Il direttore di un giornale deve rendere riconoscibile la pubblicità

La commistione tra informazione e messaggi pubblicitari è illegittima. Ed è quindi corretta la sanzione disciplinare inflitta dall'Ordine alla giornalista che aveva reso possibile una confusione da parte dei lettori

Il direttore di una pubblicazione ha l'obbligo di garantire la correttezza dell'informazione anche in relazione al rapporto tra testi pubblicati e pubblicità. È quindi responsabile anche dell'eventuale verificarsi fatto del quale non necessariamente è artefice, ma che deve impedire di una commistione impropria tra il testo informativo e la pubblicità. E la distinzione tra queste due categorie distanti di cose che vengono stampate, a volte nella stessa pagina, deve essere netta e chiaramente percepibile anche da una persona non particolarmente smaliziata. Il rischio infatti è quello che un lettore si ritrovi inconsapevolmente bersaglio di una pubblicità ingannevole, ovvero scambi per una libera scelta del giornale e dei suoi giornalisti, altro materiale - pubblicitario - che si trova sulla stessa pubblicazione solo in virtù di un contratto di vendita di spazi. Alla luce di tutto ciò è legittima la sanzione disciplinare censura inflitta dal Consiglio regionale dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia alla direttrice di un settimanale femminile ritenuta responsabile di aver messo in atto una illegittima commistione tra pubblicità e informazione. La correttezza della decisione dell'Ordine è stata confermata ora anche dalla Cassazione con la sentenza qui leggibile come documento correlato cui la giornalista era ricorsa dopo essersi vista respingere ogni precedente tentativo di far annullare la sanzione disciplinare. Compete al direttore di testata rendere riconoscibile la pubblicità mediante l'adozione di modalità grafiche di evidente percezione . Niente confusioni, quindi, come talora accade con separazioni quasi invisibili e accostamenti ad arte tra spazi che sembrano informativi ma fanno in realtà parte di un'iniziativa pubblicitaria o degli ibridi cosiddetti publiredazionali, pseudoarticoli informativi posti a corredo di un'attinente pubblicità tabellare ma senza che dei primi sia indicata l'effettiva natura . La fascia dei soggetti tutelati si estende a tutti i lettori senza alcuna distinzione in base al grado di cultura , ha affermato la Corte, aggiungendo che la verifica della riconoscibilità dei contenuti pubblicitari deve essere quindi possibile a chiunque e che se tale verifica non sia lampante il direttore deve impedire la pubblicazione del testo contenente la pubblicità, incorrendo altrimenti nelle sanzioni comminate dalla Legge n. 69/1963 . m.c.

Cassazione - Sezione terza civile - sentenza 22 settembre-20 ottobre 2006, n. 22535 Presidente Preden - Relatore Durante Pm Russo - conforme Svolgimento del processo Il Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti ha inflitto ad I. I. direttrice del settimanale xxx, la sanzione della censura per avere violato gli articoli 2 e 48 della legge professionale, 44 Ccnl giornalisti, realizzando illegittima commissione tra pubblicità ed informazione in undici numeri del settimanale. Il Tribunale di Milano ha rigettato il gravame della giornalista e compensato le spese la Ca di Milano ha confermato la decisione senza nulla disporre in ordine alle spese, considerando quanto segue. La confusione fra informazione e messaggi pubblicitari è nella specie indubitabile e non è neppure contestata con specifiche argomentazioni essa è realizzata con modalità tali da non potere essere percepita con immediatezza dai lettori del settimanale che appartengono alla categoria di persone ingenue e di scarsa cultura che la norma mira precipuamente a tutelare in particolare nessuno dei mezzi pubblicitari è segnalato come tale, m a sono tutti mescolati ad articoli di informazione senza alcuna altra ragione che quella di reclamizzare prodotti o imprese produttrici il numero e la gravità degli episodi rendono impossibile accogliere l'istanza di sostituzione della sanzione della censura con quella dell'avvertimento. La I. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi, il consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale con un motivo, depositando memoria il Pm ha chiesto il rigetto del ricorso. Motivi della decisione 1. I ricorsi sono proposti contro la medesima sentenza ed a norma dell'articolo 335 Cpc vanno riuniti. 2. Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 2 e 48 legge 69/1963, 44 Ccnl giornalisti, 1 e 4 D.Lgs 74/1992 mancanza di motivazione il consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti e quello regionale non hanno proceduto a rituale contestazione, essendosi entrambi limitati a recepire gli esposti del comitato di redazione del giornale ad ogni modo, il fatto centrale dell'addebito è di avere posto a corredo di articoli di contenuto incontestato foto distribuite da case produttrici di cosmetici e capi di abbigliamento , sicché all'I. può tutt'al più attribuirsi di non avere adoperato foto scattate appositamente tale comportamento non è riconducibile all'ipotesi delineata negli articoli sopra citati consistente nella diffusione di notizie che, pur di servizio, costituiscono sponsorizzazione subliminale di un prodotto commerciale esso non è stato neppure assunto autonomamente, ma è stato necessitato da particolari situazioni di natura economica e soprattutto dalla drastica riduzione dei costi imposta dall'editore ben vero che il direttore del giornale ha il potere - dovere di garantire la correttezza e la qualità dell'informazione anche per quanto riguarda il rapporto fra testo e pubblicità , evitando la presenza di pubblicità mascherata nella specie, tuttavia, non risulta contestata la violazione del menzionato potere-dovere, bensì l'avere utilizzato foto ricevute dagli uffici stampa e, come già detto, tanto non concreta l'illecito disciplinare ravvisato la motivazione della sentenza impugnata è apparente, risolvendosi nell'affermazione che le foto utilizzate negli articoli di stampa provengono dagli archivi di case produttrici di cosmetici o di abbigliamento senza alcuna valutazione delle tesi difensive, e si presenta inoltre contraddittoria. 2.1. Il motivo non può ricevere accoglimento. 2.2. Bisogna riconoscere che, come sostenuto dal Pm, l'irritualità della contestazione dell'addebito disciplinare viene denunciata per la prima volta in questa sede tanto comporta inammissibilità della denuncia, che è, peraltro, infondata in quanto non viene lamentata alcuna concreta lesione del diritto di difesa. Senza dire che, come questa Corte ha avuto occasione di affermare ex plurimis, Cassazione 2296/04 , la contestazione dell'addebito disciplinare è completa quando, pur non contenendo minuta e particolareggiata esposizione dei fatti, consente all'incolpato di svolgere ogni opportuna difesa, come è avvenuto nella specie. 2.3. L'obbligo del direttore del giornale di garantire la correttezza e la qualità dell'informazione anche per quanto concerne il rapporto fra testo e pubblicità deriva dagli articoli 44 Ccnl giornalisti e 4 D.Lgs 74/1992. Il contenuto dell'obbligo è di rendere la pubblicità chiaramente riconoscibile come tale mediante l'adozione di modalità grafiche di evidente percezione. Lo scopo è di tutelare dalla pubblicità ingannevole e dalle sue conseguenze sleali. La fascia dei soggetti tutelati si estende a tutti i lettori senza alcuna distinzione in base al grado di cultura. Può, in sostanza, affermarsi che il direttore di giornale deve garantire la correttezza e la qualità dell'informazione a questo fine è tenuto a verificare se la pubblicità sia chiaramente riconoscibile come tale, distinguendosi da ogni altra forma di comunicazione al pubblico mentale modalità grafiche facilmente riconoscibili in tale verifica non rileva il grado di cultura dei leggeri, essendo a tutti accordata tutela ove la verifica conduca a risultati negativi, deve impedire la pubblicazione del testo contenente la pubblicità, incorrendo altrimenti nelle sanzioni comminate dalla legge 69/1963. 2.4. Nella specie la Corte di merito ha ritenuto che in articoli e servizi contenuti nei numeri 16, 17, 19, 20 e 21 dell'anno 1999 della rivista xxx, vi è confusione fra informazione e messaggi pubblicitari, non essendo i messaggi segnalati come tali ed essendo, al contrario, mischiati ed articoli di informazione, molte volte senza alcun nesso con gli stessi e sempre senza alcuna ragione che non sia quella, subdolamente attuata, di reclamizzare prodotti o imprese produttrici ha per questo modo espresso un giudizio di fatto che si sottrae per completezza e correttezza di motivazione ad ogni censura. 2.5. La Corte di merito ha affermato a chiare lettere che l'illecito disciplinare in ordine al quale si è concretamente sviluppato il contraddittorio è quello di cui al combinato disposto degli articoli 2 e 48 legge 69/1963, 44 Ccnl giornalisti, 1 e 4 D.Lgs 74/1992. Contro questa affermazione, che trae origine dall'esame delle decisioni del consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti e del Tribunale di Milano, a nulla vale sostenere immotivatamente, come si fa nel motivo all'esame, che l'illecito disciplinare si sostanzia, invece, nelle modalità con le quali sono state reperite le foto utilizzate negli articoli pubblicati sul settimanale. Rimangono, perciò, superate le questioni se tali modalità valessero a concretare alcun illecito disciplinare e particolarmente quello ravvisato e se potessero ritenersi giustificate in considerazione della riduzione dei costi imposta dall'editore. 3. Con il secondo motivo del ricorso principale si denuncia difetto di motivazione in ordine al rigetto della richiesta di sostituzione della sanzione della censura con quella meno affittiva dell'ammonizione, lamentandosi che la Corte di merito abbia apoditticamente affermato che le ragioni addotte dalla parte non valgono ad attenuare la responsabilità e non ha valutato che la situazione, nella quale è venuta a trovarsi la parte stessa, è tale da ridurre, se non elidere, i poteri del direttore del giornale. 3.1. Neppure questo motivo può essere accolto. 3.2. Non pare dubbio che il giudice abbia l'obbligo di indicare le ragioni per le quali irroga una sanzione anziché un'altra, specificamente in presenza di richiesta tendente ad ottenere l'irrogazione della sanzione meno grave. La Corte di merito, ha, peraltro, assolto questo obbligo, avendo spiegato di avere confermato la sanzione della censura in considerazione della pluralità e gravità degli episodi ed avendo aggiunto che i motivi addotto per ottenere la sostituzione della sanzione non sono idonei allo scopo. 4. In conclusione, il ricorso principale è rigettato. 5. Con l'unico motivo del ricorso incidentale si censura la Corte di merito per non avere pronunciato sulle spese del grado. 5.1. Il motivo è fondato e va accolto, non contenendo la sentenza impugnata alcuna pronuncia in ordine alle spese. 5.2. Pertanto, la detta sentenza va cassata in relazione al motivo accolto con rinvio ad altra sezione della Ca di Milano affinché pronunci sulle spese del giudizio di secondo grado. 6. Le spese del giudizio di cassazione vanno poste a carico della ricorrente in applicazione del principio sulla soccombenza. PQM La Corte riunisce i ricorsi rigetta il ricorso principale accoglie quello incidentale cassa in relazione e rinvia alla Ca di Milano, altra sezione, condanna la I. alle spese del giudizio di cassazione liquidate in euro 1100 di cui euro 1000 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge.