Legge Pecorella, va in scena l'anti-riforma delle impugnazioni

di Roberto Oliveri del Castillo

di Roberto Oliveri del Castillo * Per valutare appieno la portata deflagrante per il sistema delle impugnazioni della legge Pecorella, deve farsi una breve premessa. Il processo penale con i suoi attuali connotati epistemologici garantisti incentrati sulla formazione e non sulla sola valutazione dibattimentale della prova, deve occuparsi di migliaia di norme sostanziali, spesso aventi origine e funzione politico-simbolica, secondo un principio panpenalistico di stampo chiaramente autoritario che non è stato scalfito che in minima parte dalle recenti depenalizzazioni. Il primo stridente controsenso è proprio nel voler coniugare un diritto penale massimo , secondo logiche pangiudizialiste da stato autoritario ed etico, che deve insegnare ai propri consociati le condotte da tenere nei più svariati campi, con un processo dai caratteri normalmente utilizzati in paesi aventi un catalogo di reati molto più ridotto, per di più mediati dalla facoltatività dell'azione penale. La seconda discrasia profonda riguarda proprio il sistema delle impugnazioni, ovvero nel prevedere all'esito della decisione di primo grado, nonostante l'ampiezza delle garanzie nelle rigide regole di esclusione del materiale acquisito nelle indagini, i medesimi rimedi plurimi esistenti nella vigenza del rito inquisitorio, come se nulla fosse mutato con il cambio di registro epistemologico e culturale. In tal modo vengono a stratificarsi e a sommarsi le garanzie del rito adversary per l'esclusione degli atti di indagine con la garanzia propria del rito inquisitorio costituito dal riesame in appello della quaestio facti senza filtri preventivi, in un ibrido che paralizza di fatto la funzione giurisdizionale allungando a dismisura i tempi di definizione del processo. Di talché, il processo penale italiano così come oggi strutturato non raggiunge né gli scopi che si propone un ordinamento teleologicamente orientato ad attuare scelte di politica criminale in difesa della collettività ad esempio la lotta alla criminalità organizzata e/o economico-finanziaria per la complessiva inefficienza della macchina giudiziaria connessa alla perdita di sapere dell'indagine preliminare, né gli scopi di semplice risoluzione di conflitti tra parti paritarie davanti al giudice terzo, per gli ostacoli normativi frapposti alle controversie che oppongono la collettività a soggetti imputati di crimini amministrativi o economico-finanziari e la irragionevole durata del procedimento o la estrema provvisorietà ed instabilità della decisione, soggetta a revisioni multiple, mentre appare in grado esclusivamente di affrontare con una forza militare i processi alla devianza minore stupefacenti, immigrazione, prostituzione, furti, etc. . La terza discrasia rispetto al rito è costituita dai progetti di riforma tenacemente realizzati in questa legislatura contro i pareri critici di magistratura, foro, accademia in ogni ambito toccato dallo scriteriato bisturi normativo. Nel sistema delle impugnazioni, in particolare, andrebbe seriamente considerata la previsione dell'appello, da parte sia di imputato che dell'accusatore, solo sulla quaestio juris e per travisamento del fatto, ai sensi dell'articolo 6 Cedu, e introdurre un serio limite all'ammissibilità del ricorso per cassazione, da ammettere solo nei casi in cui il principio di diritto, per la sua rilevanza sociale, merita una pronuncia nomofilattica, al pari di quanto accade alle Corti supreme in altri sistemi. Sotto questo profilo, le funzioni di una Corte suprema oscillano tra due poli da una parte la garanzia ultima della correttezza giuridica della decisione del caso concreto dall'altra la tutela dell'interesse oggettivo dello Stato all'uniforme interpretazione della legge in nome dell'eguaglianza dei cittadini di fronte ad essa. Per restare sul dato concreto, la Cassazione sembra oscillare tra il primo ambito di intervento, mediante l'indicazione di cui all'articolo 111 comma 7 Costituzione, e quanto indicato dall'articolo 65 ordinamento giudiziario, di talché bisognerebbe preliminarmente intendersi su quale funzione attribuire alla Corte di cassazione, ovvero se debba tutelare in prevalenza lo jus constitutionis o lo jus litigatoris, se svolga correttamente le funzioni istituzionali o vi sia uno scarto tra teoria definitoria e prassi quotidiana. Secondo alcuni cfr. M. Taruffo, Le Corti supreme europee accesso, filtri e selezione, in Le Corti supreme, Giuffrè, 2001 questo scarto esiste in quanto la Corte si dedica maggiormente alla tutela delle singole parti pur essendo istituzionalmente tenuta ad una funzione nomofilattica articolo 65 ordinamento giudiziario che è ammissibile solo a tutela dello jus constitutionis ovvero di natura pubblicistica. Sembra di poter affermare con un accettabile grado di approssimazione, che quando prevale la funzione nomofilattica e si vuole dare prevalenza all'aspetto pubblico, allora è indispensabile la previsione di filtri normativi o organizzativi all'esame dei casi, mentre il ricorso generalizzato enfatizza l'aspetto privatistico a tutela dello jus litigatoris. Come è stato ben messo in luce, la funzione nomofilattica nell'attuale contesto storico non può essere intesa come ricerca di una soluzione giurisprudenziale statica e omologata, non essendovi una esatta interpretazione della legge, bensì come prospettiva dinamica ed in linea con l'idea che il compito della corte sia piuttosto quella di promuovere l'evoluzione del diritto, suggerendo l'interpretazione di volta in volta più adeguata e quindi contribuendo alla creazione di nuovi principi cfr. E. Silvestri, Le Corti supreme europee, cit. . Ma per questo deve essere consentito alla corte la scelta dei casi che le permettano di sviluppare le questioni recanti un autentico potenziale innovativo, e in ogni caso che non si spingano fino all'esame della questo facti. Questi temi, che attengono al corretto inquadramento sistematico dei mezzi di impugnazione e del ruolo della Corte di Cassazione, sono stati completamente disattesi dal Legislatore che si è avviato, con la recente legge Pecorella, a configurare la Corte come giudice di terzo grado sul fatto, secondo principi il cd. travisamento del fatto in grado di costituire un grimaldello per censurare il ragionamento logico-fattuale operato nei giudizi precedenti con palese violazione dell'articolo 111 Costituzione e con una inammissibile torsione privatistica delle funzioni della Cassazione, che potrà con difficoltà ancora maggiori occuparsi di una residuale funzione nomofilattica attribuitale dall'ordinamento. Di tanto da atto nel suo recente messaggio di rinvio alle Camere della legge Pecorella il Capo dello Stato, ormai vero baluardo costituzionale , laddove afferma che nel momento in cui L'articolo 7 della legge modifica l'articolo 606 del Cpp che disciplina i casi di ricorso per Cassazione, stabilendo che tra essi rientrano la mancata assunzione di una prova decisiva quando la parte ne ha fatto richiesta, sempre che la stessa fosse ammissibile e la mancanza o la contraddittorietà ovvero la manifesta illogicità della motivazione della sentenza. Le modificazioni apportate all'articolo 606 del Cpp, - continua il Capo dello Stato - da un lato, sopprimono la condizione che la mancata assunzione di una prova decisiva sia rilevante come motivo di ricorso soltanto se addotta come controprova rispetto a fatti posti a carico o a discarico dal pubblico ministero o dall'imputato dall'altro, fanno venir meno la condizione che la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione debbano emergere esclusivamente dal testo del provvedimento impugnato. Queste modificazioni - conclude il Presidente Ciampi - generano un'evidente mutazione delle funzioni della Corte di cassazione, da giudice di legittimità a giudice di merito, in palese contrasto con quanto stabilito dall'articolo 111 della Costituzione, che, al penultimo comma, dispone che contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso per Cassazione per violazione di legge Cfr Diritto e Giustizia online, Giuffrè, 21 gennaio 2006 . I rattoppi apportati dalla maggioranza parlamentare alla legge Pecorella in vigore dal 9 marzo non sembrano in grado di assecondare i vulnera costituzionali paventati dal Capo dello Stato. In realtà ciò che spinge il legislatore ad intervenire con la tecnica del work in progress non sembra una razionale logica di sistema, ma l'emergenza contingente dovuta oggi alla tutela a ogni costo di indagati eccellenti . Queste ultime esigenze spiegano la grande sensibilità garantista a geometria variabile del momento, con processi sommari ormai stabilmente previsti per la devianza da strada, gli immigrati, i presunti terroristi islamici, nella logica del diritto penale del nemico, mentre per gli altri, incensurati accusati di crimini finanziari o amministrativi, scattano guarentigie di sistema con depenalizzazioni irrazionali si pensi al falso in bilancio , prescrizione brevissima e garanzie a strati , con buona pace dell'articolo 3 della Costituzione, ormai sbiadita carta di principi e ideali da rivitalizzare con fermezza impedendone le strame delle attuali riforme. * Magistrato