Guerra in Irak, nessuna attenuante per i manifestanti violenti

Esclusa l'esimente per chi compie azioni dimostrative in nome della pace in quanto si tratta di opinioni politiche e non di motivi di indubbio valore sociale

Le azioni dimostrative violente, per manifestare contro la guerra in Irak, sono frutto di opinioni politiche, in quanto tali di parte, e che non meritano le attenuanti previste per chi agisce per motivi di particolare valore, né meritano l'esimente di chi commette reato in stato di necessità. Lo sottolinea la quinta sezione penale della Cassazione con la sentenza 21065/06 depositata 16 giugno e qui leggibile tra gli allegati. In particolare la Suprema corte ha deciso di non concedere l'attenuante prevista dal Codice penale per chi agisce per motivi di particolare valore morale o sociale a cinque disobbedienti romani che avevano manifestato, nella capitale, contro la guerra in Irak danneggiando un distributore di benzina della Esso . Senza successo gli imputati hanno chiesto ai Supremi giudici uno sconto di pena sostenendo di essere stati mossi da ragioni di indubbio valore in quanto il ripudio della guerra è sancito dall'articolo 111 della Costituzione e rappresenta un valore condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani . La Corte di legittimità ha replicato che l'esclusione dell'attenuante in questione è giustificata in presenza di reati motivati da ragioni politiche che, in quanto tali, sono opinabili e non di oggettivo valore morale o sociale . Se così non fosse - spiega la quinta sezione - le più disparate motivazioni, facenti capo agli innumerevoli orientamenti politici che possono essere presenti nel corpo sociale compresi quelli contrari allo spirito della Costituzione e che propagandano, ad esempio, la lotta armata , dovrebbero essere meritevoli di trattamento sanzionatorio attenuato . Nel caso in questione - rileva piazza Cavour - gli imputati erano mossi da finalità e ideologie politiche . La manifestazione - prosegue la sentenza - era contro una guerra atto in sé politico, quanto pochi altri guerra che peraltro ha provocato divisioni, contrasti e dibattiti nel nostro paese, secondo linee di demarcazione squisitamente politiche che hanno attraversato la società e i partiti . La circostanza che le cinque tute bianche - aggiunge la Cassazione - abbiano operato in coerenza con i principi ispiratori della nostra Carta fondamentale articolo 111 non vale ad escludere la natura politica del movente della loro azione . E questo - sottolineano gli ermellini - sia perché detto articolo vincola solo l'Italia, ma non gli altri Stati né gli italiani possono pretendere di imporre i loro principi al resto del mondo , sia perché, come ogni norma giuridica, essa e' passibile di diverse a volte contrapposte interpretazioni . La Cassazione, inoltre, ha escluso che i disobbedienti abbiano agito in stato di necessità previsto dall'articolo 54 del Codice penale - invocato sempre per avere una pena più mite - colpendo la Esso , finanziatrice dell'azione militare dell'invasione dell'Irak, dove è in atto una guerra e sono a rischio molte vite umane . Questo punto di vista è stato bocciato dal Palazzaccio . Lo stato di necessità - dice la Suprema corte - sussiste quando la condotta costituente reato sia tenuta allo scopo di salvare se stessi o altri da un pericolo imminente, e l'azione lesiva deve essere idonea al raggiungimento dello scopo . Ebbene - argomenta la Cassazione - non si vede come un'azione di violenza ai danni di una stazione di servizio potrebbe contribuire a porre fine alle operazioni belliche in Irak . La distruzione delle colonnine di un distributore Esso - prosegue la quinta sezione - è atto che, non solo colpisce un soggetto fino a prova contraria non coinvolto nelle operazioni di guerra, ma che nessuna efficacia persuasiva potrebbe mai avere sui comandi militari impegnati in dette operazioni . In primo grado, invece, i giudici di merito avevano concesso agli imputati lo sconto di pena riconoscendogli l'attenuante di aver agito per motivi di particolare valore prevista dall'articolo 62 del Codice penale . Su impugnazione del pubblico ministero, la Corte d'appello di Roma - il sette luglio 2004 - aveva rideterminato l'aumento di pena non specificata in sentenza ed escluso i nobili motivi dell'azione violenta. La Procura della Cassazione, rappresentata da Vito Monetti, aveva, invece, chiesto di accogliere il ricorso dei disobbedienti e annullare con rinvio la condanna.

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 4 maggio-16 giugno 2006, n. 21065 Presidente Calabrese - Relatore Fumo Pg Monetti - Ricorrente Pagliaricci ed altri Osserva Gli imputati sono stati condannati dal Tribunale di Roma alla pena ritenuta di giustizia in quanto giudicati colpevoli di concorso in danneggiamento e furto pluriaggravato. Si legge nelle sentenze di merito che, nel corso di una manifestazione contro la guerra in Iraq, Pagliericci Ivano, Bracaloni Gianfranco, Santonastaso Franco, Ciacciarelli Francesco Saverio e Striano Andrea, dopo avere danneggiato le colonnine di una stazione di servizio Esso , si impossessarono, con violenza sulle cose, delle pistole erogatrici del carburante. La Corte di appello di Roma, in parziale riforma, accogliendo la impugnazione del Pg, ha escluso la sussistenza dell'attenuante ex articolo 62 n. 1 e ha rideterminato in aumento la pena, confermando nel resto e rigettando conseguentemente l'appello proposto da Santonastaso, Ciacciarelli e Striano . Ricorrono per cassazione tutti gli imputati, con separati, ma identici atti. Essi deducono 1 violazione dell'articolo 54 Cp in quanto i giudici di merito erroneamente non hanno riconosciuto gli estremi dello stato di necessità. Gli imputati intesero, con la loro condotta, manifestare contro l'invasione anglo-americana dell'Iraq, dove è in atto una guerra e dunque sono a rischio molte vite umane. È stata colpita la Esso in quanto finanziatrice dell'azione militare. 2 Violazione dell'articolo 62 n. 1 Cp per l'erronea esclusione dell'attenuante. La Corte ha ritenuto che essa fosse inapplicabile in presenza di reati motivati da ragioni politiche. Si tratta di giurisprudenza risalente che considera la motivazione politica come motivazione di parte, dunque opinabile e non di oggettivo valore morale e sociale. In realtà il ripudio della guerra è sancito dall'articolo 11 Costituzione e rappresenta valore condiviso dalla stragrande maggioranza dei consociati. Il fatto che gli imputati si siano dichiarati appartenenti al movimento politico dei disobbedienti è irrilevante, in quanto è la condotta sin sé che va apprezzata e la condotta fu tenuta per una finalità propria della totalità dei consociati. La prima censura è inammissibile per manifesta infondatezza. Lo stato di necessità, come è noto articolo 54 Cp sussiste quando la condotta, in sé costituente reato, sia tenuta allo scopo di salvare se stessi o altri da un pericolo attuale o da un danno grave. Ovviamente l'azione lesiva di interessi altrui deve essere idonea al raggiungimento dello scopo. Ebbene non si vede né i ricorrenti lo chiariscono come un'azione di violenza per altro qualificata dimostrativa ai danni di una stazione di servizio potrebbe contribuire a porre fine alle operazioni belliche in Iraq. La distruzione delle colonnine di un distributore Esso è atto che, non solo colpisce un soggetto fino a prova contraria non coinvolto nelle operazioni di guerra, ma che nessuna efficacia persuasiva potrebbe mai avere sui comandi militari impegnati in dette operazioni. La seconda censura è infondata. La esclusione delle motivazioni politiche da quelle ricompresse nell'attenuante di cui all'articolo 62 n. 1 Cp non può essere ricondotta solo a giurisprudenza risalente, essendo stata recentemente ribadita cfr. Asn 200311878 rv 224077 . La ragione è di tutta evidenza, in quanto, diversamente ragionando, le più disparate motivazioni - facenti capo agli innumerevoli orientamenti politici che possono essere presenti nel corpo sociale compresi quelli contrari allo spirito della Costituzione e che propagandano, ad es. la lotta armata - dovrebbero essere meritevoli di trattamento sanzionatorio attenuato. Né può ragionevolmente escludersi, come pretendono i ricorrenti, che, nel caso in esame, essi non fossero mossi da finalità e ideologie politiche. La manifestazione era contro una guerra atto in sé politico, quanti pochi altri una guerra, per altro, che ha provocato divisione, contrasti e dibattiti nel nostro paese, secondo linee di demarcazione squisitamente politiche, che hanno attraversato la società e i partiti. Che poi i ricorrenti abbiano operato o creduto di operare in coerenza con i principi ispiratori della nostra Carta fondamentale e segnatamente con quello ex articolo 11 non vale ad escludere la natura politica del movente della loro azione, sia perché detto articolo vincola solo l'Italia, ma non gli atri Stati né i cittadini italiani possono pretendere di imporre i loro principi al resto del mondo , sia perché, come ogni norma giuridica, essa è passibile di diverse e a volte contrapposte interpretazioni. Conclusivamente i ricorsi meritano rigetto e i ricorrenti vanno condannati in solido al pagamento delle spese del grado. PQM La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento in solido delle spese del procedimento.