Reati d'opinione, le proposte della commissione da me diretta: così liberali da essere bocciate

di Carlo Nordio

Le Modifiche al codice penale in materia di reati d'opinione sono state definitivamente approvate come legge il 25 gennaio scorso. La normativa, di cui Diritto e Giustizia on line ha divulgato il testo nel numero del 26, è adesso in attesa di essere firmata dal Capo dello Stato ed entrerà in vigore solo dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. A questa riforma ha lavorato una commissione istituita dal ministro della Giustizia Roberto Castelli e presieduta dal magistrato Carlo Nordio di cui ospitiamo un intervento sullo spirito delle proposte avanzate e su quanto recepito in Parlamento. di Carlo Nordio* Facciamo una premessa politicamente scorretta e un po' malandrina. Dalla fine degli anni sessanta, e per tutto il ventennio successivo, la bandiera e gli altri simboli dello Stato sono stati oggetto di supponenza e di fastidio. Il concetto risorgimentale di Patria, il culto virile del coraggio, persino le memorie della Grande Guerra, insomma i tratti caratteristici di un'orgogliosa identità nazionale, sono stati compressi, soffocati e sepolti dall'internazionalismo terzomondista, dalla derisione ribalda e dall'irenismo folcloristico. L'esibizione del tricolore è stata relegata alle frequenti e opache cerimonie ufficiali, e alle più rare, ma più chiassose, manifestazioni di tripudio sportivo. Il nome dell'Italia è stato urlato molto negli stadi, citato poco nelle scuole, e rievocato quasi mai nelle coscienze. Le bandiere altrui sono state trattate in modo anche più singolare quelle di chi puntava i missili su di noi garrivano tra le masse osannanti, quelle degli alleati venivano bruciate. Incendiare il tricolore o la bandiera americana era un gesto di vivacità intellettuale e progressista condannarne gli autori era una reazione ottusa, ispirata e avallata da una legge penale repressiva e fascista. Parte della magistratura ha accettato il principio che il diritto vivente rendesse lettera morta un codice desueto. La Patria e i suoi simboli, dopo questa lunga e mortificante quarantena di indifferenza e di scherno, sono stati improvvisamente recuperati come valori fondanti e fondamentali quando una nuova forza politica li ha attaccati non più dalle barricate, ma dalle urne, catturando voti. E poiché la politica non avrà cuore né viscere sensibili, ma ha uno stomaco vorace, il terrore di un'emorragia elettorale ha rigenerato i tessuti, ormai lacerati, di un postumo patriottismo deamicisiano. Il tricolore è trionfalmente ricomparso un po' dappertutto dietro le scrivanie di grigi burocrati, nelle palestre ginnasiali, persino nelle aule dei tribunali. Diciamo la verità se un giudice avesse preteso l'esibizione della bandiera italiana dietro la propria scrivania, durante gli anni settanta, sarebbe stato svillaneggiato dalle anime belle dell'antifascismo militante. A noi, magistrati patrioti, questa conversione fa piacere. Ma l'avremmo preferita più tempestiva, e soprattutto più disinteressata. In realtà, in un Paese libero e liberale, processare e punire chi sparla dello Stato, della Bandiera, del Re, del Presidente, del Papa, o di chicchessia, è una contraddizione. Lo è dal punto di vista giuridico, perché confligge con la libertà di manifestazione del pensiero. Ma lo ancor di più da quello logico e filosofico, perché certi sentimenti nobili sono come il coraggio se uno non li ha, non se li può dare, e chi li disprezza non va punito e nemmeno rieducato va solo compatito. Ma come nessuno vuol sembrare nobile quanto chi non lo è, così nessuno vuol sembrare liberale quanto chi è intimamente totalitario. E così questi reati di opinione, effettivamente frutto di una cultura autoritaria e fascista, sono stati a lungo mantenuti, con il supporto euforico di chi un tempo li aveva combattuti. Evidentemente il diritto non è convinzione di valori. È convenzione sulle convenienze. Nulla di scandaloso, basta capirci. La commissione per la riforma del codice penale, istituita dal ministro della Giustizia Roberto Castelli, aveva avuto mandato di formulare delle proposte liberali. E la nostra proposta era stata la seguente nell'ambito di una radicale depenalizzazione delle fattispecie bagattellari, una profonda revisione dei reati di opinione, limitati ai comportamenti, e con esclusione delle semplici manifestazioni verbali. Di conseguenza, la commissione aveva presentato al ministro sin dall'agosto 2002 un progetto riguardante gli articoli 290, 291, 292, 292bis 293 Cp sostituiti con un articolo unico e gli articoli 299, 403 404, 405, 408 modificati e 406, soppresso . In tutte le ipotesi ove precedentemente compariva il vilipendio , veniva introdotto il concetto di atti di vilipendio se era penalmente irrilevante bestemmiare contro il Padre Eterno, non si vedeva perché si dovesse processare chi bestemmiava la Patria e i suoi rappresentanti. Così, per fare un esempio, il nuovo articolo 290 Cp, che raggruppava le varie fattispecie sopra enunciate, prevedeva la pena da sei mesi a tre anni di reclusione per chiunque pubblicamente offende il sentimento di solidarietà e unità nazionale mediante atti di vilipendio sulla bandiera nazionale o su emblemi o simboli dello Stato, delle sue Assemblee legislative, del Governo, della Corte costituzionale, dell'Ordine giudiziario, delle Forze armate dello Stato o della Liberazione . Come si vede, da un lato veniva valorizzata la tutela della Nazione attraverso il richiamo espresso al sentimento di solidarietà ed unità nazionale quale valore giuridico protetto dall'altro, si sottolineava la materialità offensiva della condotta atti sulla bandiera, o su emblemi o simboli evitando l'estensione incriminatrice alle semplici offese verbali. Ne derivava un sistema, a nostro avviso, più semplice, più coerente e più genuinamente liberale. Con la legge approvata il 25 gennaio scorso, il Parlamento ha recepito solo in parte queste indicazioni. Anzi, a voler essere franchi, non le ha recepite per niente. Non ha avuto il coraggio di mantenere la disciplina vigente, che pure ha una sua solenne e terribile coerenza né di introdurre una coraggiosa innovazione, magari prodromica ad altri e più radicali interventi di snellimento e di tolleranza. Ha modificato e ridotto le pene, comminando multe e ammende al posto dell'originaria reclusione. Ha ignorato i suggerimenti non solo della commissione ministeriale, ma di una vasta e crescente comunità scientifica, che predica l'abolizione delle contravvenzioni e il trasferimento della sanzione pecuniaria dal settore penale a quello amministrativo. E ha trascurato la circostanza, non del tutto marginale, che queste pene - come tutte quelle pecuniarie - resteranno ineseguite per la cronica incapacità dell'amministrazione a riscuoterle. E questo indipendentemente dall'estinzione dei reati, in forza della nuova legge sulla prescrizione. Concludo. Nel campo minato della giustizia il legislatore ha confermato il suo tradizionale andamento bustrofedico quello del bove all'aratro, che va e viene, alternando la direzione. Abbiamo avuto la prescrizione ora più lunga ora più corta le manette ora più facili ora più difficili i processi ora più abbreviati ora più diluiti, e via discorrendo. Ma di tutte le recenti riforme pasticciate, questa è per noi, patrioti libertari, quella che suscita amarezza maggiore. Perché l'occasione era buona per conciliare i due connotati, solo apparentemente confliggenti, della democrazia l'onore della Nazione e la libertà di vituperarlo. Perché la forza del liberalismo risiede nel rispettare anche chi lo offende, denunciandone la stupidità ai cittadini e non l'illiceità ai Carabinieri. E perché esso non ha bisogno del soccorso tardivo e insidioso di chi fino a ieri ne aveva disprezzato i principi. *Magistrato, presidente della commissione per la riforma del codice penale