Programma di protezione: la revoca deve basarsi su fatti accertati

Ecco perché il Tar Lazio riammette alla tutela il collaboratore di giustizia della camorra casertana che l'aveva persa perché accusato di una serie di reati ma successivamente assolto

Almeno sul diritto a restare nel programma di protezione, Carmine Di Girolamo ex uomo di spicco della camorra aversana, collaboratore di giustizia dal 1996, evaso due anni prima dal sueprcarcere di Padova insieme a Felice Maniero, boss della mafia del Brenta e anch'egli in seguito collaboratore di giustizia aveva ragione. Il provvedimento con il quale l'apposita commissione del Ministero dell'Interno gli aveva revocato, a gennaio di due anni fa, il programma di protezione era stato impugnato dal Di Girolamo - che lamentava in tale determinazione sia svariati profili di eccesso di potere sia violazione della Legge n. 82/91 - così come era stato impugnato l'intendimento commissariale di procedere, in pendenza di giudizio, all'esecuzione della revoca. Tale provvedimento, pur consequenziale a quello della commissione, oltre ad avere a detta dei giudici una sua valenza autonoma in termini dispositivi e ad esser sorretto da propria motivazione, deve ritenersi idoneo a provocare ex se una lesione concreta e immediata delle posizioni giuridiche del destinatario ed è dunque impugnabile. Nel merito i giudici amministrativi della sezione prima ter del Tar Lazio con la sentenza qui leggibile come documento correlato hanno osservato che l'atto principale si basava su una annotazione della Direzione investigativa antimafia di Napoli in cui si evidenziavano varie ipotesi delittuose a carico del collaboratore di giustizia tuttavia le sentenze di archiviazione e di proscioglimento intervenute hanno smontato le accuse citate a motivazione della revoca del programma di protezione era valida dunque, annotano i giudici, la valutazione della Direzione distrttuale antimafia che in un proprio parere disatteso dalla commissione centrale del Ministero dell'Interno riteneva opportuno decidere sulla revoca della protezione solo a conclusione dei processi a carico del ricorrente. La riscontrata illegittimità per travisamento dei fatti e difetto d'istruttoria dell'impugnato provvedimento di autotutela è naturalmente destinata a riverberarsi, con effetti caducanti, sull'atto consequenziale , scrivono ancora i giudici chiarendo inoltre come la semplice cancellazione della causa dal ruolo, effettivamente richiesta dal legale del Di Girolamo, non poteva equipararsi ad una rinuncia al ricorso e che il giudizio sulla legittimità della revoca della protezione era da ritenersi ancora pendente e dunque, non avendone tenuto conto, l'Amministrazione ha violato una disposizione specifica in materia di collaboratori di giustizia l'articolo 10 comma 2septies del Dl 8/1991 che esclude l'esecuzione coattuiva di procedimenti prima della definizione delle controversie pendenti. Di qui l'accoglimento del ricorso e l'annullamento dei provvedimenti controversi. m.c.m.

Tar Lazio - Sezione prima ter - sentenza 26 gennaio 2006, n. 1891 Presidente Tosti - Estensore De Bernardi Ricorrente Di Girolamo Fatto e diritto Deducendo anche attraverso la proposizione di motivi aggiunti violazione della legge 82/1991 ed eccesso di potere sotto svariati profili, il signor Carmine Di Girolamo che lamenta pure il mancato rispetto, da parte della Pa, di alcuni principi costituzionali vigenti in materia ha impugnato sia la delibera con cui è stato revocato il programma di protezione precedentemente disposto nei suoi confronti in conseguenza dell'apporto fornito agli inquirenti nell'ambito di importanti processi penali intentati a carico di esponenti della criminalità organizzata che l'inten-dimento commissariale di procedere - in pendenza di giudizio - all'ese-cuzione di un tale provvedimento. Rigettata preliminarmente l'eccezione procedurale sollevata dalla resistente in ordine all'atto di motivi aggiunti notificatole il 15 settembre 2005, il Collegio - trattenuto il relativo ricorso in decisione - ne constata la sostanziale fondatezza. La cennata statuizione in punto di rito è giustificata dalla conside-razione che il pur consequenziale provvedimento del 6 luglio 2005 oltre ad avere una valenza dispositiva autonoma, ad esser stato adottato a seguito di una - parimenti - autonoma istruttoria e ad esser sorretto da una pro-pria motivazione è comunque idoneo - e tanto basta a far ritenere ammissibile l'impugnativa proposta, avverso di esso, ai sensi dell'articolo 1 della legge 205/00 - a provocare ex se una lesione concreta ed immediata delle posizioni giuridiche del destinatario. Nel merito e facendo innanzitutto riferimento all'atto impugnato in principalità emanato sulla base di una mera annotazione della Dia di Napoli le cui indagini avrebbero evidenziato la sussistenza di varie ipotesi delittuose a carico del Di Girolamo , si osserva - che le sentenze di archiviazione e di proscioglimento intervenute in corso di causa hanno mostrato l'inconsistenza del castello accusatorio posto a fondamento della revoca de qua - che - per quel che concerne, in particolare, l'imputazione di estorsione enfaticamente richiamata nelle premesse di tale atto - è addirittura stata avviata un'inchiesta volta a stabilire se il Di Girolamo non sia, piuttosto, stato vittima del reato di falso ideologico - che la complessiva evoluzione della vicenda dimostra la validità della posizione assunta, nella circostanza, dalla competente Dda che in un parere immotivatamente disatteso dalla resistente aveva rilevato l'oppor-tunità che una misura del genere considerato venisse presa solo ad ultimazione dei processi penali instaurati a carico del ricorrente. La riscontrata illegittimità per travisamento dei fatti e difetto d'istruttoria dell'impugnato provvedimento di autotutela è naturalmente destinata a riverberarsi, con effetti caducanti, sull'atto consequenziale del 6 luglio 2005. A quest'ultimo proposito premesso che tale atto è stato adottato sul presupposto che il Di Girolamo col chiederne la cancellazione dal ruolo avrebbe inteso rinunziare al ricorso principale , non ci si può esimere dal rilevare concordando con quanto sostenuto, sul punto, dalla migliore dottrina processualistica che la semplice cancellazione della causa dal ruolo effettivamente richiesta, nel caso di specie, dal patrono dell'interes-sato che aveva rappresentato la necessità, già evidenziata dalla Dda, di attendere la conclusione dei processi penali riguardanti il suo assistito non può certo esser equiparata a quel vero e proprio atto formale - e personale - che è la rinuncia al ricorso. Una simile cancellazione non ha comunque comportato la peren-zione del giudizio volto ad accertare la legittimità del provvedimento di revoca del programma de quo e non poteva, pertanto, indurre a ritenere che questo non fosse - a tutti gli effetti - ancora pendente. Il non aver tenuto conto di ciò ha comportato la violazione, da parte della Pa, del disposto dell'articolo 10, comma 2septies, del Dl 2/1991 che esclude com'è noto la possibilità di dar esecuzione coattiva a tali provvedimenti prima della definizione delle relative controversie da parte del giudice adìto. Null'altro reputa di dover evidenziare, il Collegio che ravvisa, in ogni caso, giustificati motivi per compensare tra le parti le spese di lite , per ribadire la sostanziale - e complessiva - fondatezza della proposta impugnativa. PQM Il Tar Lazio, Sezione prima ter - accoglie il ricorso indicato in epigrafe e, per l'effetto, annulla i provvedimenti costituentine oggetto - compensa tra le parti le spese del giudizio. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità Amministrativa, di cui sono fatte salve le ulteriori determinazioni-