Giornalisti, anche le pensioni possono essere (in parte) pignorate

La Consulta ha dichiarato illegittimo l'articolo 1 della legge 1122/1995 sulle Disposizioni varie per la previdenza e assistenza sociale attuate dall'Inpgi . Resta la condizione che sia mantenuta una quota di reddito a garanzia della sopravvivenza

Anche le pensioni dei giornalisti, erogate dall'Inpgi, possono essere pignorate, a condizione però che sia mantenuta quella parte del reddito necessaria a garantire la sopravvivenza al pensionato. Così la Corte costituzionale con la sentenza 256/06 depositata ieri, 4 luglio, redatta da Romano Vaccarella e qui leggibile nei documenti correlati ha dichiarato illegittimo l'articolo 1 della legge 1122/1955 sulle Disposizioni varie per la previdenza e assistenza sociale attuate dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola . A sollevare la questione era stato il Tribunale di Roma nella parte in cui esclude la pignorabilità per ogni credito dell'intero ammontare della pensione erogata dall'Inpgi Giovanni Amendola . Piuttosto, la norma hanno concluso i giudici delle leggi, doveva prevedere l'impignorabilità, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola quota della pensione necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilità nei limiti del quinto della residua parte. La sentenza 259/06. Legittime le norme del codice di procedura civile nella parte in cui non prevede che la compensazione dei crediti del lavoratore per stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, debba avvenire nei limiti della misura di un quinto anche nel caso in cui il credito opposto in compensazione abbia origine dal medesimo rapporto di lavoro o d'impiego. Così la Corte costituzionale con la sentenza 259/06 depositata ieri, 4 luglio, redatta da Romano Vaccarella e qui leggibile nei documenti correlati ha dichiarato non fondata la questione di legittimità degli articoli 1246 comma 1 e 545 comma 4 Cpc. A sollevare la questione era stato il Tribunale di Palermo che dubitava della costituzionalità delle norme in relazione agli articoli 36 e 3 della nostra Carta fondamentale. La Consulta nel dichiarare non fondata la questione ha ribadito che l'istituto della compensazione presuppone l'autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti . Autonomia che non sussisterebbe, hanno concluso i giudici delle leggi qualora i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese importa soltanto un semplice accertamento contabile di dare ed avere, con elisione automatica dei rispettivi crediti fino alla reciproca concorrenza . cri.cap

Corte costituzionale - sentenza 21 giugno-4 luglio 2006, n. 256 Presidente Marini - Relatore Vaccarella Ritenuto in fatto 1.- Nel corso di un processo di opposizione all'espropriazione forzata presso terzi avente ad oggetto le somme erogate a titolo di pensione ad Antonietta De Angelis dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola , avendo l'opponente invocato l'impignorabilità assoluta dei relativi ratei e chiesto la sospensione del procedimento, il Tribunale di Roma, con ordinanza del 27 agosto 2004, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 1122/55 Disposizioni varie per la previdenza e assistenza sociale attuate dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola , per contrasto con l'articolo 3, comma 1, della Costituzione e, comunque, con il principio di ragionevolezza, nella parte in cui esclude la pignorabilità, nei limiti di un quinto, della pensione erogata dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola e ciò a differenza di quanto dispongono l'articolo 545, comma 4, del Cpc con riguardo alle retribuzioni, l'articolo 128 del Rdl 1827/35 Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale , convertito, con modificazioni, dalla legge 1155/36, con riferimento alle pensioni, agli assegni ed alle indennità erogati dall'Istituto nazionale della previdenza sociale INPS , nonché gli articoli 1 e 2, comma 1, del Dpr 180/50 Approvazione del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle Pa , con riferimento alle pensioni, alle indennità che ne tengono luogo ed agli altri assegni di quiescenza erogati ai dipendenti delle Pa dai soggetti di cui all'articolo 1 dello stesso decreto del Presidente della Repubblica. 1.1.- Quanto alla rilevanza della questione, il giudice rimettente osserva che il giudizio a quo non può essere deciso se non attraverso l'applicazione della norma impugnata, la quale dispone che le pensioni, le indennità e gli assegni corrisposti dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola non sono cedibili né sequestrabili né pignorabili, eccezione fatta per le pensioni e gli assegni continuativi, che possono essere ceduti, sequestrati e pignorati soltanto nell'interesse dei pubblici stabilimenti ospitalieri o di ricovero, per il pagamento delle diarie relative e non oltre l'importo di queste . 1.2.- Il giudice rimettente ritiene, quindi, non manifestamente infondata la questione di legittimità dell'articolo 1 della legge 1122/55, per contrasto con l'articolo 3, comma 1, della Costituzione e, comunque, con il principio di ragionevolezza, in quanto l'impignorabilità delle pensioni erogate in favore dei giornalisti sostanzierebbe una ingiustificata disparità di trattamento se confrontata con il regime di generale pignorabilità, con le limitazioni di legge, delle retribuzioni nonché delle pensioni, assegni ed indennità erogati dall'INPS e dagli altri soggetti indicati dall'articolo 1 del Dpr 180/50. In particolare, rammenta il giudice a quo come la Corte costituzionale - nel dichiarare l'illegittimità dell'articolo 128 del Rdl 1827/35, e, per estensione, anche degli articoli 1 e 2, comma 1, del Dpr 180/50, nella parte in cui escludevano la pignorabilità per ogni credito dell'intero ammontare delle pensioni, anziché prevedere l'impignorabilità, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola parte dell'emolumento necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilità nei limiti del quinto della residua parte - ha chiarito che il presidio costituzionale articolo 38 del diritto dei pensionati a godere di mezzi adeguati alle loro esigenze di vita non è tale da comportare, quale suo ineludibile corollario, l'impignorabilità, in linea di principio, della pensione, ma soltanto l'impignorabilità assoluta di quella parte di essa che vale, appunto, ad assicurare al pensionato quei mezzi adeguati alle esigenze di vita sentenza 506/02 . Conclude, pertanto, il rimettente nel senso che, una volta chiarita la portata del presidio costituzionale di cui all'articolo 38, non sembrano ipotizzabili altri valori che possano giustificare il persistere del regime di favore per le pensioni erogate dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani INPGI . 2.- Si è costituita in giudizio Antonietta De Angelis, opponente nel giudizio a quo, la quale, anche considerato che la Corte costituzionale si è già espressa nel senso che l'impignorabilità assoluta sancita dalla norma impugnata non contrasta con il principio di eguaglianza sentenza 241/72 , ha invocato la dichiarazione di manifesta inammissibilità della questione anche per la erroneità nell'individuazione del tertium comparationis costituito dal generale principio della pignorabilità delle retribuzioni, cui non corrisponderebbe, proprio in virtù della giurisprudenza costituzionale sentenza 55/1991 , un principio di generale pignorabilità delle pensioni. La deducente ha, inoltre, osservato che l'ordinanza di rimessione sarebbe carente di motivazione sulla rilevanza della questione, non avendo il giudice a quo indicato la natura non qualificata del credito azionato, tenuto conto che la Corte costituzionale, già con la sentenza 209/84, aveva dichiarato illegittimo l'articolo 1 della legge 1122/55, nella parte in cui non prevedeva la pignorabilità delle pensioni erogate dall'INPGI per crediti alimentari. Considerato in diritto 1.- Il Tribunale di Roma dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all'articolo 3, comma 1, della Costituzione, dell'articolo 1 della legge 1122/55 Disposizioni varie per la previdenza e assistenza sociale attuate dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola , nella parte in cui esclude - a differenza di quanto disposto dall'articolo 545, comma 4, del Cpc con riguardo alle retribuzioni, dall'articolo 128 del Rdl 1827/35 Perfezionamento e coordinamento legislativo della previdenza sociale , convertito, con modificazioni, dalla legge 1155/36, con riferimento alle pensioni, agli assegni ed alle indennità erogati dall'INPS, nonché dagli articoli 1 e 2, comma 1, del Dpr 180/50 Approvazione del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle Pa con riferimento alle pensioni, alle indennità che ne tengono luogo ed agli altri assegni di quiescenza erogati ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni dai soggetti di cui all'articolo 1 dello stesso Dpr - la pignorabilità, nei limiti di un quinto, della pensione erogata dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola INPGI . 2.- Le eccezioni di inammissibilità della questione, sollevate dalla parte privata, per inidoneità del tertium comparationis devono essere respinte. L'ordinanza di rimessione, infatti, da un lato, individua inequivocabilmente nel regime della pignorabilità delle pensioni dei dipendenti pubblici e privati il punto di riferimento della lamentata, irragionevole disparità di trattamento sicché il riferimento alla pignorabilità delle retribuzioni è manifestamente ad abundantiam e, dall'altro lato, non fa sorgere dubbio di sorta - ove la premessa in fatto venga letta in relazione alle considerazioni in diritto - circa la natura non alimentare, decisiva ai fini della rilevanza della questione e, peraltro, esplicitamente dedotta dalla parte privata , del credito al quale è stata opposta l'impignorabilità ex lege delle pensioni erogate dall'INPGI Giovanni Amendola . 3.- La questione è fondata. 3.1.- Questa Corte, dichiarando l'illegittimità costituzionale della medesima norma, oggi censurata, nella parte in cui non prevede la pignorabilità per crediti alimentari delle pensioni, assegni e altre indennità in base ad essa erogate in favore dei giornalisti sentenza 209/84 , ha escluso la sussistenza di particolari ragioni che potessero giustificare - in relazione ai fruitori della pensione - un differenziato trattamento, ai fini della pignorabilità, riguardo ai crediti aventi natura alimentare. La circostanza che, successivamente a tale pronuncia, l'ente erogatore abbia acquisito natura privatistica Fondazione ex D.Lgs 509/94 Attuazione della delega conferita dall'articolo 1, comma 32, della legge 537/93, in materia di trasformazione in persone giuridiche private di enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza , - ancorché con i controlli e limiti derivanti dalla persistente natura pubblica della sua attività istituzionale -, non costituisce certamente ragione idonea a giustificare il peculiare trattamento riservato alle pensioni erogate dall'INPGI rispetto a quello previsto per le pensioni dei dipendenti sia pubblici che privati ed infatti, questa Corte ha affermato che, poiché l'impignorabilità si risolve in una limitazione della garanzia patrimoniale articolo 2740 del Cc e in una compressione del diritto dei creditori, nessuna differenza sussiste tra le pensioni spettanti all'una o all'altra categoria di beneficiari sotto il profilo - l'unico rilevante nel presente giudizio - della loro assoggettabilità ad esecuzione forzata sentenza 444/05 . Pertanto - in armonia con quanto questa Corte ha statuito, riguardo alle pensioni erogate dall'INPS ed ai dipendenti dalle Pa, con la sentenza 506/02, ed alle pensioni erogate dalla Cassa nazionale del notariato ai notai, con la sentenza 444/05 - deve dichiararsi l'illegittimità costituzionale della norma censurata, in riferimento all'articolo 3 della Costituzione, nella parte in cui esclude del tutto la pignorabilità delle pensioni erogate dall'INPGI ai giornalisti anziché prevedere l'impignorabilità, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola parte della pensione necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilità nei limiti del quinto della residua parte. PQM La Corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 1122/55 Disposizioni varie per la previdenza e assistenza sociale attuate dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola , nella parte in cui esclude la pignorabilità per ogni credito dell'intero ammontare della pensione erogata dall'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani Giovanni Amendola , anziché prevedere l'impignorabilità, con le eccezioni previste dalla legge per crediti qualificati, della sola parte della pensione necessaria per assicurare al pensionato mezzi adeguati alle esigenze di vita e la pignorabilità nei limiti del quinto della residua parte. ?? ?? ?? ?? 2

Corte costituzionale - sentenza 21 giugno-4 luglio 2006, n. 259 Presidente Marini - Relatore Vaccarella Ritenuto in fatto 1.- Nel corso di due processi riuniti, promossi ai sensi dell'articolo 645 del Cpc dal Banco di Sicilia Spa per ottenere la revoca del decreto ingiuntivo con cui era stato condannato a pagare al proprio ex dipendente P. B. la somma di lire 56.006.676, pari ai quattro quinti del trattamento di fine rapporto TFR e delle altre spettanze di fine rapporto da questi maturate e, in via riconvenzionale, per la condanna dell'opposto a corrispondere la somma di lire 638.888.496 da lui illecitamente sottratta alla banca nello svolgimento delle mansioni alle quali era adibito, ovvero quella diversa risultante dalla compensazione c.d. atecnica oppure, ai sensi dell'articolo 1243 del Cc, fino a concorrenza delle somme dovute al P.B. a titolo di TFR e per altre spettanze di fine rapporto, il Tribunale di Palermo, con ordinanza del 27 aprile 2004, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1246, comma 1, numero 3, del Cc e dell'articolo 545, comma 4, del Cpc, per contrasto con l'articolo 3, comma 1, e con l'articolo 36 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono che la compensazione dei crediti del lavoratore per stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, debba avvenire nei limiti della misura di un quinto anche nel caso in cui il credito opposto in compensazione abbia origine dal medesimo rapporto di lavoro o d'impiego. 1.1.- Il giudice a quo riferisce che l'opposto, costituitosi in giudizio, ha obiettato che il credito vantato dal Banco di Sicilia Spa, per la sua natura extracontrattuale, non sarebbe opponibile in compensazione c.d. atecnica oltre i limiti del quinto e, in subordine, ha eccepito l'illegittimità costituzionale, per contrasto con l'articolo 3 Costituzione, del combinato disposto degli articoli 1246, comma 1, numero 3, Cc e dell'articolo 545, commi terzo, quarto e quinto, Cpc, per contrasto con l'articolo 3 Costituzione, nella parte in cui non prevedono espressamente che la compensazione ed il pignoramento di quanto dovuto a titolo di stipendio, salario e altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, operi nei limiti ivi previsti anche in relazione a crediti vantati dal datore di lavoro in dipendenza del rapporto di lavoro o di impiego. 1.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice rimettente, premesso che secondo il costante orientamento della Corte di cassazione l'azione per il risarcimento dei danni causati dal lavoratore nello svolgimento delle proprie mansioni compresi quelli derivanti da una condotta di appropriazione indebita ha natura contrattuale in conseguenza della violazione del dovere di diligenza imposto dall'articolo 2104 Cc, osserva che, sempre in base ad un orientamento consolidato della Suprema corte, l'operazione che il datore di lavoro compie detraendo dalla retribuzione l'importo corrispondente ad un proprio credito verso il lavoratore nascente dal medesimo rapporto, non integrerebbe una vera e propria compensazione - la quale presuppone l'autonomia dei rapporti da cui originano i contrapposti crediti - ma un mero conguaglio dare-avere, in quanto tale non soggetto alle limitazioni previste dalle norme impugnate. Il giudice a quo osserva che il fondamento di tale operazione di accertamento contabile, denominata compensazione atecnica , è stato ravvisato dalla giurisprudenza nella incompatibilità della compensazione tecnica con la funzione sinallagmatica del contratto a prestazioni corrispettive, volta a garantire a ciascun contraente la prestazione convenuta, ma dichiara di dissentire da questa impostazione che preserva la sinallagmaticità attraverso il requisito, non previsto dalla legge, della autonomia dei rapporti da cui originano i crediti. Se è vero, infatti, ad avviso del giudice rimettente, che il contratto a prestazioni corrispettive, liquide ed omogenee, per essere causalmente significativo, deve quantomeno prevedere che esse non siano contestualmente esigibili - con l'effetto che, in tal caso, non potrebbe comunque operare la compensazione in senso tecnico per la mancanza di uno dei requisiti previsti dall'articolo 1243 Cc -, non sussisterebbero ragioni per escludere che la compensazione tecnica possa operare, con i limiti di cui agli articoli 1246, comma 1, numero 3, Cc e dell'articolo 545, Cpc, anche nei rapporti di credito-debito aventi causa in un medesimo rapporto giuridico quale quello di lavoro, ancorché fondati, come nel caso di specie in cui si contrappone un credito risarcitorio ad uno retributivo, su fatti costitutivi diversi, ma pur sempre riconducibili al medesimo titolo costituito dal contratto di lavoro. Secondo il Tribunale di Palermo l'opposta conclusione - superabile ad avviso della Cassazione solo per effetto di un'espressa pattuizione del contratto collettivo o individuale di lavoro - imponendo il totale sacrificio del credito vantato dall'opposto a titolo di TFR e di altre spettanze di fine rapporto, impedirebbe l'avverarsi del contemperamento, cui è ispirato l'articolo 545, comma 4, Cpc, tra l'interesse del creditore al recupero del proprio credito e quello del lavoratore a non veder vanificata la funzione alimentare del credito retributivo che, a norma dell'articolo 36 Costituzione, oltre a remunerare la qualità e quantità del lavoro prestato, assicura al lavoratore ed alla sua famiglia la possibilità di condurre un'esistenza libera e dignitosa. Il giudice a quo osserva, inoltre, che tali considerazioni, certamente non dirette a porre in discussione il principio generale per cui, in virtù della post-numerazione, non è possibile far discendere dall'articolo 36 Costituzione l'obbligo per il datore di lavoro di remunerare il lavoratore che non esegua la prestazione, sono volte invece a sottolineare che i limiti alla compensazione sono diretti all'attuazione del principio del solve et repete in relazione a crediti che, come quello retributivo, non ammettono remore alla loro soddisfazione, se non a prezzo di una lesione dell'articolo 36 Costituzione Il Tribunale di Palermo censura inoltre le norme in esame, come interpretate dalla Corte di cassazione, anche per violazione dell'articolo 3 Costituzione, in quanto fondano una ingiustificata disparità di trattamento tra il datore di lavoro e tutti gli altri creditori del lavoratore ai quali, invece, può essere opposta l'impignorabilità oltre il quinto dei crediti di lavoro. 1.3.- Quanto alla rilevanza, il giudice rimettente precisa di sollevare la questione di legittimità costituzionale delle norme in esame nel significato normativo attribuito dalla giurisprudenza dominante, in quanto ormai valutabile quale diritto vivente , essendo frutto di una serie continua di pronunce uniformi. 2.- Si è costituito in giudizio il Banco di Sicilia Spa, opponente nel giudizio a quo, il quale ha, preliminarmente, invocato una pronuncia di manifesta inammissibilità della questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Palermo, per essere diretta ad ottenere una mera revisione dell'interpretazione delle norme in esame effettuata dalla giurisprudenza di legittimità. 2.1.- Nel merito, la parte privata ha dedotto l'infondatezza delle censure innanzitutto con riguardo all'articolo 36 Costituzione, considerando che proprio la giurisprudenza costituzionale ha stabilito che il principio per cui la retribuzione del lavoratore deve essere proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e deve essere in ogni caso sufficiente ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa non è un principio assolutamente insuperabile, quantomeno con riguardo alle conseguenze di eventi che prescindono dal rapporto di lavoro, inteso come scambio di prestazione lavorativa e retribuzione sentenza 209/75 . Osserva infatti il deducente che, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto la legittimità dell'articolo 545, comma 4, Cpc anche nell'ipotesi in cui il pignoramento del quinto di uno stipendio modesto determini la contrazione della retribuzione in modo da non assicurare al lavoratore il minimo indispensabile per vivere, tenuto conto del principio per cui il debitore risponde dell'adempimento delle obbligazioni con tutto il suo patrimonio e che il minimo vitale va in concreto individuato con riguardo al complesso dei beni oggetto del processo di esecuzione sentenza 434/97 . Peraltro, l'orientamento giurisprudenziale non condiviso dal rimettente si è formato proprio con riguardo ad ipotesi, identiche a quella oggetto del giudizio a quo, in cui, anche ad avviso del Tribunale di Palermo, risulterebbe manifestamente ingiusto l'obbligo del datore di lavoro di corrispondere al dipendente licenziato per appropriazione indebita i quattro quinti del TFR senza poter defalcare quanto da questi illecitamente sottratto. 2.2.- Quanto alla ritenuta violazione dell'articolo 3 Costituzione, il Banco di Sicilia osserva che la posizione del datore di lavoro è affatto diversa da quella degli altri creditori del lavoratore, tenuto conto che, proprio per il continuo insorgere di posizioni contrapposte di debito e di credito nel corso del rapporto di lavoro, il primo è particolarmente esposto all'insolvenza del proprio dipendente con la conseguenza che l'applicabilità dei limiti posti in tema di compensazione gli impedirebbe di esercitare il diritto di autotutela che l'ordinamento riconosce a ciascuna delle parti di un contratto a prestazioni corrispettive. 3.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, eccependo la manifesta inammissibilità ed infondatezza della questione. La difesa erariale deduce, in primo luogo, che l'ordinanza di rimessione, essendone stato comunicato il solo dispositivo, non è mai stata notificata, secondo il disposto dell'articolo 23 della legge 87/1953 Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale , al Presidente del Consiglio dei ministri, che ne ha quindi avuto conoscenza solo attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ragion per cui non si sarebbe validamente costituto il rapporto processuale. Nel merito, l'Avvocatura deduce che scopo delle norme censurate è quello di permettere al lavoratore subordinato una dignitosa disponibilità dei frutti del proprio lavoro e non anche quello di assicurargli i proventi di condotte penalmente rilevanti, ragion per cui risulterebbe in contrasto con gli intenti del legislatore la diversa interpretazione propugnata dal giudice a quo. 4.- Con memoria depositata in prossimità dell'udienza, il Banco di Sicilia Spa ha puntualizzato le proprie difese, in particolare osservando che, ove fosse censurato di illegittimità costituzionale l'orientamento giurisprudenziale in esame, dovrebbero essere ritenute illegittime anche tutte le norme che, in casi predeterminati e rispondendo a scelte mirate, consentono la riduzione della retribuzione al di sotto dei quattro quinti, come quelle che stabiliscono un tetto agli importi massimi dei trattamenti di integrazione salariale e di indennità di mobilità i quali, nel caso delle retribuzioni più alte, possono risultare fissati, infatti, ben al di sotto della soglia dei quattro quinti della normale retribuzione. Né, ad avviso della parte privata, avrebbe consistenza pratica il timore espresso dal giudice a quo, e cioè che la compensazione atecnica dei crediti da lavoro dipendente potrebbe consentire al datore di lavoro di rifiutarsi, mese per mese, di corrispondere la retribuzione al dipendente che continui a prestare la propria opera occorre tener conto, infatti, che, a fronte di comportamenti integranti giusta causa di licenziamento, nessun datore di lavoro continuerebbe ad avvalersi dell'opera del dipendente inadempiente e, che, nel caso di specie, il rapporto di lavoro di P. B. è già stato risolto, sicché il credito oggetto di compensazione atecnica è relativo al TFR e non anche a voci retributive mensili. Quanto alla disparità di trattamento denunciata dal Tribunale di Palermo, il Banco di Sicilia sottolinea la non comparabilità della posizione del datore di lavoro con quella di qualsiasi altro creditore del dipendente, tenuto conto che solo il primo è onerato in via esclusiva del debito retributivo nei confronti di questi, ragion per cui ad ogni altra posizione creditoria il limite del quinto potrà essere opposto dal lavoratore solo nella fase esecutiva, quale limite al pignoramento, giammai quale limite alla compensazione . Infine, dopo aver negativamente valutato l'effetto che deriverebbe dalla parificazione tra il datore di lavoro e gli altri creditori sotto il profilo della deresponsabilizzazione del dipendente, il quale, pur essendo negligente o avendo dolosamente attentato al patrimonio datoriale, si vedrebbe comunque garantito il credito retributivo nei limiti dei quattro quinti, il Banco di Sicilia osserva come il richiamo effettuato dal giudice a quo al principio del solve et repete, quale fondamento della previsione dei limiti legali alla compensazione, risulterebbe improprio, tenuto conto che questo è stato da sempre ritenuto illegittimo dalla Corte costituzionale in quanto in violazione sia del principio di eguaglianza che del diritto di agire in giudizio senza limitazioni l'invocata pronuncia di accoglimento costituirebbe pertanto, ad avviso della parte privata, una inammissibile reintroduzione nel sistema di una sorta di solve et repete, nel senso che il datore di lavoro, prima di poter agire per il recupero coattivo del proprio credito, dovrebbe adempiere al debito retributivo nei confronti del dipendente, pur essendo pacifico che, una volta liquidata tale somma e confusasi con il patrimonio del dipendente, essa tornerebbe ad essere integralmente aggredibile da parte del datore di lavoro in sede di esecuzione forzata, con evidente vulnerazione del diritto di difesa di cui all'articolo 24 Costituzione . Considerato in diritto 1.- Il Tribunale di Palermo dubita, in relazione agli articoli 36 e 3 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell'articolo 1246, comma 1, numero 3, del Cc e dell'articolo 545, comma 4, del Cpc, nella parte in cui, secondo il diritto vivente risultante dalla consolidata interpretazione della giurisprudenza della Corte di cassazione, non prevedono che la compensazione dei crediti del lavoratore per stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, debba avvenire nei limiti della misura di un quinto anche nel caso in cui il credito opposto in compensazione abbia origine dal medesimo rapporto di lavoro o d'impiego. 2.- Preliminarmente, deve essere respinta l'eccezione di inammissibilità della questione proposta dall'Avvocatura generale dello Stato in ragione della circostanza che l'ordinanza di rimessione è stata soltanto comunicata nel dispositivo, e non già notificata, al Presidente del Consiglio dei ministri. Premesso che la lamentata irregolarità del procedimento non determinerebbe, in sé, l'inammissibilità della questione ma la restituzione degli atti al giudice a quo perché provveda al compimento dell'atto prescritto dalla legge, deve rilevarsi che, non avendo l'Avvocatura dedotto alcun pregiudizio per il suo diritto di difesa che ha, peraltro, ritualmente esercitato , non sussiste impedimento di sorta all'esame nel merito della sollevata questione di legittimità costituzionale. 3.- La questione non è fondata. 3.1.- Il consolidato anche se non totalmente univoco orientamento giurisprudenziale, in relazione al quale il Tribunale di Palermo solleva la questione di legittimità costituzionale, muove dalla premessa secondo cui l'istituto della compensazione presuppone l'autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti autonomia che non sussisterebbe allorché i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese importa soltanto un semplice accertamento contabile di dare ed avere, con elisione automatica dei rispettivi crediti fino alla reciproca concorrenza così, ex multis, Cassazione 7337/04 . Di tale principio - elaborato al fine di non turbare l'equilibrio sinallagmatico delle prestazioni nell'ambito di un unico rapporto - la giurisprudenza ha fatto applicazione ai rapporti di debito-credito tra datore di lavoro e suo ex dipendente, ed in particolare al caso - oggetto del giudizio a quo - di credito dell'ex dipendente per il TFR e di credito del datore di lavoro da delitto. 3.2.- L'orientamento giurisprudenziale appena ricordato non può certamente ritenersi confliggente con l'articolo 3 della Costituzione nella parte in cui vieta ingiustificate disparità di trattamento qui, tra creditori . La circostanza che il credito del datore di lavoro abbia il suo fatto costitutivo in un delitto nella specie, appropriazione indebita non è idonea a rendere in toto equiparabile il credito del datore di lavoro a quello di qualsiasi altro creditore, e quindi a rendere privo di razionale giustificazione l'orientamento giurisprudenziale che ravvisa la specificità di quel credito nella circostanza che l'obbligazione risarcitoria dell'ex dipendente scaturisce da un comportamento che non solo ha nell'esistenza del rapporto di lavoro la sua necessaria ed insostituibile occasione, ma che costituisce anche grave violazione dei doveri del prestatore di lavoro verso il datore. 3.3.- Non sussiste neanche la lamentata violazione dell'articolo 36 della Costituzione, in relazione all'articolo 545, comma 4, Cpc, dal momento che questa Corte ha statuito che la norma del codice di rito - se è vero che contempera l'interesse del creditore al recupero del proprio credito e quello del lavoratore a non veder vanificata la funzione alimentare del credito retributivo sentenza 20/1968 - non costituisce una modalità obbligata per realizzare tale contemperamento ordinanza 302/98 e, tanto meno, per realizzarlo nella misura ivi prevista nei confronti di qualsiasi credito. Consegue da tale rilievo che le segnalate peculiarità del credito del datore di lavoro da delitto nei confronti dell'ex dipendente ben possono giustificare il particolare trattamento di tale credito anche in relazione all'articolo 545, comma 4, Cpc, e cioè ad una norma della quale deve escludersi che costituisca - nel suo specifico contenuto - inderogabile attuazione del precetto di cui all'articolo 36 Costituzione sicché la questione di legittimità costituzionale deve ritenersi, in realtà, sollevata sotto il profilo della insussistenza da negarsi per quanto si è detto di sufficienti ragioni a sostegno della disparità di trattamento sancita, in relazione all'articolo 545, comma 4, Cpc, in favore del datore di lavoro creditore di somme risarcitorie ex delicto. PQM La Corte costituzionale dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 1246, comma 1, numero 3, del Cc, e dell'articolo 545, comma 4, del Cpc sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 36 della Costituzione, dal Tribunale di Palermo con l'ordinanza in epigrafe. ?? ?? ?? ?? 5