L'iter procedurale resta senza condono

Con la definizione agevolata non può risolversi il problema se l'iscrizione a ruolo dell'Iva dev'essere necessariamente preceduta o meno dall'avviso di accertamento. A questi casi non è applicabile la norma contenuta nell'articolo delle legge 282 del 2002

Non sono condonabili le controversie sulle liti concernenti l'iter procedurale. Dunque, con la definizione agevolata non può risolversi il problema se l'iscrizione a ruolo dell'Iva dev'essere necessariamente preceduta dall'avviso di accertamento oppure no. Lo ha affermato la Corte di cassazione con la sentenza 8601/06 depositata il 12 aprile e qui leggibile tra gli allegati. A questi casi, ha detto il Collegio, non è applicabile la norma contenuta nell'articolo 16 della legge 289/02. La questione da risolvere era se l'iscrizione a ruolo dell'imposta, dovuta sulla base di una dichiarazione presentata dal contribuente, dovesse essere preceduta dall'avviso di accertamento. In presenza di una dichiarazione, quindi, non c'era bisogno di discutere sul potere impositivo dell'ufficio o sulla misura del tributo. A fare da bussola, ovviamente, è stato l'articolo 16 che, secondo i giudici della quinta sezione, richiede alcuni requisiti imprescindibili. Infatti per la chiusura delle liti fiscali oltre a dover essere parte l'amministrazione finanziaria e a dover essere pendente la controversia è necessario che oggetto della lite siano avvisi di accertamento, provvedimenti di irrogazioni delle sanzioni e ogni altro atto di imposizione . Ma, si legge nelle motivazioni, non trattandosi di una controversia relativa al potere impositivo ed alla pretesa tributaria dell'ufficio, né, alla quantificazione del tributo, determinato dall'amministrazione mediante un provvedimento emesso sulla base di quanto aveva affermato la società contribuente, è in gioco soltanto l'iter procedurale e cioè la mancata emissione dell'atto di accertamento e l'iscrizione a ruolo, comunque attuata. Così, hanno affermato i giudici di Palazzaccio, all'atto in oggetto va riconosciuta natura riscossiva, che non può farsi rientrare neppure nella categoria residuale degli atti impositivi ogni altro atto di imposizione, dice la norma rientranti nella definibilità delle liti pendenti ex articolo 16 Dl 289/02 . C'è di più. Con questa interessante sentenza la Suprema corte ha affermato anche un altro principio di diritto concernente un aspetto puramente procedurale ma che, molto spesso, mette in difficoltà i difensori. Secondo quanto affermato dalla Cassazione il ricorso al giudice è ammissibile anche se manca la copia del mandato al difensore sostituita dall'annotazione procura a margine . Tesi, questa, più volte sostenuta nel processo civile e ora estesa anche a quello tributario. In altri termini la conformità del ricorso rispetto all'originale notificato dal contribuente all'ufficio impositore deve riguardare il contenuto dell'atto. Per quanto invece attiene alla mancanza del mandato rilasciato al difensore da porsi a margine del ricorso, è sufficiente che l'apposizione di una nota che attesti la presenza di tale procura sull'originale. In sostanza non è necessario che la procura sia integralmente trascritta nella copia notificata all'altra parte, ben potendosi pervenire attraverso altri elementi, alla ragionevole certezza che il mandato sia stato conferito prima della notificazione dell'atto . Deb.Alb.

Cassazione - Sezione tributaria - sentenza 1 marzo-12 aprile 2006, n. 8601 Presidente Cristarella Orestano - Relatore Marigliano Ricorrente ministero dell'Economia e delle finanze Fatto La società Seriplastica di Roberto Lucaccini & c. Sas impugnava innanzi alla Ctp di Roma la cartella esattoriale con la quale l'Ufficio delle entrate di Roma 2 richiedeva il pagamento di lire 46.713.610 per il mancato versamento dell'Iva relativa all'anno 1993 per non essere stata l'iscrizione a ruolo preceduta da un avviso di accertamento. La Ctp accoglieva il ricorso, condividendo la tesi del contribuente. Proponeva appello l'Ufficio, rilevando, preliminarmente, che il ricorso del contribuente avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile, perché la copia depositata presso la segreteria della Ctp non era conforme all'originale inviata all'Ufficio in quanto risultava omesso a margine del ricorso il mandato conferito dall'amministratore al difensore nel merito, deduceva la legittimità dell'iscrizione a ruolo dell'imposta dichiarata e non versata ai sensi degli articoli 60, comma 6, Dpr 633/72 e 17 D.Lgs 472/97. La Ctr del Lazio respingeva l'eccezione di inammissibilità, ritenendo il ricorso rituale facendo riferimento alla decisione di questa Corte 15172/01 e, nel merito, confermava la decisione di primo grado ritenendo che l'Ufficio avrebbe dovuto, prima di iscrivere a ruolo l'imposta, invitare il contribuente a versare entro trenta giorni quanto dovuto. Avverso detta decisione il ministero dell'Economia e delle finanze e l'Agenzia delle entrate proponevano ricorso per cassazione, articolato in due motivi. Non risulta costituita l'intimata società. Nelle more del giudizio, a seguito dell'entrata in vigore la legge 289/02, la società presentava istanza di definizione agevolata dalla controversia pendente, ma l'amministrazione finanziaria rigettava tale richiesta, sostenendo che, nella specie, trattandosi di omessi versamenti periodici od annuali, la lite non era definibile ex articolo 16 statuto lavoratori. Avverso tale diniego la società proponeva altro ricorso per cassazione 4747/05 chiedendone l'annullamento sulla base delle decisioni delle Commissioni tributarie. Resisteva l'amministrazione finanziaria dello Stato. Diritto I ricorsi, separatamente proposti, a mente dell'articolo 274 Cpc, devono essere riuniti. Per ragioni logiche occorre preliminarmente esaminare i ricorso 4747/05 proposto dalla società avverso il provvedimento di diniego di definizione agevolata della presente lite fiscale, emesso dall'ufficio il 17 dicembre 2004. Sostiene la società contribuente che il diniego è illegittimo perché fondato sul fatto che la lite non sarebbe definibile ai sensi dell'articolo 16 legge 289/02 perché trattasi di omessi versamenti periodici ed annuale senza tenere conto, però, delle vicende processuali, in quanto alla base di tale richiesta vi era l'impugnazione della cartella di pagamento notificata alla società e da questa impugnata perché non preceduta da avviso di accertamento, la cui illegittimità era stata riconosciuta con sentenza della Ctp, poi confermata dalla Ctr, per cui, diversamente opinando, si finirebbe con il privare di contenuto la decisione del primo giudice. Il ricorso è infondato. Si deve premettere che per la chiusura delle liti fiscali l'articolo 16, comma 3 legge 289/02, richiede - oltre che sia parte l'Amministrazione finanziaria dello Stato e che vi sia pendenza di una controversia - che oggetto della lite siano avvisi di accertamento, provvedimenti di irrogazione delle sanzioni e ogni altro atto di imposizione . Deve, quindi, verificarsi se l'oggetto della controversia possa farsi rientrare nella richiamata previsione normativa. Nella specie che ci occupa, la società ha proposto ricorso avverso una cartella di pagamento con la quale l'Ufficio delle Entrate di Roma 2 richiedeva il pagamento per il mancato versamento dell'Iva relativa all'anno 1993, risultante dalla dichiarazione annuale, ritenendo tale atto illegittimo in quanto non preceduto da avviso di accertamento inteso come condizione di procedibilità. In atto, quindi, non v'è controversia in ordine al potere impositivo ed alla pretesa tributaria dell'Ufficio, espressamente riconosciuti proprio con la dichiarazione Iva, né la contestazione riguarda la quantificazione dell'imposta, esteriorizzata dall'Ufficio attraverso un provvedimento emesso sulla base della dichiarazione annuale della contribuente, ma viene contestato solo l'iter procedurale, sostenendo la società che l'iscrizione a ruolo sarebbe dovuta essere preceduta da un invito al pagamento, in mancanza del quale la cartella di pagamento doveva considerarsi illegittima. Tanto premesso, all'atto in oggetto va riconosciuta natura riscussiva, sic et simpliciter, che non può farsi rientrare neppure nella categoria residuale degli atti impositivi ogni altro atto di imposizione , rientranti nella definibilità delle liti fiscali pendenti ex articolo 16 Dl 289/02. Conseguentemente il diniego è legittimo. Passando all'esame del merito della controversia si osserva. Con il primo motivo del ricorso n. 22497/03 proposto dall'Amministrazione finanziaria avverso la sentenza della Ctr del Lazio 84/38/02 si lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 165 Cpc e 22, comma 1 e 3, D.Lgs 546/92 per avere la Ctr ritenuto ammissibile il ricorso proposto dalla società, pur in assenza nella copia depositata nella segreteria della Ctp del mandato al difensore, sostituito dall'annotazione procura a margine dell'originale , sulla base di una decisione della Sc. A prescindere dal fatto che la sentenza citata è relativa a diversa fattispecie, e, pertanto, non può essere posta a base di quanto sostenuto, la doglianza è, comunque, infondata. La conformità del ricorso rispetto all'originale notificato dal contribuente all'Ufficio impositore deve riguardare il contenuto dell'atto e su tale punto non sussiste alcuna contestazione per quanto invece attiene alla mancanza del mandato rilasciato al difensore da porsi a margine del ricorso, deve ritenersi sufficiente l'apposizione di una nota che attesti la presenza di tale procura sull'originale, come peraltro, è stato mattonella specie, né, infine, l'Ufficio che contesta la validità ha mai posto in dubbio l'esistenza e la validità di tale mandato sull'originale notificatogli. Peraltro questa Corte, investita dalla questione sia pure in controversie di ordine civile, ha sempre ritenuto che non occorre che la procura sia integralmente trascritta nella copia notificata all'altra parte, ben potendosi pervenire, attraverso altri elementi, alla ragionevole certezza che il mandato sia stato conferito prima della notificazione dell'atto cfr. Cassazione civile, sentenze 15173/01 e 15354/04 . Con la seconda doglianza si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 60, comma 6, Dpr 633/72 e 17, comma 3 D.Lgs 472/97 per avere la Ctr nella decisione impugnata sostenuto che l'articolo 60 prevede il previo invito al pagamento come condizione di procedibilità, mentre la funzione del predetto invito sarebbe diretta solo a consentire al contribuente di attenuare le conseguenze sanzionatorie per l'omesso versamento di quanto dichiarato e non versato. Il secondo motivo è fondato. La fattispecie, concernente contestazione della legittimità di ruolo e di cartelle recanti intimazione di pagamento di Iva emessi in data antecedente il 30 giugno 1996, ratione temporis, si sottrae alla disciplina di cui all'articolo 60, comma 6 Dpr 633/72 nel testo emendato dall'articolo 10, comma 2, Dl 323/96, convertito nella legge 425/96, e ricade nell'ambito di operatività dell'articolo 67, comma 2 lettera a Dpr 43/1988, per il quale la riscossione in particolare dell'Iva è effettuata secondo le seguenti modalità se, a seguito di invito di pagamento, atto di liquidazione, accertamento, rettifica o irrogazione di sanzioni sono infruttuosamente scaduti i termini di pagamento delle somme dovute, l'ufficio finanziario competente forma il ruolo relativo ai contribuenti per i quali si procede alla riscossione coattiva ai sensi dell'articolo 11 comma 3 Dpr 602/73 . Individuato in tal modo il quadro normativo alla stregua del quale deve essere vagliata la situazione controversa, trattandosi di mancato pagamento per l'anno 1993, è da dire subito che la lettera, sul punto inequivocabile, della surrisposta disposizione dell'articolo 67, comma 2, Dpr 43/1988, rende manifesto, che l'invito di pagamento menzionato nella disposizione medesima non costituisce atto presupposto, o, comunque, prodromico di ogni iscrizione a ruolo e di ogni avvio di procedura di riscossione, e che, in particolare, esso non deve essere emesso in tutte le ipotesi in cui detta iscrizione e procedura abbiano il titolo in avvisi di liquidazione, accertamento, rettifica o irrogazione di sanzioni, e cioè in atti recanti certificazione dell'esistenza e della quantificazione delle ragioni di credito vantata dall'amministratore finanziaria e da questa fatte oggetto di pretesa attuativa. Ciò posto, in via analogica, ai sensi della norma ripetuta, sembra logico ritenere che l'emissione di detto invito non sia necessaria, e debba essere ravvisata superflua, tutte le volte che il credito tributario abbia già un titolo, e, specificamente, nell'ipotesi in cui l'iscrizione a ruolo ed il correlato inizio della procedura di riscossione abbiano la fonte nella dichiarazione del contribuente che rechi enunciazione dell'an e del quantum del debito tributario, comportando l'insorgenza immediata e incondizionata della debenza del tributo a mente dell'articolo 30 comma 1 Dpr 633/72 cfr. Cassazione civile sentenze 907, 3540 e 16105/02 e 1756/03 . In applicazione delle suesposte enunciazioni, nel caso in argomento, concernente formazione di ruolo ed avviso di procedura di esazione aventi la fonte nella dichiarazione, a suo tempo, presentata dall'attuale intimata, deve escludersi senz'altro che quella formazione e quella procedura dovessero essere precedute dall'emanazione di un invito di pagamento e, pertanto, va negata l'illegittimità degli atti dedotti in discussine dal contribuente con il ricorso istituito del giudizio. Conseguentemente, dichiarato assorbito l'ultimo motivo con il quale si sostiene l'illegittimità della sentenza nella parte in cui afferma che non è possibile ritenere che l'articolo 17, comma 3, D.Lgs 472/97 abbia implicitamente abrogato l'invito di cui all'articolo 60 citato, in quanto detta norma riguarda solo le sanzioni, in accoglimento del secondo motivo, la sentenza impugnata, siccome viziata dal dedotto errore di diritto, va senz'altro cassata in relazione alla censura accolta e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la Corte può decidere sul merito ex articolo 384 Cpc, rigettando il ricorso introduttivo della società Seriplastica. Si considera equo disporre la compensazione delle spese, stante le alterne vicende processuali. PQM La Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso n. 4747/05, respinge il primo motivo del ricorso n. 22497/03, ne accoglie il secondo, dichiara assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo della società contribuente. Compensa le spese dell'intero giudizio.