimo per violazione degli artt. 76 e 3 della Costit., apparendo che il legislatore delegato abbia violato la legge delega in modo irragionevole, creando anche una ingiustificata disparità di trattamento. La questione assume rilievo nel presente processo perché, in caso di accoglimento, il ricorso dovrebbe essere nuovamente trasmesso alla Corte di Cassazione per le valutazioni delle questioni peraltro di mero diritto eccepite dall'imputato. P. Q. M. Visto l'art. 23 L. n. 87/1953, sospende il processo nei confronti dell'imputato Dispone l'immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale apparendo non manifestamente infondata e rilevante nel presente giudizio la questione di illegittimità costituzionale dell'art. 37/1 comma ultima parte del Dlvo n. 274/2000 per violazione degli artt. 76 e 3 della Costituzione. Ordina che a cura della cancelleria la presente ordinanza la cui lettura in udienza equivale a notifica per il difensore, la parte civile ed il P.M. venga notificata all'imputato contumace, al Presidente del Consiglio dei Ministri e comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento. ?? ?? ?? ?? 1 4