Ex Cirielli, sollevata un'altra eccezione

Ancora una volta sotto esame il comma 3 dell'articolo 10, sul termine di prescrizione breve in fase di dibattimento

L'ordinanza della sezione penale del Tribunale di Teramo - depositata il 15 febbraio e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati - si aggiunge a tanti altri numerosi provvedimenti che hanno sollevato, da più parti d'Italia, eccezioni di incostituzionalità sulla ex Cirielli , la legge che accorcia la prescrizione per gli incensurati e inasprisce le pene per i recidivi, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 7 dicembre 2005 leggibile negli arretrati del 30 novembre 2005 . Ad essere rinviato alla Consulta, anche questa volta, è l'articolo 10, comma 3, della legge 251/05 relativo all'inapplicabilità dei più brevi termini prescrizione ai processi in corso per i quali è già stato aperto il dibattimento. Il giudice abruzzese è sulla stessa linea dei colleghi dei Tribunali di Paola e Firenze che hanno sollevato la stessa obiezione con le ordinanze leggibile negli arretrati del 13 dicembre 2005.

Tribunale di Teramo - Sezione penale - ordinanza 15 febbraio 2006 Giudice Tommolini Il Tribunale, in composizione monocratica, decidendo sull'eccezione di illegittimità costituzionale dell'articolo 10 comma 3 della legge 251/05 per contrasto con gli articoli 3, 25 e 111 della Costituzione, formulata dai difensori degli imputati come da verbale di udienza, da ritenersi integralmente riportato , ed alla quale il Pm si è associato, osserva quanto segue. Gli odierni 43 prevenuti sono stati rinviati a giudizio per il reato di cui agli articoli 110, 112, 81 capoverso, 476 capoverso, 479 e 61 n. 2 Cp per fatti commessi dal 1991 al 1994 con apertura del dibattimento avvenuta all'udienza del 30 giugno 2004, mentre, attualmente, si sta procedendo all'esame degli imputati stessi, richiesto dal Pm, per poi passare, nelle udienze successive, all'audizione dei testi indicati dai difensori . In considerazione del tipo di delitto contestato, la prescrizione, in applicazione dell'articolo 157 Cp nella formulazione anteriore alla legge 251/05 , è pari a 15 anni, quanto alla minima, e a 22 anni e 6 mesi, quanto alla massima salvo che, in sede di decisione, non si reputino applicabili le circostanze attenuanti generiche, nel qual caso la prescrizione minima è pari a 10 anni e la prescrizione massima è pari a 15 anni . Con le modifiche apportate dalla legge 251/05 articolo 161 Cp vigente , la prescrizione concernente il reato in esame è divenuta sensibilmente più breve infatti, la prescrizione minima è pari a 10 anni ossia, coincidente con il massimo della pena edittale in quanto superiore a 6 anni , mentre la prescrizione massima è pari a 12 anni e 6 mesi dovendosi aggiungere un quarto del periodo di prescrizione minima, salvo i casi di recidiva - che, nel caso in esame, non è stata contestata e, comunque, non sembrano ricorrere le ipotesi di cui all'articolo 99 comma 2 Cp per gli unici quattro imputati, ossia, che, a differenza di tutti gli altri incensurati, risultano gravati da un unico precedente penale- . Per alcuni dei prevenuti in particolare, per , qualora dovesse applicarsi il termine massimo di prescrizione previsto dalla legge 251/05, tutte le fattispecie delittuose loro contestate -risalenti agli anni 1991 e/o 1992 e/o fino ai primi giorni del mese di Aprile del 1993- sarebbero indubbiamente già prescritte per gli altri imputati, invece, non si pone, almeno alla data odierna, un problema di intervenuta prescrizione tenuto conto anche della sospensione che si è avuta ex articolo 5 della legge 134/03 nel periodo che va dall'udienza del 24 Settembre 2003 all'udienza del 21 Gennaio 2004 . Ne consegue che per la posizione degli imputati dianzi citati l'eccezione di incostituzionalità dell'articolo 10 comma 3 della legge 251/05 che testualmente recita Se, per effetto delle nuove disposizioni, i termini di prescrizione risultano più brevi, le stesse si applicano ai procedimenti e ai processi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, ad esclusione dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché dei processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione assume un indubbio rilievo, visto che l'apertura del dibattimento per come già detto si è avuta all'udienza del 30 Giugno 2004, per cui la nuova normativa, anche se più favorevole, non è applicabile. Prima di affrontare la valutazione dell'eventuale non manifesta infondatezza dell'eccezione di incostituzionalità, appare opportuno precisare che, secondo quanto sottolineato dalle Su della Corte di cassazione nella sentenza 10624/79, rientra nella previsione del comma 3 dell'articolo 2 del Cp anche la durata del termine della prescrizione del reato . La dottrina e la giurisprudenza sono da tempo impegnate nel valutare se il cosiddetto principio del favor rei , desumibile dal terzo comma dell'articolo 2 del Cp abbia rango costituzionale, rientrando nella previsione dell'articolo 25 comma 2ella Costituzione. La Corte cstituzionale, occupatasi nel tempo della problematica, ha evidenziato, nella sentenza 164/74, a proposito dell'articolo 20 della legge 4/1929, che il principio di ultrattività delle disposizioni penali delle leggi finanziarie non contrasta con il principio di uguaglianza, essendo ispirata alla tutela dell'interesse primario alla riscossione dei tributi, non esistendo, inoltre, alcun ostacolo di carattere costituzionale, giacché l'articolo 25 della Costituzione vieta la retroattività della legge penale, ma non concerne l'ultrattività disciplinata dall'articolo 2 del Cp. In altre sentenze, la Corte Costituzionale ha ribadito le indicate circostanze, sottolineando che la scelta del legislatore di riservare un trattamento meno favorevole agli autori dei reati finanziari concernenti tributi verso lo Stato rispetto agli autori dei reati comuni non appare irragionevole sentenza 6/1978 , e che l'applicazione delle disposizioni penali più favorevole al reo può subire limitazioni o deroghe, sancite non senza una qualche razionale giustificazione da parte del legislatore ordinario sentenza 74/1980 . Da quanto precede sembra di poter desumere che la Corte Costituzionale abbia giustificato le deroghe del legislatore al principio del favor rei sancito dal terzo comma dell'articolo 2 del Cp tutte le volte in cui tale scelta sia apparsa ragionevole , facendo pertanto del principio di ragionevolezza un parametro di valutazione di rango costituzionale. In altra sentenza, poi, la Corte costituzionale ha sottolineato che, per quanto concerne il terzo comma dell'articolo 2 del Cp, questa disposizione entra in discussione solo e soltanto ove vi sia stato un mutamento, favorevole al reo, nella valutazione sociale del fatto tipico oggetto del giudizio sentenza n. 277/90 . E la prescrizione, quale periodo di sussistenza dell'interesse dello Stato a perseguire alcuni illeciti penali, incide evidentemente, nella valutazione sociale nel senso appena indicato, rientrando nella previsione del terzo comma dell'articolo 2 del Cp, così come affermato dalle Su della Corte di cassazione nella sentenza 10624/79 sopra richiamata. Ne consegue che il legislatore, disciplinando l'istituto della prescrizione, qualora intenda derogare al principio del favor rei , deve effettuare scelte ragionevoli e razionalmente giustificate. La Corte di cassazione, ha recentemente affrontato la valutazione della eventuale illegittimità costituzionale proprio in relazione all'articolo 10 comma 3 della legge 251/05 sentenza 460/06 , rigettando l'eccezione e statuendo che il legislatore ha la facoltà di modulare e graduare le modalità di applicazione della legge penale successiva più mite, introducendo le condizioni, i limiti e le eccezioni che ritenga opportuni, e non incorre nella violazione dell'articolo 3 della Costituzione ove le soluzioni legislative adottate siano sorrette da valutazioni e giustificazioni non irragionevoli Attraverso l'istituto della prescrizione l'ordinamento appresta una garanzia diretta ad evitare agli imputati la prospettiva di una persecuzione penale e di un processo interminabili, ed assolve a questo compito fissando un confine temporale all'esercizio della repressione penale per i diversi tipi di reato, oltre il quale la forza deleteria del tempo determina l'estinzione del reato ascritto. Al pari di ogni istituto ancorato al decorso del tempo, la prescrizione dei reati può dare luogo a sensibili diversità di trattamento tra imputati di fatti identici o analoghi, anche commessi nello stesso momento, per effetto di una serie di variabili che incidono sui tempi dell'accertamento penale. Tali innegabili diversità, dovute a fattori ed eventi soggettivi o contingenti, non intaccano però il nucleo centrale della garanzia -che resta costituito dalla chiara determinazione da parte dello Stato di termini di prescrizione per i diversi tipi di reati-e non si risolvono perciò in violazioni del principio di uguaglianza. Guardata in questa prospettiva la disciplina transitoria dettata dall'articolo 10 commi 2 e 3 della legge 251/05 appare sicuramente rispettosa della peculiare garanzia offerta dallo Stato ai cittadini con l'istituto della prescrizione e conforme agli enunciati della Corte costituzionale. Da un lato, infatti, il legislatore ha stabilito che i nuovi termini di prescrizione che risultano più lunghi di quelli previgenti non possono trovare applicazione nei procedimenti e nei processi in corso alla data di entrata in vigore della nuova legge, con la conseguenza che nessun cittadino imputato si troverà esposto ad un termine di prescrizione più lungo di quello esistente al momento della commissione del reato di cui è imputato. Ha previsto poi che nei processi già pendenti in grado di appello o avanti alla Corte di cassazione non si applicano i termini di prescrizione che risultino più brevi di quelli previgenti, con la conseguenza che in tali giudizi restano comunque fermi i preesistenti termini di prescrizione, senza che nei confronti degli imputati si verifichi alcuna mutazione o alterazione del confine temporale della repressione penale fissato dalla legge penale previgente. Una siffatta soluzione legislativa non appare lesiva del principio di eguaglianza né fonte di una ingiustificata disparità di trattamento. Essa, infatti, opera una ragionevole differenziazione tra gli imputati in considerazione di un fattore oggettivo -la diversa incidenza della modifica legislativa dei termini di prescrizione nel tempo e, segnatamente, nei diversi stadi dell'accertamento penalee pone in essere tale modulazione senza revocare in dubbio il nucleo essenziale e fondamentale della garanzia offerta ai cittadini attraverso l'istituto della prescrizione. Quanto all'articolo 25 comma 2 della Costituzione, trattasi di un parametro invocato che appare inconferente poiché, in forza della norma transitoria, nei processi pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonché nei processi pendenti in grado di appello o in Cassazione, vengono applicati i termini prescrizionali preesistenti, ovviamente dettati da norme anteriori ai fatti oggetto di accertamento penale e preventivamente noti agli imputati ed ai loro difensori . Ebbene, l'assunto della Suprema corte non appare condivisibile nella parte in cui non considera la prescrizione quale elemento di valutazione del disvalore sociale del fatto e nella parte in cui reputa ragionevole la scelta legislativa invero, lo Stato, nel prevedere termini di prescrizione diversi in relazione ai vari illeciti penali, dimostra indubbiamente una diversità di interesse a perseguirne gli autori, prevedendo per i reati ritenuti più gravi e di maggiore allarme sociale un periodo di tempo maggiore rispetto ad altri reati ritenuti meno gravi e di minore allarme sociale. Pertanto, qualora venga rilievo un identico reato, rimasto immutato sotto il profilo della formulazione del fatto tipico incriminato e della relativa sanzione, se il legislatore ne cambia il termine di prescrizione, evidentemente, è mutato il proprio interesse a perseguirne gli autori se il termine di prescrizione viene aumentato è perché il disvalore sociale del fatto merita un impegno anche in termini di risorse di mezzi e di persone più lungo nel tempo per poterne accertare gli autori e l'eventuale colpevolezza se il termine di prescrizione viene diminuito è perché il disvalore sociale del fatto merita un impegno più breve nel tempo per gli stessi fini. Per il delitto oggetto dell'odierno processo penale il periodo di prescrizione è stato, per come già detto, sensibilmente ridotto, per cui il legislatore ha dimostrato di avere un interesse minore rispetto al passato a perseguirne gli autori. Lo stesso legislatore, però, ha previsto che per i processi nei quali vi sia stata l'apertura del dibattimento le disposizioni più favorevoli non si applicano. Occorre, a questo punto, tentare, ove possibile, di dare un'interpretazione conforme alla Costituzione di tale scelta legislativa, seguendo innanzitutto il principio della ragionevolezza che nella sentenza della Corte di Cassazione è stata ritenuta sussistente sulla base di un ragionamento che appare non convincente almeno se riferito ai processi di primo grado . Una disciplina differenziata della prescrizione in relazione allo stesso identico reato, rimasto invariato quanto alla fattispecie incriminatrice ed alla sanzione, potrebbe non essere di per sé irragionevole se ancorata a ragioni che siano prevalenti o quantomeno equivalenti al minor interesse dimostrato dallo Stato nel perseguire l'illecito in questione. Una possibile ragione non rinvenendosene, di fatto, altre potrebbe essere quella di non disperdere le risorse già spese per l'accertamento della verità in relazione al caso concreto. Ebbene, non sembra che venga in rilievo una giustificazione di tale genere. Infatti, la scelta legislativa ancorata all'apertura del dibattimento non distingue tra i reati per i quali è prevista la citazione diretta ossia, un procedimento di regola piuttosto spedito rispetto ai reati per i quali è prevista l'udienza preliminare, né si occupa espressamente dei giudizi direttissimi conseguenti all'arresto in flagranza ove manca del tutto la fase delle indagini preliminari ovvero dei giudizi instaurati a seguito di opposizione al decreto penale di condanna purché vi sia stata l'apertura del dibattimento a volte limitata all'ammissione delle prove richieste dalle parti, senza alcuna attività istruttoria in senso stretto -la cosiddetta udienza filtro - il termine di prescrizione più favorevole non può essere applicato. Ben altra valutazione poteva essere effettuata se del caso qualora il legislatore avesse scelto di non applicare la normativa più favorevole soltanto ai reati rispetto ai quali il processo era già concluso in primo grado, avendo la pretesa punitiva dello Stato raggiunto una fase tale da giustificare forse la prosecuzione del giudizio nelle fasi successive, pur dovendosi comunque contemperare tale scelta con i principi sanciti dall'articolo 111 della Costituzione in relazione alla durata ragionevole del processo. Tornando alla valutazione del caso in esame ove, peraltro, qualora si dovesse applicare -così come attualmente previstola normativa previgente meno favorevole, la prescrizione massima -pari ad anni 15 in caso di concessione delle attenuanti genericheandrebbe comunque a maturare nel corso del 2006 in relazione ai fatti commessi nel 1991, non giustificandosi, a maggior ragione, la prosecuzione del processo , non sembra che la scelta di ravvisare nell'apertura del dibattimento il punto di riferimento al quale ancorare la disciplina applicabile per la prescrizione del reato possa reputarsi costituzionalmente corretta, mancando il requisito della ragionevolezza più volte sottolineato dalla stessa Corte costituzionale. Il diverso trattamento previsto per coloro che sono imputati in un processo in fase di istruttoria dibattimentale rispetto a coloro che, pur avendo commesso un stesso tipo di reato o fors'anche lo stesso identico reato , hanno scelto il rito abbreviato ove notoriamente non vi è apertura del dibattimento ovvero sono ancora semplicemente indagati ovvero neanche tali, non sembra in alcun modo giustificato e giustificabile e crea un'evidente disparità di trattamento, con conseguente violazione degli articoli 3 e 25 comma 2 in relazione all'articolo 2 comma 3 del Cp nonché, di riflesso, degli articoli 97 stante l'ulteriore dispendio di risorse, in termini di mezzi e di persone, per perseguire reati il cui disvalore è stato valutato in termini di minore importanza rispetto al passato, con conseguente ingiustificata incidenza -stante la notoria mole di lavorosul buon andamento della Pa e 111 della Costituzione stante la irragionevole maggiore durata del processo . PQM Visto l'articolo 23 legge 87/1953, sospende il processo nei confronti degli imputati , con formazione di autonomo fascicolo processuale ed inserimento di copia dei verbali di udienza e dei relativi allegati nonché, quanto ai documenti acquisiti e/o sequestrati, di quelli concernenti gli imputati in questione. Dispone l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale apparendo non manifestamente infondata e rilevante nel presente giudizio la questione di illegittimità costituzionale dell'articolo 10 comma 3 della legge 251/05 per violazione degli articoli 3, 25 comma 2 in relazione all'articolo 2 comma 3 del Cp , 97 e 111 della Costituzione. Ordina che a cura della cancelleria la presente ordinanza la cui lettura in udienza equivale a notifica per gli imputati, i difensori ed il Pm venga notificata al Presidente del Consiglio dei Ministri e comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.