L’Italia ricorre contro la condanna CEDU: un modo per prendere tempo?

La sera del 9 aprile 2013 l’Italia ha impugnato la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’8 gennaio 2013, proprio quando stava per diventare definitiva. Il capo del DAP, l’Unione delle Camere Penali e l’Associazione Antigone sono concordi nel ritenerlo un escamotage per prorogare l’obbligatorio adeguamento della condizione carceraria italiana, visto che difficilmente la Grande Chambre cambierà una decisione che non ha fatto altro che fotografare il degrado della situazione.

La condanna dell’Italia. L’8 gennaio 2013, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per le condizioni degradanti in cui erano tenuti i sette detenuti che avevano presentato ricorso. Ha riconosciuto un risarcimento totale di 100mila, per violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea, il quale prevede che nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti . Certificando una situazione ormai permanente, e visti i numerosi ricorsi pendenti per la stessa questione, i giudici di Strasburgo avevano dato all’Italia un anno di tempo per adeguarsi, creando un sistema penitenziario organizzato in modo da rispettare la dignità dei detenuti. Una manovra dilatoria. Tale termine per adeguarsi sarebbe iniziato a decorrere dalla definitività della sentenza, cioè tre mesi dopo la decisione. Per questo l’Italia ha deciso di proporre ricorso davanti alla Grande Chambre, poiché solo dopo una sua pronuncia inizierà a scorrere l’anno di tempo necessario per adeguarsi. Camere Penali lo Stato era d’accordo con la condanna. L’Unione delle Camere Penali ritiene infatti che non ci sia alcuna possibilità che la decisione venga riformata, sia perché Presidente della Repubblica, Ministro della Giustizia e capo del DAP hanno confermato che tale decisione non ha fatto altro che fotografare la realtà, sia perché in questi tre mesi non è stato fatto nulla per andare nella direzione indicata dalla Corte di Strasburgo. I penalisti si dichiarano stupiti, poiché si vede applicata una tattica processuale dilatoria da parte dello Stato stesso. Associazione Antigone bisogna fare subito e di più. Il presidente dell’Associazione Antigone, che si batte per i diritti dei carcerati, affermando che il ricorso si presenta come un escamotage da azzeccagarbugli , aspetta di vedere le motivazioni del ricorso, per sapere con quale argomentazione confutare tale decisione. Se l’Italia sostenesse che nelle celle è garantito spazio sufficiente, negherebbe la realtà dei fatti. Se invece rimandasse al piano di edilizia penitenziaria, commetterebbe un falso, perché il piano procede tanto a rilento da garantire i primi nuovi posti letto tra tre-quattro anni . Tribunale di Sorveglianza di Bologna è solo realpolitik. Esprime la propria difficoltà ad accettare la decisione anche il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, Francesco Maisto, che vede nel ricorso una visione di realpolitik finalizzata solo a rimandare il problema carcerario senza affrontarlo . In tal modo i problemi, già tragici, non possono fare altro che aggravarsi. DAP mai più solo tre metri quadri per detenuto. Il presidente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, confermando lo scopo dilatorio del ricorso, cerca di comunicare quanto di buono si sta facendo e si farà. Rileva infatti come dato fondamentale che dal novembre 2010 non solo non c'è un aumento dei detenuti ma si registra una diminuzione . Ricorda, inoltre, che è in piena applicazione il nuovo disegno del regime differenziato, un sistema complessivo che consentirà una differenziazione più ragionevole dei detenuti . Il presidente Tamburino auspica infine che non abbiano più a verificarsi situazioni in cui un detenuto possa avere a disposizione uno spazio inferiore a tre metri quadri, e di applicare anche un regime più aperto salvo quando vi siano esigenze di sicurezza .